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CHIESE DI BRONTE

Santa Maria della Catena

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Santa Maria della Catena

La chiesa di Santa Maria della Catena fu fondata nel 1569, per la generosità di Don Antonino Lombardo, barone della Rivolia.
Secondo B. Radice «la Madonna fu chiamata della Catena, per una catena che sorgeva presso il porto di Palermo, la quale chiudeva l'entrata alle nemiche incursioni.»

La chiesa non era ancora finita nel 1574, durante la visita pastorale che il vescovo di Monreale, Mons. Torres, fece a Bronte.

Nel suo Liber visitationes scriveva infatti che la costruzione della chiesa non era ancora terminata (adhuc non finitam) ma che l'aveva trovata decenter ornatam e congratulandosi per la perfezione delle opere (laudavit confratres et monuit ad perfectionem operis).

Lo stesso vescovo si premurava anche di ordinare "che si dirupi il dammuso della cappella fatta per li imagini della Madonna et si copra con legname").

Portata a compimento nel 1601 fu, come leggesi in una lapide della cantoria, restaurata e decorata nel 1891, con l'aggiunta delle tre bifore poste tra lo spartito superiore del portale ed il timpano triangolare.

La chiesa («'a Maronna 'a Catina») è ubicata sul corso Umberto, su un terreno in forte pendio, in posizione molto sopraelevata e raccordata al piano stradale da una alta scalinata in pietra lavica, dovuta anche all'allargamento e raddrizzamento del Corso Umberto effettuati nel 1870.

L'edificio è dedicato alla Madonna della Catena o Santa Maria della Neve (ad nives), alla quale i brontesi sono molto devoti e  alla quale, nel corso dei secoli, tante volte i contadini hanno rivolto preghiere e chiesto protezione contro la siccità che minacciava i loro raccolti.


Il frontone

Una delle eleganti bifore che adornano la torre del campanile

Il frontone della chiesa con un bel portale con timpano curvilineo è di pietra lavica sostenuto da colonne corinzie.

Sopra il portale tre semplici bifore interrompono lo spartito superiore coronato dal grande timpano triangolare. Piccole mensole laviche sorreggono gli archetti pensili decorati con  elementi lapidei calcarei scolpiti a bassorilievo e laterizi smaltati policromi.

Sul lato destro della facciata emerge imponente  la torre del campanile sormontata dalla cella campanaria con eleganti bifore in pietra lavica arricchite da legiadre colonnine corinzie.

La campana più grande porta la data del 1777. Il coronamento merlato del campanile è quello tipico di tutte le torri brontesi.


L’interno

L'interno ha tipologia, ricorrente a Bronte, ad aula unica con abside semicircolare e cantoria che incombe sulla zona d’ingresso della navata.

La navata, dalla forma rettangolare semplice e ben proporzionata, è sormontata da una travatura di notevoli dimensioni con puntoni e tavolato e con un’orditura portante sorretta da mensole lignee scolpite a forme antropomorfe.

Una piccola cappella, a sinistra entrando, di cui si vedono ancora modanature e cornici, fu ristrutturata e modificata per costruirvi sopra la cantoria che incombe nella zona d'ingresso della navata.

L’abside ha volta a botte con testata a calotta sferica, decorata con dorature ed affreschi.

La decorazione è del pittore Nicolò Dinaro (figlio del pittore brontese Giuseppe) con vistosi motivi geometrici, floreali e grotteschi. L'interno della chiesa ed il soffitto sono stati recentemente restaurati (1988).

Il prospetto della Chiesa come si presenta oggi con le tre bifore poste nel 1891 tra lo spartito superiore del portale ed il timpano triangolare e (nel disegno a sinistra) com'era nell'Ot­tocento.

