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L'economista Placido De Luca

I personaggi illustri di Bronte, insieme

 

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Fu anche deputato al primo Parlamento del Regno d'Italia (1861)

Placido De Luca

Diede origine alla moderna scienza delle finanze

Placido De Luca, nacque a Bronte il 5 ottobre 1803 da Vincenzo e da Francesca Saitta. Fratello del cardinale Antonino Saverio, è stato un economista ed un giurista di fama internazionale e deputato, eletto nel Collegio di Regalbuto, al primo Parlamento del Regno d'Italia.

Laureato in Giurisprudenza ed in Scienze economiche e commerciali, docente universitario, fu autore d’importanti libri di scienza economica e di statistica propugnando sempre, da convinto difensore, il principio della libertà del lavoro e dell’industria.

Figlio di "onorata famiglia fornita di bastevole fortuna", compì gli studi a Bronte nel Collegio Capizzi, con "risultati da record", fino alla licenza liceale; nel 1822, appena ventenne, si trasferisce a Palermo dove, si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza e si laurea quattro anni dopo col massimo dei voti ed il plauso della Commissione.

Nella stessa città iniziò l’attività d’avvocato, procurandosi subito notorietà e grande reputazione.

Ma il suo ideale era rivolto a ben altro, mostrando il suo vivace ingegno propensione e migliore attitudine alle scienze economiche. Si sentiva, infatti, portato  - più che alla attività forense - alla ricerca scientifica nel più promettente campo delle discipline economiche, finanziarie e sociali.

Continuò quindi negli studi sotto la guida dei più noti professori di Palermo (fra gli altri un luminare dell'epoca, il modicano prof. Saverio Scrofani) e fu tanto bravo da meritare la medaglia d'oro con la quale la locale Università premiava, dopo pubblico concorso, le fatiche dei giovani che si segnalavano in questo campo.

Lasciata Palermo, da avvocato ormai affermato, si trasferì a Catania dove, spinto da contingenti necessità economiche, per diversi anni continuò ad esercitare l'attività forense.

Fu uno dei tanti avvocati che difendevano gli interessi del Comune di Bronte nella secolare lite che la cittadina sosteneva nel periodo contro la Ducea dei Nelson. In una delle tante cause intraprese dai cittadini
di Bronte contro i discendenti del Duca Nelson, dolente di continuare a vedere sempre perdente ed oppressa la povera gente, inviò, valendosi dell’influenza del fratello Antonino, un memoriale anche al Parlamento inglese.

La sua passione per le scienze economiche ed il desiderio di approfondire meglio tali discipline lo portarono ben presto a trasferirsi prima a Napoli (capitale del Regno borbonico) e successivamente (nel 1839) a Parigi dove fu discepolo del Macarel e dove avvicinò alcune "celebrità cosmopolite" e si legò in affettuosa amicizia col Sismondi, col Degerando e con lo statista carrarese Pellegrino Rossi.

Nel 1841 l'Università di Catania bandì il concorso per la nomina di un titolare di ruolo nella nuovissima cattedra di Scienza Economica, nella facoltà Giuridica.

Il De Luca partecipò, unitamente a ferrati studiosi dell'epoca quali il Salvatore Marchese, Vincenzo Cordaro-Clarenza  e Pietro Longo-Signorello e contro tutti e tre prevalse il 9 Settembre 1941 svolgendo, in maniera esemplare il tema proposto: "Dell'utile e dello svantaggio che producono all'industria i privilegi". Il decreto di nomina a professore porta la data del 23 Febbraio 1842.

Due anni dopo, nel 1844, si presenta al similare concorso bandito dall’Università di Napoli anche questa volta vincendo contro una decina di agguerriti concorrenti, con una persuasiva e moderata interpretazione dell'argomento in latino: "De impensarum natura et regulis et an luxus prosit industriae vel noceat". Il decreto di nomina è del 12 Febbraio 1845.

Eccolo quindi a Napoli, successore del sommo abate Antonio Genovesi, insegnare per ben 15 anni (fino al 1859) "la scienza della pubblica ricchezza e dell'equa distribuzione di essa". Qui ebbe anche l'incarico dell'esame dei giovani che aspiravano alla carriera diplomatica e fu membro della Com­missione di statistica.

Mancavano in quel periodo manuali di economia politica per gli studenti e il De Luca, pubblicava le sue lezioni su un giornale, "La Falce", da lui fondato insieme ad altri a Palermo.

Aveva iniziato giovanissimo (a 26 anni) a scrivere i primi saggi in materia economica ma il suo primo lavoro orga­ni­co, destinato agli studenti, lo pubblicò solo nel 1852 a Napoli: "Principi elementari della scienza economica" («lavoro mediocre», secondo Giuseppe Majorana).

