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Artisti brontesi tra sette e ottocento

I personaggi di Bronte, insieme

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Uomini illustri di Bronte

Scultori, pittori, musicisti, decoratori vissuti a Bronte tra il 1700 ed i primi anni del '900

Questa "presentazione storico-artistica degli artisti del passato" è stata fatta in occasione della Mostra degli «Artisti brontesi di ieri e di oggi» dal Prof. Vito Librando, «un caro amico - lo definì allora Nunzio Sciavarrello - legato a Bronte dai ricordi della sua adolescenza». La mostra, tenutasi nei locali del Real Collegio Capizzi dal 28 gennaio al 24 febbraio 1973, fu promossa ed organizzata dal Sac. Giuseppe Calanna, rettore del Collegio, dall'Avv. Renato Radice e dal Prof. Nunzio Sciavarrello. Fra gli "artisti di oggi" parteciparono Lino Ciraldo, Domenico Girbino, Nunzio Sciavarrello e Rosetta Zingale.
 

Natale di Pace, Fra Felice da Bronte, Cocina, Ignazio Capizzi, Nicola Spedalieri, Giuseppe Dinaro, Giuseppe Politi, Placido De Luca, Domenico De Luca, Nicolò Dinaro, Agostino Attinà, Nunziato Petralia

Artisti brontesi tra sette e ottocento

Presentazione di Vito Librando

Uomini illustri di BronteTra i volumi di sva­riate discipline e gli stru­menti che quali­fi­cano l’opera degli uomini illustri bron­tesi nella gran­de tela ela­borata dal loro con­citta­dino Agostino Atti­nà, si incontrano tavo­lozze e pen­nelli, mar­telli e arnesi per la scultura.

In contrada Parnaso o Eli­co­na, un solerte gruppo di amorini è applicato a scri­vere, a suonare, a scolpire ed a dipingere al cavalletto: con il compito di mimare l’attività svolta da quegli uomini ora radunati e con candida regia disposti a ridosso del paese natale, sui pendii dell’Etna.

Passando in rassegna i Brontesi che nel 1874 vennero ritenuti degni di convenire nel dipinto - per esortare «ad egregie cose» i posteri ed in particolare gli alunni del collegio Capizzi - troveremo la tavolozza tra i contrassegni raccolti accanto a Nicola Spedalieri.

Se aggiungiamo l’autore della tela, Agostino Attinà, che a tutte maiu­scole segna nell’iscrizione latina i propri meriti ed avanza una cauta proposta di cooptazione, il totale resta basso.

Ad accrescerlo è bastato cercare tra le opere possedute da chiese e privati, frugare nella memoria degli uomini, nei volumi e nelle carte d’archivio.

Per la scultura va segnalato FRA FELICE DA BRONTE, al secolo Pie­tro Paolo Costanzo, laico confesso cappuccino, “bravo architetto e migliore inta­gliatore e scultore in legno”, attivo nella seconda metà del XVIII secolo, che Gesualdo De Luca cita per le piccole statue e gli intagli della custodia del SS. Sacramento, ormai perduta o dispersa, sull’altare maggiore della chiesa dei Cappuccini.

Per la pittura vanno aggiunti Ignazio Capizzi, Giuseppe e Nicolò Dinaro, Giuseppe Politi, Placido e Domenico De Luca, Nunziato Petralia.

Il numero degli artisti e delle opere potrà aumentare nel tempo, specie se la ricerca sarà sistematicamente estesa ai paesi vicini, ma sembra che siano da escludere le sorprese.

La mostra era in corso di avanzato alle­stimento quando si è avuta con­ferma dell’attività di un pittore brontese, certo COCINA, di cui esiste­va a Frazzanò una tela firmata e datata 1787.

(Di 150 anni prima, del 1621, sono invece alcuni disegni fatti da un "siciliano di Bronte", Natale Di Pace, per una relazione sulle eruzioni vulcaniche dell'Etna stampata a Siviglia (Ndr).

Ritorniamo davanti alla grande tela che nella sistemazione della mostra è la prima a ricevere il pubblico ed è la più scenografica, gustosa e stimolante per notazioni di varia natura.

Dei nomi che abbiamo in vista potremo prelevare, con i dubbi ed i limiti che saranno precisati, quelli di Ignazio Capizzi e di Placido De Luca. I quali, d’altra parte, non furono ammessi per meriti artistici; come pure, molto probabilmente, lo stesso Spedalieri.

Il pittore Attinà, infatti, incaricato in data anteriore al 1883 di stende­re un “referto ufficiale” sul patrimonio artistico locale, quale opera di mano brontese elenca solo la custodia lignea di fra Felice Costanzo.

E’ quanto si ricava dalla relazione ripresa da Gesualdo De Luca (cap­puc­cino e correligionario, si badi, del frate scultore), per il capitolo della sua storia di Bronte dedicato alle «Specialità d’arti».

