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Vincenzo Saitta

Parroco, fratello ed amico

Il 1 Dicembre 2013 ci ha lasciati padre Vincenzo Saitta, un fratello ed un amico, di tutti, specie dei giovani da lui seguiti con particolare dedizione ed affetto fin dalla più tenera età.

Dall’ottobre 1986 era stato per tanti anni il primo parroco della Sciarotta nella chiesa di San Nicolò e, successi­vamente, nella chiesa di Sant'agata; dal 2000, arciprete parroco della Matrice, la Chiesa della SS. Trinità, la prin­cipale di Bronte che con amore, molta passione e tanti sacrifici, era riuscito a portare dopo lunghi lavori di restauro alla bellezza ed agli splendori di un tempo.

Padre Vincenzo ne era entusiasta. Un primo restauro era stato concluso nel marzo del 2007, poi, sempre per la sua insistenza, i lavori erano stati ripresi e conclusi definitivamente solo alcuni mesi fa.

Ricordiamo ancora il fervore e l'entusiasmo nel descriverci minuziosamente e con precisione di particolari i lavori appena conclusi ma sopratutto ricordiamo il suo disappunto per averlo noi citato nel corpo dell'articolo riconoscen­dogli qualche merito.

Non voleva alcuna lode perchè operava sempre con amore, dedizione e tantissima umiltà. Ora tutto ciò ci mancherà come ci mancheranno il suo sorriso, il suo entusiasmo, i suoi consigli e la sua fraterna amicizia.

Ma la vita continua. Il 4 dicembre 2013 Mons. Salvatore Gristina, Arcivescovo di Catania, ha nominato padre Nunzio Capizzi, un amico ed un fraterno collaboratore di padre Vincenzo, amministratore parrocchiale della parrocchia SS. Trinità (la Matrice), Rettore del Santuario di Maria SS. Annunziata e Commissario Arcivescovile della confraternita del SS. Sacramento.

Di padre Vincenzo vi facciamo leggere il ricordo di chi lo ha sostituito, padre Nunzio Capizzi, e quello che mons. M. Licciardello gli ha dedicato sul settimanale "Prospettive".


L’importanza della porta aperta

Padre Saitta: un prete contento e vicino alla gente

di Nunzio Capizzi

1. «A me piace essere sacerdote». Ho sentito padre Saitta pronunciare queste parole, in una circostanza in cui potevano sembrare fuori posto.

Circa diciotto anni fa, un sabato sera di dicembre, avevamo appena finito il “trasferimento” dalla chiesetta di San Nicola al garage. Questo, infatti, nei tempi di Natale e di Pasqua, faceva da chiesa.

Quella sera, durante gli spostamenti, arrivarono dei giovani non appartenenti alla parrocchia e al quartiere di San Nicola – Sciarotta. Alla loro domanda sulle motivazioni dell’evidente impegno di padre Saitta in quel trasferi­mento e sulla presenza di numerosi collaboratori, egli rispose con le parole che sopra ho citato.

Alla base di tanto impegno di padre Saitta nel suo ministero di parroco, sia nella parrocchia Sant’Agata che nella Chiesa Madre, ci sta la sua gioia di essere sacerdote. Egli, cioè, era contento di dare la vita per Dio e per i fedeli.

È stata la gioia profonda del suo essere prete a spingerlo sia nel suggerire sempre nuove forme di coinvol­gimento, sia nell’accogliere le varie iniziative proposte dalla gente a favore del quartiere San Nicola – Sciarotta.
Si pensi, ad esempio, ai tornei di calcetto che si svolgevano nei mesi di luglio e agosto nel cortile del centro sociale, all’impegno per la fondazione e il cammino del gruppo Scout Bronte 1 oppure, infine, ai “giochi senza quartiere” che impegnavano i ragazzi nei mesi estivi.

Si trattava sempre di attività portate avanti insieme con le famiglie, con i giovani, con persone che, comunque, desideravano rendere migliore la realtà nella quale si viveva, come padre Saitta era solito ripetere nelle riunioni e negli incontri con i numerosi collaboratori.

L’impegno nel quartiere San Nicola – Sciarotta ha avuto il suo culmine nella nuova chiesa parrocchiale.

Chi conosce il faticoso itinerario della costruzione di questa, solennemente consacrata il 25 aprile 1998, può attestare che tale costruzione è stata realmente espressione della costruzione, più profonda, della comunità dei fedeli, di cui padre Saitta, dall’ottobre 1986, è stato il primo parroco.