Nel corso del 1857-58 pubblicò le sue opere che restarono famose, più che ogni altra, "Principi elementari di statistica" (Napoli, 1857, «lavoro discreto», secondo Antonio Garbaglio) e  "La scienza delle finanze" (Napoli, 1858, «lavoro magistrale», secondo la critica più "à la page").

Altre sue opere di successo furono "Rendiconto delle lezioni di economia e commercio" (Palermo, 1845), "Intro­du­zione al corso di economia pubblica e commercio" (Palermo, 1845), "Sui principi di statistica e popolazione" (Catania, 1856) e "Sul censimento della popolazione" (Catania, 1858).

Dopo quindici anni di vita vissuta a Napoli, nel 1859, il De Luca, spinto dal desiderio di ritornare vicino al suo paese natale, chiese ed ottenne il ritorno alla cattedra dell'Università di Catania dove insegnò fino alla morte, avvenuta due anni dopo.

A Catania fu nominato Consigliere d'Intendenza e, nel 1861, primo parlamentare brontese, anche deputato eletto nel Collegio di Regalbuto al primo Parlamento del Regno d'Italia (prese 334 voti su 455).

Placido De Luca morì, nel pomeriggio del 1° novembre del 1861, a Parigi dove era andato per curarsi di una malattia alle vie urinarie e dove, operato nel luglio dello stesso anno, era stato colto da una inattesa infezione settica. Spirò assistito dal fratello, il Cardinale Antonino Saverio, giunto da Vienna dove ricopriva la carica di Nunzio Apostolico. E' stato sepolto nell'allora nuovo cimitero di Parigi, a Jory.

Placido De Luca, per indole molto modesto e schivo, ebbe sempre uno spirito indipendente ed alieno dal corteggiare i potenti. Non si mostrò mai tenero neanche con il governo borbonico, che servì senza il minimo entusiasmo e fu sempre vana­mente osteggiato da avversari ed invidiosi.

Fu anche membro dell’Accademia dei Georgofili di Firenze. Amò anche la pittura e la musica che eseguiva su vari strumenti, e protesse il giovane pittore brontese Agostino Attinà (Bronte 1841 - 1893), facendolo studiare presso l'Accademia di Belle Arti di Napoli. Il pittore, per gratitudine, ritrasse il suo mecenate in varie tele. Questo a destra è il ritratto che Attinà fece del De Luca nel suo quadro più famoso "Uomini illustri di Bronte".


La finta pazzia del De Luca

Il brano è tratto da "Il Radice sconosciuto" (pag. 174), racconti, novelle, commemorazioni, epigrafi, scritti vari, pubblicati da Benedetto Radice su vari giornali dal 1881 al 1924 - a cura di N. Lupo e F. Cimbali - Collana Editori in proprio, Tipolitografia F.lli Chiesa, Nicolosi, Agosto 2008

Lo storico brontese Benedetto Radice, ha scritto una biografia dei fratelli De Luca (Placido e Antonino Saverio) nel suo libro «Due glorie siciliane - I Fratelli De Luca» pubblicato a Bronte nel 1926 dallo Stabilimento Tipografico Sociale. In precedenza aveva anche pubblicato sul giornale “L’Ora” di Palermo del 6-7 Aprile e del 18-19 Aprile 1923, due articoli con un breve profilo dell'economista Placido.

«I due articoli, come è chiaro fin dalla prima lettura, - scrive Nicola Lupo - sono completamente diversi perché: il primo parla dello studioso che ha reso un grande servizio alla Scuola e allo Stato con l’approfondimento delle Scienze economiche e della Finanza, partecipando equilibratamente alla vita politica e preconizzando un socialismo cristiano che, come ben dice il Radice, poteva essere l’anticipazione del Partito Popolare fondato nel 1919 da Don Luigi Sturzo; il secondo, invece, descrive l’uomo, la sua disavventura giudiziaria e conseguente finta pazzia, che tanto finta, però, non deve essere stata, considerando quanto il Radice racconta in seguito descrivendo il suo caratteraccio di cui fece le spese il pittore Agostino Attinà, allora giovane protetto dal De Luca, che è tacciato, dallo stesso Radice, di “pusillanimità e paura” anche in campo politico».

Della disavventura del trentaduenne Placido con la polizia borbonica e della sua "curiosa" pazzia vi proponiamo uno stralcio tratto dal secondo articolo del Radice. Le note in calce sono di Nicola Lupo.

L'illustre economista bronte­se on. Placido De Luca.

