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Antico vocabolario popolare brontese

Archeologia Lessicale

da un'idea di Nicola Lupo

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M



Ma’
= mai; può anche essere il vocativo di “mamma”.
Macàri (dal gr. makare ) = magari o anche.
Maccàgnu (dal latino ganeo, onis) = bighellone, dappoco.
Maccarrùni = pasta fresca fatta in casa con semola di grano duro usando un filo di giunco; bucatino. Fino a qualche decen­nio anno fa la festa dei maccheroni era il penultimo giovedì prima di carnevale, chiamato ancor oggi appunto "gioveddì maccarrunaru". Il giovedì successivo, quello "grasso", a Bronte è invece chiamato "giovedì laddaroru".
Macèllu = mattatoio.
Maccu (deriva da “ammaccare”, per togliere la pellicina esterna) = passato di fave secche sgusciate.
Maèstru = maestro di scuola. Per la grafia vedi la Premessa.

Màfia = era usato nel senso di eleganza ostentata o di spacconeria. Tanto è vero che la provincia di Catania una volta era detta “babba” nel senso di sempliciotta.
Maga = strega, fattucchiera. (M. R.)   
Magarìa
= sortilegio, stregoneria. (M. R.)
Maggeri = ammasso di pietre od anche muretto di pietra lavica.
Mmagghiuriri
= appassire(M. R.). “’A grasta ‘i basiricò magghiurì tutta!”.
Maggunata = cumulo di paglia che si formava nell’aia mentre si spagghiava. Quando dopo la trebbiatura minava u ventu (soffiava il vento), col tridente si spingeva in aria il grano misto alla paglia per separarli: il grano, essendo più pesante ricadeva sul posto, mentre la paglia era portata via e cadeva più distante formando i maggunati. (L. M.)
Maìlla = Cassa di legno per lavorare ed impastare a mano la farina (M. R.)
Maiocca (?) = (od anche “robba fotti”) semola di grano duro.
Maìsza
= Voce arcaica: maggese. (M. R.)
Malluni
= mattonella.
Mmallunàri
= pavimentare. Frase: "Ammu a mmallunari 'u sutta": dobbiamo pavimentare il primo piano.
Mamma: a Bronte nelle famiglie borghesi si usava la forma “mamà”, dal francese maman.

Mammuràta = sinonimo di coszarùci, usato dalle persone meno ignoranti. E’ una crosta fatta con albume e zucchero per coprire i dolci quasi a marmorizzarli.

Mancu = nemmeno.
Mandàiu = mandò; nella filastrocca diventa “mandà “. Ricordo che nelle serate fredde, piovose e buie, qualche ragazzino uscito per necessità, per farsi coraggio cantava qualche filastrocca ed io ricordo la seguente: “me mamma mi mandà a ccattàri l’ogghiu, pi strata ci piddivu lu stuppàgghiu, ora m’a tàgghiu, ora m’a tàgghiu, e cià mettu pi stuppàgghiu!”

ME MAMMA MI MANDA' A CCATTARI L'OGGHIU,
pi strata ci piddivu lu stuppàgghiu,
ora m’a tàgghiu, ora m’a tàgghiu,
e cià mettu pi stuppàgghiu!

Mandanàru (od anche maddanaru) = terebinto (portainnesto del pistacchio, per i brontesi "sconnabbeccu") sterile, che non fa frutti anche se innestato più volte.

