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CHIESE DI BRONTE

Santuario dell'Annunziata

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Santuario della Madonna Annunziata

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L'interno del Santuario

Maria SS. Annunziata è la protettrice di Bronte ed il Santuario a Lei dedicato è il vanto della nostra cittadina.

L'interno della chiesa, l'altare di S. Michele (a destra) e le statue del Cristo alla colonna e di San Michele Ar­can­gelo, conservate negli omonimi altari.
Nella an­nua­le processione del Venerdì Santo,  per una antica tradi­zione la statua del Cristo alla colonna vie­ne ad­dob­ba­ta con i primi prodotti della terra.
La Cap­pella antica­mente era detta "della discipli­na", perché ivi i più de­voti nei giorni di venerdì si fla­gel­lavano a sangue.


Il Cristo alla colonna di Giuseppe Cimbali
 

Gli altari della chiesa sono adornati da bassorilievi in marmo rappresentanti vari episodi della vita della Madonna Annunziata.

L'altare di Sant'Ignazio di Lojola. Scrive il Radice che «...artisticamente bella è la testa di S. Ignazio di Lojo­la; alcuni ricchi inglesi l’avrebbero pagata a peso d’oro».


I flagellanti

«La cappella del Cristo alla Colonna, scrive Bene­detto Radice, era detta prima la cappella della disci­plina o dei flagellanti.
Questa strana Com­pa­gnia dei flagellanti o disci­plinanti dai monti della verde Umbria, nel 1260, aveva invaso tutta l’Italia e si era propagata in Sicilia.
A questi antichi disciplinanti, sparsi in tutto il mondo cristiano, collegasi la medioevale e tradi­zionale pro­ces­sione del Cristo alla Colonna nel Venerdì Santo; nella quale in quadri plastici uma­ni rappresentansi i principali episodii del gran dramma sacro.
Fino a pochi anni fa un giovinetto, nudo, con un brindello di porpora in dosso, corona di spine in testa, e la can­na in mano, impiagato di cinabro, rappresentava l'Ec­ce Homo, oggetto di commo­zione al popolino, che piangente lo mostrava ai bam­bini.
Gli scolari esterni del collegio Capizzi con lancie, spade, elmi, sciarpe antiche di tutti i colori rap­presentavano l’esercito romano. Ora tutto è scom­parso.»

Continua ad essere, come nel 1535, anno della riunione in Bronte degli abitanti dei 24 Casali, il luogo della comune "identità".
L'esterno della chiesa è costruito in muratura in pietrame lavico, ha una grande cupola emisfe­rica a sesto acuto con lanterna e il tetto a capanna con capriate in legno.

Addossato alla parte sinistra del prospetto, ed ad essa annesso, trovasi il delizioso Oratorio di Gesù e Maria sede dell'omonima Confraternita.


L'interno

L'interno della chiesa è a navata unica rettan­golare, ha otto altari e due Cappelle, l'una dirim­petto all'al­tra, un presbiterio quadrato ante coro, e in fondo al coro uno stupendo arco (della stes­sa pietra arenaria della porta d'ingresso) che rac­chiude le due statue della Madonna e dell'angelo.

Nella chiesa sono custoditi capolavori d’inesti­mabile valore: opere di gusto rinascimentale degne di essere segnalate fra le espressioni artistiche più belle della Sicilia.

La navata, con soffitto a cassettoni policromi con dorature, è interrotta dagli ingressi di due cappelle dedicate al Cristo alla Colonna e a San Giuseppe.

Il transetto a pianta quadrata che precede il coro è sormontato da un tamburo circolare finestrato su cui si erge la cupola.

I grandi archi delle cappelle e degli altari, che simmetricamente adornano le pareti, sono ricchi di plastici ornamenti.


