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Antico vocabolario popolare brontese

Archeologia Lessicale

da un'idea di Nicola Lupo, a cura di Nino Liuzzo

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C



Ca! = esclamazione introduttiva ad un discorso.
Ca = che.
Cca = qui | Cca semu! (aspettiamo, non potendo modificare gli eventi).

Cabbunara = piccolo spazio nella casa dove si conservava il carbone.

Cabbunaru = l'attività di coloro che nei boschi brontesi preparavano u fussuni per la produzione del carbone. 'U fussuni è una cupola di terra (4-5 metri di altezza con un diametro di circa 8 metri) con un cratere centrale (camino) che con­tiene i tronchi che il fuoco alimentato dall'alto car­bo­nizza lentamente (in oltre dieci giorni) senza ridurli in cenere.

Cacacìciri = Ingiuria di una famiglia brontese. (L. M.)

Cacarèlla = flusso dell’intestino, effetto di enterocolite. (M. R.)

Cacatìcchiu (dal greco cafchi’is) = vanagloria, ostentazione. Non ti mèntiri in cacaticchiu = Non metterti in mostra.

Cacàzza (dallo spagnolo cagafierro) = la scoria del ferro.

Caccàra (dal latino calcaria, fornace di calce) = forno per “cuocere” mattoni.

Caccaràzza (dal greco caracaxa) = gazza o cornacchia.

Tinìtiru a menti

A tempu 'i cacarella ci vori curu strittu

Caccariàri (dall’arabo-siculo carcariari) = lo schiamazzare delle galline.

Caccavègghia (composto da calcare e vecchia) = fantasma o bau-bau.

Caccavègghiu =dal francese “cache”, maschera, e “veille”, veglia, vigilia. Quindi: costume o maschera di carnevale della vigilia (della quaresima). (M. R.)

Caccosza = qualcosa.

Caccunu = qualcuno | Permessu? Cc'è caccunu? Ma non cc'è nullu!?

Cacòcciura (dal latino caput) = carciofo. E' cosa nota che "cacòcciri a pinnari e fìmmini a basari non ti stamcanu mai" | Sintìrisi cacòcciuru (è il fare di uno altero, tronfio, tutto pieno di sè).

Cacucciurìcchi o Ccucciurìlli = carciofini selvatici. A Bronte una volta si vendevano certi carciofini speciali, selvatici, che un contadino raccoglieva e faceva bollire in casa sua e la sera si metteva “supra a’ chiazza”, all’imbocco di Via Annunziata, di fronte “a’ Saranella”, e li vendeva caldi – caldi, estraendoli da un “cuffìnu”, che teneva coperto da un sacco per non farli raffreddare, e li reclamizzava gridando: “u vecchiu Laccarisri! A motti ru vinu!”. Il nome indicava il suo paese di origine: Lercara Friddi (PA), mentre la seconda frase significava che i carciofini si accompagnavano bene col vino che gli operai bevevano a fine giornata, in qualche cantina, prima di rincasare.

Caddarèlla [Vezzeggiativo di “caldara”, recipiente di metallo. (M. R.)] = secchio per muratori.

Caddasgìa = uffa! fastidio, seccatura, grattacapo. (M. R.)

Caddèlla (dal provenzale cardefo) = cicerbita, pianta commestibile della famiglia delle Compositae della quale si raccoglie la parte aerea. Dal sapore dolciastro è utile per lessarla insieme con altri erbaggi di sapore più amaricante, al fine di ottenere le classiche minestri maritati.

Cadduni = Cardi o “carducci”. Cespi ancor teneri delle foglie basali raccolti dal carciofo. Ciascuna foglia viene privata delle spine e della lamina, lasciando solo la nervatura centrale che, ridotta a tocchetti, diventa ottima per essere lessata e condita con olio e sale (ccu ll'ogghiu 'nfacci) oppure, molto meglio, impanata e fritta con le uova.

Café (dal francese café ) = caffè.

Cafiszu (dall’arabo “qafiz”) = recipiente per misurare l’olio. Un cafiszu a Bronte corrisponde a dùrici litri meno 'na quatta.

Cafullàri (?) = fare entrare o dare con forza ("Cafullàri a sozìzza", riempire di carne il budello di maiale per fare la salsiccia); al rifl. = ingozzarsi.

Cafunàta = cafonata.

Cafùni (da cafu cioè vallone) = maleducato, villano, goffo.

Cagnoru = piccolo cane, bamboccio | Il giovedì grasso, a Bronte denominato gioveddì laddaroru (quello precedente è, invece, maccar­ru­naru), girano per le stradine brontesi i laddarori chiedendo qualcosa da mangiare recitando la tradizionale frase “o mi fa u laddaroru o cci zziccu stu cagnoru!”

Cagnurèllu = cagnolino.

Caìnu (dall’arabo khain) = perfido.

Cajòddu (dall’ ebraico hajordah) = schifoso, sozzo, sporco. Ingiuria di un prete di cui non ricordiamo il nome.

Cajuddìzzi (dall’ebraico “hajordah”) = sporcizie. In particolare indicavano tutto quello che riguardava la sfera sessuale, come masturbazione e quant’altro.

Càiura (?) = Cuffietta leggera per neonati. Quando si doveva accontentare una signora esclusa dal compari zio le si dava il contentino di far donare al neonato il suddetto indumento, nominandola, appunto, madrina di càiura.

Càlia = ceci abbrustoliti.

Callizzuni = persona ignorante ed ingenua (M. R.).

Callozzu (?) = gesto ingiurioso (dell'ombrello, “Fari ‘u callozzu”), ma anche pezzetto di salsiccia preparata dai macellai, legata e divisa in modo da formare una serie di piccoli rocchi delle stesse dimensioni, pronta per asciugare. (A. F.)

Callu = callo | Ommai mi fici ‘u callu (ormai mi sono abituato).

Cami = interessi su una somma prestata o depositata.

Caminari = camminare.

Cammaràri = da antica voce “càmmara”, tempo in cui la Chiesa permette di mangiare carne. (M. R.)

Cammarera = cameriera.

Cammè = Carmela.

Càmmina, Càmminu = Carmela, Carmelo. Mai un brontese potrà scordare la famosa zzà Càmmina chi mattillìa...).

Cammìsa = camicia | Ma chi nnicchi e nacchi... amma e cammisa r'avimmu divisa!

Campa (dal latino “campa”) = bruco; parassita di ortaggi. (M. R.)

Campàri = vivere.

Ccampàri = raccogliere da terra | “Ccampàrisi i scìbbitèlli” = raccogliere in fretta le proprie cose ed andare via. (A. F.) | Ccàmparu (raccòglilo).

Campusantu = cimitero.

Camugghiarìa (?) = un insieme di bambini che fanno baccano noioso.

Camùgghiu = voce spagnola (?): bambino. (M. R.)

Camurrìa! = Ciò che infastidisce. Quasi sempre usato come esclamazione per denotare fastidio (M. R.) | Camurrìa 'sti muschi! | Camurrìa deriva dall’arabo khamar e può significare anche moltitudine disordinata.

Canaletta = cunetta.

 



 

VOCABOLARIO BRONTESE

Vers. in

 

Aforismi e modi di dire



Si arrostiscono carciofi sulla brace
I cacòcciuri rustuti 'ndo cabbunellu e (sutta) 'na cacòccira spinusza e i cadduni. A so motti? Puriziati, 'mpanati e friuti cull'ova!





'U cagnurellu

Canari (dall'albanese = kanàar) = Tegola, colatoio. Un detto brontese recita che a volte "non è tempu ri fari canari".

Candiròru = ghiacciolo, cono di ghiaccio che pende dalle grondaie.

Canduriàrisi (?) = bighellonare, aggirarsi in casa o fuori senza sapere cosa fare o facendo ogni cosa lentamente quasi controvoglia. Un sinonimo di canduriàrisi è ddundiàri.