Mangiabburèlla = (parola composta verbo+nome) fastidioso, dispettoso, antipatico (M.G.P.).
Mangiammèdda = mangiamerda. “Ingiuria” di una famiglia Ciraldo.
Mangiatabàccu
= tabaccoso. “Ingiuria” di uno Schilirò, barbiere, soggetto di un mio “Fantasma”. (nl)
Manìcura (dal latino ?) = cazzuola.
Mannàru (dal tedesco man) = si dice di lupumannaru o licantropo.
Manùncura = focomelico, letteralmente “braccio senza mano” o con mano storpia. “Ingiuria” di un Mancuso, fabbro, che abitava in via Marconi.
Mantillìna = mantellina. Era la mantellina militare grigio-verde che qualche soldato aveva portato a casa dopo la I guerra mondiale, assieme alle “fasce” o ai gambali e al tascapane, non solo come ricordo, ma per usarli, data la miseria che ritrovava.
Mappa (dal lat. mappa) = toppa dei calzoni. Da questa voce deriva la nostra “mappina”.
Mappicciuru = si dice di persona o animale che sebbene cresciuto nel tempo, restava di dimensioni piccole. (L. M.)
Mappìna = strofinaccio da cucina.
Mara = cattiva, o sventurata o diminutivo di Maria, Maruzza. 'A mara pècura ca ddari ‘a lana, povero e sventurato chi è sottoposto!
Maracundùtta = di pessima condotta; persona cattiva. (M. R.)
Maraschìnu (dall’inglese moleschin) = tessuto di cotone.
Marasciuttàtu = colpito da malasorte, sfortunato, iellato. (M. R.)
Maratìa zuccarina: diabete. I ragazzini chiedevano spiegazioni e venendo a conoscenza che era una abbondanza di zucchero, pensavano: “Beati loro! Così possono avere zucchero gratis!”. Infatti allora lo zucchero era un lusso.
Mari’ ‘a petra: letteralmente malattia della pietra = calcoli (biliari o renali).
Marifrìscuri = spiritelli malefici. Usato anche per indicare tempi non belli (“currunu marifrìscuri”). (M. R.)

 

VOCABOLARIO BRONTESE

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'A mailla


i coszarùci
I coszarùci copetti 'i mammurata cuì javurìcchi

Marignati = andati a male ("Sti frastuchi stu annu sunu tutti marignati ru siccarizzu" = quest’anno i pistacchi sono tutti raggrinziti per la siccità).
Maritata
= sposata.
Maritatu
= ammogliato. Una delle stranezze del dialetto brontese che, in questo caso, usa un vocabolo riferentesi alla donna anche per l’uomo. Cosa che, però, ha preceduto i tempi moderni in cui si parla e si usano unioni gay.
Marònna = Madonna; usato anche come esclamazione.
Marpiùni (dal greco mar, mano e pin, afferrare ) = scaltro.
Marrabbellu = piccone con due estremità, da un lato a punta, dall’altro a zappa o accetta. (L. M.)
Marrùggiu [dal latino”marrubium” = tipo di pianta mediterranea. Quindi, tronco, bastone secco. (M. R.)] = manico (della zappa). Anche allusivo al pene.
Mmascaratu = vestito in maschera o furbacchione. (LC)
Mascariàri (dal catalano mascarar) = imbrattare e, quindi, mascherare.
Mascata
= schiaffo, ma anche Tumpurata o Tumpuruni.
Mascattarìa
= i botti che chiudono i fuochi d’artificio. (LC)
Masgèri
(?) = cumulo di grosse pietre (M.G.P.).
Mastazzòra = dolce di vinucottu di fichidindia a forma di grosso biscotto e infornato.
Mastazzòru (dal greco mùstos + pìta) = mostarda di mosto di fichidindia essiccata.
Mastazzòra a’ lìffia = id. c.s. ma spennellato con altro vinucottu ricoperto da minuscoli confetti di vari colori.