Non sufficientemente avvertito, o a suo modo esigente, Attinà testi­monia una valutazione molto prudente, che appare condivisa dagli altri scrittori locali.

Delle opere di pittura di autore ignoto del XVII e del XVIII secolo esi­stenti in Bronte forse alcune saranno state eseguite da artisti locali di cui non ci è pervenuto il nome.

 
 

In questo elenco del prof. Vito Libran­do di artisti bron­tesi che operarono tra il 1700 ed i primi anni del '900,  vogliamo inclu­dere anche NATALE DI PACE un no­bile e colto artista vissuto qual­che secolo prima, nel 1600. Testi­mone delle care­stie, epidemie e delle eru­zioni dell’Etna avvenute a Bronte, sua città natale, dalla fine del 1500 ai primi anni del 1600, fu autore di una rela­zione tradotta in castigliano e stampata a Siviglia con il titolo Compendio della Natu­ra­le Historia di Mon­gibello di D. Natale di Pace Siciliano di Bronte (nella foto a destra il fronte­spizio). Il mano­scritto su carta, ampia­mente corredato con disegni ad acquerello e guazzo, è del 1621 (Lisbona, biblioteca da Ajuda).
Di questo artista, orgo­glioso delle sue origini brontesi tanto da indi­carle esplicitamen­te nel titolo della sua opera, conosciamo però ben poco. E’ stato scoperto da Lina Sca­lisi che nel suo libro Per riparar l’incendio - Le politiche dell’emer­genza dal Perù al Mediterraneo (2013) ha riportato qualche brano della relazione ed alcuni dei disegni fatti dal Di Pace siciliano di Bronte. Il Radice cita spesso un don Natale Pace, deputato brontese vissuto alla fine del 1500. Nello stesso secolo visse a Bronte il nobile capitano d’armi Matteo Pace (o di Pace). Capi­tanò una rivolta contro «i cattivi governatori» e fu condannato a morte: ebbe tron­cata la testa a Messina il 16 gennaio 1637.


NOTE

Fra Felice da Bronte (al secolo Pietro Paolo Costanzo): Nacque il 29 giugno 1734 da Antonino, e venne battezzato con i nomi Pietro Paolo Lorenzo [alle ricerche nell’archivio della chiesa madre di Bronte ha valida­mente collaborato il sac. Salvatore San­filippo].
La prima notizia su frate Felice si trova in Gesualdo De Luca, Storia della città di Bronte (Milano 1883, p. 299 e 395), che ricorda che scolpì per la chiesa dei Cappuccini «le colonnette spirali, i capitelli, gl’intagli e le statuette in legno di S. Antonio, di S. Fedele e della Concezione da lui lavorate per l'antica Custodia del SS. Sacramento dell'Eucaristia all'altare maggiore», elencata ancora in loco nel 1907 e non più nel 1923, rispettivamente, da F. Nicotra (Dizionario illustrato dei Comuni siciliani, vol. I, Palermo 1907), e da B. Radice (Chiese, conventi, edifici pubblici di Bronte, ivi 1923, pp. 103-104).

Di fra Felice si è occupato di recente S. Calì nel volume sulle Custodie fran­ce­scano-cappuccine in Sicilia, Catania 1967, alle pp. 44-45. Calì riporta inoltre un brano di un’ope­ra mano­scritta in cui sono nomi­nati “Mastro Nunzio padre e Ma­stro Francesco Paolo figlio” Mavi­ca, ebanisti brontesi che verso la fine del secolo scorso lavorarono ad alcuni altari ed ad altre cose della chiesa dei Cappuccini.
Nella foto a destra, gli intarsi policromi dell'altare maggiore della Chiesa dei Cappuccini.

 

Cocina: In un manoscritto databile tra il 1850 e il 1860 (posseduto dal prof. Giuseppe Fragale a cui  dobbiamo la segnalazione) - A. G. Monsù Scolaro, Storia dello antico e moder­no stato di Fraz­zanò - tra le opere conservate nella chiesa di Tuttisanti è men­zio­nato un quadro “pennellato da Cocina da Bronte al 1787” (foglio 358).

Il Fragale ricor­da che rappre­sen­tava S. Lorenzo da Frazzanò inginocchiato con le braccia incro­ciate in atto di adorare la Santissima Trinità.
L'opera del Cocina - che forse venne te­nuta presente dal pittore brontese Giuseppe Dinaro per il suo omonimo dipinto che si con­serva, come vedremo, in S. Blandano - venne distrutta nel 1934 da un appalta­tore, durante i lavori di restauro della chiesa.
Nei registri brontesi il cognome Cocina ricorre molto raramente: il 5 gennaio 1773 viene battezzata una bambina, figlia di certo Martino, che potrebbe essere il nostro pittore.

