L'Annunziata

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Cenni storici sulla Città di Bronte

La Statua e il Santuario dell'Annunziata

IL GRUPPO MARMOREO  -  L'ATTO NOTARILE  -  NOTE SULL'ACQUISTO DELLE STATUE  -  LA COSTRUZIONE DELLA CHIESA


Il Gruppo marmoreo dell'Annunziata

di Bruno Spedalieri

Nell'opera "Memorie Storiche di Bronte" del Professor Benedetto Radice troviamo a pagina 329 (edizione 1984) il documento latino, estratto dall'opera di Gioacchino Di Marzo: "I Gagini e la scultura in Sicilia", di un atto stipulato il 21 gennaio 1540 tra lo scultore Antonino Gagini di Palermo e il Nobile Nicola Spedalieri di Bronte per la lavorazione e la compera-vendita del gruppo marmoreo della Madonna Annunziata e dell'Angelo che sono venerate nella Chiesa Annunziata di Bronte.

Il notaio redigente fu Giacomo Dimitri di Palermo.

A parte il fatto che l'atto rappresenta un monumento per la letteratura siciliana di quel periodo, in quanto rivela la chiara evoluzione del latino e la sua dissoluzione nella lingua volgare di fine Medioevo, esso rappresenta pure un pilone storico per la città di Bronte.

Nell'atto troviamo premessa al nome Nicola Spedalieri la parola "Nobile". Il titolo poteva addirsi al Gagini, illustre scultore e molto noto, ma allo Spedalieri il titolo doveva essere dato per ragioni più reali che la semplice adulazione di circostanza. Certamente era una persona molto benestante.

La somma di denaro, che lo Spedalieri pagò per la scultura e la compera delle statue (48 onze = Lire 612), rappresentava a quell'epoca una vera fortuna. Sappiamo infatti che nel 1550 Carlo V, l'Imperatore, pagava agli operai brontesi, richiesti per lavorare alle fortificazioni della città di Catania, un tarì al giorno (= 42 centesimi).

Quelle 48 onze corrispondevano quindi a 5 anni di lavoro di un operaio; grosso modo 140 milioni al giorno d'oggi(1).

Antonio Gagini, Statua dell'Annunziata (particolare dell'Agelo)Fu quindi una somma ingente quella che il Nicola Spedalieri pagò nel 1540, somma che solo una persona molto facoltosa poteva possedere.

Benedetto Radice, parlando dell'acquisto delle statue, a pagina 273 delle "Memorie Storiche di Bronte" scrive: "Le statue furono commesse per conto del Comune dal nobile Nicola Spedalieri."

Farò notare ad onor del vero, che non si trova nessun documento relativo a tale commissione, d'altronde nell'Atto di compera non si fa cenno alcuno al Comune di Bronte; e poi il Comune aveva ben altri e grossi grattacapi in quel 1540 e non aveva certo interesse di assumersi nuove spese di non stretta necessità.

Penso piuttosto che lo stesso Radice non arrivasse a concepire come quel Nicola Spedalieri avesse potuto sostenere una spesa così gigantesca: 48 onze! Molto probabilmente Benedetto Radice non sapeva chi fosse di giusto quel Nobile Nicola Spedalieri, e da dove provenisse di preciso.

Le statue furono trasportate via mare da Palermo fino al Porticciolo di san Marco, vicino Sant’Agata di Militello (Gesualdo De Luca: “Storia della Cittá di Bronte” pag. 117 dell’edizione 1986) e di lá, furono portate a Bronte su un carro trainato da buoi e passando probabilmente per San Fratello e, come la tradizione dice, per Cesaró.

Il Radice, nelle pagine 329 e 330 di “Memorie Storiche” trascrive l’Atto di compera delle Statue dell’Annunziata, come era stato scritto: in latino. Ho preso cura di tradurre quelle due pagine in italiano, ma ho voluto trascrivere alcune parole e delle frasi, quelle che sono in grassetto, nella loro versione originale; ho voluto ritenerle tali e quali erano state scritte per la loro particolarità linguistica.

Le parole e le frasi tra parentesi sono delle note esplicative aggiunte da me stesso per completezza.