L'interno della chiesa a forma rettangolare è semplice e proporzionato. A destra, un par­ticolare del soffitto ligneo decorato da Nicolò Dinaro

Gli altari ed i quadri

La chiesa ha cinque altari: il primo, a destra entrando, è la cappella della Madonna della Mercede, a seguire trovasi l'altare di San Filippo Neri; sulla sinistra la cappella delle Cinque Piaghe e l'altare di Santo Stefano; in fondo nel presbiterio l'altare maggiore in marmi policromi scolpiti.
Le decorazioni del soffitto ligneo della chiesa, recentemente restaurato, è opera del pittore Nicolò Dinaro (Biancavilla 1836 - Bronte 1908).

Nelle travi e negli scomparti risalta l'effetto insistito e vistoso dei motivi geometrici, floreali e grotteschi mediato da cadenze tipiche della decorazione popolare.

Nel presbiterio, in una nicchia dell’altare maggiore, fra colonne doriche binate e soprastante timpano, è posta la statua in marmo scolpito e dipinto della Madonna della Catena o Santa Maria della Neve.

Per B. Radice «la Madonna fu chiamata della Catena, per una catena che sorgeva presso il porto di Palermo, la quale chiudeva l'entrata alle nemiche incursioni.»
La statua presumibilmente è della fine del 1600. «E’ forse della scuola del Gagini, - continua - ma molto lontana dallo stile del maestro, che ha tanti pregevoli lavori d’arte. Fu fatta fare dal sac. Giuseppe Spedalieri, come si legge in un vecchio manoscritto, che si conserva dal preposito.»

Sotto la statua si trova uno stemma marmoreo dipinto sormontato da un cappello abaziale.

Fra le altre opere da notare due bei quadri che adornano le navate laterali della chiesa: rappresentano San Filippo Neri (quello di destra) e Santo Stefano (a sinistra). Furono eseguiti nel 1876 dal pittore brontese Agostino Attinà da due originali più grandi.

San Filippo Neri, al quale era dedicato l'antico Oratorio adiacente alla chiesa fondato nei primi anni del '600 dai padri Filippini, intercede a favore della Città di Bronte, raffigurata in basso a destra con le sue chiese e con l'Etna che incombe minacciosa sullo sfondo e che S. Filippo indica alla Madonna con il gesto delle mani.

Sull'altare dedicato a Santo Stefano (il secondo a sinistra) trovasi un grande quadro di scuola classica raffigurante la lapidazione del Santo (misura m. 4,25 x 3,50).
Benedetto Radice scrive che «bellissima veramente è la testa e l'atteggiamento di S. Stefano e dei suoi lapidatori» e che trattasi di una copia eseguita nel 1876 da Agostino Attinà da un originale di D. Giuseppe Tommasio del 1646. L'originale fino al 1876 era esposto sullo stesso altare ma in seguito fu sostituito dalla copia e mal conservato nell'attiguo oratorio di San Filippo Neri ed oggi se ne è persa traccia.

Dello stesso pittore G. Tommasio possiamo, invece, ancora ammirare a Bronte altre due opere originali: la Madonna degli Angeli del 1650 conservato nella Chiesa dell'Annunziata e San Benedetto del 1663 conservato nella chiesa di S. Silvestro.

Sullo stesso altare dedicato a Santo Stefano è posto ai piedi del quadro un piccolo leggiadro gruppo marmoreo della Vergine col Bambino a cui Sant'Anna offre un grappolo d'uva.
L'opera, in marmo bianco scolpito e dipinto di circa 60 cm. di altezza, è della seconda metà del XVII secolo.

Nella chiesa sono custoditi anche numerosi e pregevoli oggetti sacri e devozionali (fra i quali preziose pianete, piviali e stole ricamati in oro e argento, corone di statue e un reliquario a braccio, in legno scolpito e dipinto della seconda metà del 1800).