'A Maronna 'a Nunziata

Masticabròru = mastica brodo. Ingiuriadei Fratelli Isola, commercianti di tessuti.
Mastrellu = da mastello. Recipiente rettangolare, basso con una canaletta per la scolatura del siero, dove si ponevano i fuscelli con la ricotta o a tumma per farli sgocciolare. (L. M.)
Mastru = maestro artigiano o operaio. Per la grafia vedi la Premessa.
Mastrulàscia = falegname. Letteralmente vorrebbe dire “maestro d’ascia” che era il costruttore di botti o di imbarcazioni, cioè coloro che lavoravano prevalentemente con l’ascia.
Matapènnu = letteralmente corrotto di madreperla. In tempi antichi i bottoni venivano fatti anche con la madreperla. “Mi miragghiàvu attàgghju ‘o matapènnu” = “mi sono macchiato vicino al bottone (di madreperla)”. (G. Di Bella)
Matapolli = racconti incoerenti, confusi e sostanzialmente falsi. (L. M.)
Matapulliari = raccontare matapolli. (L. M.)
Matìna = mattina.
Matta = Malta, calce.
Mattèllu = martello.
Mattillìa = un continuo martellare, come quello della "zia Carmela" ('A zzà Càmmina mattillìa...).

Mattòriu = suono della campana quando un defunto veniva portato fuori dalla chiesa. Cessava in quella chiesa quanto il corteo si allontanava e seguivano i rintocchi delle campane di altre chiese vicine alle quali il corteo si snodava, in modo da formare una continuità che accompagnava il defunto fino all’uscita dal paese. Al passaggio del corteo i negozianti abbassavano a metà le saracinesche o chiudevano uno dei battenti delle porte e si fermavano in piedi alzando leggermente la mano come in un gesto di riverente saluto. In senso figurato si diceva a proposito di musica o di discorsi lugubri e monotoni. Ih, ca stu mattòriu! (L. M.)
Matuniari = strapazzare, sciupare, sgualcire qualcosa. Palpeggiare riferito a persone e anche infastidire psicologicamente o fisicamente toccando una ferita: non mi mutuniàri cchiù chi mi struppìu. (LC)
Mavvìzzu (dal latino malvitius) = tordo.
Mazzacàni (dal provenzale massaquan) = pietra informe, sasso. Usato per lo più dai muratori.

Mazzarelli = Assi fiorali della Senape Canuta o Antica. Si raccolgono quando le infiorescenze hanno un caratteristico aspetto "a glomerulo" (come quelle dei broccoli) e sono un ottimo ingrediente per le frittate per il tipico sapore amarognolo. (vedi anche Spicùni ’i làssini)
Mazzu = Marzo.

Mazzuni = Particolare scopa adoperata dai contadini durante l'ultima fase della trebbiatura ('a piszata) che fino ad una cinquantina d'anni fa era effettuata con metodi tradizionali. I covoni di frumento erano stesi sull'aia (aria) e venivano calpestati da un mulo ferrato che veniva fatto girare in tondo tenuto con una corda dal contadino posto al centro dell'aia o da una coppia di buoi che trascinava una pesante pietra piatta; in tal modo, le spighe erano sgranate e si ricavavano chicchi, paglia e pula (furba). Poi seguiva la spagghiata, non appena minava u ventu: con l'ausilio del vento e dei tridenti si buttava in alto la paglia che veniva trascinata poco distante mentre il grano ricadeva sul posto. Durante la sgranatura, però, alcune spighe rimanevano intatte quindi dovevano essere ricollocate al centro dell'aia. A tale scopo, con i fusti e i rami di alcune piante, tra le quali preferibilmente il Millefoglio, si fabbricava la suddetta scopa ('u mazzuni) le cui frange dovevano essere di consistenza particolare: né troppo rigide, per evitare d'intaccare il pavimento dell'aia (precedentemente approntato con una complessa operazione di costipamento), né troppo flessibili, perché non idonee allo scopo. (aL)
Mbacirùtu = rimbecillito (M.G.P.).
Mbarazzabàgghiu (?) = Ingiuria di un ramo della casata Lupo, specialista in fabbricazione e riparazione di sedie. Un suo componente era chiamato Nonziu landia, e da giovane lavorava nel mulino di Maletto gestito da Peppino Mazzaglia e un Ciraldo, (se ricordo bene quest’ultimo nome).