In attesa di future precisazioni bisogna muovere dalle notizie raccolte che assegnerebbero al venerabile sacerdote IGNAZIO CAPIZZI (1708 - Palermo 1783) non solo il merito di avere inviato da Palermo dipinti e sculture, ad ornamento delle chiese del paese natale, ma anche quello di iniziare la serie degli artisti brontesi, per avere eseguito disegni e schemi compositivi per tele e incisioni.

Purtroppo non siamo riusciti a rintracciare a Palermo la tela eseguita dal pittore Gaetano Mercurio nel 1761, nè a trovare esemplari delle più signi­ficative stampe “di sacre immagini da lui disegnate, fatte incidere, e dif­fuse in migliaia e migliaia di copie” come riferisce G. De Luca.

Dalle descrizioni possedute, ricavate anche dalle opere edite dall’infa­ti­cabile sacerdote, e da una incisione (contenuta nel volumetto «Relazione alle sacre monache ... », del 1773) è da rilevare un complesso ed arti­ficioso simbolismo devozionale che trova riscontro nelle prediche del Capizzi e appare rinforzato dalle scritte, piuttosto abbondanti, che questi sceglieva ed inseriva nel contesto dell’inci­sione, per sollecitare e orientare le meditazioni dei fedeli con l’immagine e con la parola.

Ignazio Capizzi: Il brano citato nel testo è tratto da G. De Luca, Storia..., p. 251. Nella Relazione alle sacre monache di Palermo di una Pittura delineata in rame rappresentante l'Ammi­rabile, il Perenne l'Universale Frutto del Divino Eucaristico Sacrificio dal Sac. Ignazio Capizzi, Palermo 1773, troviamo il primo accenno all'attività grafica del Capizzi. Questi presenta “una tela dipinta ultimamente uscita alla luce, e di cui ne sono state fatte già le replicate stampe in carta grande” (p. 13). e poi dedica un capitolo alla “De­lineazione de' Personaggi dipinti” nella tela dedicata al “gran perenne frutto del­la Santa Messa” per spiegare “il disegno già ivi delineato ... per non giudicarsi da chicchesia essere stata vana. chimerica, ed insussistente, o parto d'una debole fantasia feminile” (p. 21).
F. M. Agnello (nella Vita del Ven. Sac. Ignazio Capizzi di Bronte, Palermo 1879, a p. 144) afferma “egli stesso concepì il disegno”. Una ulteriore conferma è nella fonte da cui i biografi hanno largamente attinto, cioè le testimonianze raccolte per il processo di beatificazione [in Panormitana beatificationis et canonizationis Ven. Servi Dei Ignatii Capizzi.... Roma 1854: una copia del rarissimo volume è conservata nella biblioteca del Collegio Capizzi].
Parlando delle incisioni incluse in un'opera del Capizzi [Lavoro della divina grazia .... Palermo 1775) raffigurante “Gesù Bambino nel cuore umano”, un testimone afferma “sebbene non fossero state di sua invenzione, pure furono fatte stampare da lui (p. 81) e un altro conferma che non furono” invenzioni sue, come Egli stesso mi disse” (p. 90). Questa precisazione non sarebbe stata data dal Capizzi se non avesse inteso re­spingere la paternità di quell'invenzione che poteva essergli attribuita tenendo pre­sente un'attività da lui notoriamente svolta.
Per la tela della “Trinità” fatta dipingere per la chiesa di S. Eulalia di Palermo e le relative incisioni si confronti a p. 89 del citato volume Panormitana... e G. De Luca Vita del Venerabile Sac. D. Ignazio Capizzi da Bronte. Adernò 1873, p. 98.

Nicola Spedalieri (all'età di 33 anni, autoritratto)Di NICOLA SPEDALIERI (1740 - Roma 1795) possediamo un’opera esat­ta­mente databile, l’autoritrat­to, esegui­to all’età di trentatré anni, quindi nel 1773 (foto a sinistra). A nostro parere deve essere stato dipin­to a Palermo, poco prima della partenza per Roma.

Alla pittura si era dedicato mentre studiava nel seminario di Monreale, frequentando lo studio di Gioacchino Martorana.

Questo artista, non anonimamente incana­lato nella tradizione della pittura barocca palermitana, inquieto e versatile, amava la musica al pari del giovane brontese.

Dalla spinetta conservata nel Collegio Capizzi è documentata questa duplice vocazione dello Spedalieri. I vari dipinti che la adornano vanno collocati in data ante­rio­re all’auto­ritratto per la minore sicurezza tecnica avvertibile nella composizione che è fittamente segnata da una decorazione rococò into-no a marine e scene campe­stri, svolte in chiave arcadica ma con cadenze provin­ciali.