La gioia dell’essere prete ha pure spinto padre Saitta ad impegnarsi nella Chiesa Madre.

Qui non è stato il primo parroco ma, dal 6 settembre del 2000, ha dovuto inserirsi dentro un cammino tracciato da altri preti, non solo di recente ma anche nei tempi passati.

Si è inserito bene, lasciandosi guidare dall’idea della Tradizione, ossia dalla trasmissione della fede da parte dei fedeli che, in modo nuovo, trasmettono il “deposito” di sempre.

La sua capacità di collaborare con tutti e di valorizzare le persone ha permesso che, insieme ai giovani, alle famiglie e a tutti coloro che hanno dato il proprio contributo, si sia potuto realizzare un cammino comuni­tario centrato soprattutto sulla preghiera e sulla trasmissione del Vangelo, nelle varie forme di catechesi per giovani e per adulti, oltre che nella formazione spirituale dei collaboratori.

Anche in Chiesa Madre, alla vita interna della comunità si è accompagnato il segno esterno dei lavori della chiesa. Questa, dopo i lavori di restauro, è stata solennemente consacrata il 15 aprile 2012.

2. Un tratto caratteristico del ministero sacerdotale di padre Saitta può essere reso con l’immagine della porta aperta.

Quando arrivava in chiesa – sia a San Nicola, che a Sant’Agata e alla Chiesa Madre – dopo una sosta di preghiera davanti al tabernacolo, il primo gesto era quello di aprire la chiesa. La porta si chiudeva quando lui andava via, cioè verso mezzogiorno o la sera tardi.

Per padre Saitta, era importante che la gente trovasse la porta aperta. Chiunque entrava per parlare o per qualche richiesta poteva fare esperienza di trovare un prete vicino, disponibile. Una sera, per esempio, un giovane gli chiese: «quando le posso parlare?».

La risposta fu: «subito». Quel giovane, meravigliato, esclamò: «francamente non mi aspettavo questa risposta e, perciò, non sono preparato per un discorso articolato, ma comunque approfitto della sua disponibilità».

Tante volte ho sentito padre Saitta parlare dell’importanza della porta aperta. A riguardo, con la sua semplicità, parlava di due suoi modelli, di due punti di riferimento.

Primo modello era la vecchia mamma – oggi di 102 anni – che, a casa gli faceva sempre trovare la porta aperta. Altro modello era il defunto arcivescovo Mons. Domenico Picchinenna che, il 25 luglio 1971, nella Chiesa Madre, lo aveva ordinato prete e, nell’ottobre 1986, lo aveva fatto parroco a Sant’Agata. Fra le numerose qualità che, spesso, richiamava del defunto arcivescovo, la più ricorrente era la disponibilità all’ascolto e al rapporto umano, altrimenti detta appunto con l’immagine della porta aperta.

18 Dicembre 2013

[+++ Sac. Nunzio Capizzi]

Padre Saitta in un dipinto appeso nella sacre­stia della Chie­sa Madre.
Il quadro porta la seguente dicitura:

«Arciprete Vincen­zo Saitta (1945-2013) primo parro­co della Par­roc­chia San­t'Agata (1986-2000), si è prodigato per l'edi­fi­cazione della comu­nità parrocchiale, la costru­zione e la dedicazione della nuova chiesa. Arci­prete parroco (2000-2013), si è impegna­to per la formazione dei fe­deli, il restau­ro e la consacra­zio­ne del­la chiesa madre. E' stato mo­del­lo di dedi­zione pastorale e di rela­zioni uma­ne vissute nella fede».

A Padre Vincenzo Saitta, due anni dopo la sua morte, Bronte ha dedicato una nuo­va Piaz­za, sita nel quartiere Sciarot­ta adia­cente la via Pergolesi.

Bronte, Chiesa di San Nicola
L'antica chiesetta di San Nicolò (Santa Nicola nel dialetto brontese) e sotto, la nuova chie­sa parrocchiale di Sant'Agata.


Padre Vincenzo SaittaIn ricordo di Padre Vincenzo Saittaa

L’uomo giusto per il posto giusto

Vedere una grande Chiesa Madre, stracolma di fedeli, commossi tutti ed alcuni piangenti, pregare uniti al Pastore della Diocesi che celebra assieme a circa quaranta sacerdoti, attorno ad una bara, ancora scoperta, ove giace il corpo inerte di un prete, è segno che, nonostante tutto, la speranza non è ancora morta.

