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Antico vocabolario popolare brontese

Archeologia Lessicale

da un'idea di Nicola Lupo

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C



Ca! = esclamazione introduttiva ad un discorso.
Ca = che.
Cca = qui | Cca semu! (aspettiamo, non potendo modificare gli eventi).
Cacacìciri
= Ingiuria di una famiglia brontese. (L. M.)

Cacarèlla = flusso dell’intestino, effetto di enterocolite. (M. R.)

Cacatìcchiu (dal greco cafchi’is) = vanagloria, ostentazione. Si menti in cacaticchiu = si mette in mostra.

Cacàzza (dallo spagnolo cagafierro) = la scoria del ferro.
Caccàra (dal latino calcaria, fornace di calce) = forno per “cuocere” mattoni.
Caccaràzza (dal greco caracaxa) = gazza o cornacchia.

Caccariàri (dall’arabo-siculo carcariari) = lo schiamazzare delle galline.
Caccavègghia (composto da calcare e vecchia) = fantasma o bau-bau.

A tempu 'i cacarella ci vori curu strittu

Caccavègghiu =dal francese “cache”, maschera, e “veille”, veglia, vigilia. Quindi: costume o maschera di carnevale della vigilia (della quaresima). (M. R.)
Caccosza = qualcosa.
Cacòcciura
(dal latino caput) = carciofo. E' cosa nota che "cacòcciri a pinnari e fìmmini a basari non ti stamcanu mai" | Sintìrisi cacòcciuru (è il fare di uno altero, tronfio, tutto pieno di sè).

Cacucciurìcchi o Ccucciurìlli = carciofini selvatici. A Bronte una volta si vendevano certi carciofini speciali, selvatici, che un contadino raccoglieva e faceva bollire in casa sua e la sera si metteva “supra a’ chiazza”, all’imbocco di Via Annunziata, di fronte “a’ Saranella”, e li vendeva caldi – caldi, estraendoli da un “cuffìnu”, che teneva coperto da un sacco per non farli raffreddare, e li reclamizzava gridando: “u vecchiu Laccarisri! A motti ru vinu!”. Il nome indicava il suo paese di origine: Lercara Friddi (PA), mentre la seconda frase significava che i carciofini si accompagnavano bene col vino che gli operai bevevano a fine giornata, in qualche cantina, prima di rincasare.

Caddarèlla [Vezzeggiativo di “caldara”, recipiente di metallo. (M. R.)] = secchio per muratori.
Caddasgìa = uffa! fastidio, seccatura, grattacapo. (M. R.)
Caddèlla (dal provenzale cardefo) = cicerbita, pianta commestibile.

Cadduni = Cardi o “carducci”. Cespi ancor teneri delle foglie basali raccolti dal carciofo. Ciascuna foglia viene privata delle spine e della lamina, lasciando solo la nervatura centrale che, ridotta a tocchetti, diventa ottima per essere lessata e condita con olio e sale (ccu ll'ogghiu 'nfacci) oppure, molto meglio, impanata e fritta con le uova.

Café (dal francese café ) = caffè.
Cafiszu (dall’arabo “qafiz”) = recipiente per misurare l’olio. A Bronte corrisponde a durici litri meno 'na quatta.
Cafullàri (?) = fare entrare o dare con forza ("Cafullàri a sozìzza", riempire di carne il budello di maiale per fare la salsiccia); al rifl. = ingozzarsi.

Cafunàta = cafonata.

Cafùni (da cafu cioè vallone) = maleducato, villano, goffo..

Cagnurèllu = Cagnolino.
Caìnu (dall’arabo khain) = perfido.

Cajòddu (dall’ ebraico hajordah) = schifoso, sozzo, sporco. Ingiuria di un prete di cui non ricordiamo il nome.
Cajuddìzzi (dall’ebraico “hajordah”) = sporcizie. In particolare indicavano tutto quello che riguardava la sfera sessuale, come masturbazione e quant’altro.

Càiura (?) = Cuffietta leggera per neonati. Quando si doveva accontentare una signora esclusa dal compari zio le si dava il contentino di far donare al neonato il suddetto indumento, nominandola, appunto, madrina di càiura.