Bruno Spedalieri

Maggio 2004

(1) L’articolo, riportato sul nostro sito con data Maggio 2004, è stato scritto da Bruno Spedalieri nel 1988 in occasione della visita a Sydney di Monsignor Bommarito, del Sindaco Anastasi ed altre personalità di Bronte e di Catania. Ovviamente l'Autore allora parlava di Lire e non di Euro ed i 140 milioni sono da intendere pari a circa 73mila euro.



L'atto notarile del 1540

di Bruno Spedalieri

Il Nobile Antoninus de Gaginis, scultore in marmo, cittadino palermitano, presente davanti a noi, spontaneamente promise e si obbligò solennemente ed obbliga il Nobile Nicolao Spitaleri (1) della terra di Bronte, presente e stipulante, di fare modellare e scolpire le infrascritte immagini o figure marmoree con il suo marmo bianco, senza macchia alcuna nella faccia, nelle braccia e nel collo.

Specificando: la figura o immagine dell'Intemerata Vergine Maria della Nunziata sia alta palme sei dalla testa ai piedi, oltre lo scannello alto dita quattro, con dovuta proporzione; così pure la figura dell'Angelo Gabriele annunziante, di altezza e proporzione convenienti, sia di marmo ugualmente bianco, senza macchia nelle membra scoperte.

E promise pure di fare una raggiera marmorea di debita e conveniente proporzione sia in larghezza che altezza, inoltre modellare e scolpire l'immagine marmorea dello Spirito Santo con colomba e col trono dei serafini in marmo bianco e bene proporzionati.

Ed ancora il nominato Maestro Antonino promise di decorare con oro le sopraddette immagini della gloriosa Vergine, raggiera, Angelo della Annunciazione, Dio Padre, trono dei Serafini e colomba, in parti appropriate, e colorire con azoto fino, in modo che siano ben dorate e colorate.

Le quali immagini marmoree: bene, magistralmente, come si deve, elaborate e completate, promise e si obbligò di dare, trasferire e consegnare al detto No. (Nobile) Nicola stipulante, spedite e trasportate oltre mare e depositate con cura a terra, presso il porto marittimo del Comitato di San Marco (presso Sant’Agata di Militello), a tutte spese dello stesso Maestro Antonino; e precisamente: l'immagine della Gloriosa Vergine con la raggiera, per il 15 del mese di agosto prossimo futuro (1541), le altre immagini per il 15 del mese di agosto dell'anno XV ind. prossimo immediatamente seguente (1542, 15° dal Sacco di Roma).

Altrimenti detto Maestro Antonino volle impegnarsi ad essere tenuto a sostenere tutte e singole le spese, interessi e pene e lasciare libero il detto Nobile Nicola di far fare le stesse immagini da altri maestri, scultori e lavoratori di marmo a spese ed interessi del medesimo Maestro Antonino e, in forza della presente, senza che questi possa protestare.

Tutto questo per il costo ed integro pagamento di onze quarantotto come prezzo generale per tutte e singole le immagini e figure sopraddette, quale rimunerazione per il lavoro fatto e la loro vendita.

Le quarantotto onze detto No. Nicola promise di consegnare e dare allo stesso No. Antonino stipulante in denaro contato qui a Palermo nel seguente modo, cioé: ventiquattro onze subito e senza ritenute, alla spedizione e consegna dell'Immagine dell'Intemerata Vergine e sua raggiera ben completa ed esaminata, d'accordo come prescritto, nel laboratorio dello stesso Maestro Antonino, da maestri scelti dal detto No. Nicola, tolti tutti gli ostacoli di diritto e di fatto.

Eseguito tale esame, se risolto positivamente, detto Maestro Antonino è tenuto subito e sbrigativamente, senza interposizione di tempo, di fare trasferire, a suo rischio e pericolo, fortuna e spese, e consegnare quelle nella detta Marittima nel modo sopradescritto.

Ed ugualmente le rimanenti ventiquattro onze detto No. Nicola promise di dare al detto Maestro Antonino stipulante in denaro contato qui a Palermo per il mese di agosto dell'anno predetto XV ind. prossimo seguente, scolpite e completate le altre immagini ed esaminate nel modo suddetto, pacificamente ed accuratamente e tolte tutte le opposizioni di diritto e di fatto, come sopra.

Fatto questo, detto Maestro Antonino deve ugualmente trasportare o fare trasportare le dette immagini nella citata Marittima e consegnare al detto Nicola stipulante al più tardi il 15 settembre dell'anno seguente prossimo futuro al primo indicato, salvo giusto impedimento di tempo, a suo rischio e pericolo di fortuna e spese.