Le immagini sono tratte dal li­bro di G. De Luca "Storia del­la Città di Bron­te" (in alto); da "Due glorie sicilia­ne, i fratelli De Luca" di Be­ne­detto Radi­ce (sopra), dal sito web della Ca­me­ra dei Deputati (a destra)  e, sot­to, dal qua­dro "Uomini illustri" di Agosti­no Attinà.


Un illustre economista siciliano dimenticato

«... Ma altro fu lo scienziato, altro l’uomo. Un avvenimento della sua giovinezza lo rese noto ed inviso alla polizia borbonica. La sera del 2 aprile 1835 il Teatro Comunale di Catania echeggiava di applausi al tenore Giovanni Boccaccini(1).

L'occhiuta polizia che vedeva anche le cose invisibili, tenne un giorno ed una notte in arresto il bravo tenore, perché, senza il suo permesso aveva osato presentarsi alla ribalta a ricevere i battimani. Si ripeterono più fragorosi gli applausi la sera del 4, beneficiata di Don Martino Pappalardo.
Furono applauditi fuori misura gli attori e il tenore, scrive nel suo rapporto di inchiesta il presidente Longo. D'Enrico, Perino, Canterella e il di lui zio Luigi Canterella, autori più rumorosi della claque, furono portati in domo Petri(2), ove stettero per oltre ventiquattro ore.

La polizia, odorando il vento infido, interpretando gli applausi come protesta alle misure poliziesche, o come qualcosa che allora non era lecito dire, ma che si sentiva nei cuori e si respirava nell'aere, per ragioni di ordine pubblico, o meglio per non fare scandalo, proibì ad alcuni giovani di recarsi al teatro.

Quel divieto paterno e prudenziale generò invece la mala contentezza nei presunti ribelli.

La sera del 5 aprile una quarantina di giovani avvolti nei loro mantelli, il bavero alzato per nascondersi parte del viso, motteggiavano e sbertavano(3) il capo guardia Recupero Ferdinando, destinato al servizio del teatro, cantando in coro: Va, spogliati, lascia l'uniforme, levati quel cappello, levati quella pezza lorda, stasera sarebbe meglio di ritornartene a casa.

Il Recupero tirò innanzi e imbattutosi nell'Ispettore Silvestri, con costui filò dall'Intendente che abitava lì vicino, e presso il quale quella sera trovavansi il commissario Vico e il principe Acicatena, comandante generale del Valle, quel tal principe che nel 1820 venuta ad assediare Bronte ribelle a S. Maestà, i Brontesi ruppero e misero in fuga.

Le due canizie consumate, venute a consiglio, ordinarono al Silvestri di trovar modo colle buone o colle brusche di sciogliere quei capannelli di figlioli testardi, scapati e disubbidienti.

Alla vista del Silvestri, del Recupero e delle guardie, si ripeterono in coro le voci: Va Spogliati e levati l'uniforme, e fatta trombetta con la bocca seguì un certo rumore che dantescamente dicesi trullare(4). Quei buoni figlioli l'avevano col Recupero. Il Silvestri, credutosi offeso nella dignità birresca, ordinò l'arresto di uno degli spetazzanti. I giovani, tratti di sotto ai loro mantelli, chi bastoni, chi coltelli, assalirono le guardie.
In quel tafferuglio rimase ferito il Silvestri al mignolo della mano sinistra, giudicato pericoloso di storpiamento, non più buono quindi a maneggiare pollici e manette. Fu pure malconcia una guardia. In questo, al rumore d'una fucilata, sopraggiunse la turba che perlustrava quei paraggi. Gli assalitori, vista la mala parata, se la diedero a gambe.

Furono arrestati Don Rosario Currò da Acireale, Don Carlo Smeriglia da Messina, Don Giuseppe Scarlati, Don Agatino Clarenza da Catania, il nostro avvocato De Luca che lavorando di bastone, impigliatosi nel mantello, incespicò e cadde colla testa rotta e sanguinante.

Si salvarono colla fuga i fratelli Giuseppe e Domenico Calatabiano, Guglielmo Thovez governatore della Ducea Nelson, D'Enrico, Pisani, Ciancio, D. Giuseppe Caudullo, Calcedonio Ardizzone, Giuffrida, Bonaventura, Gravina, Pietro Nicastro da Modica, D. Domenico Fiorini concittadino del De Luca, i quali poi, a loro istanza, furono ammessi al beneficio della spontanea presentazione.