L’ammissione dello Spedalieri tra i membri dell’accademia romana del­l’Arca­dia non deve quindi suggerire la proposta di una datazio­ne più tarda, che contraste­rebbe pure con gli sviluppi che non potevano mancare a seguito dei vivaci e continui incontri con personalità quali J. J. Winckelmann, F. Milizia, A. R. Mengs, A. Canova e il siciliano V. Errante.

Basta tener pre­sente che il piglio vivace e talvolta fresco di qualche episodio con pastorelle e contadini è rallentato da un bagaglio ancora scolastico sia pure sostenuto, principalmente negli inserti floreali, dalla conoscenza della pittura napoletana.

Questi limiti sono invece quasi assenti nell’autoritratto che riflette una fiera coscienza ed una orgogliosa penetrazione dei tratti affilati del proprio volto.

Il chiaro assunto apologetico di quest’opera trova non casuale riscon­tro nella difesa delle tesi teologiche professate durante l’insegna­mento al Seminario di Monreale - avversate e sospettate di eresia dai teologi palermitani - e nel successo dopo l’approvazione rilasciata dai re­visori romani.
Anche per questo l’autoritratto dello Spedalieri risulta l’opera più signi­ficativa nel quadro dell’attività dei pittori brontesi attivi tra sette e ottocento.

Nicola Spedalieri

L'autoritratto, donato al collegio Capizzi nel 1886 dagli eredi del filosofo come precisa una scritta aggiunta nella parte alta del dipinto, reca in basso l'iscrizione “Nicolaus Spitaleri aetat: suae XXXIII / Hanc sui suamet manu pinxit effigiem”.

E’ noto che il vero cognome del Nostro è Spitaleri, e che il filosofo lo cambiò in Spedalieri a Roma (cfr. G. Cimbali, Nicola Spedalieri, pub­blicista del secolo XVIII. Città di Castello 1888, vol. I, p. 95). Ecco una conferma della nostra ipotesi.

A proposito della scritta “Sac. Nicolaus Speda­lieri P.” (questa abbreviazione va completata in Pinxit), che si legge nella spinetta (foto a destra), è da pre­cisare che appare apposta da altra mano ed in epoca chiaramente successiva.

La notizia relativa al Martorana è ricavata dai Materiali di notizie riguardanti la storia del Seminario di Monreale raccolte da Biagio Caruso, e ora per la prima volta pubbli­cate a cura di V. Di Giovanni, in «Nuove effemeridi siciliane”, vol. VI, 1877, p. 24. Dallo stesso Caruso, letterato brontese che conobbe lo Spedalieri e fu rettore del Seminario di Monreale, abbiamo la segnala­zione (a p. 26) che il Nostro a Roma “non lasciava la pittura ed in Bronte sua patria vi è qualche pittura sua nella chiesa parrocchiale”.

Una di queste opere è da riconoscere nella “bella testa della Vergine, ammire­vole per la finitezza del colorito e l’espressione dolce del viso” che Benedet­to Radice (Me­morie storiche di Bronte. vol. I, Bron­te 1928, p. 348) elenca tra quel­le della cap­pella del Cuore di Gesù della chiesa madre, aggiungendo che “De Luca dice sia opera del filosofo Spedalieri”...

Da tempo si è perduta ogni traccia di questo dipinto che forse può essere iden­tificato con “La piccola cor­nice con la Madonna” da Nicola Spedalieri lega­ta per testamento al fratello Erasmo (Cimbali, op. e vol. cit. p. 165).

Un piccolo dipinto attribuito a Nicola Spedalieri (una tavoletta di 15 cm. x 30) è conservata a Bronte nella chiesa della SS. Trinità (la Matrice); trattasi dello sportello di un tabernacolo.

Per i rapporti con l’ambiente artistico romano, oltre Cimbali, (op. vol. e pag. cit.), si vedano le Memorie raccolte da Francesco Cancellieri intorno alla vita ed alle opere del pittore cavaliere Giuseppe Errante ..., Roma 1824. Cancellieri scri­ve “[l’Errante] molti lumi pure ricavò dal nostro Don Nicola Spedalieri, che po­teva star con esso del pari. Per molto tempo anch’io mi approssimai a que­st’ultimo, perché sempre m’intesi acceso d’impegno di conoscere il vero motivo della mediocrità presente dell’arte, e perchè abbiamo qualche Artista, ma non l’arte”.

Nelle foto a sinistra, l'autoritratto di N. Spedalieri ed un particolare dei disegni da lui eseguiti sulla spinetta. A destra: N. Spedalieri, dipinto di Agostino Attinà nel quadro Uomini illustri di Bronte, ritratto con gli "stru­menti" del suo sapere: fu infatti poeta, musi­cista, ora­to­re, storico, ma­te­matico e, prevalente­mente, apologeta e pubbli­cista.

Del pittore GIUSEPPE DINARO (1795 - 1848) si conservano quattro opere firmate e datate, dal 1821 al 1827.