Contravvenendo a quanto premesso e infrascritto, dette parti sono tenute reciprocamente una all'altra stipulante e viceversa, a (assumersi) tutte e singole le pene, interessi e spese.

Inoltre detto Maestro Antonino promise di mandare nello stesso tempo prescritto, un suo aiutante idoneo ed esperto che abbia, come si dice, la capacità di porre e sistemare le dette Immagini in luogo da scegliersi dal detto No. Nicola nella detta terra di Bronte; nella quale sistemazione, detto lavoratore deve porre tutta la sua opera e per tutto il tempo che sia necessario, lasciando al detto No. Nicola l'onere del mantenimento; detto Nicola è tenuto e deve dare al detto lavoratore da mangiare e da bere e la cavalcatura sia per l'andata che per il ritorno e pure una stanza con letto per il tempo che rimarrà in quei servizi.

Inoltre ancora detto No. Nicola promise di dare al detto Maestro Antonino stipulante tutta la quantità di legname necessaria per fari li casci di riponiri li ditti imagini al fine di trasportare nelle stesse casse le dette immagini; il quale legname è tenuto di dare subito appena sono pronte le statue da consegnare.

Mentre detto Maestro Antonino è tenuto, con quello, di far fare le casse predette con maestria secondo l'uopo e a proprie spese.

Tutto questo è sottoscritto dagli stipulanti e dai testimoni davanti a me Notaro Giacomo Dimitri il giorno 21 di gennaio, XIII ind, 1540. Testimoni: il Nobile Notaro Giovanni de Marchisio e il Nobile Bernardo de Facio.

(1) Il cognome Spitaleri è una storpiatura di Spedalieri, non sappiamo se dovuta alla lingua latina usata nell'Atto o se sia stata la trascrizione del nome come era pronunziato dal popolo, penso tuttavia che il secondo caso sia il più attendibile.
Certo è che il Radice in una nota aggiunta in calce all'Atto, parlando dello stesso Nicola, specifica chiaramente il corretto cognome SPEDALIERI e non Spitaleri come scritto nell'atto. Nella nota sta scritto: "Nei margini dello strumento, a fogl. 106, trovansi aggiunte tre apoche, del 12 gennaio, del 2 e 27 settembre 1542, onde Antonino Gagini dichiara ricevere da parte dello Spedalieri alcune rate della somma di onze 48, già stabilita in prezzo dell'opera." Dobbiamo convenire pertanto che il titolo, dato al Nicola, gli era proprio e non attribuito.

Nelle due foto sopra, il gruppo marmoreo dell'Angelo e dell'Annunziata dopo il restauro, eseguito nel 2020, che le ha riportate come sono uscite dalla bottega del Gagini.




Note sull'acquisto delle statue

Il gruppo marmoreo dell’Annunziata di Bronte

di Adolfo Longhitano

Relazione tenuta da Mons. Adolfo Longhitano in occasione della presentazione del progetto di restauro del gruppo marmoreo dell'Annunciazione di Antonino Gagini e dell'arco rinascimentale dell'altare maggiore, avvenuta nella Chiesa dell'Annunziata il 23 Marzo 2019.
 

1. Ritorno sempre con piacere nel mio paese di origine, dove sono nato e ho trascorso la mia infanzia, e ringrazio padre Nunzio Capizzi per l’opportunità che mi offre di tanto in tanto con i suoi inviti di occuparmi della storia di Bronte. Il tema che devo affrontare questa sera riguarda il gruppo marmoreo dell’Annunziata, che si venera in questa chiesa.

Dobbiamo interrogarci sull’autore, su coloro che lo hanno commissionato e pagato e sulle circostanze del suo arrivo a Bronte da Palermo, dove operava la scuola della famiglia Gagini.

Per sviluppare questo tema lasciamo da parte le leggende popolari e facciamo riferimento ai documenti storici. Le nostre riflessioni ci permetteranno di giungere a delle conclusioni certe e a formulare delle ipotesi fondate, quando i documenti non sono in grado di darci delle certezze.

Il documento dal quale dobbiamo avviare la nostra conversazione è il contratto stipulato il 21 gennaio 1540 tra il committente del gruppo marmoreo dell’Annunziata, il brontese Nicola Spitaleri, e lo scultore in marmo Antonino Gagini, cittadino di Palermo.

