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Il pittore Lino Ciraldo

I personaggi illustri di Bronte, insieme

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Lino Ciraldo

Un chimico con l'amore per l'arte

Lino Ciraldo, nato a Bronte nel 1926, pittore, vive e lavora a Bari. Ha studiato nel Collegio Capizzi dove ha conseguito il diploma di maturità classica.

Laureatosi in chimica nel 1950 all'università di Catania, ha lasciato Bronte nella ricerca di uno sbocco professionale ad alti livelli soggiornando prima a Bari e poi a Firenze.

Per la sua arte ha ricevuto i consensi più vasti dalla critica e dal pubblico di tutta Italia e dell’estero.
Ha effettuato sue mostre personali, negli anni, in molte parti d'Italia riscuotendo positive recensioni da parte di numerosi critici d'arte italiani e stranieri.

La sua è una pittura tutta visiva, delle foglie colte nelle loro stilizzazioni essenziali, di nuove ricerche espressive, nelle quali il disegno geometrico, la tessitura, le variazioni cromatiche, le contrapposizioni tonali si intersecano con preciso rigore progettuale.

Sulle sue opere e la sua arte hanno scritto, fra gli altri, Michele Campione, Carlo Munari, Bruno Pompili, Giorgio di Genova.

Una esposizione di suoi “quadri e sequenze/moduli” fatta, su invito del Comune di Bronte, nei locali del Collegio Capizzi nel Maggio-Giugno 1983, e che Lino Ciraldo ha voluto dedicare al suo paese natale, riscosse un notevole successo. I visitatori apprezzarono la sua ultima produzione artistica, le sue «trame cromatiche» che Ciraldo condensa nella formula «sequenze/moduli».

«Il modulo – scrisse allora il trimestrale comunale “Bronte Notizie” -, basato su una rappresentazione rigorosamente geometrica del reale, è costituito da una serie di «segmenti cromatici», rapportati l’uno all’altro secondo le regole elementari di mul­tiplo e sottomultiplo.

La risultante è tutt’altro che «arte figurativa» (“non ho portato barchette e pae­sag­gi “, proclamò, allora, sdegnato Ciraldo), bensì un campione dell’universo che ne deriverebbe se ripetessimo i suoi processi stilistici all’infinito: per dirla in breve "trame cromatiche", che costituiscono nella loro realizzazione il momento lirico della creazione artistica.

Sopra, "Miscellanea", se­ri­grafia.
A destra "Henderson" e "Regìmental", due acri­lici su faesite del 1983.

Nella foto a sinistra in alto, Lino Ciraldo nel 1973 in occasione della "Mo­stra degli Artisti Brontesi di ieri e di oggi", tenutasi nel Collegio Capizzi. Alle sue spalle l'avv. Livio Castiglione, figlio dall'avv. Vincenzo sindaco di Bronte nel 1956.

Lavorando sui segmenti di un medesimo modulo, aumentando progressivamente l’intensità del colore dominante, si realizza la "sequenza", che è la dimostrazione estetica nonché lirica di come, pur mantenendo costante il modulo, possa variare nei diversi momenti della sequenza stessa l’opera risultante. L’effetto lirico, in questo caso, deriva dalla contemplazione globale del complesso costituente la sequenza».

Dal carattere eccentrico ma schietto e istintivo, Lino Ciraldo svolge l’attività di chimico ma il suo sincero e profondo amore per l’arte l’ha accompagnato per tutta la sua esistenza. Qualcuno gli ha detto che visitando la Sicilia ha capito perché usa quei colori.

Gli è stato chiesto anche cosa c’è di Bronte nelle sue opere e senza pensarci troppo ha risposto: «I colori di questa terra: non ci può essere altro!».


Lino Ciraldo

di Mario Sansone

Lino Ciraldo, Dal mio giardino (tempera su tela)«Siamo ovviamente in presenza di un pittore figurativo, ma di una figuratività tutt'altro che meccanica, e invece frutto di una scelta e di uno scavo interiore congiunti con impegno espressivo di notevole rilievo. Direi che Ciraldo è prima di tutto il pittore delle foglie, ma non del fogliame idillico e paesistico di una veneranda tradizione, sibbene della foglia colta in una sua stìlizzazione essenziale, che sale fino alla plastica e carnosa pienezza dell'agave e si stende in composizioni spesso imprevedute - ma studiosamente armonizzate - che si esaltano sino alla esilità affoltita degli steli o nella pienezza coloristica dei verdi squillanti della grassa agave colta nel suo faticoso ripiegarsi e rilucere.
E direi che il verde è il suo colore, un verde riavvertito dai suoi toni più cupi, che si fondono col bruno e persino col viola, a quello chiaro e intenso, e talvolta quasi metallico, come rifratto da un luminismo abbagliante. E sempre gli altri colori, specie quelli dei fondi - gialli, bianchi, viola, rosa o, anch'essi blandamente verdi - e poi quelli di frutti d'immaginazione, stanno come commentario, e spesso in felice accordo di espressione, con quel verde campeggiante, e prepotente. I fiori, come del resto le foglie, tendono al gigantismo: spezzano la loro lirica fragilità in un gusto esplosivo di statica vitalità.
Allora i papaveri col loro rosso sembrano fingere creature irreali, quasi anelanti a un trapasso della condizione vegetale a forme più alte di essenza vitale.

Pittura tutta visiva, ma anche piena di rischi per le sue ambizioni simboliche e per la riduzione pressocché assoluta dli ogni elemento meramente discorsivo o narrativo, ricca di una forte decoratività.

Tali caratteri sembrano approfondirsi. ma non mutarsi, nelle opere più recenti: in queste tele i colori si sviluppano, gli accordi tonali tendono a fondarsi sopra variazioni non monocrome, i gialli, i rosa, il rosso quasi contendono lo spazio al verde, ed elementi insieme naturali è fantastici si aprono, con allusione monumentale, ad aspetti più travagliosi e complessi del reale.»

Artisti brontesi tra sette e ottocento

Uomini illustri di Bronte

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