Appena un anno ed ecco un altro funerale, nella stessa chiesa, con gli stessi fedeli nella cittadina di Bronte che piange, ancora una volta, un altro suo figlio, tanto caro, anche lui Sacerdote di Dio, che a sessantasette anni, è stato chiamato dal Pastore eterno per continuare lassù il suo cantico di lode.

Un anno, infatti, è trascorso dalla morte di Mons. Antonino Longhitano e, lo scorso 1 dicembre 2013, ci ha lasciato anche il carissimo Sac. Saitta Vincenzo Arciprete Parroco della Chiesa Madre di Bronte. Non era ancora anziano, ma quel terribile male che non perdona, l’aveva ridotto, in quest’ultimo periodo, ad un larva ambulante, uno scheletro semovente, un rudere di uomo. E, tuttavia, gli era rimasta una gran voglia di vivere, un’ansia per continuare a combattere, un desiderio vivissimo di dare il resto degli anni che gli rimanevano per il bene spirituale delle anime che gli erano state affidate.

Don Vincenzo Saitta era nato a Bronte il 28 gennaio del 1945 e Brontese doc era rimasto, soprattutto nella particolare flessione di voce, propria del suo paese. Aveva avuto una particolare e profonda formazione umana e religiosa frequentando i primi anni di ginnasio al Piccolo Seminario di Bronte: I suoi Superiori, ancora viventi, lo descrivono come un ragazzo volitivo e volenteroso, semplice, generoso, “genuino”.

Poi, nel Seminario Maggiore compì tutti i suoi studi e perfezionò la sua formazione spirituale ed ecclesiastica e fu ordinato presbitero il 25 luglio 1971 per le mani di S. E. Mons. Domenico Picchinenna, nella chiesa Madre di Bronte.

Prima nomina: Vicario Cooperatore a Catania nella Parrocchia N. S. di Lourdes, ove rimase appena un anno. Fu inviato, quindi, nel 1972, sempre come Coadiutore, a Maniace. Direi che Don Vincenzo Saitta, proprio lì, in quello sperduto Villaggio (allora non era neppure Comune) irrobustì la sua formazione sacerdotale accanto allo zelante suo Parroco con cui, insieme, cor unum et anima una, fecero nascere, crescere ed ingrandirsi una Comunità che prima non esisteva.

Rimase a Maniace fino al 1986. A Bronte, intanto, in una zona un po’ distante dal paese si era formato un nuovo agglomerato di famiglie, abbandonate però a se stesse, senza assistenza religiosa, senza chiesa. Ci voleva, per quella zona, un prete, giovane, forzuto, aduso alla fatica, pieno di iniziative, intelligente, capace di saper inghiottire anche pillole amare.

L’Arcivescovo S. E. Mons. Picchinenna, che parlava poco ma rifletteva molto, capì che Don Vincenzo Saitta era l’unico uomo giusto per il posto giusto. E non sbagliò! Don Vincenzo, che a Maniace, s’era già formato le ossa, fu pronto per il...volo.

Come un buon agricoltore, si rimboccò le maniche e cominciò, per prima, a seminare la Parola di Dio, in maniera semplice, ma efficace e a poco a poco, cominciando dai fanciulli, riuscì a far sorgere assieme ad una nuova e genuina Comunità, anche una nuova chiesa, moderna per un verso, accogliente e raccolta al pari di una chiesa antica. Quattordici anni di duro, indefesso lavoro.

Poi, quasi a ricompensa per l’ineccepibile servizio pastorale, S.E. l’Arcivescovo Mons. Luigi Bommarito il 1° settembre del 2000, lo nominò Arciprete Parroco della Chiesa principale di Bronte.

P. Saitta ha avuto altri incarichi: da tanti anni era stato Assistente dei Maestri Cattolici ed alcuni mesi fa era stato nominato anche Rettore del Santuario di Maria SS. Annunziata. Purtroppo Don Vincenzo, da qualche anno, ha dovuto imboccare la Via della Croce, una Via troppo pesante per lui, una via che non si aspettava, lui così pieno di vitalità e di salute. Fino all’ultimo è rimasto, però, al suo posto sopportando per le anime, nel suo corpo, ciò che manca ai patimenti del Cristo (Col. 1/24), con pazienza e rassegnazione pensando che tutto sarebbe servito per il bene suo e della sua Chiesa.