Gli altari

Tutti gli altari sono adornati da grandi ed artistici quadri. Molto belli quello della Madonna delle Grazie con Santi (a sinistra S. Benigno e Sant’Andrea apostolo, a destra S. Domenico e S. Francesco) del 1646, attribuito a G. Tommasio ed il quadro di Gesù e Maria (primo e secondo entrando da sinistra), e quelli, posti ai lati dell'entrata dirimpetto all'altare maggiore che rappresentano Sant'Orsola (del 1580) e la Madonna degli Angeli con S. Francesco e Santa Chiara e fra di loro il paese di Bronte salvato dall'ira devastatrice dell'Etna (l'opera, del pittore Tommasio, è del 1650).

Entrando, da destra, si trovano

l’altare della Natività di Gesù (dove un tempo era la porta del campanile),

quello di San Martino di Tours con un bellissimo dipinto di San Martino (raffigurato ai piedi della Madonna tra San Giacinto e Santa Barbara),

la cappella del Cristo alla Colonna (qualcuno scrive che preesisteva alla costruzione della chiesa) e

l’altare di S. Ignazio di Lojola, racchiuso dentro un pregevole arco di gusto rinascimentale, con la statua settecentesca. Degna di nota l'artistica testa del Santo: rappresenta, particolarmente negli occhi, un mirabile esempio di perfezione raffigurativa.

A sinistra della navata si vedono

l’altare della Madonna della Grazie: molto bello il quadro del 1646 attribuito a Giuseppe Tomasio; raffigura la Madonna con, ai suoi piedi, S. Benigno, Sant'Andrea, S. Domenico e S. Francesco e in basso a sinistra il ritratto dell'ordinatore del quadro Francesco Lazzaro,

l'altare di Gesù e Maria,

la Cappella di San Giuseppe e

l’altare di San Michele Arcangelo con un pregevole arco d’elegante stile barocco.
In fondo al coro si erge l’altare maggiore dedicato all’Annunziata.

La Cappella del Cristo alla colonna un tempo si apriva con il prezioso arco di travertino posto oggi sull'altare maggiore.

Nella nicchia si trova la bella statua del Cristo alla colonna, secondo alcuni proveniente dalla chiesa del SS. Cristo, sopra San Vito, sepolta dalla lava.

La tradizione dice che sia opera di un pastore brontese. Scrive il Radice che «…essa è di carta pesta, ma la leggenda popolare vuole che sia di legno, fatta da un pastore brontese, al quale, tre giorni dopo aver finito la statua, apparve il Cristo in sogno; e quegli mori dalla contentezza, colla promessa del paradiso per averlo scolpito bene».

La statua mostra in grandezza naturale il Cristo con le mani legate dietro la schiena ad una colonna, il corpo piagato e sanguinante ed il viso pieno di umana sofferenza.
Evoca con grande realismo il dramma della passione; ogni anno, il Venerdì Santo viene portata su un pesantissimo fercolo in legno in processione; precede le altre statue statue del Crocifisso, del Cristo morto e dell’Addolorata.

Accanto alla cappella si trova un balconcino ligneo rettangolare sostenuto da grossi mensoloni all’altare e, sulla sinistra, un pulpito ligneo con baldacchino.


L'altare maggiore

All’interno della chiesa, sull'altare maggiore, sormontato da un arco di travertino (1549), è posta l’Annunciazione (gruppo marmoreo della Vergine Annunziata e dell’Angelo Gabriele, opera dello scultore palermitano Antonio Gagini), alla quale il popolo brontese è devotamente legato da sentimenti d’antica e profonda religiosità.

Il bellissimo arco rinascimentale di travertino che caratterizza quest'altare fino a qualche anno fa si trovava nel vano dell’entrata della Cappella del Cristo alla Colonna.

E' tutto costruito con pregevoli bassorilievi, ornati e figure, del 1500,  indorati e variamente colorati, col classico frontone sormontato da tre guglie lavorate a fiorami.

Vasi con vari fregi, zampilli d'acqua e fiori adornano le colonne: quelle della base a destra sono sostenute da leoni alati, quelli a sinistra da animali col volto più di sfingi che di leoni.

Figure di profeti o re, con turbanti in capo, dei quali è scomparso il nome, che prima si leggeva negli svolazzi, sono al centro delle colonne ed accanto ai capitelli con foglie d’acanto.