Benedetto Radice, nelle sue Memorie storiche di Bronte, ha pubblicato il testo latino di questo contratto. Nel 2004 la sua traduzione italiana è stata messa in rete nel sito internet Bronteinsieme da Bruno Spedalieri con una nota di commento.

2. Antonino Gagini, che firma il contratto, non può essere identificato con Antonello Gagini, figlio di Domenico (1420 1425 – 1492), capostipite della famiglia di architetti e di scultori, che da Bissone sul lago di Lugano nel secolo XV si trasferì prima a Genova e poi in Sicilia. Infatti Antonello Gagini, che era nato a Palermo nel 1476, morì nella stessa città nel 1536, quattro anni prima della firma del contratto che stiamo analizzando.
Lo scultore che si impegnò a fornire a Nicola Spitaleri il gruppo marmoreo di Bronte, è il figlio che Antonello aveva avuto dal suo primo matrimonio con Caterina de Blasco.

3. Nel contratto, come committente dell’opera, viene indicato il brontese Nicola Spitaleri, definito nobile. Si tratta di un’affermazione di compiacenza, perché nei repertori della nobiltà del tempo non si trova la famiglia Spitaleri. Inoltre in quel periodo storico a Bronte non c’erano famiglie nobili, perché Bronte non era una terra feudale autonoma, amministrata da una famiglia.

Nel Valdemone c’erano il principe di Paternò, il Conte di Adernò, il Duca di Randazzo, ma non troviamo il barone o il marchese di Bronte, perché Bronte era parte di un feudo, intitolato all’abbazia Santa Maria di Maniace e concesso nel 1485 dal re di Spagna Ferdinando II all’Ospedale grande di Palermo, città in cui risiedevano gli amministratori del feudo.

A Bronte c’erano persone delegate a svolgere funzioni limitate: riscuotere le tasse e assicurare i servizi essenziali; la giustizia civile e penale veniva esercitata dal Duca di Randazzo. Pertanto né gli amministratori di Palermo, né i loro delegati di Bronte potevano ritenersi titolari del feudo e fregiarsi di un titolo nobiliare. Solo nel 1799, quando Ferdinando III di Borbone concederà il feudo all’ammiraglio Nelson, Bronte diventerà un ducato e Nelson si potrà presentare come Duca di Bronte.

4. Anche se Nicola Spitaleri non era un nobile, firmava a titolo personale o per incarico di altri? Prima di rispondere a questa domanda dobbiamo farci un’idea del valore della somma pattuita: oggi a quanto corrispondono le 48 onze richieste per eseguire e consegnare il gruppo marmoreo dell’Annunziata? Non è facile stabilire la corrispondenza esatta tra le antiche monete siciliane e gli euro dei nostri giorni.

Bruno Spedalieri su Bronteinsieme riprende l’intuizione di Benedetto Radice e fa un ragionamento accettabile: partendo dal dato che Carlo V pagava agli operai brontesi un tarì al giorno per lavorare nelle fortificazioni di Catania, deduce che 48 onze corrispondevano a circa 5 anni di lavoro di un operaio. Non comprendiamo però le conclusioni alle quali egli giunge: «La somma di denaro, che Spitaleri pagò per la scultura e la compera delle statue... rappresentava a quell’epoca una vera fortuna... grosso modo 140 milioni d’oggi... una somma ingente».

Leggendo queste affermazioni il lettore si chiede: a qual moneta si riferisce l’autore: la lira o l’euro? Poiché su Bronteinsieme lo scritto porta la data del 2004, quando già la moneta corrente era l’euro, dovremmo concludere che 48 onze corrispondevano a 140 milioni di euro, una cifra spropositata e inverosimile. Se invece, come appare più probabile, egli intendeva riferirsi alla lira, la conclusione può avere un qualche fondamento, perché in questo caso le 48 onze corrispondono a circa 72.000 euro o poco più.

5. Cerchiamo ora di individuare chi pagò questa somma. Benedetto Radice scrive che «le statue furono commesse per conto del comune». Il linguaggio adoperato è improprio, perché Bronte divenne comune dopo il 1812, in seguito all’abolizione della feudalità.