Scrive ancora lo storico brontese Benedetto Radice (nelle sue "Memorie storiche di Bronte") che il 5 agosto, giorno della festa della Madonna della Catena, i brontesi ancora «ricordano con dolore gli orrendi eccidi e incendi del 1860; e ricordano pure con orgoglio che sulla gradinata della chiesa, nel 16 settembre del 1820, il popolo raggiunse ed uccise il barone Palermo, … venuto ad assalire il paese, con più di due mila soldati, per essersi Bronte unito a Palermo contro i Borboni.»


Alcune piccole curiosità

Chiesa della Catgena, tomba di p. SalanitriIn una nicchia al centro della parete sinistra della chiesa c'è la tomba di Padre Salanitri, morto il 30 Luglio 1953. Riposa nella chiesa della Catena, da lui retta ininterrottamente per 50 anni e dove le sue spoglie sono state traslate nel 1960.

Fino al 1582 davanti la chiesa era posta la forca (finita poi allo "scialandro").

Fu fatta togliere da p. Antonino Castronovo, visitatore generale dell'arcivescovo di Monreale, nella sua venuta a Bronte del "12 di febraro 1582" quando ordinava che «non si dia tortura dinanzi S. Maria la Catena, nè di quel loco si facci forca, ma che vi stia la croce come è stata posta adesso et se alcun capitano d'arme haverà ardimento farla levar per dar tortura se gli facci ingiunzione sotto pena di scomunica.»

Scrive il Radice che «... i Brontesi ricordano con orgoglio che sulla gradinata della chiesa, nel 16 settembre del 1820, il popolo raggiunse e uccise il barone Palermo, capitano d’armi, venuto col capitano Zuccaro, sotto il comando del Principe della Catena, ad assalire il paese, con più di due mila soldati, per essersi Bronte unito a Palermo contro i Borboni.»

Il povero barone, approfittando del fatto che era imparentato con alcune famiglie Brontesi, era sceso in paese e «solo girava per le vie per esplorarlo. Sorpreso da alcuni popolani, vicino la piazza del Rosario, di dove si scorge il monte S. Marco (dove erano accampati i soldati), fu visto con un fazzoletto bianco fare segno alla truppa, e, non prestandoglisi fede di esser venuto per pace, come a spia gli fu fatto fuoco. L'infelice si diede alla fuga per la discesa della Matrice, ma sulla gradinata della chiesa della Catena fu raggiunto e morto.»

Da citare è anche la devozione (ormai quasi scomparsa e desueta), le processioni e le preghiere che nel corso dei secoli i contadini brontesi hanno rivolto a Maria SS. della Mercede.Madonna della Mercede

La statua della «Maronna Miccera» è posta in un altare a Lei dedicato; di 140 cm. di altezza, in cartapesta modellata e dipinta, è del XIX secolo.

Era portata in processione in tutti i casi di siccità che minacciava il raccolto. Preghiere, suppliche ed invocazioni in cambio della pioggia. E il miracolo (a volte) avveniva.

Ecco cosa scriveva ancora negli anni '50 il quindicinale locale "Il Ciclope":

«Viva la Madonna della Mercede»

«Finalmente la tanto desiderata pioggia è venuta! Il cielo nuvoloso da tanti giorni, chiuso nel suo grigiore melanconico mai era stato interrogato come ora, con ansia trepidante, da agricoltori, borghesi intellettuali ed operai. Grande era l'angoscia che attanagliava i cuori per la carestia che ci minacciava, per il pane che ci veniva a mancare, altro grande flagello in epoca così infausta.
Dovunque nel Continente la pioggia era caduta abbondante, causando anche dei gravi danni; mentre nella terra benedetta da Dio la siccità tremenda aveva avvilito tutti.

L'altare e la statua in marmo della Madonna con Bambino

A Bronte è tradizionalmente intesa come la Madonna della Catena. Per B. Radice la statua  in marmo è della scuola del Gagini.