Càlia = ceci abbrustoliti.
Callizzuni = persona ignorante ed ingenua (M. R.).

Callozzu (?) = gesto ingiurioso (dell'ombrello, “Fari ‘u callozzu”), ma anche pezzetto di salsiccia preparata dai macellai, legata e divisa in modo da formare una serie di piccoli rocchi delle stesse dimensioni, pronta per asciugare. (A. F.)

Callu = callo | Ommai mi fici ‘u callu (ormai mi sono abituato).
Cami = interessi su una somma prestata o depositata.
Caminari = camminare.
Cammaràri = da antica voce “càmmara”, tempo in cui la Chiesa permette di mangiare carne. (M. R.)
C
ammarera = cameriera.
Cammè’
= Carmela.
Càmmina, Càmminu = Carmela, Carmelo. Mai un brontese potrà scordare la famosa zzà Càmmina chi mattillìa...).
Cammìsza = camicia.
Campa (dal latino “campa”) = bruco; parassita di ortaggi. (M. R.)
Campàri = vivere.
Ccampàri = raccogliere. “Ccampàrisi i scìbbitèlli” = raccogliere in fretta le proprie cose ed andare via. (A. F.) | Ccàmparu (raccòglilo).
Camugghiarìa (?) = un insieme di bambini che fanno baccano noioso.
Camùgghiu
= voce spagnola (?): bambino. (M. R.)

Camurrìa! = Ciò che infastidisce. Quasi sempre usato come esclamazione per denotare fastidio (M. R.). Camurrìa deriva dall’arabo khamar e può significare anche moltitudine disordinata.

Canari (dall'albanese = kanàar) = Tegola, colatoio. Un detto brontese recita che a volte "non è tempu ri fari canari".

Canduriàrisi (?) = aggirarsi in casa o fuori senza sapere cosa fare o facendo ogni cosa lentamente quasi controvoglia. Un sinonimo di canduriàrisi è dundiàri.

Cangiàri = cambiare.

Cani = cane (usato sia per il maschile che per il femminile) | Vutàrisi commu un cani rraggiatu (rispondere in malo modo) | E’ un cani senza patruni (è un irriconoscente) | Attaccàrisi i cani (essere previgenti, premunirsi in qualche modo).

 

VOCABOLARIO BRONTESE

Vers. in

 

Aforismi e modi di dire





Si arrostiscono carciofi sulla brace
I cacòcciuri rustuti 'ndo cabbunellu e (sutta) 'i cadduni (a so motti? Puriziati, 'mpanati e friuti cull'ova!).





'U cagnurellu


I canarati a Bronte
Cannarati a Bronti

Canìgghia (da cane?) = crusca (che si dà in genere in pasto agli animali sotto forma di pastone) A me è venuto in mente formulando in brontese un giudizio sintetico su una persona: «Chillu avi 'a canigghia 'nda testa!». (nl)

Cannaràta = dal latino “canalis”, tubo, condotta d’acqua piovana (M. R.) | Io la ricordo con una sola “n”. (n. l.)

Canigghia, canigghia cu ttrova su pigghia!

Cannaròzzu (?) = gola, laringe | “Cannorozzu ‘i gumma” era il soprannome di un noto politico brontese degli anni 60.

Cannàta (dal latino canna) = boccale.

Cannavàzzu = stoffa di canapa, rozza e dura (M. R.)

Cannistru = canestro. Contenitore, ancor oggi in uso, atto a riporre sia alimenti utilizzati in cucina, sia oggetti di vario uso, quali ad esempio gli arnesi da cucito. E' costruito con sottili listelli di canna intrecciati con vimini ottenuti da piante diverse (aL).

Canni = carne | Rrizzari i canni (spaventarsi, inorridire) | Puttari 'n canni (indossare a contatto di pelle).
Cannizzora = canna (A.F.)