‘Mbaràzzu = impedimento, scomodità, ingombro. Che provoca imbarazzo (M. R.). "Ci àiu 'u stòmmacu un picì 'mbarazzàtu". Al plurale il termine ‘mbaràzzi assume il significato di cianfrusaglie, oggetti che ingombrano, oggetti di valore piuttosto modesto che possono essere anche d'intralcio. "Leva sti 'mbarazzi 'n menzu i peri" = togli queste cianfrusaglie, questi oggetti che ingombrano.
‘Mbasàtu
(dal latino invasum) = stupìto.

 

‘Mbastàrdati = in genere riferito e ficarindia. Trattasi della particolare pratica agricola che consiste nell'effettuare una cascola forzata (scuzzulatura) del Fico d'India in maggio-giugno, quando la pianta è in completa fioritura con il fine d'indurre la produzione di nuovi fiori più tardivi e di frutti fuori tempo (ficarindia mbastardati) che hanno proprietà organolettiche particolari. A scuzzulatura si ottiene in genere mediante bacchiatura con un lungo bastone ricavato dal fusto della ferula e ricoperto con uno straccio. (aL)
‘Mbàtura (dal greco matan) = invano, malgrado, inutilmente, nonostante (nl). Non parrari ‘mbatura = non sbagliare a parlare, non parlare a sproposito (L. M.).
Mbiscari = appioppare, assestare, contagiare . Frasi: “Mi mbiscàiu na lapazza chi mi fici cascari ‘n terra” – “Commu mi potti ‘mbiscari macari a mia un pungimentu?
Mbòlliri (?) = cianfrusaglie, sciocchezze (stanotti mi 'nsunnàvu tanti 'mbòlliri – Pìgghjati tutti i to ‘mbolliri e vatindi”). ‘Mbrògghiu = Imbroglio, intrigo, frode. (M. R.)

‘Mbrògghiu = Imbroglio, intrigo, frode. (M. R.)
‘Mbù-‘mbù = acqua nel gergo dei bambini che ancora non parlano. Le mamme di una volta per ignoranza o per consuetudine tradizionale invece di insegnare ai loro piccoli a parlare, indicando le cose con il loro nome, adottavano esse stesse i “rumori” che i bambini emettevano per indicare alcuni oggetti: ecco venir fuori “mbu-mbu” per chiedere l’acqua!
Mbùa (dal lat. bua) = modo in cui i bambini chiedevano (o chiedono tuttora?) da bere.
’Mbuccalapùni = mangia vesponi = ingenuo, chi si fa raggirare (O. C.). Credulone (A. F.).
‘Mbustinu = sottoveste. (L. M.)
'Mbuttàri = spingere, es. 'mbuttari 'a carriora (Oh! ma chi ffà mi 'mbutti?)
’Mbuttunatu/a: abbottonato/a. Metaforicamente si dice della persona che non lascia trasparire quel che pensa e vuole, restando chiuso in se stesso (N. R.). Riservato, chiuso, abbottonato (LC).

Me’ (dal latino "meus") = mio o mia. E' aggettivo possessivo invariabile, infatti si dice: me patri, me mamma, i me frati, i me soru.
Mèccia (dal francese “meche”, miccia o dallo spagnolo “mecha”, stoppino) = pene. "Mecci 'i villanu", così in qualche bar brontese sono chiamati grossi cannoli ripieni di crema.
Mècciu (dal latino myxa) = lucignolo, stoppino.
Mègghiu = meglio.
Mèndura = mandorla. (O. C.)
Mèntiri = mettere, introdurre, anche indossare. Vedi l'aforismo "Si fici mèntiri i cugghjuni 'nda cascia" (LC), come a dire che si è fatto fregare nel migliore dei modi.
Menu = meno o minore.
Menzarangiu = Contenitore in rame per liquidi. (M. R.)

Menzamirùlla = deficiente.
Menziònnu = mezzogiorno, il cui arrivo da secoli è stato sempre annunciato dai caratteristici 60 rintocchi bitonali dell'orologio del Collegio. Mentre l'orologio batteva i colpi, in tempi passati, era comune sentire dire dai bambini la filastrocca "manzionnu sta sunandu, priparàmmicci 'u tabbutu pi lu pezzu ri cunnutu!» (riferita al Duce). (aL)
Menzu, fem. menza = mezzo, mezza.
Merru = merlo. Da questo deriva l’aggettivo “mirrinu”, per indicare il mantello bianco e nero di alcuni cavalli.