Martirio di S. Stefano (Agostino Attinà, 1876)

Sulla parete di sinistra è appeso un bellissimo quadro raffigurante il Martirio di Santo Stefano. La tela, dipinta ad olio da Agostino Attinà nel 1876, misura 387 cm. per 195 di larghezza ed è una copia dell'originale dipinto da G. Tommasi. Ai piedi del quadro, sul­l'altare, è posto un pre­zio­so gruppo scultoreo.

S. Filippo Neri (Agostino Attinà, 1876)

 Sulla parete di destra è il quadro di San Filippo Neri con la visione della Madonna con Gesù Bambino. Il Santo intercede a favore della città di Bronte, disegnata in basso a destra, che indica con il gesto delle mani. Anche questa tela (di grandi dimensioni: cm. 387 x 195) è stata dipinta nel 1876 da Agostino Attinà).

Gesù scaccia i mercanti dal tempio
Il quadro (olio su tela) posto sulla parete destra rappresenta Gesù che scaccia i mercanti dal tempio. E' della fine del XIX secolo e di circa due metri di larghezza.

La porta  della chiesa è opera dello scultore brontese Mimmo Girbino. Lo stile ricalca quello delle altre sue due porte del Santuario dell'Annunziata e della chiesa del Rosario.

Però il cuore dei Siciliani è saldo e forte è la sua fede. Ovunque i "voti più solenni erano stati fatti a Dio,
alla Vergine e ai Santi. A Bronte centinaia e centinaia sono stati i fedeli che sono andati ad implorare il miracolo
alla Madonna della Mercede, alla Vergine che, stretto al seno il suo Divin Figliolo in un amplesso d'amore e di protezione, ha sentito gli accorati lamenti di tante altre madri in pena pei loro figli amati e, commossa, ha esaudito i loro voti.
L'acqua è venuta!
Viva la Madonna della Mercede! han gridato uomini e donne quasi piangenti per la grande gioia - Benedetta tu sia, soave Madre nostra! - Viva la tua misericordia! La pioggia bagna qualche viso rugoso di vecchio contadino, rivolto al cielo, e si confonde con le sue lagrime sgorganti dal cuore aperto ormai alla gioia più grande.»

(Il Ciclope, anno II, n. 7 (19) del 13.4.1947)


Il Piccolo seminario

padre Giuseppe SalanitriAttiguo alla Chiesa della Catena (sulla destra) c'è oggi il Piccolo Seminario (benemerita Istituzione fondata nel 1922 da Padre Giuseppe Salanitri, nella foto a destra) e l'antico Oratorio di San Carlo (con discreti quadri del 1700) sede della omonima confraternita di San Carlo fondata nel XVI secolo.

Il Piccolo Seminario una volta era la sede dell'antico Oratorio di San Filippo Neri.

L'Oratorio sorse, accanto alla chiesa, nei primi anni del '600 di San Filippo Neri, con i padri Filippini che svolsero per secoli attività di istruzione elementare ("Piccola Scuola di Grammatica") a favore delle classi disagiate. Quì iniziarono i primi studi anche Nicola Spedalieri e il Ven. Ignazio Capizzi.

Parte dell'antico oratorio filippino fu in seguito ricostruito e, in un grande camerone, venivano accolti i poveri e vecchi mendicanti.

Nel 1922 il sac. Giuseppe Salanitri, con l'appoggio del card. Nava e le rendite derivanti da un pistacchieto di proprietà della chiesa ("ù locu 'a Catina"), trasformò l'Oratorio dei Filippini nella sede del Piccolo Seminario e tale e rimasto fino ad oggi.
Padre Salanitri, seguì le orme di altri due illustri suoi predecessori, Ignazio Capizzi e Pietro Graziano Calanna:
In un epoca in cui lo studio era un diritto riservato a pochi, continuò l'opera dei padri Filippini, contribuendo notevolmente sia a dare un'istruzione scolastica ai bambini e ai giovani brontesi come ed a formare numerosi nuovi sacerdoti.

L'Oratorio di S. Carlo
 


 

       

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