Cangiàri = cambiare | Cangiari i robbi, strata, casza, discussu.

Cani = cane. Invariabile ed usato sia per il maschile che per il femminile come per il plurale (“u cani”, ‘a cani”, “i cani”) | Vutàrisi commu un cani rraggiatu (rispondere in malo modo) | E’ cani chi non canusci patruni (è un ingrato, irriconoscente) | Strògghjiri 'i cani (minacciare, intimidire) |  Attaccàrisi i cani (essere previgenti, premunirsi in qualche modo) | Cani 'i mandra (persona minacciosa, ambigua e introversa) | Èssiri cani e gatti (non andar per niente d’accordo) | Attenzione poi a ciò che dice lo zoofilo: Cu mmazza cani e ggatti cent'anni ci cumbatti!

'U SCIOGLILINGUA

Intra un palazzu
c’è un cani pazzu,
tè pazzu cani
stu pezzu ri pani

Canìgghia (da cane?) = crusca (che si dà in genere in pasto agli animali sotto forma di pastone). A me è venuto in mente formulando in brontese un giudizio sintetico su una persona: «Chillu avi 'a canigghia 'nda testa!». (nl)

Canigghiata = beverone a base di crusca usato come alimento di alcuni animali (galline).

Canigghiòra =  forfora.

Canigghia, canigghia cu ttrova su pigghia!

Cannaràta = dal latino “canalis”, tubo, condotta d’acqua piovana (M. R.) | Io la ricordo con una sola “n”. (n. l.)

Cannaròzzu (?) = gola, laringe | “Cannorozzu ‘i gumma” era il soprannome di un noto politico brontese degli anni 60.

Cannàta (dal latino canna) = boccale.

Cannavàzzu = stoffa di canapa, rozza e dura (M. R.)

Cannistru = canestro. Contenitore, ancor oggi in uso, atto a riporre sia alimenti utilizzati in cucina, sia oggetti di vario uso, quali ad esempio gli arnesi da cucito. E' costruito con sottili listelli di canna intrecciati con vimini ottenuti da piante diverse (aL).

Canni = carne | Rrizzari i canni (spaventarsi, inorridire) | Puttari 'n canni (indossare a contatto di pelle).

Cannizzatu = incannicciato. In molte case brontesi sopratutto rurali (‘i caszotti), il soffitto delle stanze era un tempo fatto da canne accostate e legate fra di loro con proprietà di isolante termico ed acustico. L’incannicciatura, oggi non più in uso, era ottenuta tagliando a misura le canne, pulendole dai residui delle foglie e legandole insieme con fil di ferro, in modo da formare una grande stuoia. Questa era inchiodata sulle travi portanti del tetto, che si sviluppano perpendicolarmente all’asse delle canne, e rivestita da uno strato d’argilla, sul quale si poggiavano le tegole.  

Cannizzora = canna (A.F.)

Cannìzzu = contenitore cilindrico fatto di stecche di canne intrecciate dove un tempo i contadini conservavano derrate alimentari. Era costruito interamente di canne e rappresentava il contenitore usato dalle famiglie contadine per riporvi scorte alimentari (frumento, legumi) che dovevano servire per tutto l’anno e che venivano prelevate, secondo le necessità giornal­mente del fabbisogno quotidiano. La forma era quella di un cilindro con basi virtuali, avente un volume proporzionato alle esigenze alimentari della famiglia che lo possedeva.
La base poggiava su un supporto di legno o su una stuoia, mentre la sommità era chiusa con un coperchio (musciàru) fatto anch’esso di canne. A circa 10 cm dalla base si apriva una finestrella che, a silos pieno, veniva chiusa da una tavoletta (put­tella). Le derrate erano immesse dall’alto e prelevate, secondo il fabbisogno giornaliero, dalla sottostante finestrella (aL).

Cannòru = cannolo (naturalmente a Bronte la specialità è quella con crema di pistacchio, anche se la nostra ricotta è incredibilmente buona).

Ca-nnùnca (?) = dunque.

Cansiari = spostare, scostare | Cansìara la seggia! No vì chè nmenzu i peri?

Cansiàrisi = spostarsi, scostarsi | Cansìati ‘i llà! chi pàssunu i màchini!

Cantàra = quintali.

Cantarànu = mobile con sopra una lastra di marmo, a cassetti, cassettiera e qualche volta anche una specchiera. (M. R.).

Càntaru (dal lat. cantharus = coppa, boccale) Nel ns. dialetto vaso da notte. Era alto e molto ca­pien­te, fatto in terra cotta smaltata e con due manici; serviva per tutta la famiglia e veniva svuotato a notte fonda o al mattino presto. 'U rinari, invece era un vaso da notte di metallo e molto più piccolo.

Càntira = Càntera, toponimo di origine araba (il termine arabo Al Qantarat significa "il ponte"). Località, con un ponte normanno, nei pressi di Contrada Serravalle | 'U bazu 'a Càntira, bellissimo ed ameno luogo ai piedi di Bronte, dove iniziano le Forre laviche del Simeto (vedi).

Cantu = accanto, canto. Ma "cantu cantu" non è cantare due volte ma andare lungo un muro, adiacente ad esso (Pi non fàriti vìriri camina cantu cantu).

Cantunera = cantonata. 

Cantùsciu (dal milanese cantusc) = antica veste lunga da donna.

Canziari = scansare | Canzìati ri lla picchì cc'è correnti (spostati da quel posto perchè c'è una corrente d'aria).

Canziàrisi = Discostarsi. In gergo malavitoso: cautelarsi (M. R.)

Capaci chi… = è probabile che… | Capaci chi s’indi dunà!

Capillu = capello. Si dice che ‘a menti è un firu 'i capillu per evidenziare il sottilissimo limite fra il ragionare e la pazzia ma c'è anche chi spacca u capillu ‘n quattru, il non plus ultra della pignoleria e della precisione. C'è poi la solita frecciata verso le donne: “capilli longhi e …”  | «U santu capìllu» (il santo capello) è una delle reliquie conservate in una teca d'argento nella chiesa della SS. Annunziata. Trattasi di un filo di capello intreccia¬to con fili d’oro che una tradizione secolare dice di essere della Madonna che fu donato al popolo brontese nel lontano 1642 con la licenza di esporlo nella chiesa e di portarlo in processione. Cosa che fino a qualche decennio fa si faceva con devozione e venerazione.

Capìzzu = (da capezzale): parte del letto dove c’è il capezzale (M. R.) | Il vecchietto non sente ragioni: "ci lassu 'u furrìzzu a ccu mi viu o capìzzu!"

Capizzùni = Morso per animali da soma | Arnese metallico dentellato che si pone sul naso degli equini per guidarli (M. R.) | E una parte importante del crapistu e tirando le redini va a stringere il muso del povero quadrupede.

Cappituni = fascia lunga per avvolgere neonati (CL).

Cappottu = cappoto | ‘U capputtu ‘i lugnu (cassa da morto).

Capùccia = mantello di drappo tessuto al telaio con cappuccio e senza maniche, usato dai contadini.

Capùcciu = cappuccio, copricapo | Caràrisi u capùccio (lett. abbassarsi il cappuccio) = isolarsi dal contesto e fare quello che si desidera: Si carà u capùcciu e mutu mutu si mangià tutti i coszi.

Capunàta (dal catalano caponada) = antipasto o contorno a base di ortaggi fritti e in agro-dolce.

Capunatìna = insieme di melanzane, peperoni, pomodori, sedano, capperi, cotti con olio e sale e un poco di aceto e zucchero (per ottenere un sapore agro-dolce): ottimo contorno (o secondo).

Capurannu = Capo d'anno. "Bon capurannu e bon capu 'i miszi, tutti li vecchi stanu tiszi, i caruszi aggiumburiati, veni 'a Strina chi mi rati?" (N. L.)

Capuriàri (dal latino copulare) = tritare.

Capuriatu = carne tritata.