Bronte piange i suoi Sacerdoti che, man mano, se ne vanno ed ha ben ragione. Bronte che per il passato è stata una fucina di presbiteri non sa rassegnarsi. Coraggio, Bronte, non piangere; ma ritrova le tue forze, le tue energie, il tuo entusiasmo, e sarai nuovamente fucina di splendide, preziose vocazioni. [Mons. Mauro Licciardello, su Prospettive, n. 45 del 15 dicembre 2013]




Francesco Meli

Risolto il grave problema della siccità

Non più rubinetti all’asciutto con la valvola "legale" brevettata da Francesco Meli

Francesco MeliCon il suo attrezzo “geniale” che costa poco e si installa con facilità non più rubinetti all’asciutto! E giusta pressione per tutti come dice la legge!

L’inventore siciliano ha pure brevettato una pinza per sbucciare i fichi d’india, un’asta con punta a taglio girevole per prenderli direttamente dalla pianta e un raccoglitore ecologico di grandi quantitativi di oggetti minuscoli come biglie oppure cicche di sigaretta ma anche noccioline, pistacchi, sementi diverse o qualsiasi altra cosa di piccole dimensioni riposta su un piano, ad esempio il terreno, per cui occorrerebbe chinarsi innumerevoli volte con dispendio di energie e non poca fatica!

Carattere eclettico, intelligenza intuitiva e grande passione per la risoluzione dei problemi rappresentano il profilo del buon inventore ma Francesco Meli, 51 anni, sposato con due figli, perito industriale e dipendente comunale addetto al servizio idrico ha una marcia in più che è quella della simpatia e del buonumore.

L’uomo ha iniziato la sua carriera di costruttore di aggeggi vari per rendere più comoda la vita, come lui stesso afferma, sin dalla più tenera età.

Lo incontriamo nel suo garage-laboratorio intento a modificare alcuni progetti ma non appena ci vede non può fare a meno di illustrarci la sua ultima creatura che, se presa sul serio, rivoluzionerà in tutto il mondo la gestione delle risorse idriche risparmiando “miliardi” di metri cubi d’acqua, prezioso liquido vitale in lento ma inesorabile esaurimento:
“… In qualsiasi impianto idrico pubblico le autoclavi causano disuniformità nella distribuzione idrica – afferma il tecnico – insomma chi è vicino alla fonte di distribuzione capta più acqua togliendola a chi è distante e che rimane all’asciutto.

Chi è distante, di contro, per aumentare la portata d’acqua ricorre a pompe sempre più potenti così che il sistema si blocca e si rimane senza un goccio d’acqua. L’aumento della richiesta idrica fa il resto e se pensiamo alle perdite numerose in rete ci rendiamo conto del perché, spessissimo, si rimane per lunghi periodi senz’acqua anche nelle zone in cui le faglie sono numerose e con grandi portate! Ecco il mio uovo di Colombo!…”.

Il dispositivo è composto da due cilindri in metallo che funzionando da valvole in maniera centripeta e centrifuga con un sistema ovviamente brevettato, una volta installate sul contatore dell’acqua regolano la pressione uniforme per tutti sia a valle che a monte dell’attrezzo inventato da Meli. Così anche per le altre utenze che percepiranno la medesima portata d’acqua in tutto il comprensorio in cui ricade la fornitura idrica.

Ottimo no? Cosette da nulla…”.

Non è affatto vero tant’è che il dispositivo, studiato a fondo anche da un’equipe di studiosi catanesi e docenti di fisica della locale Università degli Studi, è piuttosto complesso e per realizzarlo sono occorse decine e decine di ore di studio e di esperimenti.

Insomma un’intuizione geniale che, adesso, è al vaglio degli esperti per poster essere inserita nel grande contesto industriale di produzione e se vedremo trasformarsi in realtà il progetto salva-acqua Francesco Meli diventerà una celebrità famosa come i divi di Hollywood:”…
Ma che cosa dite – aggiunge l’inventore – voglio rimanere quello che sono altro che premi Nobel e grandi fortune.