Ficondindia dell'Etna
A mmia i ficarìndia mi piàcinu 'mbastaddàti





'I mènduri mulliszi e (sutta) i mindurìcchj

Mètiri = mietere.
Metticcìndi
= mètticene.
Mia
(dal latino "mihi") = è anche pronome personale indiretto; per esempio si dice: a mia = a me; e altrettanto Tia: a tia = a te.
Micènzu = Vincenzo, voc. Mice’, dim. (vedi) Nzullu. Col passare del tempo il diminutivo si è ingentilito ed è diventato “Micinzinu” e poi “Zinu”; femm. Zina. Classico era il ritornello rivolto dai bambini al Vincenzo di turno: "Micenzu, rotulu e menzu, pasta cu sucu, e patati 'ndo menzu".
Mignànu (dal lat. moenia) = vaso per piante a facce piane.

MICENZU,
rotulu e menzu,
pasta cu sucu,
e patati 'ndo menzu

Millicuccu = E' il nome dialettale del Bagolaro comune, un albero il cui legno ha la particolare caratteristica che riscaldato al fuoco si piega facilmente, conservando, quando si raffredda, la curvatura impartita. Fra gli altri usi era adoperato per fabbricare i collari per le bestie al pascolo ed anche la cupola (ciccu) per il braciere (conca). (aL)
Mi m’a
= che me la.
Mina = soffia, riferito al vento: "Viri si mina 'u ventu chi cuminzammu a spagghiari".

Minari 'nsutta = tramare (LC).