Capuriaturi = tavola scavata per tritare la carne. (CL)

Carà (dal greco charà) = allegria! alla Mike Bongiorno.

Carà carù caràmmu = forza ragazzi andiamo (io lo tradurrei così: orsù ragazzi scendiamo!(n l.)). Frase tipica di invito a fare una passeggiata nel Corso Umberto ('na scindùta 'nda chiazza) in direzione dello Scialandro. Se la passeggiata poi non veniva completata del tutto la frase tipica era «Carù tunnàmmu, l'atra cià lasciamm' o sìndacu». (A. F.)

Caramàru = calamaio.

Carari = calare | Mi facisti carari ‘u latti (mi hai fatto cascare le braccia).

Caràrisi = piegarsi o abbassarsi - Caràrisi i conna: abbassarsi, acconsentire malvolentieri.

Carascendi = saliscendi delle porte.

Caravigghiànu = che vende a prezzi alti. (M. R.)

Cariàri (?) = tostare (vedi ad es. i cìciri cariati) o anche marinare la scuola. (A. F.)

Caròinu = Calogero. Mi ricorda un mugnaio che prima gestì il mulino ad acqua della Serra, poi quello che si trovava alla confluenza delle vie Matrice e Angelo Gabriele, di fronte al vecchio carcere, quindi gestì il caffè ex Isola di piazza Castiglione sul Corso Umberto.

Carraffìna (dall’arabo garrafa = caraffa) = bottiglietta, vasetto. Questa parola veniva usata anche col significato di “novità o scusa”; come nella frase : “Ma oggi vinisti cu ‘sta carraffina?”

Carrazzu (?) = palo per sostenere piante, in particolare la vite (nl) | Si dice anche di un vecchio malandato. (L. M.) | Ma quantu si longu? Mi pari un carrazzu! | 'A staccia è, invece, il ramo con punta bicurva a forma di forcella che serve a rialzare e sostenere i rami dell’albero di pistacchio che tendono a stare a terra.

Carriàri = trasportare.

I canarati a Bronte
Cannarati a Bronti





A mmia i cannori mi piàcinu suru ca ricotta




'U cantaranu ri me nonna aviva u màmmuru ri supra e quattru casciuni

 

Ninu nanu
supra u cantarànu
pariva un sacristanu
cu na candira in manu

Carriòra (dall’ ingl. Carry = carriari + all = tutto? ) = carriola.

Carramàttu (?) = carro (per trasporti speciali). (vedi nei Fantasmi di N. Lupo)

Carratellu = piccola botte.

Carruzzìnu = calesse.

Carùra = calore o temperatura. “A carùra ‘i latti” = Alla temperatura del latte (appena munto). Esso era particolarmente squisito, ma ci esponeva a tante infezioni, specialmente alla melitense o “a’ fevri ‘i Matta.”

Caruszèllu = salvadanaio (di argilla).

Carùszi = ragazzi.

Caruszàzzi = ragazzacci.

Carùszu (dal latino “cariosus”, letteralmente rapato a zero, tosato) = ragazzo.

Casacca = Ingiuria di un ramo della famiglia Minio (L. M.). Vedi anche Le cosiddette ingiurie a Bronte

Cascàri (dal lat. volg. “casicare”) = cascare, cadere.

Cascavàllu = caciocavallo.

Càscia = cassa, cassapanca | Ed anche dentiera.

Cascioru o casciùni = cassetto | Casciunellu, il cassetto di un mobile piccolo.

Cascittuni = termine umoristico per indicare la gobba dei vecchi.

Cassìna (?) = stuoia.

Casu = caso | Mittìmmu casu (per esempio, nel caso che).

Casza = casa | Stari ri casza (abitare) | A casza ‘o sìndacu (posto molto frequentato e caotico).

Caszamè = casa mia. “Ingiuria di un ramo della casata Lupo.

Caszaròtu (dal greco katarotes = pulito. Si chiamavano così i provenienti dai paesi vicini e si pensava che il vocabolo significasse “dei casali vicini”.

Caszotta = piccola casa di campagna in muratura a secco.

Caszòttu = casolare o capanna, diminutivo di casa di campagna.


'U cascavàllu


'A cascia pi tèniri 'u pani o i linzora puriti

a caszotta
'A caszòtta

Catarràttu (?) = botola.

Catàrru = catarro.

Catinazzu = Lucchetto, catenaccio. 'I catinazzi u collu identificano la cervice.

Catòju (dal greco katvgevn”, stanza terranea) = sottopassaggio coperto. Molto noto “u Catoiu” di via Madonna di Loreto, una caratte­ristica viuzza di probabili origini arabe, incassata in antiche case; alcuni murales sulle pareti esterne delle case ci ricordano i sanguinosi fatti del 1860.

Catòlicu = buono, nella norma, secondo le regole.

Ccattàri = comprare, acquistare e, anche, partorire | Ccattà to soru? E' màscuru o fìmmina?

Cattella = cartella. Ed anche "il fiore che non marcisce": un cartellino bordato a lutto, a riprova dell’offerta, che si depone o appende sulla tomba del caro estinto con una frase di ricordo e l’indicazione della somma offerta e del parente offerente.

Cattìva (dal lat. captiva = derubata) = vedova; anche in italiano ha l’accezione di "infelice" per la perdita dell’amore e del sostegno economico della famiglia. [A. R.] (vedi Peculiarità del dialetto brontese)

Catu = dal latino: “catus”, secchio; anfora; barile. (M. R.)

Cavurizzànu = accaldato, che sente sempre caldo.

Càvuru = caldo, calore, cavolo | Oggi si mori ru càvuru (oggi si muore dal caldo) | Testa ‘i càvuru (testa di cavolo, imbecille, stupido) | Ma cchi càvuru vò? (Ma che cavolo vuoi?) | Mangitira un pici 'i sozizza, è càvura càvura (mangila un poco di salsiccia, è calda).

Cavigghiùni = da “caviglia”: piccolo legnetto appuntito; piolo (M. R.) | C’era un nostro vicino che veniva “ingiuriato”: “cavigghiunèllu”, forse per il suo fisico. (n. l.)

Cazi = pantaloni | Caràrisi i cazi (far qualcosa contro la propria volontà perché costretti).

Cazitìra = lunghi mutandoni di tela maschili.

Cazzarabò (dal greco katare = sorgente pulita.) Evidentemente nel luogo così denominato (oggi Piazza Aldo Moro) esisteva un pozzo. Ma comunemente si pensava che significasse, per assonanza, “carcere dei buoi”, dato che vi si svolgeva il mercato del bestiame.

Cazzaròra = casseruola.

Cazzavèntu = piccolo rapace, gheppio o falco (M.G.P.).

Cèlla = da “uccello”: Organo genitale maschile, pene. (M. R.)

Cènniri = passare al setaccio.

Centu = cento.

Centupèlli = millepiedi (M. R.) | E' chiamato anche centupèri.

Ccetta = scure, da impugnarsi con due mani per tagliare grossi rami e tronchi. L'altra, quella più piccola, che si usa con una sola mano e "u ccittùni".

Checcu = balbuziente.
Chi = che.
Chià = significa certamente, viene usata per annuire! (A. P.) | Chià non lo conosco come affermazione (nl)

Chiàccu = cappio, trappola. Ma anche: monellaccio, discolaccio. (M. R.) | Cu chiaccu o collu (col cappio al collo).

U catinazzu (lucchetto, catenaccio),
'U catinazzu


'U catoju


 

Viva me nannu
qui caz’i tira ‘i pannu

 

Chiaccòru = lacciolo | Fil di ferro o fune con cappio legati ad un bastoncino conficcato per terra per catturare selvaggina od uccelli.

Cchianàri = salire.

Cchianata = salita (il suo contrario è scindùta, discesa) | 'A cchianata 'i san Giuvanni, 'a cchianata ra Stazioni", (la via Garibaldi) | 'A scinduta ru passu poccu (via Matrice) o ra Zititta (via Vitt. Em. Orlando).