Cannìzzu = contenitore cilindrico fatto di stecche di canne intrecciate dove un tempo i contadini conservavano derrate alimentari. Era costruito interamente di canne e rappresentava il contenitore usato dalle famiglie contadine per riporvi scorte alimentari (frumento, legumi) che dovevano servire per tutto l’anno e che venivano prelevate, secondo le necessità giornal­mente del fabbisogno quotidiano. La forma era quella di un cilindro con basi virtuali, avente un volume proporzionato alle esigenze alimentari della famiglia che lo possedeva.
La base poggiava su un supporto di legno o su una stuoia, mentre la sommità era chiusa con un coperchio (musciàru) fatto anch’esso di canne. A circa 10 cm dalla base si apriva una finestrella che, a silos pieno, veniva chiusa da una tavoletta (put­tella). Le derrate erano immesse dall’alto e prelevate, secondo il fabbisogno giornaliero, dalla sottostante finestrella (aL).

Cannòru = cannolo (naturalmente a Bronte la specialità è quella con crema di pistacchio, anche se la nostra ricotta è incredibilmente buona).
Ca-nnùnca (?) = dunque.

Cantara = quintali.

Cantarànu = mobile con sopra una lastra di marmo, a cassetti, cassettiera e qualche volta anche una specchiera. (M. R.).

Càntaru (dal lat. cantharus = coppa, boccale) Nel ns. dialetto vaso da notte. Era alto e molto ca­pien­te, fatto in terra cotta smaltata e con due manici; serviva per tutta la famiglia e veniva svuotato a notte fonda o al mattino presto. 'U rinari, invece era un vaso da notte di metallo e molto più piccolo.

Cantu = canto. Ma "cantu cantu" non è cantare due volte ma andare lungo un muro, adiacente ad esso (Pi non fàriti vìriri camina cantu cantu).

Cantunera = cantonata. 

Cantùsciu (dal milanese cantusc) = antica veste lunga da donna.

Canziàrisi = Discostarsi. In gergo malavitoso: cautelarsi (M. R.)

Capaci chi… = è probabile che… | “Capaci chi s’indi dunà”

Capillu = capello. Si dice che ‘a menti è un firu 'i capillu per evidenziare il sottilissimo limite fra il ragionare e la pazzia ma c'è anche chi spacca u capillu ‘n quattru, il non plus ultra della pignoleria e della precisione.

Dividere un capello in quattro: il non plus ultra del pignolo.

Capìzzu = (da capezzale): parte del letto dove c’è il capezzale (M. R.). Il vecchietto non sente ragioni: "ci lassu 'u furrìzzu a ccu mi viu o capìzzu!"

Capizzùni = Arnese metallico dentellato che si pone sul naso degli equini per guidarli (M. R.) | E una parte importante del crapistu e tirando le redini va a stringere il muso del povero quadrupede.

Cappottu = cappoto | ‘U capputtu ‘i lugnu (cassa da morto).

Capùccia = cappotto speciale con cappuccio e senza maniche, usato dai contadini.
Capunàta (dal catalano caponada) = antipasto o contorno a base di ortaggi fritti e in agro-dolce.

Capunatìna = insieme di melanzane, peperoni, pomodori, sedano, capperi, cotti con olio e sale e un poco di aceto e zucchero (per ottenere un sapore agro-dolce): ottimo contorno (o secondo).

Capurannu = Capo d'anno. "Bon capurannu e bon capu 'i miszi, tutti li vecchi stanu tiszi, i caruszi aggiumburiati, veni 'a Strina chi mi rati?" (N. L.)

Capuriàri (dal latino copulare) = tritare.
Capuriatu = carne tritata.
Carà (dal greco charà) = allegria! alla Miche Bongiorno.

Carà carù caràmmu = forza ragazzi andiamo (io lo tradurrei così: orsù ragazzi scendiamo!(n l.)). Frase tipica di invito a fare una passeggiata nel Corso Umberto ('na scindùta 'nda chiazza) in direzione dello Scialandro. Se la passeggiata poi non veniva completata del tutto la frase tipica era «Carù tunnàmmu, l'atra cià lasciamm' o sìndacu». (A. F.)

Caramàru = calamaio.
Carari
= calare | Mi facisti carari ‘u latti (mi hai fatto cascare le braccia).