In alto, sotto la cornice del frontone, c’è un mascherone con ai lati due delfini dal volto umano.
Nel frontone piramidale è rappresentato lo Spirito Santo, a forma di colomba, circondato da due angeli.

Dodici volti di angeli, sei da un lato e sei dall’altro, e lo Spirito Santo in mezzo, abbelliscono l’interno della centinatura.

L’insieme del prospetto, sebbene in parte sfaldato e scolorito dal tempo («guasto anche - scrive Benedetto Radice - dalla beata ignoranza dei sagrestani, che lo trafiggono con chiodi per appendervi cortine»), presenta ancora delle linee di artistica bellezza. «Antiquarii romani - continua il Radice - offrirono al procuratore della chiesa, sac. Giuseppe Meli, 60.000 lire, ma egli alla somma vistosa, con senso di gusto e di patriottismo, ha preferito conservarlo.»

Questa bellissima opera d’arte del rinasci­mento era stata prima collocata nel vano dell’arco grande della cappella del Cristo alla colonna ma se ne sconosce l'originaria collocazione.

Il Radice scrive che «sia stato posterior­mente comprato e messo lì» ma, comunque, richiama molto nello stile e nei fregi il portale d'ingresso della chiesa anch'esso in travertino e adornato con bassorilievi scolpiti a fiorame ma con figure di puttini e di demoni.


L'Annunciazione

L’Annunciazione del Gagini è opera di grande pregio: s’inserisce in quel filone artistico rina­scimentale che nella scuola gaginiana si fuse con le forme nuove del manierismo toscano e romano.

Le due figure della Vergine e dell'angelo an­nun­ciatore compongono un insieme animato da viva tensione spirituale.

I corpi alti e di squisite proporzioni delle due statue vibrano dentro le vesti dal fluente panneggiamento nell’essenzialità dei loro movimenti.

Il viso di giovinetta della Vergine esprime riverenza e turbamento, mentre Gabriele, leggermente genuflesso, guarda l’eletta con occhi pieni di ammirazione.

Le statue furono commissionate dal nobile Niccolò Spitaleri, per conto dei cittadini brontesi, allo scultore palermitano Antonio Gagini, per pubblico atto rogato dal Notaio Dimitri di Palermo del 21 Gennaio 1540 (XIII Indizione).


I quadri del Santuario dell'Annunziata
 

I primi due quadri a sinistra rappresentano Gesù e Maria (il dipinto simboleggia la Redenzione) e San Martino di Tours. Scrive il Radice nelle sue Memorie... che il quadro di S. Martino è stato «fatto per incarico del procu­ratore Sac. Giacinto Naviga. Alla sinistra di S. Martino è Santa Barbara, a destra è S. Giacinto, nella parte bas­sa del dipinto è uno stemma: una barca a tre remi, che naviga nel mare in tempesta; parte dell'iscrizione è coperta dalla cornice, solo leggesi: D. Hiacyntus P. Viator fieri curavit. Quel P. s'interpreta Pelagi viator, e significherebbe il nome "Naviga: capricci del reverendo che ha artisticamente simboleggiato il suo nome.»

La terza immagine rappresenta il quadro di Sant'Orsola del 1580 (nella parte destra in basso il pittore ha di­pinto il suo autoritratto) e la quarta quello della Madonna degli Angeli. Raffigura la Vergine, seduta su una nu­be ed incoronata dagli angeli, che tiene ritto sulla gamba sinistra il Bambino benedicente. Inferior­mente, vestiti del saio francescano  i due santi di Assisi: S. Francesco e Santa Chiara e, in basso al centro, uno scorcio del paese di Bronte miracolosamente salvato dalla furia dell'Etna. La tela misura 276 cm x 170 ed è opera del pittore Giuseppe Tommasi (1610-1672) da Tortorici, come si legge in basso a sinistra nel quadro: "Joseph Thomasius pingebat 1650". I due quadri sono posti nelle pareti interne adiacenti alla porta d'ingresso.