Chiànca (dal latino planca) = ceppo, in specie quello del macellaio ed anche macelleria.

Chiantìmmi = pianticelle nate da seme (bròccuri, lattùchi, sinapa, giri …) da trapiantare.

Chiantunaru =  una piccola porzione di terreno adibita alla semina e coltivazione di piantine dell'orto prima della loro messa a dimora definitiva.

Chianu = slargo, piazza | 'U chianu 'a Nunziata, 'U chianu 'a Batìa (C'e ancora qualcuno che rimpiange com'era Piazza Nicola Spedalieri una volta: Chianittu ra Batia quant'eri bellu!)

Chianuni =  pialla, arnese del falegname del falegname per lisciare e spianare (derivato da ““chianu” = piano).

Chianùzzu = pialla piccola del falegname, arnese per appianare.

Cchiàppari (dal greco “kapparis”, dal latino “capparis”) = capperi

Cchiappàri  = prendere.
Chiàta (o criata ?) = Sguattera, schiava domestica. (M. R.)

Chiavinu = chiave di casa, sottile e lunga.

Chiavùni (dal latino “clavis”, grossa chiave) = “Ingiuria” di Nino Longhitano che fu prima mugnaio e fornitore di energia elettrica, prodotta da un gruppo elettrogeno, per l’illuminazione del Corso Umberto, con sede vicino ai Cappuccini. Poi caffettiere in Corso Umberto angolo Piazza Spedalieri, lato teatro.

Chiazza = piazza o strada principale. A Bronte per antonomasia “a chiazza” è il Corso Umberto (dai Cappuccini fino alla chiesa della Catena all'incrocio con la via Santi), tenendo presente che, "tutti i vanelli spùntanu a chiazza" | Macchia (mi fici 'na chiazza r'ogghju!).

Chicca = cresta | 'A chicca ru gallu | 'A chicca rasza (la chierica del prete).

Chiècchiru = cicerchia.

Cchièttu, pl. cchietti (?) = asola. Frase: “Tanti cchiètti, tanti buttùni”. Per significare “ogni cosa a suo posto”, che tutto deve essere in proporzione.

Chillu, chilli = quello, quelli.

China = piena (come agg. e come sost.).

Chinu = pieno. “Occhi chini e mani vacanti!”.

Chiòviri = piovere.

Chiovu = chiodo. "Undi rrivi zzicca u chiovu" (provaci anche se non sei pronto e fai quel che ti è possibile). “Ma chi mi cunti a mmia, i sugnu l’uttimu chiovu ra naca” (ma che mi dici? Io sono l’ultimo chiodo della culla, l'ultima ruota del carro, non conto nulla).



Chianittu ra Batia quant'eri bellu!



'U chianuzzu



'A chiazza è sempri chjna ri màchini e nullu sìndacu cci pensa

Chìssi! = voce onomatopeica usata per scacciare i gatti (M. R.).

Chissu = questo | Chissu passa ‘u cunventu.

Chistu, chisti  = questo, questi | Chisti su coszi nìvuri! Chistu è 'u mundu (questo è il mondo).

Cchîttera = apertura anteriore dei pantaloni. Se per sbaglio è aperta si chiama “fammacia” (Oh! Viri chi cci hai 'a fammacia apetta!).

Cchiù = più, ancora un poco. Può essere anche sostantivo ed indica la “civetta”. Un padre insegna un po’ di galateo al figlio dicendogli che a pranzo da altri se gli chiedono se vuol mangiare ancora deve dire “no, grazie”. Il figlio alla prima occasione, richiesto “‘ndi vo’ cchiù?” risponde “Noo!”, ma incalzato da: “Ti richiasti?” risponde sinceramente: “Picca!”.

Chiumàzzu = sacco pieno di piume, crine, o lana, ricoperto di tela. Cuscino, guanciale. (M. R.)

Chiùmpiri = maturare, crescere, diventare buoni.

'A vecchia è 'nsìpita,
'u lignu è fràcitu,
cci cchiappa l'àcitu:
non sevvi cchiù!

(si canta sull'aria de "La donna è mobile")

Cchiùppi (dal latino classico “populus”, dal latino volgare “ploppus”) = pioppi. Ma a Bronte significava “cipressi” e “jiri e’ cchiuppi” significava “morire” perché al cimitero ci sono tre file di cipressi lungo il muro di cinta anteriore e laterali. Si diceva anche “jiri ‘ndi don Pullu Trumbetta“ che era l’allora custode del cimitero. Non ricordo, però, se “Trombetta” fosse il cognome o l’ingiuria. (NL)

Chiùriri = chiudere.
Ci = gli.
Cià = ce l’ha.
Ciacciamìgghia o zzazzamita = geco.
Ciancianèlla (dall’arabo giolgiol) = sonaglio (nl) | Piccolo campanello (A. F.) | Anello metallico infisso nel muro per legare animali da soma (CL)

Ciangi = piange. C’era una signora chiamata “ciangi ciangi” perché era una continua lamentela; e c’era un motto volgarefutti e ciangi” per indicare chi se la gode e si lamenta, forse per non farsi invidiare. Ma c'è anche chi "Ciangi e riri commu a gatta 'i san Basiri".

Ciàngiri = piangere | Fa ciàngiri (si dice di oggetto o persona ridotto in pessime condizioni).

Ciangituri = persona pagata per piangere nei funerali. Quante lacrime risparmiate ai parenti! Infatti anche se si dice che "'u mottu 'nsigna a ciàngiri" è anche vero che "ciàngiri 'u mottu su lacrimi persi".

Cciappa = sportello metallico di chiusura del forno (‘a cciappa ru funnu) o pala di ficodindia (‘a cciappa ri ficarìndia) od anche una lastra di pietra (N. S.) | Ma anche spessa lastra di pietra lavica dove nelle case si schiacciavano pistacchi e mandorle (LC).

Cciappella = piccolo sasso.

Ciaurellu = capretto, il figlio di capra che non ha ancora raggiunto il primo anno di vita. Un sinonimo è crapettu | 'Gnellu è invece detto l'agnellino, figlio di pecora.

Ciàvura o ciavurella = capra, capretta. Scherzosamente si definisce "ciavurella" anche l’ernia inguinale (M.G.P.)

Ciccitta = Voce fanciullesca. Dolciumi, specie di mostacciuoli (da una filastrocca: pappà, ciccitta e baccarà) (M. R.). (Non la ricordo, nl)

Ciccu = Ciccio, Francesco. Ironica e maliziosa frase della fidanzatina (ufficiale) alla mamma: “Mamma, Ciccu mi tocca! Tòccami, Ciccu, cchi mamma non c'è!”. "U ciccu" era anche un un utensile domestico, realizzato intrecciando con gli elastici rami del Bagolaro ('u Millicuccu) che si poneva supra 'u cuncheri. Si usava d’inverno ed aveva due principali funzioni: con la sua forma mezza sferica evitava che i bambini venissero a contatto con il fuoco (ra conca) e consentiva di stendere sopra di esso i panni umidi, per farli asciugare.

Cìchira (dallo spagnolo “xìcara”, mutuato dall’atzeco) = guscio di un frutto tropicale. Da cui tazzina da caffè, chicchera. (M. R.)


'U cchiuppu




'A cìchira pu cafè

Ci-cì (dal francese cy-ci) = verso per chiamare i polli. (Per chiamare il gatto invece si dice "muscìt-muscìtt").

Cici = La parola mi ricorda una filastrocca legata ad un gioco in cui si doveva indovinare in quale pugno (destro o sinistro) era nascosta una qualche cosa (probabilmente qualche cece o simile). La filastrocca faceva così: «Cici pugnìsza (in pugno) - donna cuttìsza (?) - quantu m’avanza? - un pugnu ‘nda panza!» Mi farebbe piacere se si riuscisse a risalire alle origini di questa filastrocca (A. F.). Le origini della filastrocca sono certamente popolari del mondo contadino, ma non saprei a quale epoca farla risalire (n.l.).