Lasciando stare la valvola che ne pensate di questa pinza per sbucciare senza problemi i fichi d’India?
Guardate che bellezza e come si presentano a tavola, sembrano sculture! Anche l’attrezzo per strapparli senza danno dalla pianta è di mia invenzione come, del resto, l’attrezzo piglia-briciole. Una serie di elastici paralleli ed il gioco è fatto. Perché chinarsi ogni volta per raccogliere piccole cose da terra? Prendiamole tutte senza romperci la schiena, non vi pare?…”.
L’uomo continuerebbe a parlare per tutta la giornata ma meglio vedere all’opera le sue intuizioni. Un’amica di famiglia, Jessica Longhitano di 14 anni, mostra l’attrezzo per raccogliere i fichi d’India dalla pianta ma lo stesso aggeggio può servire per staccare anche altre specie di frutta come pesche, pere, albicocche senza rompere il frutto né il picciolo attaccato alla pianta:”…

E’ facile come un gioco – aggiunge la ragazzina – io lo uso sempre per i fichi d’India ma anche per altra frutta. Guardate come ci si tiene lontani dalle spine.

Una volta presi si passa alla pinza del signor Meli e nemmeno così è possibile pungersi. Buon appetito…”.

Gli attrezzi ad esclusione del dispositivo idrico sono regolarmente in vendita per pochi euro. Anzi si sono fatte avanti diverse ditte per costruire in serie l’acchiappa minuteria senza fatica e le pinze per frutta con spine. Gli affari, dunque, promettono bene:”… Non mi lamento ma il mercato va a rilento a causa della crisi energetica– conclude Francesco Meli – ma proprio per limitare l’uso dell’energia elettrica ho inventato un “dinamotor” umano che non consuma nulla.

Ma questa è tutta un’altra storia che vi racconterò non appena pronto il prototipo. Preparatevi a vedere ridotte le vostre bollette del 70 per cento!…”. Si sbrighi signor Meli, per carità…
(Lorenzo Raniolo)

Testo tratto dal sito web “Lei è Lario on line", Rubrica: Cronache dalla provincia

 

Francesco Meli e la valvola che porta il suo nome, un "dispositivo contro il prelievo abusivo di acqua in acquedotti a pressione insufficiente per la normale alimentazione dell'utenza".

A destra una sezione longitudinale della valvola

Valvola Meli
Vaqlvola Meli, sezione longitudinale

«Negli acquedotti che soffrono di insufficiente portata delle fonti si riscontrano abusivi prelievi da parte di utenti che, per risolvere singolarmente le crisi, usano aspirare l'acqua dalle condotte del­l'acquedotto tramite pompe direttamente collegate alla rete ac­que­dottistica.»

La "Valvola Meli", «installata in prossimità del contatore d'uten­za, inibisce l'abuso intervenendo automaticamente ogni qualvolta l'acquedotto tende ad andare in depressione.

L'impiego gene­ralizzato della singolare valvola è consigliato in tutti gli acquedotti che denunciano ripetute crisi. (...) »

«La valvola è costituita da un piccolo tronco di tubo, dello stesso diametro di quello dell'allacciamento di utenza da porre sotto controllo, con le estremità filettate per consentirne il mon­taggio e chiuso in mezzeria da un diaframma circolare interno.

A monte ed a valle di quest'ultimo si trovano dei fori che consen­tono all'acqua di uscire all'esterno del piccolo tubo e di rien­trarvi subito dopo per by-passarlo percorrendo una inter­capedine for­mata da un manicotto concentrico, di maggior diametro ed aven­te le estremità ancorate al tubo stesso tramite apposite fascette.
Il manicotto esterno costituisce l'organo sensibile di regolazione della valvola in quanto, in normale funzionamento cioè quando l'acquedotto è in pressione, il materiale flessibile di cui è costi­tuito tende a farlo aumentare di diametro e quindi consente il tran­sito dall'acqua con perdite di carico estremamente con­tenute.

Quando invece l'utente aspira dalla rete, si produce una depres­sione che tende a far aderire il tubo esterno flessibile a quello interno fino a ridurre la sezione libera dei fori di passaggio del­l'acqua causando delle perdite di carico più o meno rilevanti in funzione delle condizioni di funzionamento, per arrivare alla chiu­sura totale del flusso quando la rete è di per sé in depressione.

L'interesse per il dispositivo è dimostrato dal fatto che esso è stato fatto oggetto di specifiche tesi di laurea in ingegneria e sot­toposto, allo scopo, a molteplici prove di funzionamento.»