Caràrisi = piegarsi o abbassarsi - Caràrisi i conna: abbassarsi, acconsentire malvolentieri.

Caravigghiànu = che vende a prezzi alti. (M. R.)

Cariàri (?) = tostare (vedi ad es. i cìciri cariati) o anche marinare la scuola. (A. F.)

Caròinu = Calogero. Mi ricorda un mugnaio che prima gestì il mulino ad acqua della Serra, poi quello che si trovava alla confluenza delle vie Matrice e Angelo Gabriele, di fronte al vecchio carcere, quindi gestì il caffè ex Isola di piazza Castiglione sul Corso Umberto.

Carraffìna (dall’arabo garrafa = caraffa) = bottiglietta, vasetto. Questa parola veniva usata anche col significato di “novità o scusa”; come nella frase : “Vinisti cu ‘sta carraffina?”

Carrrazzu (?) = palo per sostenere piante (nl). Si dice anche di un vecchio malandato. (L. M.)

Carriàri = trasportare.

Carriòra (dall’ ingl. Carry = carriari + all = tutto? ) = carriola.

Carramàttu (?) = carro (per trasporti speciali). (vedi Fantasmi)
Carrazzu (?) = Palo in legno posto a sostegno della piante (in particolare della vite).
Carruzzìnu = calesse.

Carùra = calore o temperatura. “A carùra ‘i latti” = Alla temperatura del latte (appena munto). Esso era particolarmente squisito, ma ci esponeva a tante infezioni, specialmente alla melitense o “a’ fevri ‘i Matta.”

Caruszèllu = salvadanaio (di argilla).
Carùszi = ragazzi.
Caruszàzzi = ragazzacci.
Carùszu (dal latino “cariosus”, letteralmente rapato a zero, tosato) = ragazzo.

Casacca = Ingiuria di un ramo della famiglia Minio (L. M.). Vedi anche Le cosiddette ingiurie a Bronte



A mmia i cannori mi piàcinu suru ca ricotta



'U cantaranu ri me nonna aviva quattru casciuni

 

Ninu nanu
supra u cantarànu
pariva un sacristanu
cu na candira in manu

Cascàri (dal lat. volg. “casicare”) = cascare, cadere.

Cascavàllu = caciocavallo.
Càscia = cassa, cassapanca.
Casciùni
= cassetto | Casciunellu, il cassetto di un mobile piccolo.
Cassìna (?) = stuoia.
Casu = caso | Mittìmmu casu (per esempio, nel caso che).
Casza = casa | Stari ri casza (abitare).
Caszamè = casa mia. “Ingiuria di un ramo della casata Lupo.

Caszaròtu (dal greco katarotes = pulito. Si chiamavano così i provenienti dai paesi vicini e si pensava che il vocabolo significasse “dei casali vicini”.

Caszotta = piccola casa di campagna in muratura a secco.
Caszòttu = casolare o capanna, diminutivo di casa di campagna.
Catarràttu (?) = botola.
Catàrru = catarro.
Catinazzu = Lucchetto, catenaccio. 'I catinazzi u collu identificano la cervice.
Catòju (dal greco katvgevn” (stanza terranea) = sottopassaggio coperto.
Catòlicu: buono, nella norma.
Ccattàri = comprare.
Cattìva (dal lat. captiva = derubata) = vedova; anche in italiano ha l’accezione di "infelice" per la perdita dell’amore e del sostegno economico della famiglia. [A. R.] (vedi Peculiarità del dialetto brontese)

Catu = dal latino: “catus”, secchio; anfora; barile. (M. R.)
Cavigghiùni = da “caviglia”: piccolo legnetto appuntito; piolo (M. R.). C’era un nostro vicino che veniva “ingiuriato”: “caviggiunèllu”, forse per il suo fisico. (n. l.)