Cicirellu = pesciolini, altrimenti detto muccu o neonato.

Cìciri (dal francese chiche ) = ceci. Veramente buoni "i cìciri cariati", anche se a volte ci sono "cìciri chi non si còciunu". (vedi anche Peculiarità del dialetto brontese)

Cici pugnìsza
donna cuttìsza
quantu m’avanza?
un pugnu ‘nda panza!

Cilliàri = usato solitamente quando si va in giro, oziando, senza far nulla(M. A.). Questo termine non l’ho mai sentito, ma ho registrato “ocilliari” con i suoi due significati (nl).
Cicòina = cicoria.
Cimìgghia = favilla (A. F.)
Cìnniri = cenere.

Cinta = cintura, cinghia dei pantaloni.

Cioffa = dal greco “cepfos (M. R.). (Nel Gemol non l’ho trovato) = cosa leggera, mucchietto di capelli, ciocca. Si usava anche per dire “cioffa di cicoria”. (n.l.)

Ciòllu = Che non ha cura di sé, privo di senno (spagnolismo?). (M. R.)
Cipulla = cipolla ma anche il callo che si forma nei piedi o un grosso orologio da taschino ("Mi nascì 'na cipulla ndè peri chi non pozzu stari manc'addritta").
Cipullàzza
= cipolla fresca, che ha le radici filamentose, somiglianti ad una barbetta.

Cira =cera | Nnàchiti ca cira squagghja pi ttia (fai presto, affrettati).

Ciricòccuru (dal latino testa) = si usa, scherzando, per testa o cervello.
Cirivèllu = cervello.
Cirùszu (dallo spagnolo ceroso) = si dice dell’uovo bollito fra sodo e liquido.

Cissarutànu = abitante di Cesarò (ME). Era l‘ingiuria di un signore che era oriundo di Cesarò.

Citarra = Chitarra, da citara, nome latino della cetra, antenata della chitarra. (L. M.)

Ccittùni = accetta, piccola scure da impugnarsi con una mano sola. L’altra, quella più grande, si chiama “Ccetta”.

Ciuciuriari = parlottare a bassa voce come a scambiarsi confidenze. (L. M.)

Ciufèca (dall’arabo sciafek) = scadente, e si abbina a caffè o a vino.

Ciùffu (dal tedesco schoph) = ciuffo di capelli o anche di altro, come prezzemolo.

Ciùrru (dallo spagnolo churlo) = ernia.

Civari = imboccare.

Civu = nocciolo, nucleo, sostanza | Ma tu ogni vota ti mangi sempri 'u civu civu?

Cocciu = chicco, acino, seme, piccolo foruncolo. "Mu ru un cocciu ‘i rracina?" = Mi dai un acino d'uva?. "Nd'olivi lèvacci tutti i cocci" = togli tutti i semi dalle olive. "Aiu un cocciu nda canì-na chi mi struppìa" = ho un foruncolo nelle spalle che mi fa male. “Ra ccampàri tutti a ccocciu a ccocciu” =  li devi raccogliere ad uno ad uno (mandorle o pistacchi). "Cocc'i piru" (svelto e furbastrello); Cocciu 'i luci (tizzone ardente).

Còciri = cuocere. “Chisti su’ cìciri chi non si còcinu”, una frase di derivazione storica (questi sono ceci scucìvuri, non buoni da cuocere, nel significato traslato di "questi sono guai seri" e non c'è soluzione alcuna), che - scrive Nino Russo - risale esattamente ai Vespri Siciliani.

Coffa = grande cestone fatto con strisce vegetali, con due manici, usato dai carrettieri.

Còffina = cesta rotonda di canne e vimini a sponde basse.

Cògghjri (o Cugghìri) = raccogliere (“S'indi ì a cògghjri frastùchi 'ndè lochi”) | Ricògghjti i tò robbi e vatindi!

Collu = Collo.  'Ncollu (sulle spalle) | 'A nuci ru collu (il tratto cervicale) | Puttari ‘ncollu (avere addosso, portare sulle spalle | Tiratu pu collu (costretto, di mala voglia) | Cu fa ligna a mara banda 'ncollu si potta (lett.: chi va a far legna in posti scoscesi poi li dovrà trasportare sulle spalle, come a dire che chi si caccia nei guai o chi fa del male deve aspettarsi la pena). E poi c'è l'"affettuoso" modo di dire «rùmpiti 'u collu chi i gambi i fanu 'i lignu», un augurio veramente "cordiale". Se infatti si vuole augurare del male a qualcuno bisogna farlo bene. Meglio che si rompa il collo perchè non esistono protesi.

Collu 'i sozìzza = collo di salsiccia. “Ingiuria” di mio padre, appioppatogli da Nino Larosa, soggetto di un mio “Fantasma”. (nl)

Colonnetta (coronnetta): colonnetta, comodino. Piccolo e scarno mobile, a forma triangolare o quadrata, con due o tre ripiani sui quali appoggiare piccoli oggetti; è in genere utilizzato negli angoli delle stanze. “St’attentu e coszi supra a colonnetta, ne fari cascari”.

Commererè = in qualsiasi modo (A. F.). Può dirsi anche “commegghjè”.

Commu = come.

Còmmuru = comodo, utile, confortevole (E' còmmuru stu stipu!). Ma ha anche il significato di calma: "Cu to còmmuru!, quandu vo vèniri veni!". Il contrario è "ncòmmuru".

Commu si rici, era l’intercalare che alcuni usavano quando mancava loro la parola adatta, o per ignoranza o per amnesia, dovuta all’età, e con quella frase lasciavano all’interlocutore il compito di indovinare cosa volessero indicare o dire esattamente.


'A colonnetta

Conca = (dall'albanese kunk) recipiente di rame per la brace, braciere. (vedi anche cunchèri)

Conna = corna | Ruru commu i conna (durissimo).

Confinfiràri = avere congruenza, attinenza. (M. R.)

Consa (da cunsàri) = condisci o apparecchia (es. consa ‘a tàvura). “Cu avi cchiù sari consa ‘a minestra" era un detto popolare che significava che il più intelligente e giudizioso fra due o più contendenti trovava la giusta soluzione alla contesa.

Cònsira = condiscila.

Coppu = involucro, recipiente di carta ravvolta a forma di cono (M. R.).

Coppu ri Diu! = Corpo di Dio! Imprecazione scritta da Benedetto Radice, in italiano, nella lettera del marzo 1882 ad Enrico Cimbali. (Vedi Il Radice sconosciuto, pag. 179).

Còppura (dal latino caput) = berretto o coppola. Quest’ultimo termine lo troviamo nella cronaca di Matteo Spinello, il quale in data 13 di marzo 1248 scriveva così: “E la mattina che si seppe (l’atto di violenza) si fece prestamente lo parlamiento, e andarono tre Sindaci della città (Trani) et messer Simone et due frati (fratelli) di detta donna con la coppola innante agli occhi per la vergogna che l’era stata fatta. E trovaro lo imperatore (Federico II) a Fiorentino.”

Cori = cuore. “Mi spira u cori” = desidero | Cu tuttu 'u cori (volentieri) | Aviri u cori siccu (rattristarsi) o mottu (presentire il peggio) | Fari llaggari 'u cori (mettere allegria) | Mittìrisi 'u cori 'n paci (rassegnarsi).

Coricelli = Cavolicello (Brassica fruticulosa Cyr.). Una verdura ancora molto apprezzata nella cucina brontese. Si raccolgono i giovani getti (ggiumbitti) e le foglie tenere degli esemplari adulti, oppure l’intera pianta, quando è appena germinata. Le parti commestibili vengono cotte in abbondante acqua, strizzate per eliminare l’amarissima acqua di cottura, indi consumati come verdura da condire con abbondante olio di oliva oppure fritti con aglio olio e peperoncino serviti come contorno alla salsiccia arrostita sulla brace. Un’altra variante (i coricelli cu sucu) consiste nello sbollentarli e poi soffriggerli con pomodoro e aglio.

