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Le cosiddette "ingiurie" a Bronte

Le “ingiurie“ a Bronte erano più importanti, dal punto di vista pratico, dei cognomi per indicare o cercare una persona, o per distinguerla da altri omonimi.

Le parole che si usavano erano spesso ingiuriose perché indicavano difetti fisici o comportamen­tali delle persone alle quali venivano affibbiati, anche ingiustamente, e da ciò la parola “ingiuria”; ma molte volte essa indicava il mestiere o il paese di origine, se era forestiero, o anche il cogno­me storpiato, ecc. come vedremo dal seguente elenco.

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Babbùta = pelosa. “‘a Zz’a Tiresa ‘a babbuta” Vedi Fantasmi, Bolo.

Baddunàru = bastaio. Era l‘“ingiuria” con cui veniva indicato il sig. Reitano che aveva il laboratorio nel sottano del palazzo Saitta.

Baccaràcciu = “Ingiuria” di un sacrestano di cui non ho mai conosciuto il cognome.
[Deriva da “baccalarone”, ossia tonto, goffo, malaccorto. Così era “ingiuriato” il sagrestano della Chiesa dell’Annunziata, tale sig. Vincenzo Conti. (Mario Rappazzo)]

Bandiatùri = banditore; negli anni ‘20/’30 “u bandiaturi“ ufficiale a Bronte era un Malettese, “u su Savvaturi”.

Bellamegiòia = bella mia gioia! Era l‘ingiuria della famiglia Marcantonio di cui parlo sia nei miei “Fantasmi” sia nel ricordo di Padre Marcantonio

Ballicìra = testicoli di cera. Era l'ingiuria del barbiere Castiglione che stava a Cruci Tirinnanna (oggi piazza Croce), ed era un mio lontano parente acquisito e padre di un mio alunno del '42/43 che morì ragazzo.

Bellicapìlli = bei capelli. “Ingiuria” di un reduce dall’America di via Marconi, che aveva una fisarmonica che suonava ogni sera al ritorno dalla campagna.

Bindòzzu (?) = “Ingiuria” o soprannome di una casata Meli, nostri amici.

Cosa mai vorrà significare "Bindòzzu"? Ho interpellato una fonte diretta: il mio padrino di cresima Nino Longhi­tano “Bizzuni”, figlio di Giuseppe. Sull’origine o sul significato della «’ngiuria», non ha saputo fornirmi alcuna spiegazione, se non che – forse – fosse legata, in qualche modo, alla loro antica attività di commercianti. Ho provato a ragionare. Molte parole del nostro vocabolario brontese sono state importate dal dialetto palermitano. Ciò si deve al fatto che, fino al tardo ‘800, Bronte dipendeva, nell’ambito dell’autorità religiosa, dalla Diocesi di Monreale. Ipotesi: 1. derivazione dal termine palermitano Binda (sinonimo di benna, binna, lenza); i tre termini conducono ad unica definizione: striscia di tela o di cuoio usata per stringere; 2. dall’antico tedesco “winde” = macchina di sollevamento, argano (Treccani, Dizionario della lingua italiana). Se accostiamo la “ngiuria” alla professione di commercianti, potremmo dedurre che il significato originario possa essere stato: a) che producessero legacci (per se stessi e/o per altri); b) costruttori ed utilizzatori di macchine sollevatrici di grossi pesi. Fantasioso, né?? (Mario Rappazzo)

Bizzuni = Ingiuria che distingue i componenti di una delle molte famiglie Longhitano (altre sono i “Checchi, i “Cèsari”, i “Chicchìtti, i Saranelli, i Bastuni, i Puttella, ...). Deriva molto probabilmente dal fatto che in questo gruppo familiare, in varie generazioni, sono nate delle coppie di Gemelli (= Bizzuni) come è effettivamente osservabile dall’albero genealogico. (aL)

Bullichèllu = piccolo ombelico. “Ingiuria” di uno dei fratelli Isola, detti anche “masticabroru”.
Cacacìciri = Ingiuria di un contadino della ruga di via Cavour.

Caiòddu (?) = sporco. “Ingiuria” di un prete di cui non ricordo il nome.

[Il sacerdote cui fa riferimento il prof. Nicola Lupo è padre Luigi Longhitano, arciprete, parroco della Chiesa Madre negli anni ’50. Successivamente fu nominato Prefetto degli Studi presso il Seminario arcivescovile di Catania, dove insegnò latino e greco fino alla chiusura del seminario. (Mario Rappazzo)]

Carabbriszi (provenienti dalla Calabria), ingiuria della famiglia Serravalle (V. S.).