(tratto dal sito web http://www.edilweb.it)
(vedi anche http://it.geocities.com/altratecnica)

Segnaliamo infine che il nuovo dispositivo Meli  è stato presen­tato nel convegno "Acqua e città - 1° Convegno Nazionale di Idraulica Urbana" tenutosi a Sant'Agnello (NA) il 28-30 Settembre 2005.




Celebrati nella parrocchia di Viscalori i 50 anni di ordinazione

Festa per mons. Adolfo Longhitano

Il sacerdote è un insigne studioso di Diritto CanonicoMons. Adolfo Longhitano

Mons. Adolfo Longhitano, presidente del Tribunale ecclesiastico diocesano e canonico maggiore del capitolo metropolitano cattedrale, ha celebrato il50° anniversario della propria ordinazione sacerdotale ricevuta ad appena 22 anni e mezzo, il 25 agosto 1957.

A celebrare l'arcivescovo Guido Luigi Bentivoglio che lo stesso giorno, nella cappella del Seminario estivo di San Giovanni La Punta, ha ordinato sacerdote anche don Giuseppe Gliozzo da Cesarò.

Mons. Longhitano è nato il 15 febbraio 1935 a Bronte, è professore emerito di diritto Canonico allo Studio Teologico interdiocesano “San Paolo” di Catania ed ha insegnato alla facoltà teologica “San Giovanni Evangelista” di Sicilia, svolgendo una prestigiosa attività scientifica con la pubblicazione di opere, di saggi e di articoli su riviste specializzate - come la catanese «Sinaxis» - anche con la direzione di una collana di Diritto Canonico.

Ormai sono diventati dei classici alcuni suoi volumi quali “La Parrocchia nella Diocesi di Catania dopo il Concilio di Trento”, “Le relazioni ad limina nella diocesi di Catania”, “Il Concilio Vaticano II e il matrimonio canonico”, “Catania e la sua Università nei secoli XV e XVII”, “Il Clero di Catania tra Ottocento e Novecento”, “Sant'Agata li Battiati: storia, bibliografia, iconografia”, “Facoltà di medicina nell'Università di Catania”, “Santa Maria di Nuovaluce a Catania”.

Partecipa attivamente a congressi e a corsi canonistici a livello internazionale ed è ricercato relatore in convegni di grande spessore culturale per le discipline da lui particolarmente approfondite soprattutto in riferimento alla storia della nostra Diocesi.

Il servizio ministeriale e il «curriculum vitae et studiorum» di mons. Longhitano, che riveste soprattutto all'interno della Chiesa catanese un ruolo quanto mai prestigioso ed importante, testimoniano l'intensa e significativa attività accademica e scientifica che l'illustre canonista svolge da molti anni.

Ha iniziato il ministero sacerdotale a Catania nella parrocchia Santa Maria dell'Aiuto, assumendo poco tempo dopo l'ufficio di vice cancelliere arcivescovile.
Nel 1959 è stato assegnato nella parrocchia Santa Maria della Consolazione al Borgo e dal 1965 ha operato nella parrocchia San Luigi. Nel 1962, a Roma, ha iniziato a studiare per conseguire la laurea in Diritto Canonico nella Pontificia Università Lateranense.

Successivamente ha conseguito il titolo di avvocato rotale e, nel 1971, è stato nominato giudice del Tribunale Ecclesiastico Regionale siculo.

Per lunghi anni, ha collaborato nel servizio pastorale presso la parrocchia Cristo Re di Catania con don Biagio Apa e con il fratello don Francesco.

Alla solenne concelebrazione dell'eucaristìca nella parrocchiale “San Biagio”, in Viscalori hanno partecipato l'arcivescovo, mons Salvatore Pappalardo e una grande folla di fedeli, di amici e di estimatori. Ha tenuto l'omelia don Pino Ruggieri.