Nel 1540 il comune di oggi corrispondeva alla “terra feudale”. Ma, come ho già detto, Bronte non era terra feudale autonoma, ma porzione del feudo denominato “Santa Maria di Maniace” e amministrato dall’Ospedale grande di Palermo. Comunque gli amministratori dell’ospedale non avevano né l’interesse, né la facoltà di spendere la somma indicata nel contratto per l’acquisto del gruppo marmoreo dell’Annunziata.

Visto che l’opera non poteva essere finanziata dagli amministratori dell’ospedale, Bruno Spedalieri sostiene che fu pagata da Nicola Spitaleri di tasca sua. Egli però suggerisce di correggere il documento: dove c’è scritto “Spitaleri”, si deve leggere “Spedalieri” che — secondo il suo punto di vista — è la forma corretta di questo cognome.

In sostanza egli considera Nicola Spitaleri un proprio antenato e ha tutto l’interesse di descriverlo come il benefattore, che donò a Bronte il gruppo marmoreo dell’Annunziata. A questo punto si pone la domanda: chi era Nicola Spitaleri? Possiamo dare una risposta a questa domanda spiegando il significato del suo cognome.

6. Fra le tante ricerche delle quali si occupa la storia, c’è anche quella sull’origine dei cognomi, che cominciano ad affermarsi in epoca medievale. Se escludiamo le famiglie nobili che avevano un cognome o un titolo proprio, per il popolo si avvertì la necessità di trovare un criterio di distinzione per le persone che portavano lo stesso nome di battesimo.

I percorsi seguiti dal processo di formazione dei cognomi sono diversi. Quello più antico e più diffuso in Europa faceva riferimento al padre o alla madre: Di Stefano, Di Mauro, Della Francesca; cioè figlio di Stefano, di Mauro o di Francesca. In alcuni casi il cognome indica la provenienza: Catalano, Toscano, Romano, Calabrese, oppure il mestiere: Sarto, Barbieri, Ferraro, Cavallaro, Vaccaro. È frequente il riferimento a caratteristiche fisiche: Longo, Basso, Grasso, Magro, Mancino, Gambacorta. Non vanno trascurate le specificazioni che servivano a distinguere i trovatelli: Esposito, Trovato, Proietto, Incognito, Diolosà, Diotallevi.

Nel nostro caso il cognome Spitaleri proviene dal termine latino Hospitale, che inizialmente indicava un locale per accogliere gli ospiti. Nel latino della decadenza passò a significare il luogo in cui si ricoveravano i malati. Il siciliano “Spitaleri” è l’equivalente dell’italiano “ospedaliero”, un aggettivo che fa riferimento all’ospedale. La forma più antica e originale del cognome è quella riportata nel contratto: “Spitaleri”. Successivamente è stata italianizzata in “Spedalieri” (ricordiamo il più conosciuto Nicola Spedalieri, morto nel 1795), ma si tratta dello stesso cognome.

Spitaleri o Spedalieri indica una persona che lavorava in ospedale o per conto dell’ospedale. Considerato che a Bronte in quel periodo non esisteva ancora un ospedale, il riferimento dovrebbe riguardare l’Ospedale grande di Palermo, che esercitava i diritti feudali sul centro abitato e sul territorio di Bronte.

In sostanza si trattava di persone che lavoravano per conto dell’ospedale. Se il loro lavoro consisteva nel riscuotere i pagamenti dovuti dai cittadini di Bronte all’ospedale, si trattava di gente che godeva di un certo prestigio e aveva una certa disponibilità di denaro; ma la cifra di 48 onze era abbastanza elevata per essere versata da una sola famiglia.

Sembra più verosimile che Nicola Spitaleri, come persona conosciuta e di un certo riguardo per il ruolo che svolgeva, abbia firmato il contratto con il Gagini come rappresentante dei cittadini di Bronte, impegnandosi a versare una somma raccolta tra le famiglie più abbienti.

Ma a metà del Cinquecento come era composta la popolazione di Bronte?

7. La risposta a questa domanda è particolarmente interessante, perché ci permette di individuare le nostre radici in un momento cruciale della storia di Bronte.

Il documento più antico da me conosciuto, che attesta l’esistenza di Bronte e l’identità dei suoi abitanti, è del 1308: negli elenchi di coloro che riscuotevano i tributi per conto del papa leggiamo questa affermazione: «Il sacerdote Nicola di rito greco, del casale di Bronte, pagò 6 tarì».
È ovvio che questo sacerdote non pagava il tributo a titolo personale, ma per conto del casale. Pertanto da questa testimonianza possiamo affermare che all’inizio del Trecento nel Valdemone esisteva un casale denominato Bronte, i cui abitanti erano cattolici di rito greco, collegati probabilmente alla popolazione bizantina, sopravvissuta alla dominazione araba.