Minarisìra = masturbarsi o, in senso figurativo, oziare (A. F.).
Mìnchia (dal latino mèntula) = pene.
Minchiàta = stupidaggine
Minchiùni = minchione, babbeo.
Mindizziàri = fare a pezzettini, lacerare, rendere inservibile. (M. R.) Frasi: Ora cu mindizziàsti tuttù mangitiru ostissu = ora che lo hai fatto a pezzettini mangialo ugualmente / Stammatina a fari i sparacogni ‘ndo boscu mi mindizziavu tuttu.
Mindurìcchia = mandorla ancora verde, con la buccia tenera, buona da mangiare. (A. F.)
Minèstra = minestra. Ma nel dialetto brontese significava verdura bollita.
Minèstra maritàta = era quella formata da burraini, giri, cicoina e quant’altro i contadini trovavano in campagna e portavano a casa o regalavano a parenti ed amici per riconoscenza.
Mìnicu = Domenico. A Bronte negli anni ’20 c’era un poveraccio che i “caruszazzi” infastidivano col ritornello: “Mastru Minicu minchiasrèlla, a cavallu a’ Saranèlla”. Al che il malcapitato rispondeva: “‘a buttana ‘i to’ mamma! U cunnutu ‘i to’ patri!” Io non ho mai capito cosa legasse “mastru Minicu” alla Saranella che era una nota e stimata fruttivendola.
Minna = seno (A. F.). Minna è contrazione di mammina = mammella, poppa. Mi ricorda una storiella della Centona di Nino Martoglio che diceva di una bàlia siciliana a servizio presso una signora settentrionale, la quale, quando la padrona la invitava a dare la “poppa” al bambino, rispondeva stizzita: “Puppa? Chista minna si chiama! E iu chi sugnu un bastimentu?” (nl)
Minnìtta = pane casereccio di piccole dimensioni (A. F.). Credo di averne parlato in qualche mio brano di tradizioni popolari; ma veniva chiamato così perché quando la donna lo formava, rigirandolo con una sola mano, sembrava proprio un piccolo seno (nl).
Minùti = riferito a soldi significa: spicci.
Minuzzàri = Rendere minuto. Tritare minutamente. (M. R.)
Miragghiàrisi = deriva da “miràgghia” (medaglia) estensivamente col significato di decorarsi, macchiarsi. “Mi miragghiàvu attàgghju ‘o matapènnu” = “mi sono macchiato vicino al bottone (di madreperla)”. (G.D.B.)
Mirèmmi = anche, pure. (A. C.)
Miringiàni = melanzane.
Miriòcuru = abbastanza buono. (Commu si? Mah!, miriòcuru).
Mirùlla (dal lat. medulla = midollo) = cervello.
Mirrùzzu = merluzzo. Ai miei tempi c’era un avv. Sanfilippo detto, appunto, mirruzzu, perché aveva gli occhi chiari come quel pesce.
Missa = messa.
Mistùra = mistura o mescolanza. “Mistùra metticcìndi ‘na biszàzza, cònsira commu vo’ sempri è cucuzza!”.
Mitatèri (dal lat. medetarius) = mezzadro.
Miticurùszu (dal lat. meticolus) = eccessivamente preciso.
Miszuroggu = Misuratore di luoghi. In altri termini rappresenterebbe il moderno geometra (A. C.). Non ricordo questo vocabolo. (nl)
Mìzzica! = Esclamazione che possiamo tradurre con per bacco, càspita, ecc. ma quale può essere la sua etimologia? Io, non trovandone una, ho escogitato questa ipotesi: i nostri antenati per esprimere i loro sentimenti, nella loro genuina rozzezza, esclamavano “minchia!”, ma le loro donne, madri, spose, sorelle o figlie che fossero, timorate di Dio, rappresentato dal prete, per non adottare la bestemmia, l’avevano trasformata in “mizzica!”
Moccu = (dal latino volgare muccius), moccio (a forma di candelette che escono dal naso) (LC).
Mògghiu (?) sostantivo o aggettivo = bagnato. "Sugnu tuttu mògghiu" = Sono bagnato fradicio". (N. S.)
Mòriri = morire.
Mmossu = morso, boccone, pezzo. Ecco come un ragazzino redarguiva in chiesa un compagno che sbocconcellava un pezzetto di pane: “Figghiu ‘i buttana, non si mangia ‘nda chiesa! …rùnami un nmossu!
Motti = morte o morti.
Mottu = morto. Aforisma: “U mottu ‘nsigna a ciangiri” = “Il morto insegna a piangere”, per significare che l’esperienza è una grande maestra di vita.
Movvu = morbo. Le malattie più difficili da definire, come quelle neurologiche, erano indicate così.