Cazi = pantaloni | Caràrisi i cazi (far qualcosa contro la propria volontà perché costretti).
Cazitìra = mutande di tela.
Cazzarabò (dal greco katare = sorgente pulita.) Evidentemente nel luogo così denominato esisteva un pozzo. Ma comunemente si pensava che significasse, per assonanza, “carcere dei buoi”, dato che vi si svolgeva il mercato del bestiame.
Cazzaròra = casseruola.
Cazzavèntu = piccolo rapace, gheppio o falco (M.G.P.).
Cèlla = da “uccello”: Organo genitale maschile, pene. (M. R.)
Cènniri = passare al setaccio.
Centu = cento.
Centupèlli = Millepiedi (M. R.)

Ccetta = scure, da impugnarsi con due mani per tagliare grossi rami e tronchi. L'altra, quella più piccola, che si usa con una sola mano e "u ccittùni".

Checcu = balbuziente.
Chi = che.
Chià = significa certamente, viene usata per annuire! (A. P.) | Chià non lo conosco come affermazione (nl)
Chiàccu = cappio, trappola. Ma anche: monellaccio, discolaccio. (M. R.)
Cchianàri = salire.

Cchianata = salita ('a cchianata ra Stazioni", la via Garibaldi).

Chiànca (dal latino planca) = ceppo, in specie quello del macellaio.
Chiantìmmi = pianticelle nate da seme da trapiantare.
Chianu
= slargo, piazza ("U chianu a Batìa na vota era cchiù bellu!").
Chianuni
=  pialla, arnese del falegname del falegname per lisciare e spianare (derivato da ““chianuu” = piano).
Chianùzzu = pialla piccola del falegname, arnese per appianare.
Cchiàppari (dal greco “kapparis”, dal latino “capparis”) = capperi
Cchiappàri  = prendere.
Chiàta (o criata ?) = Sguattera, schiava domestica. (M. R.)

Chiavinu = chiave di casa, sottile e lunga.

Chiavùni (dal latino “clavis”, grossa chiave) = “Ingiuria” di Nino Longhitano che fu prima mugnaio e fornitore di energia elettrica, prodotta da un gruppo elettrogeno, per l’illuminazione del Corso Umberto, con sede vicino ai Cappuccini. Poi caffettiere in Corso Umberto angolo Piazza Spedalieri, lato teatro.

Chiazza = piazza o strada principale. A Bronte per antonomasia “a chiazza” è il Corso Umberto (dai Cappuccini fino alla chiesa della Catena all'incrocio con la via Santi).
Chiècchiru = cicerchia.
Cchièttu, pl. cchietti (?) = asola. Frase: “Tanti cchiètti, tanti buttùni”. Per significare “ogni cosa a suo posto”, che tutto deve essere in proporzione.
Chillu, chilli = quello, quelli.
China = piena (come agg. e come sost.).
Chinu = pieno. “Occhi chini e mani vacanti!”.
Chiòviri = piovere.

Chiovu = chiodo. "Undi rrivi zzicca u chiovu" (provaci anche se non sei pronto e fai quel che ti è possibile). “Ma chi mi cunti a mmia, i sugnu l’uttimu chiovu ra naca” (ma che mi dici? Io sono l’ultimo chiodo della culla, l'ultima ruota del carro, non conto nulla).


u cascavàllu

a caszotta
'A caszòtta

U catinazzu (lucchetto, catenaccio),
'U catinazzu


'U catoju



'U chianuzzu


'A chiazza è sempri chjna ri màchini

Chìssi! = voce onomatopeica usata per scacciare i gatti (M. R.).

Chissu = questo | Chissu passa ‘u cunventu.

Cchîttera = apertura anteriore dei pantaloni. Se per sbaglio è aperta si chiama “fammacia” (Oh! Viri chi cci hai 'a fammacia apetta!).

Cchiù = più, ancora un poco. Può essere anche sostantivo ed indica la “civetta”. Un padre insegna un po’ di galateo al figlio dicendogli che a pranzo da altri se gli chiedono se vuol mangiare ancora deve dire “no, grazie”. Il figlio alla prima occasione, richiesto “‘ndi vo’ cchiù?” risponde “Noo!”, ma incalzato da: “Ti richiasti?” risponde sinceramente: “Picca!”.

Chiumàzzu = sacco pieno di i piume, crine, o lana, ricoperto di tela. Guanciale. (M. R.)

Chiùmpiri = maturare, crescere, diventare buoni.