Casacca = Ingiuria di un ramo della famiglia Minio. (L. M.)

Caszaròtu (dal greco katarotes = pulito. Ingiuria dei forestieri provenienti dai paesi vicini, e si pensava che il vocabolo significasse “dei casali vicini”.

Checchi = Ingiuria che distingue i componenti di una delle molte famiglie Longhitano (“Checchi”, “Cèsari”, “Bizzùni” “Chicchìtti, Saranelli, Scallipuszi, Caracogna, Bastuni, ...).  “Checca” in brontese significa “uno che chicchìa” cioè tartaglia. (N. L.)

Chiavùni (grossa chiave ?) = “Ingiuria” di Nino Longhitano che fu prima mugnaio e fornitore di energia elettrica, prodotta da un gruppo elettrogeno, per l’illuminazione del Corso Umberto, con sede vicino ai Cappuccini. Poi caffettiere in Corso Umberto angolo Piazza Spedalieri, lato teatro.

Ciangi, ciangi: Ingiuria di una donna che abitava nella nostra ruga, che era costituita dalla Via Cavour e delle sue quattro vanelli: P. Micca, S. Quasimodo, A. Corelli e G. Giusti.

Ciccillùzzu = Ingiuria della buon'anima di mio padre, il maresciallo dei Vigili Urbani Vincenzo Faia (A. F.)

Cissarutànu = ab. Di Cesarò (ME). Era l’“ingiuria” di un signore che era oriundo di Cesarò.

Colluisozìzza = collo di salsiccia. “Ingiuria” di mio padre, appioppatogli da Nino Larosa, soggetto di un mio “Fantasma”.

 

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Storiette paesane

seconda edizione


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A luna di Bronti

Si cunta chi lu figghiu d'un massaru,
riccu di sordi e poviru di menti,
non vulennu ristàri zzappunàru,
sintènnusi squatritu e 'ntilliggenti,
dissi a ssò patri: “Patri ppi favuri,
iò cchiù ‘ncampagna non ma senti i stari,
vaju a Catania a fàrimi dutturi,
picchì mi sentu di putirlu fari”.

So patri, sempri amanti di la paci,
cci detti i soddi e pàrtiri lu faci.
Passanu l’anni e a li sò genituri
scriveva lu picciottu appinsiratu:
“Tra pocu tempu turnirò dutturi,
dutturi in midicina appatintatu”.

Finu ch’un jornu tantu disiàtu,
scrissi: “Prestu ritornu a lu villaggiu
ora chi sugnu beddu lauriàtu,
dopudumani mi mettu in viaggiu”.
So patri, ppi no fari jri sulu,
’ncuntru cci iu cu cavaddu e mulu.

Partunu di Catania alla scurata
pi camminari sempri a la friscura,
la luna ’nta lu celu appuntiddata
alluminava tutta la natura.

Lu patri cavarcava assai filici
pinsannu: Lu mé figghiu è già dutturi...
quannu chiddu vutannusi cci dici:
“Patri, sciugghiti un dubbiu pi favuri:
Sta luna ’ncelu cussi risplindenti,
fossi è la stissa di chidda di Bronti??”
Cci rispunni so patri cu sgumentu:
“Poviri sordi mei ittati o ventu”.

(F. Rizzo)



PECULIARITA' DEL DIALETTO BRONTESE

GENEALOGIE DI FAMIGLIE BRONTESI

MESTIERI E FIGURE D'ALTRI TEMPI

FACCE DI BRONTESI

Coscia baggiana = zoppo, soprannome del sacrista della Matrice, quando ero bambino: Mastru Luviggi coscia baggiana. (L. M.)

Cristòfuru = è stato per qualche decennio un soldato romano della processione di ogni Venerdì Santo.

Crucifìssu = crocifisso. “Ingiuria” di un altro ramo della casata Lupo.

Cullurùni che non ricordo chi fosse, ma che ho sentito anche come cognome Collorone.

Dunnìszi = abitante di Adernò, oggi Adrano. “Ingiuria” del sig. Pantò, adornese, che aveva sposato una brontese e aveva aperto una bottega per le riparazioni di biciclette; essendo stato da giovane un ciclista lo chiamavano anche “u ciclista”.