Era una situazione abbastanza diffusa sui Nebrodi e sui Peloritani. Basti pensare ai diversi monasteri basiliani, che i Normanni trovarono nella zona quando liberarono la Sicilia dalla dominazione islamica. A questo primo nucleo di cattolici di rito greco se ne aggiunsero man mano altri provenienti dai comuni dei Nebrodi.

Il territorio in cui sorgeva Bronte era caratterizzato dalla presenza di numerosi casali: Rotolo, Corvo, San Leone, Santa Venera, Bolo, Placa Baiana.
Questi piccoli centri abitati accoglievano le popolazioni provenienti dalle zone montane dei Nebrodi, che si trasferivano nella fertile pianura di Maniace ricca di corsi d’acqua, dove trovavano condizioni di lavoro più favorevoli.
Se il territorio di Maniace esercitava un potente richiamo per gli abitanti delle montagne circostanti, la malaria facilitata dagli acquitrini sconsigliava di risiedere stabilmente nella zona e obbligava a spostarsi più in alto. Questo spiega la presenza dei numerosi casali.

Come sappiamo, nel 1535 l’imperatore Carlo V in una sua visita a Randazzo, costatando le difficoltà incontrate dai magistrati locali per amministrare la giustizia su una popolazione frazionata in tanti piccoli centri abitati, ordinò che tutti gli abitanti dei casali esistenti nel territorio già appartenente all’abbazia di Maniace si trasferissero a Bronte.

Il provvedimento di Carlo V determinò un cambiamento repentino e radicale: Bronte da piccolo casale si trasformò in un centro abitato più popoloso, che accolse famiglie di diversa provenienza. Questa trasformazione non ebbe alcuna influenza sul suo ordinamento giuridico, perché non divenne una terra feudale autonoma: era e rimase la porzione di un feudo, i cui amministratori risiedevano a Palermo.

8. Anche in questo caso l’analisi dei cognomi può fornirci qualche indicazione utile per conoscere l’identità della popolazione brontese. A Bronte il cognome più diffuso è Longhitano, che nei registri di battesimo più antichi della chiesa madre è scritto “Longitano”, cioè preve­niente da Longi, un comune ancora esistente sui Nebrodi. Questo ci induce ad affermare che una parte consistente degli abitanti confluiti a Bronte, in seguito alla disposizione di Carlo V, proveniva da Longi.

Proprio in questo comune si trova un gruppo marmoreo dell’Annunziata della scuola del Gagini, giunto a Longi nel 1536, l’anno successivo alla decisione di Carlo V di riunire a Bronte gli abitanti dei casali sparsi nel territorio e quattro anni prima della data del contratto stipulato da Nicola Spitaleri.

Queste circostanze ci inducono a formulare l’ipotesi di una iniziativa quasi parallela: gli abitanti oriundi da Longi probabilmente convinsero il resto della popolazione brontese ad acquistare un gruppo marmoreo simile a quello che pochi anni prima era giunto nel paese da cui provenivano. Si tratterebbe perciò di una iniziativa decisa dal popolo e dalle famiglie più influenti, fra le quali c’era anche la famiglia Spitaleri.

9. Fra i dettagli del contratto possiamo limitarci a indicare il percorso che avrebbe dovuto seguire il gruppo marmoreo per essere trasportato a Bronte e la data della consegna.
Da Palermo, via mare, sarebbe arrivato alla marina di San Marco, cioè a Sant’Agata di Militello; dopo lo sbarco, probabilmente attraverso la strada che passa da San Fratello e Cesarò avrebbe raggiunto Bronte. Per la consegna erano state stabilite due date distinte: l’Annunziata nell’agosto del 1541, l’angelo nell’agosto del 1542. Benedetto Radice scrive che probabilmente le due statue giunsero a Bronte insieme nel 1543.

10. Nelle condizioni culturali di quel periodo storico il culto dei santi era uno degli elementi costitutivi dell’identità di un popolo. Se si tiene presente che la popolazione di Bronte era formata da gruppi di famiglie di diversa provenienza e cultura, il culto alla Madonna Annunziata aiutò la loro aggregazione e la formazione di una propria identità.