Resta pertanto scoperto un buon tratto di presumibile attività poste­riore, un ventennio, e quello più breve a partire dall’apprendi­stato nello studio di qualche pittore che, non soltanto per i ben noti legami tra Bronte e Palermo, è da ricondurre nell’ambiente artistico di quella città.

Infatti il Dinaro si rivela legato alla pittura del tardo Settecento, e poi più decisamente ai modi di Giuseppe Velasquez. O perché l’abbia frequentato preso la Regia Accademia di Palermo, o perché ne abbia tenuto presenti svariate opere: ad esempio le pale che l’artista palermitano aveva dipinto per la chiesa di S. Maria di Randazzo (così vicina a Bronte) e per altri centri non lontani della Sicilia orientale.

In particolare le due tele nella chiesa di S. Blandano, e l’Assunta dipin­ta a fresco (foto a sinistra) nella volta della chiesa di S. Sil­ve­stro (o della Badia), ci con­fer­ma­no che il Dinaro assimilò non le forme neoclassiche - che giunge­ranno a Bronte nel 1830 con la fredda e scolastica «Disce­sa dello Spirito Santo» del paler­mitano Giuseppe Patricolo per l’altare maggiore della Badia - ma le compo­si­zioni barocche.

In queste ritrova l’approdo più sicuro ed allettante per il successo presso i committenti, smorzando debitamente i colori, i ritmi dei panneggi e i battiti delle ali degli angeli.

Si direbbe sulla falsariga dell’Annunciazione di Ran­daz­zo (giusta­mente attribuita al Velasquez), ma con risultati modesti, che valgono piuttosto a documentare più minutamente la fortuna di talune forme ritardatarie nel corso del primo Ottocento.

Giuseppe Dinaro
Nacque il 5 febbraio 1795 dal no­taio Nicola e morì il 31 luglio 1848, come risulta dai registri di batte­simo e morte della Chiesa Madre.

Opere firmate e datate: S. Loren­zo da Fraz­zanò e S. Giovanni Dama­sceno del 1827 (ambedue nella chie­sa di S. Blandano, vedi le due foto a de­stra in alto); S. Gae­ta­no Thiene del 1821 (nella chiesa di S. Antonino, vedi foto sotto a sinistra) e l'Assunta del 1826 affrescata nel­la volta della chiesa di S. Silvestro (foto nella colonna a sinistra).

Sono tutte ri­cordate dal Radi­ce (Storia e vol. cit., pp. 337, 391, 399 e 400) che giustamente gli attri­buisce pure, il S. Gio­vanni di Dio (a destra) della Chiesa di S. Anto­nino (p. 377); non può essere accolta invece la proposta per Il sacrificio di Noè (o, secondo qual­cuno di S. Gioacchino), nel coro della chiesa di S. Silvestro (p. 391).

Eruzione dell'Etna la notte del 31 Ottobre 1832 (dipinto di G. Politi)E’ possibile ridurre il vuoto dal 1827 al 1862, anno del primo dipinto datato di Agostino Atti­nà, con opere e dati poco rilevanti.

Quali appunto, la tem­pera fir­ma­ta da tale GIUSEPPE POLITI (non altrimenti noto ma sicura­men­te brontese), che nel 1832 lasciò una testimo­nianza diretta dell’eruzione dell’Etna, utile per geologi e vulcanologi.

L’avvenimento è colto con occhio attento nel riprodurre l’abitato di Bronte e la colata lavica che avanza rischiarando appena, e con qualche effetto, le tenebre della notte del 31 ottobre.

Giuseppe Politi:
Nella foto a sinistra un particolare del qua­dro (di cm. 95x48) conservato nel Real Collegio Capizzi e recen­temente restaurato.
Il dipinto in alto a destra porta la scritta “Eru­zione dell’Etna la notte del 31 ottobre 1832 / la di cui lava diretta per Bronte distrug­geva [qui è una parola ormai illeggibile] terreni col­tivati” ed è firmata due volte “Politi Giu­sep­pe pinse”.
Vedi anche il particolare della Città di Bronte.

A destra particolari di due disegni a tempera dello stesso pittore, rappresentativi dei costumi della Sicilia: Legnaiuolo di Floridia ed il Ricottaro di Cannicatini in Siracusa. Le due tempere sono proprietà di privati.

Placido De LucaIn rapporto allo stesso avvenimento includiamo PLACIDO DE LUCA (1802 - Parigi 1861), l’economista già incontrato nel quadro degli uomini illustri. Risulta che in quell’occasione «volle salire sul nostro vulcano, e fece schizzi, disegni e lettere descrittive che mandava al fratello Antonino».