Gambaragèntu = gamba di argento. “Ingiuria” di una famiglia che abitava vicino alla Matrice.

Garatìszi = Ingiuria di un ramo degli Anastasi (A. F.)

Gènia (fem. di genio ) = “Ingiuria” di una famiglia Sanfilippo alla quale apparteneva mia nonna materna.

Guaddarutàru (corrotto da “guardia rurale”) “Ingiuria” dei fratelli Meli, macellai del Corso Umberto.

Labbrùni: Ingiuria della famiglia Russo (un tempo commercianti di frutta secca) intesa con il soprannome di "labbrùni" probabilmente derivante dal nome che prendeva la chiusura degli antichi catenacci.

Laccarìsri: Ingiuria di un venditore di cacucciuricchi.
Luppinàru: Ingiuria di un venditore di luppini.
Mangiacrìta = Ingiuria di un ramo della famiglia Gangi.

Mangialàddu = mangia lardo. Potrebbe essere un’ingiuria, ma anche un cognome. A Bronte così veniva indicata una modista con negozio in Corso Umberto, di fronte alla parte nuova del Collegio Capizzi, in altre parti, invece,  è un cognome perchè qui ho conosciuto un ortopedico di nome Mangialardo.

Mangiammèdda = mangiamerda. “Ingiuria” di una famiglia Ciraldo.

Mangiatabàccu = tabaccoso. Ingiuria di uno Schilirò, barbiere, soggetto di un mio “Fantasma”.
Manùncura = monco. “Ingiuria” di un Mancuso, fabbro, che abitava in via Marconi.

Marrani: ingiuria di una famiglia Liuzzo.
Masticabròru = mastica brodo. “Ingiuria” dei Fratelli Isola, commercianti di tessuti.
Minchiasrèlla: Ingiuria di un vecchio che i caruszàzzi sbertucciavano con una filastrocca offensiva.

Mirrùzzu = merluzzo. Ingiuria di un avv. Sanfilippo detto, appunto, mirruzzu, perché aveva gli occhi chiari come quel pesce.

Musciòru = Ingiuria di quel Rubino che costruì un oleificio moderno in Via Card. De Luca proprio di fronte al nostro.

Nascamangiàta = naso deturpato dal lupus. “Ingiuria” di un Fiorenza, pittore con negozio sul Corso, davanti al Collegio Capizzi. Vedi nei miei “Fantasmi” Le tre grazie.
Nascarussa = naso rosso. Ingiuria di un brontese che aveva la caratteristica del naso rosso forse per abuso di vino.
Ninu Ggiunta: Un simpatico barbone che era solito raccogliere nelle pubbliche vie i gatti trovati morti, portarli a casa e mangiarli.

Paciùni (?) “‘a signa Micenza paciuni” abitava nella nostra “ruga”.
Pagghiazza = “Ingiuria” di una famiglia che abitava in via Marconi.
Papafìnu (?) Vedi Fantasmi, Papafinu.

Patìnchia (?) Ingiuria di una famiglia che aveva una cantina in via Santi, angolo Corso Umberto. Vedi miei “Fantasmi”.

Pavurìnu (?) = forse Paolino? Ingiuria dei fratelli Arcidiacono, falegnami con bottega vicino alla chiesa Madonna della Catena, e nipoti di P. Salanitri, parroco della stessa chiesa. Vedi il mio “Benedetto Radice”.

Peppi Mocèri (o Moggèri) = barbone famoso perché si prestava a piccole commissioni, con specialità di trasportare sacchi di grano al mulino (“Qu’ à mmacinari?”).

Pillàri = ingiuria di un ramo dei Gangi (molto probabilmente un loro antenato era commerciante di pelli).
Pirùsru = peloso. Era l’ingiuria di quel Radice, suocero del dott. Guglielmo Grisley, che era molto peloso. E un po’ della sua peluria l’aveva ereditata anche la bella figlia.

Pirùzzu = piedino. Era l’ingiuria del calzolaio Gangi che aveva casa e bottega nell’attuale via Aida. Fu per molti anni il nostro calzolaio. Aveva due figli maschi: il più grande laureatosi sposò la figlia di Nicola Benvegna, commerciante di pellame e articoli per calzolai, e andò fuori intraprendendo la carriera prefettizia. Il fratello piccolo era sarto e morì giovane di infarto a Milano. Questo Gangi aveva il fratello grande che era fabbro con casa e bottega in piazza Spedalieri, sotto il palazzo dell’On. Vincenzo Saitta.