Adolfo Longhitano

23 Marzo 2019




Chiesa dell'Annunziata

L'Epoca di costruzione

di Bruno Spedalieri

E qui rimando al mio articolo “La Chiesa Madre di Bronte ed il Santuario della Madonna Annunziata” nella speranza che vengano rettificate le informazioni sulla data di origine della Chiesa della Madonna Annunziata in Bronte. In vari opuscoli e pure nel presente sito si sostiene che la Chiesa dell’Annunziata esisteva a Bronte ben prima dell’arrivo delle statue dell’Annunciazione.

Ebbene quelle informazioni sono basate su un errore di stampa trascritto in Memorie Storiche di Bronte, e ripetuto a pagina 271 della ristampa del libro del 1984, e su interpretazioni non corrette di date ed eventi.

L’articolo su menzionato vuole chiarire l’errore. Nel 1505 non esisteva di certo la Chiesa della Madonna Annunziata. La chiesa fu costruita dopo l’arrivo della Sacra Immagine a Bronte, cioé dopo il 1543.
Nel 1595 (non nel 1505) fu celebrato, per la prima volta un matrimonio in quella Chiesa. Il Radice, a sostegno della sua teoria sulla preesistenza, alla riunione dei Casali, della Chiesa Annunziata, menziona la campana, che oggi si trova sul campanile della stessa chiesa e che porta l’iscrizione; “Ave Piena di Grazia - Fatta da Antonino Sagla nel 1535”.

Ma a pagina 271 delle “Memorie Storiche di Bronte” l’autore dice che il campanile fu completato nel 1625, cioé 90 anni dopo la colata della campana. Sarebbe impensabile che a Bronte si colasse una campana quando non c’era un campanile dove sospenderla.
Personalmente sostengo invece che la campana del 1535 era fatta per la Chiesa Madre, la quale a quell’epoca era intitolata alla Vergine Santissima “Chiesa Matrice, Chiesa Santa Maria della Chiazza, Chiesa Santa Maria di Minerva”.
Con questi titoli la Chiesa Madre era conosciuta fino al 1600.

Ancora a sostegno della sua teoria il Radice tenta di portare come evidenza la Prima Visita Pastorale fatta da Mons. Ludovico Torres a Bronte dopo la riunione dei Casali ed i Riveli di Bronte del 1584.
Ebbene dopo la riunione dei Casali la Prima Visita che Mons. Torres fece a Bronte fu nel 1574, e fu allora che si congratuló con il cappellano Don Antonio Ciraulo per la perfe­zione della NUOVA COSTRUZIONE (Memorie Storiche di Bronte pag. 327 e pag. 307). Si tratta di 31 anni dopo l’arrivo delle statue a Bronte (1543). I Riveli di Bronte inoltre menzionano la Chiesa Annunziata 10 anni dopo la Visita di Mons. Torres. Come si puó sostenere dunque che la Chiesa dell’Annunziata fosse esistita prima del 1535?

Bronte, Santuario dell'Annunziata, disegno di M. SchiliròÈ tradizione invece che dove oggi sorge la Chiesa dell’Annunziata, fino al 1543 esisteva la Cappella dei Disciplinati. Cappella che sembra sia stata inglobata nella costruzione della Nuova Chiesa.
A Bronte si crede tutt’oggi che la Cappella del Cristo alla Colonna, che si trova entro la Chiesa Annunziata, sia quella che un tempo era la Chiesetta dei Disciplinati.

Fino al 1990 ad ornamento della cappella del Cristo alla Colonna stava un arco in pietra arenaria, che porta la data del 1549. L’arco è oggi adattato ad ornamento della nicchia delle statue dell’Annunziata. La data del 1549 potrebbe essere indicativa dell’epoca di inizio dei lavori per la costruzione della nuova chiesa.

Padre Gesualdo de Luca, a pagina 116 di “Storia della Cittá di Bronte” (edizione 1986) asserisce che la Costruzione della Chiesa Annunziata fu terminata nel 1631.