Cosca (dall’arabo khoskar) = combriccola.

Cosza = cosa. Coszi ccu micciu, cose fatte bene, che luccicano e si fanno ammirare | Coszi ri Diu (le preghiere) | E' na santa cosza (medicina quasi miracolosa) | Coszi! coszi! coszi! (esclamazione di stupore o meraviglia) | Coszi tucchi (frasi, discorsi od atteggiamenti strani ed insoliti) | Caccosza (qualcosa).

Coszarùci = cosadolce. Dolce di mandorle con glassa di albume di uovo, cosparsa di anicini multicolore. Caratteristico per il nome così fantasioso! Si chiamava anche “mammurata”.

Còtu còtu (dal latino quietus) = quatto quatto.


'A conca supra u trippèri è chjna i cabbunellu





i coszarùci
I coszarùci

Cozzu = parte posteriore del capo, nuca. Ma anche ("Un cozzu 'i pani") parte esterna della crosta di pane (M. R.). Còzzu deriva dallo spagnolo cuezo = occipite. "Quattru j'rita 'i cozzu", è la frase che si dice dando uno schiaffetto sull'occipite.

Cozzuratùmbura (?) = caduta, capriola.

Crapa = capra il cui maschio è “zzìmbaru” (dal greco chimaros?).

Craparu = allevatore di capre. Picuraru, invece, quello delle pecore. 'U craparu, un tempo girava con le capre nelle stradine di Bronte a bussare alle porte per vendere il latte fresco, appena munto.

Crapettu = capretto, il figlio di capra che non ha ancora raggiunto il primo anno di vita. Un sinonimo è ciaurellu | 'Gnellu è invece l'agnellino figlio di pecora.

Craprìstu = briglia, finimento per quadrupede, cavezza per animali da soma.

Crastu = il maschio della pecora. Agnello castrato (M. R.). | Il maschio della crapa (capra) brontese è, invece, 'u Zzìmbaru o 'u beccu.

Crastuni = grossa lumaca.

Criàta (?) = serva.

Crìcchia (diminutivo di chircu = cerchio ) = chierica.

Cricchirillu = un punto della testa in cui i capelli si aggrovigliano in un mulinello (LC). Qualche fiorentino lo chiama “ritrosa” per tortuosità, o cosa, che rigira in se medesima.

Crirenza = credito, mobile da cucina | Mu runa un pasticcinu a crirenza? | I bruccetti mèttiri 'nda crirenza.

Cricchirittùni (?): colpetto alla testa sferrato con le nocche delle dita [A. F.] | Pugno a mano chiusa con la nocca del dito medio sporgente.

Criscènti (dal latino crescere) = lievito (M. R.) | Una volta si scambiava da famiglia a famiglia della ruga.

Criscire = crescere | Frase: "Crisci e nobirisci", detta, in occasione di particolari ricorrenze (compleanno) dai nonni al nipotino pren­dendolo per le orecchie ed alzandolo leggermente.

 

Crisdè Crisdòmini = Letteralmente Christe Deus, Christe Domine. Espressione usata per alludere ad una persona particolar­mente brutta; si segnava col pollice una croce sulla fronte, come segno di scongiuro alla presenza di un essere mostruoso, esclamando: Crisdè, quant’è lariu! (L. M.)

Cristianu/a = Talvolta sembra perdere il significato di appartenente alla religione cristiana, per assumere o quello di persona in genere (Era taddu, ma ancora c’eranu tanti cristiani peri peri) o quello di persona ragguardevole (Ora chi ti ’nn’ammasti, sì chi pari ’n cristianu!). (vedi Peculiarità del dialetto brontese)

Crivu, crivellu = setaccio. Arnese utilizzato per separare durante la trebbiatura il frumento (o le fave ed altri legumi) dalla pula. 'U crivellu, un setaccio più piccolo ed a maglia fine, è utilizzato per separare la crusca dalla farina (M. R.).

Croccu = Uncino. Strumento adunco per agganciare (M. R.) | Èssiri (o sintìrisi) un croccu (avere dolori alla schiena o alle articolazioni da non potersi raddrizzare).

Cròzza (dal greco cara) = teschio.

Crozzi ‘i mottu = teschi di morto. Piccoli dolci, a forma di teschio o altre ossa umane, e molto duri, che si usava dare ai ragazzi nella prima settimana di Novembre, per ricordare i defunti e onorarne la memoria. Altro che Halloween!

Crucchèttu = fermaglio metallico per abiti, ormai desueto (M. R.)

Cruci = croce. A questo proposito ricordo che a Bronte c’erano, e spero esistano ancora, 3 Croci: una allo Scialandro e veniva indicata come «‘a Santa Cruci», una a Salice e la terza era quella denominata «‘a Cruci Tirinnànna». La prima credo abbia sostituito la forca che era stata ottenuta da Bronte con il “mero e misto impero” (vedi), la seconda prendeva il nome dalla località e la terza, forse, da un personaggio brontese così chiamato per ingiuria. Volendo fare la triangolazione dei tre punti in cui si trovano le croci, con relative icone o edicole dette cunnicelli, si potrebbe ipotizzare che chi le ha ubicate abbia voluto indicare un’altra figura religiosa e cioè la SS. Trinità | Fàrisi a cruci qua manu manca (fare il segno di croce con la mano sinistra), in senso di scongiuro o di meraviglia.

Crùci e nùci (dallo spagnolo crus e nuez) = nodo, a diagonali intreggiate. Come per dire "Chiudiamola quì!"; "Mettiamoci una pietra e non ne parliamo più!"; "Tu con me hai chiuso".

Crucifìssu = crocifisso. “Ingiuria“ di un altro ramo della casata Lupo. (vedi anche Le ingiurie a Bronte)

Crusta = crosta | Ma ru 'na crusta 'i pani? – ‘U cocciu mi fici già ‘a crusta.

Cu’ (dal latino "cum") = chi o anche “con” | Cu ccu sì? (con chi sei? | Cu fu? (chi è stato)| Cu fu fu! (chiunque sia stato) | Aforisma: “Cu si cucca cu ’i piccirilli a’ matina si trova cacatu!”. Voleva dire che non è il caso di avere a che fare con chi non è all’altezza della situazione.


I crozzi 'i mottu
 

A manu manca 'a Santa Cruci ru Sciarandru e, a manu ddritta, a Cruci Tirinnànna

Cucca = civetta, gufo, iettatore, persona che porta malefici (E’ illu chi ffa ‘a cucca).

Cuccàrisi = coricarsi | Fatti famma e va cùccati! | Ma va ccùccati! (Ma lascia perdere, non è cosa tua).

Cùcchja = gemelli | Na cùcchja (due gemelli o due mandorle unite insieme).

Cucchj = natiche, chiappe, insomma i felli ru curu | Ndè cucchj! un modo volgare per rivolgere a qualcuno un amichevole augurio, sinonimo dell'italianizzato "'ndè nàtichi!" (per essere più puliti consigliamo l'altro "invito" 'nde naschi!).

Cucchiarèlla = cucchiaio.

Ccucchiàri = Unire, appaiare. Ammassare ("'ccucchiari soddi", arricchirsi risparmiando) (M. R.) | Gufare, iellare, fare l'uccello di malaugurio, portare sfortuna | Si ma cucchjari vatindi!

Cucciàri = Rovistare tra il mallo di pistacchi o cercare fra i rami o sotto gli alberi di mandorlo o di pistacchio per trovare frutti ancora buoni, persi durante la lavorazione di raccolta, smallatura o di sbattitura (M. R.).