(L'articolo a firma di  Antonino Blandini è stato pubblicato sul quotidiano "La Sicilia" del 3 Settembre 2007)

25-8-57 ordinazione sacerdotale di mons. Adolfo Longhitano

25 Agosto 1957: Mons. Adolfo Longhitano posa con i suoi familiari nel giorno dell'ordinazione sacerdotale 

Di mons. Adolfo Longhitano leggi

La Chiesa Madre e l'identità dei brontesi

Ignazio Capizzi e il suo tempo




«Ogni volta scopri nuove cose e nuove emozioni»

Trent'anni di libertà sulle due ruote

Tony Sangiorgio: passione per la moto e rispetto della natura

Trentanni e oltre, di inesauribile passione per la moto. Collezionista di moto e auto d’epoca, Antonio Sangiorgio, alla soglia dei quarantacinque anni, mostra tutta la sua voglia e la vitalità di endurista puro sangue.
Le escursioni di durata in moto, un mondo che lo affascina da sempre, fin da ragazzino, quando aiutava papà Carmelo (anch’egli appassionato) in officina, nella sua attività di meccanico.
Oggi più che mai Antonio Sangiorgio, conserva intatto il desiderio di cimentarsi in uno sport puro e originale, parte integrante della sua vita. Da anni ormai, le sue domeniche e i suoi momenti liberi, sono caratterizzati da escursioni motociclistiche lungo i sentieri dei monti Nebrodi che oggi, conosce palmo a palmo.
Il binomio moto - natura, che in realtà sembra stridere, viene inteso da Sangiorgio, come uno sport naturalistico nel vero senso della parola, sano, privo di competizione e, allo stesso tempo piacevole. Unito al sentimento di libertà e d’intenso svago.

«Per molti, pensare al rumore di una moto nel silenzio dei boschi potrebbe suonare come una strano modo d'intrecciare il rapporto con la natura - afferma Sangiorgio - ma di fatto non è così. Perché prima di tutto, nutro un profondo rispetto per la natura, e poi perché non vado oltre i sentieri esistenti, prestabiliti. Molti collegano l'enduro al motocross, ma sono due cose diverse - prosegue - queste sono passeggiate di lunga percorrenza in moto. Spegnere il motore ai bordi di un laghetto naturale, fra i boschi in alta quota e godersi lo spettacolo dei suoni e dei colori della natura, è una delle sensazioni più eccitanti ed entusiasmanti che si possono vivere».

Ricercatissimo fra i giovani, ai quali, spesso si pone volentieri da guida nelle escursioni, Tony, così amichevolmente chiamato, non ha segreti ed è sempre disponibile con tutti.

«Voglio trasmettere ai giovani, tutta la mia esperienza legata a questa splendida disciplina. Devo dire che sono in molti a seguirmi, hanno molta voglia d'imparare e lo fanno con molta umiltà. Insegno loro a usare prima la testa e poi l'acceleratore: questa è una disciplina dove non esiste competizione, ma l'indescrivibile piacere sportivo di sentire il contatto con la tua moto».
Sposato e padre di due figli, vuole trasmettere la sua passione al figlio maggiore, che per il momento non sembra voler seguire le orme del papà

«Io non insisto più di tanto - commenta - la passione nasce con noi, è una dote naturale, ogni cosa si deve sentire, la devi avere nel sangue. Forse un giorno mio figlio vorrà provarci, e sa che può sempre contare si di me».

Per un breve periodo ti sei allontanato dall'enduro, preferendo il go-kart, perché?
Tony Sangiorgio«E' stato qualche anno fa, quando il gruppo di enduristi a cui appartenevo, decisero quasi tutti di smettere dedicandosi ad altro. Ho preferito fare anche questa esperienza, cimentandomi nelle gare club di kart, ho fatto anche qualche prova a livello regionale, ma poi mi sono reso conto che c'era troppa rivalità, la competizione non fa per me. Così decisi di ritornare al mio vecchio amore, la moto. L'unico vero sport dove mi sento libero e senza vincoli».

All'età di quarantacinque anni non hai ancora pensato di smettere e lasciare la moto?
«Non ancora. L'idea mi fa star male. Non sono giunto ancora alla decisione di riporre la tuta e il casco. Fisicamente sto bene e non ho deciso di lasciare. La passione non ha età».

Cosa chiedi ancora di più per questa tua grande passione?
«Non mi pongo limiti perché c’è sempre da imparare, non puoi mai dire di essere arrivato. Ogni volta scopri nuove cose e nuove emozioni, e io non ho assolutamente intenzione di privarmene, fermandomi ora».
Un sentimento forte, strettamente connesso ad uno straordinario rapporto di amore per i motori e per la natura. Un costante impegno e dedizione per questo sport. Una passione difficile da cancellare, intensa ed emozionante, da trasmettere ai giovani come esempio di straordinaria vitalità.

(Aldo Reale)

17 Marzo 2006

Si parla di brontesi nel mondo
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