Il De Luca, più degli altri, temeva il rigore della Legge per il reato di violenza e resistenza alla forza pubblica, e più per la rabbia borbonica dei magistrati, contro i quali la cittadinanza reclamava perché fossero allontanati da Catania, come nemici palesi degli accusati, il Procuratore Generale Corvaia, il presidente Longo e il giudice Carbonaro.

Gli è vero che quella era una volgare rissa, ma la condizione civile dei rissanti, fra i quali il De Luca legato d'amicizia colla gioventù liberaleggiante di Catania e di Palermo, generò il dubbio che quella non fosse pura rissa.

Altrove non si gridava: Viva Verdi! e Verdi era Vittorio Emanuele re d'Italia? I giovani non si battevano per una ballerina e la ballerina era l'Italia? A Catania si applaudiva il tenore, e questo simboleggiava l'ideale di libertà.

I Puritani erano già apparsi nel gennaio sulle scene di Parigi, e in quattro mesi avevano dovuto valicare le Alpi e cantare di libertà nella patria del Bellini.

Negò il De Luca nel suo interrogatorio di avere avuto parte nella rissa, ma che capitato lì a caso, in quel pigia pigia, era stato travolto dai rissanti e dalle guardie, e uscitone tutto rotto e pesto della persona.

Un giorno, stando arrampicato alla finestra, da un balcone dirimpetto, per via di grandi caratteri, fu amichevolmente avvertito che l'affare suo volgeva al peggio. Allora egli pensò ai casi suoi; e per grotteschi modi, strani e bestiali atti cominciò a simular pazzia; ora negando il cibo al proprio corpo, or gittandolo in viso ai carcerieri, ora insudiciandosene la faccia, or grufolando dentro alla sua scodella, come in un trogolo, ora bruttandosi delle sue lordure.

Crescevano intanto i calori dell'estate; e con questi la mania. I medici gli permettevano che girasse pei corridoi a tutte l'ore, e quando egli veniva in maggior furore, come a novello Saulle, per calmarlo, due bravi giovani, coi loro violini gli suonavano dei pezzi di musica.

I fratelli del De Luca, il suo avvocato difensore Prof. Giuseppe Catalano, chiesero per lui la libertà provvisoria con le maggiori e più gravi garenzie(5) possibili, e che fosse mandato in Palermo all'ospedale dei matti. La libertà provvisoria gli venne negata, come a reo convinto e maggiore.
Il 22 giugno dal carcere centrale fu mandato all'ospedale di S. Marta, e di là, accompagnato dal fratello sac. Luigi e dai gendarmi, il 10 luglio fu trasferito in Palermo alla casa dei matti, ai Porrazzi. Il fratello Sebastiano era già partito prima a brigare presso le Autorità.

La commedia della simulata pazzia, della quale poi rideva spesso con gli amici, durò finché l'orizzonte era annuvolato. Ivi, sebbene preoccupato del suo avvenire, mentre la Gran Corte di Giustizia temporeggiava a designare una Gran Corte Penale, essendo sospetta quella di Catania, per la benevolenza del barone Pisani, direttore del Manicomio, egli passava allegramente le sue ore, godendo una relativa libertà.

Usciva. spesso invitato da amici in campagna, o in città. Tutti erano interessati per la Sua sorte. Daita Giuseppe Giovenco, Francesco Arena, Cirilli, lo stesso presidente Cupani lo confortava a bene sperare. Quel processo in verità non era che una montatura. La Gendarmeria, per mostrarsi zelante e farsi onore col principale, cercava delitti ove non erano.

La Gran Corte di Palermo, a supplica del fratello Antonino, già molto in fama per la fondazione degli Annali di scienza religiosa, in Roma, per mezzo del ministro segretario di Stato, con decisione del 26 settembre 1836 concedette al De Luca la libertà provvisoria.

L'increscioso affare si trascinò sino al 1837. Non si trova alcuna sentenza di assoluzione, credo che qualche grazia sovrana l'abbia liberato dal giudizio e dalla possibile pena. (...)

[B. Radice, Un illustre economista siciliano dimenticato, Placido De Luca, pubblicato dal giornale L’Ora, Palermo 18-19 Aprile 1923]


Note
(1) Beccaccini G. Francesco (Carpi 1796-Messina 1877), tenore. Esordì a Parma, poi a Parigi, Londra e nelle principali città d’Italia.
(2) Questa frase che letteralmente vuol dire “nella casa di Pietro”, ma in effetti significa “in carcere”, deve essere un modo di dire dello Stato Pontificio, ma non ne ho riscontro.
(3) Termine raro letterario che vuol dire “schernire”.
(4) Trullare: termine antico che vuol dire “far peti”. Dante dice: “ …dal mento infin dove si trulla”.
(5) Forma rara di “garanzia”.

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