È accertato che la Chiesa Maggiore, conosciuta come Santa Maria della Chiazza e Santa Maria di Minerva, dal 1600 in poi venne chiamata col titolo di Chiesa Matrice della SS. Trinitá.
La ragione del cambio del titolo va attribuita al fatto che a quell’epoca, e solo a quell’epoca esisteva a Bronte una Nuova e Grande Chiesa dedicata alla Madonna: La Chiesa della Madonna Annunziata, la quale, benché non del tutto completata, era giá funzionale.

(Bruno Spedalieri)



La Madonna Annunziata patrona di Bronte

Icona in Piazza CroceBen sappiamo che San Biagio è il Patrono titolare di Bronte. Probabilmente era stato scelto come Patrono e Protettore della Città durante una funesta epidemia in epoca anteriore al 1535.

Stando all’iscrizione fatta apporre dall’Abate Benedetto Verso, sulla pa­rete destra entro la chiesa dell’Annun­ciazione, sembra che la Madon­na Annunziata sia stata eletta Patrona di Bronte nel 1763, dopo una eruzione vul­canica che aveva seriamente minacciato la città, ma che aveva, miraco­losamente, lasciato incolume.

Ma il primo documento ufficiale che lo attesti porta la data del 2 Dicembre 1832, quando, dopo una devastan­te eruzione dell'Etna, il «Corpo Decurionale rappresentante l’intiero publico, nonché tutta la popolazione» dichiarava e proclamava la SS. Annunziata Patrona e Protettrice della no­stra Città «in conse­guenza di un portentoso miracolo» per «essersi fermato il fuoco dell’Etna per l’interces­sione della Santissima Vergine sotto il titolo dell’Annunziata».

La prima festa solenne tenuta in onore della Santa Vergine Annun­ziata a Bronte, è stata registrata il 6 settembre 1821, nel primo anniversario della cessazione dei moti del 1820. In quell’anno fu pure eretta la cappelletta della Timpa.
 


L'Annunziata santuario Mariano diocesano

Nel 1976 completati i lavori di restauro del tempio dell’Annunziata, lavori voluti e condotti dal Sac. Giu­seppe Modica, l’Arcivescovo di Catania, Mons. Domenico Picchi­nenna, elevó al titolo di Santuario Mariano Diocesano la Chiesa della Santa Patrona di Bronte.
Nei restauri operati tra la fine degli anni 80 e gli inizi degli anni 90, l’arco di pietra arenaria che ornava l’ac­cesso alla cappella del Cristo alla Colonna, fu apposto ad ornamento della nicchia della Madonna sullo sfondo dell’Altare Maggiore del Santuario.

È bene fare rilevare che quell’arco era probabilmente parte del portale di accesso dell’antica Cappel­letta dei Disciplinati che esisteva fino al 1543 sul piano in cui oggi sorge il Santuario dell’Annunziata.


NOSTRA DONNA DEL GAGINI

(di L. Margaglio)

   Tratta l’aveano, su, dal mar lontano,
col plaustro agreste, per le Madonie,
i bovi fulvi; e dopo scabre vie
quì si fermaro, agli orli del vulcano.

   Bronte:una frana immobile di tegole,
col fumo che s’alzava pigramente.
Ma candida, ma splendida, ad oriente,
l’Etna, su plaghe nere come pègole.

   E i lenti buoi rivolsero la Vergine
al sole che raggiava sul cratere.
Nasceva aprile. E il suolo era un verziere
che tremolava d’iridata aspérgine.

   Attoniti guardavano gli avi
- quasi fosse una viva creatura -
di nostra Donna la mestizia pura
nel dolce viso, e l’ìridi soavi.

   Non balza ancor, nel marmo, intimidita
dalle parole angeliche salienti,
che rivelaro ai secoli affluenti
il niveo mister della sua vita?

   E quì, nell’alto, solitario loco,
insieme al simulacro vi discese
la Tua grazia, a difendere il paese
dalla struggente collera del fuoco.

   E secoli di pii agricoltori
t’affidano, o Sovrana, i lor destini.
Donne che ti protendono i bambini,
nello slancio infrenabile dei cuori…

   Poichè - da sempre a sempre - sarà fido
questo popolo tuo, che nella sagra,
per la pietà, che non si spegne, flagra:
Ti leva sulle spalle, e a Te fa grido.

Bronte, 29 Agosto 1948


S. Maria di Bronte e S. Maria di Maniace
La chiesa dell'Annunziata di B. Radice
La nuova identità di P. Spanò

 

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       L'Annunziata, Patrona di Bronte  

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