Movvu = imprecazione rivolta a qualcuno, forse derivata da morbo, come se si augurasse a quella persona o semplicemente come espressione di disappunto. (L. M.)
’Mpaiàri (da appaiare) = appaiare il cavallo alla carrozza, la quale ai nostri tempi era una specie di “botticella” romana e di cui parlo a proposito di “Liuni” il cocchiere che faceva da servizio postale e pubblico. (nl)
‘Mpalluccutu = imbambolato, come se stentasse a svegliarsi. (L. M.)
'Mpassuriri = raggrinzarsi, sciuparsi. "St'annu 'i fica mi 'mpassurinu tutti"
‘Mpèri (dal greco “peri “) = attorno, vicino, nei pressi (M. R.). "Sta mperi a Catina" = abita vicino alla chiesa della Madonna della Catena.
'Mpericollu = a cavalcioni sulle spalle. Esempio: "Pottu me fìgghiu 'npericòllu".
'Mpiccicàta = attaccata.
‘Mpigna = faccia, espressione, con la connotazione di faccia tosta. Avi na ‘mpigna chi ci ponu sparari fròspiri (Ha una faccia che vi si possono accendere fiammiferi). (L. M.)
‘Mpignuszu = dispettoso. (L. M.)
’Mpingipèri = piccolo ostacolo, a Bronte si definisce ’mpingipèri anche il due di briscola, “ù duvittu ’mpingiperi” che rovina le giocate dell’avversario (M.G.P).
'Mpinnata = tettoia, stalla per bovini.
‘Mpirugghiàri = impigliare, scombinare matasse. (M. R.)
‘Mpìszu
= appeso; impiccato. (M. R.)
‘Mpìzzu
(dal greco peza) = in punta. Frase: “Raiu ‘mpizzu a lingua ma non mu ricoddu”.
‘Mpizzutari = appuntire.
‘Mprinàri = rendere pregna, ingravidare. (M. R.)
‘Mprisza = voce arcaica per significare “vuoi vedere che…?” anche col significato di scommessa. (M. R.)
'Mprisziùszu = di persona che si prende le brighe degli altri. (A. F.)
‘Mpulla = (dal latino “ampolla”) ampolla, boccetta. Anche vescichetta da infezione. "Mi fici 'na 'mpulla nne mani" (M. R.)
‘Mpupàri = adornare, fare bello. (M. R.)
'Mpupàrisi (da pupa?) = oltre al significato di adornarsi anche quello di ubriacarsi. (A. F.)
'Mpurrazzàta (dallo spagnolo emborrazar) = frittata con verdure, asparagi o porri (in siciliano “purrazzi”).
Mmucciàri = Nascondere. Sembra derivare dal provenzale “ammujar”, che vuol dire letteralmente “nascondere”. La fonte è un nostro autore siciliano: Pasqualini. Altra derivazione sembra venire dal greco “munos”, = luogo occulto. Quindi, occultare, nascondere (M. R.). Molto probabilmente deriva dal francese mucer = nascondere (LC).

 

Mmucciàta = nascosta.
Mmucciatèlla = nascondino. “Jucàri a mmucciatèlla” è il tipico gioco di tutti i bambini.
Mugghièri (dal latino mulier ) = moglie. Filastrocca: “Ahi, ahi, ahi, chi muggheri chi ‘ncapitai, si mi mori lu sciccarellu e ‘sta sira mi restu cca!” Detto: “‘a mugghieri è menza spisza.” Come dire che “la moglie è mezzo vitto” forse in virtù che i giovani appena sposati si ingrassavano.
Mùgnu (dallo spagnolo munon) = moncherino.
Mullaròra (dal latino mollis, molle ) = fontanella, la sommità del capo dei bambini, che per un certo periodo rimane molle.

AIH, AIH, AIH,
chi muggheri chi ‘ncapitai,
si mi mori 'u sciccarellu
i ‘sta sira mi restu cca!

Mullìca = mollica o pangrattato. Il pane raffermo grattugiato, tostato in padella con un goccio d’olio d’oliva, era il formaggio dei poveri, e veniva messo sia sulla pasta col sugo fintu, sia sulla pasta con i broccoli.
Mullicuszu = con troppa mollica, detto anche di persone troppo arrendevoli o viscide (LC).
Mullìsza (dal latino mollis o dall'albanese moleze ) = tenera. Mi è venuta in mente cercando di schiacciare alcune mandorle dal guscio durissimo, per cui ho pensato alle nostre mènduri mullìszi. (nl)
Mmummuriàri = mormorare, borbottare. (A. C.) Ma anche sparlare.(nl)
Mundari = pulire, nel senso di togliere la buccia (“mundari i ficarìndia”). (A. F.)
Mundèllu = unità di misura di superficie o per cereali equivalente a Kg. …? (vedi samma)
Mundìzza
= immondizia, spazzatura.
Mundu = mondo.
Munganiari = parlare a voce bassa e poco comprensibile. (L. M.)
Munsignàru = bugiardo. (A. C.)
Muntagna = monte, ma a Bronte indica in modo quasi esclusivo l'Etna: 'A virìsti comm'è janca 'a muntagna?
Muntugari (dal francese mentaure) = Nominare (LC).
Mmunzillàri: accumulare, accatastare, formare un cumulo. (A. F.)
Muràmmi
(voce araba “maramma”, fabbrica) = muro.
Mmuràri (da mola) = arrotare, affilare.
Murritti = usato nell’espressione: murritti ‘nde mani, rivolta a qualcuno che tocca cose che non dovrebbe toccare. (L. M.)
Murrittiàri = Non stare fermo; toccare disordinatamente (M. R.). Deriva dal greco moròs, folle = scherzare insistentemente e, quindi, molesto (nl). Armeggiare inutilmente e in modo capriccioso. (L. M.)
Murriùszu (di origine basca modorro) = stupido, testardo.