Cuccu = gufo, uccello di malaugurio, persona che porta male | S’a ffari ‘u cuccu sùsziti e vatindi!

Cuccu = corico. Una preghiera della sera: “I’ mi cuccu ‘ndi stu lettu cu’ Maria supra lu pettu, iu dommu e illa vigghia, si c’è piricuru mi risbigghia. Intra a’ potta e fora ‘a robba nulla mara pissuna mi m’a tocca!”.
Un’altra versione della stessa preghiera, molto più religiosa e devota, tralascia di pensare alla “robba” e pensa, invece, all’anima (vedi riquadro a destra).

Cuccuvàja (dal greco cuccuvaghizo) = civetta.

Cucìvuru/a: facile da cuocere; scucìvuru: difficile da cuocere. Dal latino coquo, is, coxi, coctum, coquere = cuocere. Metaforicamente può significare persona facile o difficile da convincere. (N. R.)

Cucùmbaru = cocomero (per tutti i tipi), cetriolo.

Cùcumu (dal latino “cuccuma”, brocca) = recipiente in creta utilizzato per contenere acqua potabile.

Cucùzza (dal latino cucurbita) = zucca | Testa 'i cucuzza (l'italiana testa di rapa) | La zucchina è invece ‘a cucuzzella.

'A PREGHIERA RA SIRA

Iu mi cuccu ndi stu lettu
cu’ Maria supra lu pettu,
iu dommu e illa vigghia,
si c’è pirìcuru mi risbigghia.
Intra a’ potta e fora ‘a robba
nulla mara pissuna mi m’a tocca!

natruna

Iu mi cuccu ndi stu lettu
cu Maria supra lu pettu
iu dormu e illa vigghia
si c’è cosa mi risbighia.
Accantu accantu c’è l’àngiru santu
u Patri, u Figghiu e 'u Spiritu Santu.
Iu mi cuccu pi dummiri
e non sacciu s’è muriri.
Si non haiu 'u cunfissuri
piddunàtimi Signuri.

Cuddàru (dal latino agnus cordus che vuol dire agnello ) da noi significa cordaio. Infatti lo troviamo nella frase: “Va ‘ndarretu commu u cuddaru”.

Cuddèlla = cordella, nastro.

Cuffìnu = cesto o cofano (fatto con virgulti intrecciati). E' un contenitore cilindrico più grande del paniere ('u panaru) utiliz­zato per la raccolta della frutta e ottenuto intrecciando sottili listelli di canna intercalati con vimini di altre piante. L’interno a volte è foderato con tela di iuta per impedire traumi meccanici alla frutta. 'U cuffìnu ha come parenti 'u cuffinellu, 'u panaru e 'u panarellu. (aL)

Cugghìri (o Cògghjri) = raccogliere (“S'indi ì a cugghjri frastùchi 'ndè lochi”).

Cugghjùni = coglioni. Era sconosciuta a Bronte la corrispondente voce “cabasisi” (dall’arabo “habbhaziz”, pianta che emette piccoli tuberi ovali) usata da Andrea Camilleri nei suoi ormai famosissimi libri sulla Sicilia in una forma che amalgama felicemente il dialetto con l’italiano. Il suddetto termine deve avere origine orientale.

Cugghjuniàri = coglionare.
Cugghjva = raccoglieva.
Cugnàta e cugnàtu (dal latino cuneata e cuneatus) = cognata, cognato.

Cùgnu (dal latino cuneus) = cuneo. In altri paesi significa colle.

Cu’i = con i.
Cullana
= redini ed anche monile.

Cullanetta = collanina.

Cullari = deglutire, ingoiare | I non ma collu! (io non ci credo).

Cullùra (dal greco “xollura”, latino “collyra”, ciambella,) = preparato di uova inserite in pasta e infornato in occasione della Pasqua.

Cumandàri = comandare. “Cumandàri è megghiu ‘i fùttiri!”, questo “detto” è universalmente condiviso, ma c’è qualcuno a cui piace fare l’una cosa e l’altra.

Cummàri (dal lat. commater) = comare, usato anche come “amante”.

Cumèddia (da commedia?) = baccano. Altrove significa aquilone o cometa.

Cummigghiàri (dal latino conviare o dallo spagnolo cobijar) = coprire.

Cumminari = sistemare, ma anche commettere guai. "Ma cchi cumminasti? Novì chi facisti?"

Cummògghiu = coperchio | Sinonimo Cupecchiu.

Cummu = colmo sia agg. che sost.. Nelle veglie funebri, che spesso non erano silenziose, si sentivamo frasi come queste: “Cascaiu u cummu ra me casza!” per dire che era venuto a mancare il principale e forse unico sostegno della famiglia; oppure “Focu meu!” per esprimere il grande dolore (nl). Cummu è denominata anche la trave centrale del tetto (‘ntavuratu o ‘ncannizzatu) su cui erano poggiate le traverse. (L. M.)

Cumpanàggiu = cibo che accompagna il pane: formaggio, salame... (LC). Cade a proposito il noto motto dell’anarchico brontese: “pani e tumàzzu e libertà di c…”.

Cumpàri (dal lat. computer ) = compare, usato anche come “amante”. Si diceva “u cumpàri ra pezza ‘e tira”, per indicare una persona poco raccomandabile, alludendo, forse, a qualche noto disonesto venditore ambulante di tessuti.

Cunchèri (?) = base rotonda costruita con assi di legno, con piedini e grande foro al centro che serviva a contenere il braciere («'a conca») sul quale, a protezione, era posto «'u ciccu». In genere "u cunchèri" era posto al centro della stanza e consentiva di sedersi in cerchio attorno ad esso appoggiando i piedi sul bordo. Potremmo dire che era il centro di aggregazione familiare per eccellenza: attorno ad esso si si svolgeva la vita familiare, si parlava, si cenava (riscaldando le vivande sulla brace), si pregava e... niente Tv. (aL)

Cùnchjri = verbo intransitivo: giungere a maturità, compiersi. (M. R.)

Cunnicèlla = Edicola votiva incassata in genere nella parete esterna dell'abitazione con un immagine che a Bronte quasi sempre rappresenta la Madonna Annunziata. L'icono¬grafia classica fa sem¬pre rife-ri¬mento alle tradi¬zioni ed alle leggende: vede la Madonna che, a protezione di Bronte e della sua popolazione, con l'asta della bandiera uccide l'Idra dalle sette teste (la Tempesta, l'Etna, la Guerra, il Terremoto, il Peccato, la Peste e la Fame).Un tempo, nel periodo natalizio, l'immagine sacra veniva contornata a mo’ di cornice dai tralci dell'asparago selvatico insieme a frutta di stagione (in genere, per il loro colore rosso, mandarini) ed a batuffoli di cotone simulanti i fioc-chi di neve. Al termine delle festività, la frutta offerta per ornare le icone era festosamente con-sumata dai devoti.

Cunnutu = cornuto | Cunnuto e bastunato (il danno e le beffe).

Cunòttu (dallo spagnolo conhortar) = conforto. Mi ricorda mia madre che parlando con una giovane vicina di casa le diceva: “A tia ti mmanca u cunfuttellu”. (nl)

Cunsàri = condire, apparecchiare. “Cu avi cchiù sari cons‘a minestra” | Pè, a cunsasti 'a tàvura? Nò va consa 'u lettu! Nnì consa 'u pani! | Vedi anche cunzari.

Cunsatu = condito, insaporito, rifatto, conciato, imbandito | Si cunzatu ppi festi! (sei ridotto proprio ma-le)| ‘U pani, ‘u lettu, a tàvura? Sunu tutti cunsati.

Cunséri (dal latino conserere) = correggia per aggiogare i buoi.

Cunsinnari = consegnare.

Cunsolu = il conforto in dolci o cibo che gli amici portavano ai parenti del defunto (LC).