Un altro bel quadro di G. Tommasi (S. Benedetto) è conservato nella chiesa di San Silvestro, mentre in quella di Santa Maria della Catena trovasi il Martirio di Santo Stefano, una copia eseguita nel 1876 da Agostino Attinà da un originale di Giuseppe Tommasi del 1646.

Il quadro della Madonna delle Grazie e quello della Natività.
«Ha un valore artistico - ci ricorda ancora lo storico brontese B. Radice - il quadro della Madonna delle Grazie con i santi: S. Benigno prete, martire di Digione, e S. Andrea apostolo a sinistra, S. Domenico e S. Francesco a destra. A piè di S. Andrea vedasi il ritratto del procuratore della chiesa e ordinatore del quadro con questa epigrafe: Iloc opus fieri fecit rev. Dominus Franciscus Lazzaro 1646.»

«Credo - continua il Radice - che ne sia autore quel Giuseppe Tommasio, che in quel tempo dipinse il bel quadro di S. Benedetto nel monastero si Santa Sco­lastica e i quadri di S. Filippo Neri e di S. Stefano alla chiesa della Catena.»

Il gruppo marmoreo costò 48 onze (circa 100 mila euro di oggi) e fu consegnato ai Brontesi pochi anni dopo, nel 1543, portato per mare da Palermo fino alla marina di San Marco e da qui a Bronte attraverso i boschi dell'Etna su un carro trainato da buoi.

Attorno alla Vergine Annunziata la devozione e sopratutto fantasia popolare hanno creato numerose leggende.

Una narra che «fu barattata da pirati greci ad alcuni pastori brontesi con dell’albaggio (era un drappo grossolano che fino a qualche secolo fà veniva ancora tessuto a Bronte dai monaci della Grangia della Ricchisgia).
Questi chiesero ad un signore un paio di bovi per trasportare le due statue in Bronte.

Egli diede loro due tori selvaggi, indomiti, che alla vista della Vergine s’inchinarono dinanzi e si la­scia­rono docilmente soggiogare: lungo il viag­gio gli alberi della foresta si scostavano al pas­saggio del carro.

Giunti in Bronte i tori fecero un giro e segnarono il sito dove doveva sorgere più grandioso il tempio».

(Benedetto Radice, "Chiese, conventi, edifici pubblici in Bronte", Bronte 1923).

«La Chiesa è proprio in faccia all’Etna… Sembrò ai brontesi che una voce arcana fosse uscita dal labbro di Maria dicente: "Brons civitas mea dilecta protegam te semper».

(Gesualdo De Luca, "Storia della città di Bronte", Milano 1883).

Recentemente la zona intorno all'altare maggiore riservata al clero (il presbiterio) è stata risistemata con l'aggiunta di nuovi elementi architettonici: un altare centrale, l'ambòne (un piccolo pulpito destinato al predicatore o alla lettura), una sedia e duelunghe panche laterali. Il tutto realizzato con marmi pregiati variamente colorati.
 


L'annunciazione di A. Gagini
 

L'angelo è stato scolpito con un'ala soltanto, probabil­mente perché il gruppo mar­moreo doveva essere appog­giato al muro; anche il retro della statua della Madonna non è completato ma lasciato dallo scultore grezzo e non rifinito. Nulla, però, riporta in merito l'atto notarile del 1540 stipulato fra il Comune e lo scultore Antonio Gagini per la lavorazione e la vendita del gruppo marmoreo della Ma­donna Annunziata e dell'An­gelo.

Il gruppo marmoreo dell'Annuncia­zione di A. Gagini è inserito in un bellissimo arco rinascimentale di travertino.
L'arco era posto fino a qualche anno fa nell’entrata della Cappella del Cristo alla Colonna.
Richiama molto nello stile e nei fregi il portale d'ingresso della chiesa anch'esso in travertino e adornato con bassorilievi scolpiti a fiorame ma con figure di puttini e di demoni.