Amò la musica che eseguiva su vari strumenti, e protesse l’Attinà “giovinetto pittore”, il quale poi, mosso anche da gratitudine, lo ritrasse in varie tele. A tutt’oggi disponiamo solo di questi labili indizi estratti dalle biografie del Radice.

On. Placido De Luca

Il passo riportato nel testo, e le altre notizie sono tratti da B. RADICE, Due glorie sici­liane: I fratelli De Luca, Bronte 1926, pp. 40, 42 e 160.

Nella foto a sinistra Placido De Luca (dal quadro "Uomini illustri di Bronte" di  Agostino Attinà).

A Catania il De Luca fu nominato Consigliere d'Intendenza e, nel 1860, eletto deputato al primo parla­men­to del Regno d'Italia (fu eletto nel collegio di Regalbuto con 334 voti su 455).

Di DOMENICO DE LUCA (1839 - 1917), che a lungo si dilettò di pittura, esistono invece varie tele presso gli eredi.

Sono copie da opere più o meno famose (è del 1865 la “Madonna della seggiola” da Raffaello) a riprova di un tenace esercizio che raggiunse talvolta il risultato di una tecnica non piatta, come nel fiero “S. Paolo”.

Nessuna notizia biografica o di altri tipo siamo riusciti a trovare di questo artista, sconosciuto anche agli storici G. De Luca e B. Radice.

Pur non essendo brontese di nascita, NICOLO' DINARO (Biancavilla 1834 - Bronte 1908), figlio del già citato Giuseppe, va incluso in questa rassegna.

Documentato solo da opere eseguite a Bronte, Nicolò Dinaro si presenta divergente dalla pittura del padre, e manifesta il piano delle sue presta­zioni con la decorazione del soffitto ligneo della chiesa di S. Maria della Catena. L’effetto insistito e vistoso dei motivi geometrici floreali e grot­teschi, nelle travi e negli scomparti, risulta mediato da cadenze tipiche della decorazione popolare, però con una netta tendenza al monocro­mato. Come è confermato dagli affreschi della volta della cappella otta­gona di S. Maria delle Grazie (già firmata e datata 1896).

Qui, entro i riquadri disposti intorno all’Eterno, risalta l’ornamentazione copiosa ma svelta dei girari bianchi e grigi, risonanti, che in basso incor­niciano, animandole, le scene della vita della Vergine.

Tra queste, ingenue e comunicative, saporose e attraenti, è da notare la Natività ravvivata da pochi tocchi di colore.

Non trascurabile documentazione dell’attività avanzata di un umile ma felice decoratore che ci attira come gli autori delle buone pitture su vetro.

Dinaro, più precisamente mette a frutto ed arrangia i suggerimenti assor­biti da opere quali gli affreschi del bresciano Giuseppe Tamo in Biancavilla, dipinti un secolo e mezzo avanti, (in primo piano quelli della chiesa dell’An­nunziata); e dalla conoscenza delle volte della chiesa di S. Maria di Ran­dazzo e della ormai distrutta chiesa di S. Giorgio di Cerami.

Nicolò Dinaro

Nacque a Biancavilla il 22 luglio 1834 e morì a Bronte il 21 maggio 1908 (nell’atto di morte del Municipio risulta «di professione pittore »).

Il 4 settembre 1875 riceve «a conto della pittura che dovrà eseguire nella soffitta [della chiesa di S. Maria della Catena] Lire trenta», e poi ancora altri acconti sino al 20 maggio 1876 (questi docu­menti, ricavati dal volu­me dei «Conti 1875-1885», conservato nell’archivio della stessa chiesa, ci sono stati segnalati dal dott. Francesco Longhitano Ferraù).

Il sac. Salvatore Sanfilippo potè trascrivere, prima che ve­nisse cancellata, l’iscrizione degli affreschi della chiesa di S. M. delle Grazie, posta sotto la cornice dello scomparto con la presentazione di Gesù al tempio, “Per devozione del sac. Giuseppe Lombardo Nicolò Dinaro pinse 1896”.

Gli affreschi di Cerami sono riprodotti in G. Paternò-Castel­lo, Nicosia, Sperlinga, Cerami, Troina, Adernò, Bergamo 1907, p. 89.

Nelle due foto sopra, a sinistra decorazioni del soffitto ligneo della chiesa di S. Maria della Catena, a destra la volta ottagonale  di Santa Maria delle Grazie affrescata da N. Dinaro.

Si dice che AGOSTINO ATTINA' (1840 - 1893) abbia studiato presso l’Accade­mia di Belle Arti di Napoli, in anni e per un periodo non precisati.

Tenuto conto che il suo protettore Placido De Luca insegnò nell’Uni­versità partenopea dal 1845 al 1859 e morì due anni dopo, è da sup­porre che per quel soggiorno non si debba andare oltre il 1861.

Si avrebbe una conferma nell’unica opera della prima attività giovanile, il ritratto del sac. Nunzio Leanza, del 1862.