'U cuffinu è cchiù randi ru cuffinellu, ru panaru e ru panarellu


"i cullùri"
I cullùri (a 1 ovu). Ma cci su macari a quattru ova



U ciccu, 'a conca e 'u cunchèri: un tempo il vero centro di aggregazione della famiglia


Le edicole votive brontesi
'A cunnicella ra via Minissali e, sutta, natra in Piazza Petracca



 

Le cosiddette "ingiurie" a Bronte




I cuppini 'i lignu




'U curalluzzu



U cuttìgghiu
Ddu cuttìgghi: unu in via Santi (supra) e l'atru (sutta) in via Trilussa

Cùntami (dallo sp. cuentame ) = contami o raccontami.

Cuntàri = raccontare ma anche misurare | A ccu ccià cunti? (non dirmi cose che non mi riguardano) | Non ma cunti giusta (mi nascondi qualcosa) | Quandu si cunta è nenti! Chi mi cunti? Commu rinesci si cunta! (o la va o la spacca!) | In merito al significato di misurare L. Minio nel suo libro La vita di campagna scrive che il misurare era un tempo il “rito” culminante della trebbiatura, “celebrato” sempre con solennità. Ci si disponeva nell'aia attorno al mucchio del grano «mentre uno degli anziani si faceva avanti col dumundella (cilindro di legno della capacità di circa otto litri e mezzo) e a rasa (la rasiera), procedeva a prelevare il grano dal mucchio, lo riversava in sacchi retti dai più giovani e “bandiva” il numero progressivo con le varianti e le personaliz­zazioni che il clima d'euforia suggeriva: 'N nomu du Patri (o ri Diu), dui, a Santissima Trinità, i quattru vangilisti, cincu, sei, i setti sacramenti, ottu, novi, i deci cumandamenti, undici, i dudici apostuli, sant'Antuninu, quattordici, quindici, sidici, non si cunta, dicerottu, san Giuseppi, vinti, …».

Cuntintizza = contentezza, allegria, esultanza | Cuntintizza ‘nsonna (disillu-sione).

Cuntu = racconto, fiaba | Nonnu, mu cunti un cuntu?

Cuntrastari = conversare per scambiarsi delle idee. (L. M.)

Cunuttàri = confortare.

Cunzari = condire, imbandire, sistemare, riparare, acconciare (verbo multiuso, infatti si usa per cunzari a pasta, 'a minestra, 'a tàvura, 'u lettu, 'na cosza rutta, 'u presepiu, un matrimoniu e macari cunzari a quaccuno pi festi con una solenne bastonata) | Vedi anche cunsari.

Ccupari = soffocare (ste ccupandu ru càvuru, sto soffocando dal caldo). (A. F.)

Cupazzùni (?) = parte bassa posteriore del corpo (A. F.). Definizione della regione lombo-sacrale. (N. C.)

Cupecchiu = coperchio (LC).

Cuppa = piatto profondo di legno.

Cuppari = avere colpa | I non cci cuppu! Illu fu! (Io non ho colpa! E’ stato lui!) | Pari sempri chillu chi non cci cuppa… ma ccià fa jri ‘nda fussetta!

Cuppìnu (probabilmente dall'albanese kupin) = mestolo | “Mu pigghj u cuppìnu?”, mi prendi il mestolo? (F. Z.).

Cuppùni (dal latino cupa botte) = turaccio, coperchio.

Curallùzzu = corallini (tipo di pasta industriale) | Ottimi e saporiti se cucinati con le fave fresche (grattati cu ‘a ricotta sarata) od anche altri cereali secchi | Da notare che la pasta tradizionale brontese è rappresentata da tagghjarini e maccarruni (chilli cu pittuszu, fatti cu juncu).

1, 2, 3, ...

'N nomu du Patri,
ddù,
a Santissima Trinità,
i quattru vangilisti,
cincu,
sei,
i setti sacramenti,
ottu,
novi,
i deci cumandamenti,
undici,
i durici apòstuli,
sant'Antuninu,
quattoddici,
quìndici,
sìdici,
non si cunta,
dicerottu,
san Giuseppi,
vinti,

Curatru (dall'albanese kuratug) = caseificatore.

Curnarà = Cornuto (M.G.P.).

Curonna = colonna ma anche scorte (vive o morte) del contadino.

Currènti = I tetti fatti col coppo siciliano (canàri), sono composti da una parte superiore, cioè la copertura vera e propria chiamata “cuppùni” e una parte inferiore “currènti”. I coppi migliori si posizionano nella zona inferiore e sono “currenti” perchè è proprio nella zona inferiore che convoglia l’acqua (M.G.P.).

Currìri od anche cùrriri = correre | Mari frìscuri cùrrunu (brutti tempi).

Cùrrura (dal latino carrus o currus) = carrucola.

Currùta = corsa.

Curu = culo | A curu a ponti (carponi). Su questo nome ci sono diverse massime: “chilli sunu curu e cammisza” per indicare che sono amici intimi o complici in affari poco puliti; “U curu ci robba ‘a cammisza” per significare che una persona è sospettosa ed avara; e infine “chillu avi curu!” per dire che è fortunato.

Curumbrina (agg.) = civettuola (es. Chilla carusza è ’na curumbrina). Dalla maschera della Commedia dell’Arte Colombina, la servetta amorosa dai costumi non proprio irreprensibili. (N. R.)

Curùri = colore.
Ccusciuràrisi = accosciarsi.
Cùscusu
(dall’arabo kuskus ) = tipo di pasta per brodo.
Cusgìnu
= cugino.
Cùsiri
o anche cusìri = cucire.

Cussè = busto per donna.

Custura = impuntura.

Custureri (dal francese couturier) = sarto (vedi Peculiarità del dialetto brontese). Uno dei più famosi “custuréri” brontesi, oggi couturier e titolare a Marsiglia del più prestigioso atelier de couture pour hommes è Carmelo Bianca, medaglia d'oro come miglior sarto di Francia 1994.

Cutellu = coltello.
Cutìcchiu = (dal latino cos, cotis) sasso, ciotolo levigato, pietra di fiume. (M. R.)

Cutilleri = un artigiano orami scomparso. Riparava od affilava i coltelli, forbici e simili.

Cutra = Coltre, coperta imbottita (M. R.) | Io ricordo che era la coperta di cotone che si usava nelle mezze stagioni (n.l.)

Cutrùzzu (dal latino clunis) = coccige, osso sacro.

Cuttigghiàra = donna pettegola.
Cuttìgghiu (dallo spagnolo cortijo) = cortile.

Cuttu = corto.

Cuttùni = cotone.

Cuttunina = coperta da letto imbottita, trapunta.

Cutturiàri (da cottura?) = angustiare con lo stesso argomento.

Cuturari o Cuturiàri (dal greco cotillo?) = scuotere frutti da un albero per farli cadere a terra. “Cuturiava i mènduri cu vigganti”.

Cuvecchiu  o cupecchiu = coperchio | Sinonimo cummògghiu.

Cuvia = Un tipo di mandorla. Le “cuvie” sono diverse dalle mandorle cuzzute o di quelle a cori o mulliszi. Quelle pipi sono mandorle vuote, ‘a cucchia è invece una mandorla doppia e trovarla porta fortuna.

Cùzzica (dal latino cutis = pelle) = crosta. Ma da noi si usava nella frase “Si menti a cùzzica” per dire “dà fastidio”, come la crosta di una ferita che prude fastidiosamente.

Cuzzuta = un tipo di mandorla. Le mandorle “cuzzute” sono diverse dalle cuvie o di quelle a cori o mulliszi. Quelle pipi sono mandorle vuote, ‘a cucchia è invece una mandorla doppia.


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Questo vocabolario è aperto a tutti: chiunque, a conoscenza di altre antiche parole, detti o frasi della tradizione orale brontese come indovinelli, scioglilingua, filastrocche, ninne nanne o cantilene infantili, può comunicarli a bronteinsieme (@gmail.com) che provvederà a inserirli in queste pagine per farli conoscere a tutti.

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