Pitìllu (?) = Era l’ingiuria della famiglia Catania che abitava nella vanella ora denominata Via Guerrazzi.
Prighirèlla = che prega sempre. Ingiuria di uno dei fratelli Isola, detti anche “masticabroru“.

Purrazzòru (?) = topolino di campagna. Ingiuria che l’amico della nostra famiglia Nunzio Saitta Camuto diede a mio fratello Elio, che in questi giorni compie 80 anni e al quale faccio tantissimi auguri, perché era minuto ma vispo. Egli da piccolo seguiva il nostro amico nelle sue battute di caccia alla Difesa e dintorni, ma spesso non trovavano la sospirata pernice o la succulenta lepre e, quindi, tornavano con il carniere pieno del profumato origano.

Quararari, ingiuria della famiglia Cassarà, derivata dal loro lavoro di calderai. (da V. S.)
Randazzìszi = Randazzese. “u randazzisri” era l’ingiuria del sig. Maugeri che aveva sposato una Meli guaddarutaru e aveva un caffè sul Corso Umberto, angolo via Prof. Placido De Luca.

Rapè (?) Ingiuria di quel suonatore di piatti di cui parlo nei miei nuovi “ Fantasmi”.
[Rapè è l'ingiuria riferita anche ad un calzolaio, fratello della “signa” Concettina Rapè, titolare del tabacchino di Via Matrice, proprio davanti al vecchio carcere. Termine mutuato dal francese “rapè” =  raspato. In italiano: tipo di tabacco da naso nero, non raffinato come quello biondo (Treccani, Dizionario della lingua italiana) (Mario Rappazzo)]

Saddàru = pescivendolo. Ingiuria di Salvatore Bruno, mio padrino di battesimo.

Saranèlli: l'ingiuria contraddistingue i componenti di una delle molte famiglie Longhitano (le ingiurie di altre famiglie Longhitano sono “Checchi”, “Cèsari”, “Bizzùni”, “Chicchìtti, Scallipuszi, Caracogna, Giardinara, Bastuni, ...). La più conosciuta dei Saranelli era la famosa fruttivendola Maria Longhitano (foto a destra) con negozio di frutta e verdura del Corso principale, angolo Via Annun­ziata. A «‘nghiuria» di questi Longhitano, a quanto affermava Giosuè Longhitano-Saranellu, sembra che abbia origine da un antenato che, venditore ambulante, vendesse tutto “a sei granelli”. (aL)

Scagghìtta: vedi Fantasmi, Filippo Spitaleri detto scagghìtta.

Scimùni (?) = Ingiuria dei Leanza, commercianti di mandorle e pistacchio, con negozio in Corso Umberto ang. Via Sabotino. Un loro discendente, Salvatore, è stato vice presidente della Regione siciliana e sindaco di Bronte nel 2002.

Suggi = L’ingiuria della famiglia Castiglione il cui esponente era Salvatore, Segretario al Comune di Bronte. Vedi i miei “Fantasmi”: Itinerari brontesi.

Stigghiurèlla = involtino di interiora. Ingiuria di un calzolaio di via Catania, soggetto di un mio nuovo “Fantasma”.

Trigghiùni = Era l’ingiuria di un aiuto fuggiàru di don Francesco Paolo Benvegna, il quale la sera faceva l’operatore al cinema (gestito dai f.lli Benvegna) e diventava il bersaglio della marmaglia quando la pellicola si rompeva (il che accadeva molto spesso) o quando molti non riuscivano a leggere per intero le didascalie, perchè allora non c’era ancora il sonoro, ed essi leggevano a stento.

Tri ppiri = tre peli (una ingiuria ricordatami dal prof. Nunzio Longhitano). Così veniva indicato il dott. Pietro Minissale, già ufficiale sanitario, forse per un neo peloso che aveva lui o qualche suo parente.

Trollorò = Ingiuria della famiglia Fallico. I Trollorò erano parenti dei Calì e Radice (il maestro) e avevano una casa alla Cisterna tra quella del Radice e la nostra, ormai venduta.
Truppicanchiànu: Ingiuria di un personaggio dei miei Fantasmi, vedi Bolo.

Zzoppa = Era l’ingiuria con la quale veniva indicata una signora della nostra ruga: ‘a zz’a Nonzia ‘a zzoppa.”

Nicola Lupo: "Fantasmi"
     

Piccolo vocabolario brontese di N. Lupo

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