A giudicare da questo dipinto, oltre la compostezza, di rito ma non bana­le, e la capacità di dar saggio di sensibilità pittorica, il giovane brontese prometteva un’attività non certo disinformata dei movimenti artistici contemporanei, sia pure mediati dall’ambiente catanese.

Invece, già a partire dal 1874 - anno del quadro degli uomini illustri, (in cui tuttavia si possono isolare alcune figure per una discreta efficacia ritrattistica, che si ripeterà sempre più di rado) - Attinà farà ricorso a un mestiere che via via viene meno.

Il buon pastore (di A. Attinà)Per commissione o altro, copia prevalente­mente opere dei sei e sette­cen­to esistenti a Bronte (citiamo solo le copie, del 1876, da due tele secen­tesche di Giuseppe Tommasio da Tortorici, per la chiesa di S. Maria della Catena) o le assume a modello (il “Buon Pastore” della Chiesa madre, del 1880, nella foto a destra).

Giustamente il Radice lamenta, a proposito delle due copie, “molta viva­cità e avventa­tezza di colori che tolgono molto all’armonia dell’insieme”.
Maniera che tende a una gene­rica e spesso dolciastra adesione al sog­getto religioso che talvolta si alterna o accompagna a sortite in campo veristico.

Conviene prendere in considerazione la “Santa Domenica” della chiesa di S. Antonino (foto a sinistra), del 1874, per la figura del pastore de­scritta con intensa e non torpida cura e la coppia di buoi inginocchiati, dallo sguardo così catti­vante, degna dei più esemplari ex-voto; e la tela con le contadinelle ed il capretto squar­tato, del 1878, che tardivamente si ricollega alla pittura napoletana, con inflessioni dialettali ma con acre efficacia, che difficil­mente è raggiunta dall’Attinà nelle altre numerose sue tele.

Agostino Attinà

Nacque il 20 luglio 1841 da famiglia di ar­ti­giani a Bronte, dove morì il 12 giugno 1893. Per i rapporti con Placido De Luca, si cfr. Radice, Due glorie cit., pp. 21-23 e 42. Radice ricorda più volte il suo “buon amico” pittore elencandone le opere in Bronte (nella Storia cit., vol. I, pp. 346, 348, 364, 377; vol. Il, p. 310).
Nel già men­zionato volume di conti della Catena, risultano due pagamenti ad Attinà, nel gennaio 1879, per le copie dal Tom­ma­sio - eseguite nel 1876 (Radice, op. cit., p. 364) - e “a conto dei due quadretti delle Salette e di Lourdes” (sono firmati e datati 1877).

Nel settembre del 1883, in occasione delle feste centenarie della morte del Capizzi, gli venne affidato l’incarico di eseguire “tre dipinture trasparenti”, intricatissime; venne esposto in una piazza del paese il qua­dro degli uomini illustri, e in più luoghi vennero sistemati ritratti di degni concit­tadini  con­venuti a “far corte” al Venera­bile (an­che per la cronaca di questo avve­ni­mento si veda De Luca, Storia cit., pp. 355-58).
Nel gennaio dell’anno successivo Attinà si prodigò in altre invenzioni, per il catafalco dei funerali del Card. Antonino De Luca (RADICE, Due glorie cit., p. 331).

Sul quadro degli uomini illustri (1874, tela ad olio di 193 cm. per 280 di altezza), “idea patriottica” dell’Attinà, si veda: G. Cim­bali, Nicola Spedalieri cìt., vol. I, p. 36 in nota, e Radice, Storia cit., vol. II, p. 310. Leg­gi la concettosa iscrizione riportata in basso nel quadro. Per le relazioni dell’Attinà sulle opere d’arte si veda De Luca, Storia cit., pp. 393-396.

E' da ricordare, infine, che i numerosi

Martirio di S. Stefano (Agostino Attinà, 1876)S. Filippo Neri (Agostino Attinà, 1876)

Il ritratto del sac. Nunzio Leanza (1862) e, a destra, il quadro di S. Giuseppe  di­pinto da A. Attinà nel 1876.
Sotto, le copie del 1876 da due tele se­cen­tesche di Giuseppe Tommasio da Tor­torici, per la chiesa di Santa Ma­ria del­la Catena: il Martirio di Santo Stefano ed il quadro di San Filippo Neri con la visione della Ma­donna.

Di Agostino Attinà trovansi molte altre sue opere nelle chiese brontesi, nel R. C. Capizzi ed in case di privati. Fra le tante citia­mo un ritratto del Papa Pio IX (olio su tela 90x120 cm del 1880) ed Il Buon Pa­store (1880) nella Chiesa Madre; la Ma­donna di Fatima (1877) e la Madon­na di Lour­des (1877) nella chiesa della Ca­te­na; Santa Domenica (1874) nella Chie­sa di Sant’Antonino ed un quadro di S. Giu­seppe e Gesù Bambino (1876) nel­la Chie­sa di San Silvestro.

disegni e le figure originali del libro del De Luca sono «fatti dal pittore Brontese signor Agostino Attinà per mero patrio amore». Rappresentano oggi una vera rarità perchè ci consentono di vedere e conoscere do­po quasi 150 anni com’erano tanti monumenti e chiese brontesi.