Muru = muro o anche mulo che al femm. diventa = mura. "U su Micenzu u muru" era il capraio di cui parlo nel miei Fantasmi.
Murufuttùtu = mulo fottuto. Era l’affettuosa frase che mio nonno mi rivolgeva, esortandomi a camminare senza farmi tirare, quando, piccolo, tornando da scuola e passando dalla sua bottega, rincasavo con lui.

Musca = mosca.
Muscaroru (dal latino muscarium) = ventaglio per le mosche (LC).
Muschìtta = moscerino, zanzara.

Musci leviti (due parole al plurale mai sentite fuori Bronte) nel significato di melliflue moine volte ad accattivarsi la simpatia e i favori di qualcuno, ha un etimo quasi impossibile. Tuttavia un’interpretazione non completamente arbitraria potrebbe essere la seguente: musci, come musciu (vedi questa voce), potrebbe derivare da musteum, il mosto mielato e molliccio di cui erano ghiotti gli antichi romani; leviti da levitas, che significa leggerezza, ma anche superficialità, insignificanza, falsità. Es. “Iu sugnu sinceru, musci leviti non ’di sacciu né riri né fari” = Io sono sincero, sdolcinate falsità non ne so né dire né fare”. (N. R.)

Muscit = usata per richiamare l'attenzione dei gatti! (A. P.). Muscit mi ricorda il richiamo del gatto e un giochetto che facevamo da bambini mettendo vicendevolmente le mani l'uno su quella dell'altro dicendo: Muscitta, muscitta, musciazza! e dando a questo punto uno schiaffetto sulla mano dell'altro. (nl)

Musciu: floscio, molle, privo di sodezza. Dal latino musteum = simile al mosto (mustum), che i romani consumavano misto col miele, che allora non veniva filtrato. Sozizza muscia è detta quella non ancora stagionata. Metaforicamente si dice musciu anche di un uomo rammollito. E d’altro. (N. R.)

Mùssu = muso, e da questo “mussiari” (dal lat. mussare) = mostrare, con movimenti del muso, di dissentire o di esitare.
Mussustottu = muso storto. “Ingiuria” di un bottegaio di via Matrice.
Mustàdda = dolce di vinucottu di fichidindia e farina, messo in formette ed essiccato al sole.
Mustichella = vaso in terracotta più piccolo della giara, di forma cilindrica, usato per contenere alimenti sotto olio. (L. M.)
Muttàru = mortaio. “Pistàri l’acqua ‘ndo muttàru.” Per significare fare una cosa inutile e perdere tempo.
Muzzarèlla (?) = mozzarella. Diminutivo della voce settentrionale “muza” cacio di bufala.
Muzzu (a) = locuzione “a muzzu”: a caso, senza ordine (M. R.). L'avverbio potrebbe derivare dal latino mugium, mucchio, e si usava per indicare la vendita di un prodotto all’ingrosso, senza contare o pesare o senza misurarlo. (nl)





Scala di campagna in pietra lavica
A' scaritta 'nda muràmmi ru locu



"a mustadda" (la mostarda)
'A mustadda




U muttaru ri lignu


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Questo vocabolario è aperto a tutti: chiunque, a conoscenza di altre antiche parole o detti brontesi, può comunicarli a “Bronte Insieme” che provvederà a inserirli. Potrai interve­nire inserendo nuovi etimi o altri vocaboli o frasi interessanti. Anche i «?» sono stati volutamente lasciati in attesa di una tua integrazione.

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