'A vecchia è 'nsìpita,
'u lignu è fràcitu,
cci cchiappa l'àcitu:
non sevvi cchiù!

(si canta sull'aria de "La donna è mobile")

Cchiùppi (dal latino classico “populus”, dal latino volgare “ploppus”) = pioppi. Ma a Bronte significava “cipressi” e “jiri e’ cchiuppi” significava “morire” perché al cimitero ci sono tre file di cipressi lungo il muro di cinta anteriore e laterali. Si diceva anche “jiri ‘ndi don Pullu Trumbetta“ che era l’allora custode del cimitero. Non ricordo, però, se “Trombetta” fosse il cognome o l’ingiuria. (NL)

Chiùriri = chiudere.
Ci = gli.
Cià = ce l’ha.
Ciacciamìgghia o zzazzamita = geco.
Ciancianèlla (dall’arabo giolgiol) = sonaglio (nl). Piccolo campanello (A. F.)

Ciangi = piange. C’era una signora chiamata “ciangi ciangi” perché era una continua lamentela; e c’era un motto volgarefutti e ciangi” per indicare chi se la gode e si lamenta, forse per non farsi invidiare. Ma c'è anche chi "Ciangi e riri commu a gatta 'i san Basiri".
Ciàngiri = piangere | Fa ciàngiri (si dice di oggetto o persona ridotto in pessime condizioni).
Cciappa = sportello metallico di chiusura del forno (‘a cciappa ru funnu) o pala di ficodindia (‘a cciappa ri ficarìndia) od anche una lastra di pietra (N. S.). Ma anche spessa lastra di pietra lavica dove si schiacciavano pistacchi e mandorle (LC).
Cciappella = piccolo sasso.
Cira =c era | Nnàchiti ca cira squagghja pi ttia (fai presto, affrettati). 

Ciàvura o ciavurella = capra, capretta. Scherzosamente si definisce "ciavurella" anche l’ernia inguinale (M.G.P.)

Ciccitta = Voce fanciullesca. Dolciumi, specie di mostacciuoli (da una filastrocca: pappà, ciccitta e baccarà) (M. R.). (Non la ricordo, nl)
Ciccu = Ciccio, Francesco. Ironica e maliziosa frase della fidanzatina (ufficiale) alla mamma: “Mamma, Ciccu mi tocca! Tòccami, Ciccu, cchi mamma non c'è!”. "U ciccu" era anche un un utensile domestico, realizzato intrecciando con gli elastici rami del Bagolaro ('u Millicuccu) che si poneva supra 'u cuncheri. Si usava d’inverno ed aveva due principali funzioni: con la sua forma mezza sferica evitava che i bambini venissero a contatto con il fuoco (ra conca) e consentiva di stendere sopra di esso i panni umidi, per farli asciugare.

Cìchira (dallo spagnolo “xìcara”, mutuato dall’atzeco) = guscio di un frutto tropicale. Da cui tazzina da caffè, chicchera. (M. R.)


'U cchiuppu




'A cìchira pu cafè

Ci-cì (dal francese cy-ci) = verso per chiamare i polli. (Per chiamare il gatto invece si dice "muscìt-muscìtt").

Cici = La parola mi ricorda una filastrocca legata ad un gioco in cui si doveva indovinare in quale pugno (destro o sinistro) era nascosta una qualche cosa (probabilmente qualche cece o simile). La filastrocca faceva così: «Cici pugnìsza (in pugno) - donna cuttìsza (?) - quantu m’avanza? - un pugnu ‘nda panza!» Mi farebbe piacere se si riuscisse a risalire alle origini di questa filastrocca (A. F.). Le origini della filastrocca sono certamente popolari del mondo contadino, ma non saprei a quale epoca farla risalire (n.l.).

Cicirellu = pesciolini, altrimenti detto muccu o neonato.

Cìciri (dal francese chiche ) = ceci. Veramente buoni "i cìciri cariati", anche se a volte ci sono "cìciri chi non si còciunu". (vedi anche Peculiarità del dialetto brontese)

Cici pugnìsza
donna cuttìsza
quantu m’avanza?
un pugnu ‘nda panza!