A destra
L'interno del Santuario
(da Rai Uno)

Due lapidi

sono murate in due nicchie delle due pareti laterali della chiesa. La prima del 1763 e l'altra del 1832 ricordano ai fedeli la protezione che la Vergine Annunziata ha dato al paese nel corso dei secoli.
La lapide posta a destra entrando riporta la seguente iscrizione:

«A Dio ottimo massimo
Questo tempio magnificamente eretto dalle fondamenta, a spese dei pii cittadini, e dedicato alla Vergine Annunziata dall'Angelo, era appena finito di essere decorato al tempo che scoppiò il monte Etna al Piano Foresta (1627).
La Vergine madre di Dio mostrò ancora la sua speciale protezione nell'anno 1651, quando risparmiò la città dal bruciare di simile fuoco; nell'anno 1693 salvò la stessa città dal flagello del terremoto, rendendola stabile e ferma;
nell'anno 1743 liberò la stessa dalla peste; e così in questo presente anno 1763 spense il fuoco che minacciava di bruciarla. Cappellano e tesoriere regio abate S. T. D. don Benedetto Verso commissario della SS. Inquisizione.»

Sull'altra lapide è riportato:

«Il giorno 18 novembre anno del Signore 1832 quando, rotti i crateri dell'Etna, un torrente di fuoco prese a scorrere e cominciò a distruggere tutto, il Cappellano della Vergine, alla presenza della quale sta il Nunzio alato, portò in processione i capelli virginei e le reliquie della Croce ripetendo le preghiere litaniche. Al calar del sole il fuoco si fermò all'ordine della Vergine.
All'uscire dal tempio della Regina e divina protettrice degli uomini e davanti alle preghiere del popolo di Bronte, il fuoco cominciò a ritenere la propria violenza. Ma la forza del pianto per le colpe non scontate e la confessione dei peccati, ed ancora il promettere d'intraprendere da quel momento a fare opere buone, mosse la potente Regina ad arrestare l'effusione del fuoco ed il popolo afflitto, amaramente piangente e bene disposto ricorse ai sacri uffici dei preti.» In greco: «la Signora dell'universo la celeste Regina salvò Bronte dal fuoco dell'Etna».

(Traduzioni di Bruno Spedalieri per B. I.)


La festa dell'Annunziata

TRADIZIONALE VOLATA DELL'ANGELOI brontesi sono stati sempre devotissimi alla loro protettrice e patrona Maria Santissima Annunziata, alla quale tante volte hanno rivolto preghiere affinché placasse la furia distrut­trice dell’Etna.
Ed è stato proprio in occasione di una devastante colata lavica che dal 31 Ottobre al 22 Novembre 1832 raggiunse da Monte Lepre la periferia di Bronte lambendo la zona di Salice e si fermò miracolosamente nelle vicinanze della zona di Salice, che che la elessero a loro Patrona.

A Lei sono sempre accorsi gli abitanti di tutti i quartieri in ogni loro necessità e nei momenti cruciali della loro tormentata storia (carestie, pestilenze, sommosse, sconvolgimenti politici).

Dal 1821, nel mese di Agosto, con grande fervore e partecipazione, la statua viene portata in processione per le vie del paese su un carro trainato da buoi.

Particolarmente toccante la ricostruzione della Annunciazione ("a buràta 'e l’Angiru"): le statue (Maria e l’Angelo) vengono poste al centro di Piazza Spedalieri ed un bambino, vestito come l’angelo Gabriele, le raggiunge dall’alto scorrendo lungo un cavo di acciaio le cui estremità sono ancorate a due palazzi, per annunciare a Maria il miracolo della nascita di Cristo.

   Bronte e la devozione alla Madonna Annunziata

Il Santo Capello

La teca d'argento contenente "U Santu Capillu"Fra la sacre reliquie della chiesa della SS. Annunziata ven­gono custoditi e ancora venerati un filo di capello intreccia­to con fili d’oro che una tradizione secolare dice di essere della Madonna che furono donati al popolo brontese nel 1642 con la licenza di esporlo nella chiesa e di portarlo in processione.