Di NUNZIATO PETRALIA (1859 - 1936), “bravo pittore di stanze” come lo definisce Radice, sappiamo con precisione l’arrivo a Napoli, nel giugno 1877 (sembra con un contributo del Comune) “per studiare ornato e figura”.

Petralia amava ripetere di essere stato alla scuola di Domenico Morelli, che proprio in quegli anni viveva il periodo più entusiasta e fecondo del suo insegnamento, al fianco di Francesco Palizzi.

In fondo, quello era solo un ricordo per Petralia che, anche quando prova nella romanticheggiante tavoletta “Desideri”,  dimostra di non avere saputo trarre vantaggio da quel soggiorno.

A partire dal 1889 accompagnò la sua attività di accurato decoratore di interni eseguendo copie (ne abbiamo da Raffaello e persino da Caravaggio), ritratti e scene di genere che attestano un lavoro ostinato e ambizioso, ma modesto di risultati.

Delle sue molte opere se­gna­leremo alcuni qua­dret­ti dedicati a tipi e scene po­polari siciliani, e le tele (fo­to a destra) per la cap­pel­la del Sa­cra­mento nella chie­sa madre, che ripro­ducono esattamente i due affre­schi sottostanti).

In en­trambe è da sotto­li­nea­re l’effetto della tra­scri­zione, caratteriz­zata da amabili abbrevia­ture com­positive e cromati­che.

Sant'Antonio (di N. Petralia) Rodolfo d'Asburgo (di N. Petralia)

Va rilevato che le opere più valide di Nicolò Dinaro, di Attinà e di Petralia sono contrassegnate, con intonazioni diverse, da questa inclinazione comune, culturalmente esigua; e che il capitolo dei pittori brontesi di ieri si può descrivere con una curva discendente, che corrisponde al progressivo sgretolarsi di una tradizione tutt’altro che stimolante.

Si noterà invece che non mancano puntuali e continui rapporti con la cultura a loro contemporanea nelle opere degli artisti formatisi a partire dal terzo decennio del presente secolo.

Vito Librando

Presentazione fatta in occasione della Mostra degli «Artisti brontesi di ieri e di oggi»  tenutasi nei locali del Real Collegio Capizzi dal 28 gennaio al 24 febbraio 1973.

Nunziato Petralia

Come si legge sulla lapide tombale, nacque il 28 gennaio 1859 e morì il 15 dicembre 1936. Molti lo ricordano infa­ticabile al cavalletto, geloso dei “segreti” della sua pit­tu­ra, anche quando lavorava a deco­rare le case dei bene­stanti, troppo orgoglioso dei suoi dipinti. L’accenno del Radice è nella più volte citata Storia a p. 295. Per il viaggio a Napoli si veda A. Cimbali, Ricordi e lettere ai figli, Roma 1903, pp. 112-113.

Sue opere si trovano nella chiesa del Rosario; nella chiesa madre (ai lati del presbi­te­rio e nella cappella del Sacramento: firmate e datate, rispettivamente, 1899 e 1895); al cimitero, nelle cappelle delle Confraternite della Misericordia e di S. Maria e Gesù; nelle raccolte del collegio Capizzi e presso numerose case private.

Nunziato Petralia, CarrettiereNunziato Petralia, PaesaggioNelle due foto a sinistra Carret­tiere e Paesaggio due oli di N. Petra­lia; nella colonna a sinistra, le due tele che disegnò per la cappella del Sacra­mento nel­la Chiesa Madre riprodu­centi esat­ta­mente due affreschi sot­tostanti.

Petralia ha dipinto molti quadri per le chiese di Bronte. Nella sagre­stia della Matrice è conservato un ritrat­to dell'arci­pre­te Giuseppe Minis­sale e nell'attiguo Oratorio di Gesù e Maria quello di Gesù e Maria tra simboli della passione (foto a destra).

Ricordiamo ancora la Sacra famiglia e la SS. Trinità (ambedue del 1899) appesi alle pareti del presbiterio alle spalle del coro ligneo ed i quat­tro grandi quadri della chiesa del Rosario (vedi foto sotto): San Casimiro re di Polonia, l'Assun­zione della Madonna, Sant'Ono­frio (olio su tela di  m. 2,90 per 1,75) e S. Simone Stock, tela che “Nunziato Petralia pinse 1900”.

San Casimiro S. Simone Stock (carmelitano)

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