«U santu capìllu» (il santo capello) è conservato in una teca d'argento; un tempo veniva portato in processione nell'ulti­ma domenica di agosto degli anni in cui non si faceva la tradi­zio­nale processione delle statue; oggi la tradizione sembra ormai dimenti­cata, la reliquia è solo esposta nell'ultima domenica del mese di agosto.

Trattando «della insigne Reliquia dei santi Capelli di Maria Santissima, che si ebbe la sorte di possedere dopo la fabbrica della Chiesa» il cappuccino G. De Luca nella sua Storia della Città di Bronte riporta l'«autentica di essa santa Reliquia» rila­sciata dal arcivescovo di «Montis Regalis» (Monreale) con Diploma del 29 luglio 1642 dove viene anche solennemente affermato che è «la terza ed ultima parte restataci dalle due parti del Capello, una data alla terra di Limina, e l’altra data alla terra di Tripi».

Alla fine il Diploma si chiude con:

«Pertanto in virtù della presente vi damo e concedemo in Domino licenza e facultà di poter publicamente adorare detto Santissimo Capillo di Maria Vergine, et expo­nersi in detta Chiesa dell’Annuntiatione di essa terra, e conducerlo proces­sional­mente quante volte sarà necessario, acciò sii adorato e venerato dalli fedeli del­l’uno e dell’altro sesso, tanto in detta Chiesa, quanto in tutte e qual meglio altra Chiesa di detta terra; e così exequirete, e farete...» dietro pagamento «di onze cento d’applicarsi alla Camera Arcivescovale (...).

«La reliquia del Santo Capello - scrive Alfredo Longhitano - suscita spes­so molti interrogativi circa l’entità e l’autenticità di essa. Per quanto riguarda il primo, l’entità, la reliquia e costituita da un pezzetto di ca­pello della Beata Ver­gine Ma­ria, intrecciato ad un filo d’oro, chiuso in una teca d’ar­gento con la medaglia di Pio IX, risalente all’ultima rico­gni­zione, incastonato in un reliquiario molto grande del secolo XVII. Il Santo Capello è stato portato a Bronte da un frate mino­re di terra santa ospite del convento di San Vito e donato alla chie­sa Maria SS. Annun­ziata, per cui si è instaurata la tradizio­ne di far passare la processione dalla piazza antistante il sud­detto convento.
Per quanto riguarda l’autenticità, ritengo che sia ozioso par­larne; infat­ti, una cosa è certa: l’amore e la devozione dei Bron­tesi per la Vergine Annunziata, loro Patrona, non è legata affat­to alla reliquia ma a ciò che essa richiama: a Colei che tutte le generazioni chia­meranno Beata.»

(Sac. Alfredo Longhitano, Bronte Notizie n. 14, Luglio 1985)

Data in civitate Montis Regalis Die 29 Julii X Ind. MDCXLII»

«Di seguito - continua di suo padre Gesualdo De Luca - fu questa autenticità, riconosciuta ai 4 Maggio 1725, e tutta rinnovata in Settembre 1850 dal nostro Em.mo Card. Antonino Saverio De Luca, allora Vescovo di Aversa, venuto in Bronte a rimpatriarsi. Da questa storia esposta in questo Diploma, appare che massima era la devozione dei Brontesi nel 1642, verso la SS. Vergine nel suo titolo di Annunziata, statua e capelli di Lei.
Siamo al 1883, e dopo due secoli e mezzo, quella devozione non è punto minorata, anzi il sacro affetto, il santo entu­siasmo è notabilmente accresciuto, siccome avrò da narrare. La preziosa Reliquia è di due fili di capelli intrecciati a fili di oro, come per decoro e sostegno».

Un'altra visibile testimonianza della devozione dei brontesi verso la Madonna Annunziata è testimoniata anche dalle innu­merevoli edicole votive, sparse nel centro storico di Bronte, che la rappresentano, sempre diversa per dettagli, fattura. Quasi sempre è ritratta accanto al paese etneo, con una bandiera in mano dalla lunga asta che uccide un drago.

Quest'ultimo tema, ricorrente, è legato ad un leggendario episodio seguito al sanguinoso scontro tra soldati e brontesi nella rivolta del 1820.


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