Cilliàri = usato solitamente quando si va in giro, oziando, senza far nulla(M. A.). Questo termine non l’ho mai sentito, ma ho registrato “ocilliari” con i suoi due significati (nl).
Cicòina = cicoria.
Cimìgghia = favilla (A. F.)
Cìnniri = cenere.

Cioffa = dal greco “cepfos (M. R.). (Nel Gemol non l’ho trovato) = cosa leggera, mucchietto di capelli, ciocca. Si usava anche per dire “cioffa di cicoria”. (n.l.)

Ciòllu = Che non ha cura di sé, privo di senno (spagnolismo?). (M. R.)
Cipulla = cipolla ma anche il callo che si forma nei piedi o un grosso orologio da taschino ("Mi nascì 'na cipulla ndè peri chi non pozzu stari manc'addritta").
Cipullàzza
= cipolla fresca, che ha le radici filamentose, somiglianti ad una barbetta.
Ciricòccuru (dal latino testa) = si usa, scherzando, per testa o cervello.
Cirivèllu = cervello.
Cirùszu (dallo spagnolo ceroso) = si dice dell’uovo bollito fra sodo e liquido.
Cissarutànu = abitante di Cesarò (ME). Era l‘ingiuria di un signore che era oriundo di Cesarò.
Citarra = Chitarra, da citara, nome latino della cetra, antenata della chitarra. (L. M.)
Ccittùni = accetta, piccola scure da impugnarsi con una mano sola. L’altra, quella più grande, si chiama “Ccetta”.
Ciuciuriari = parlottare a bassa voce come a scambiarsi confidenze. (L. M.)
Ciufèca (dall’arabo sciafek) = scadente, e si abbina a caffè o a vino.
Ciùffu (dal tedesco schoph) = ciuffo di capelli o anche di altro, come prezzemolo.

Ciùrru (dallo spagnolo churlo) = ernia.

Civari = imboccare.

Civu = nocciolo, nucleo, sostanza | Ma tu ogni vota ti mangi sempri 'u civu civu?

Cocciu = chicco, acino, seme, piccolo foruncolo. "Mu ru un cocciu ‘i rracina?" = Mi dai un acino d'uva?. "Nd'olivi lèvacci tutti i cocci" = togli tutti i semi dalle olive. "Aiu un cocciu nda canì-na chi mi struppìa" = ho un foruncolo nelle spalle che mi fa male. “Ra ccampàri tutti a ccocciu a ccocciu” =  li devi raccogliere ad uno ad uno (mandorle o pistacchi). "Cocc'i piru" (svelto e furbastrello); Cocciu 'i luci (tizzone ardente).

Còciri = cuocere. “Chisti su’ cìciri chi non si còcinu”, una frase di derivazione storica (questi sono ceci scucìvuri, non buoni da cuocere, nel significato traslato di "questi sono guai seri" e non c'è soluzione alcuna), che - scrive Nino Russo - risale esattamente ai Vespri Siciliani.

Coffa = grande cestone fatto con strisce vegetali, con due manici, usato dai carrettieri.

Collu = Collo.  'Ncollu (sulle spalle) | 'A nuci ru collu (il tratto cervicale) | Puttari ‘ncollu (avere addosso, portare sulle spalle | Tiratu pu collu (costretto, di mala voglia) | Cu fa ligna a mara banda 'ncollu si potta (lett.: chi va a far legna in posti scoscesi poi li dovrà trasportare sulle spalle, come a dire che chi si caccia nei guai o chi fa del male deve aspettarsi la pena). E poi c'è l'"affettuoso" modo di dire «rùmpiti 'u collu chi i gambi i fanu 'i lignu», un augurio veramente "cordiale". Se infatti si vuole augurare del male a qualcuno bisogna farlo bene. Meglio che si rompa il collo perchè non esistono protesi.

Collu 'i sozìzza = collo di salsiccia. “Ingiuria” di mio padre, appioppatogli da Nino Larosa, soggetto di un mio “Fantasma”. (nl)
Colonnetta (coronnetta): colonnetta, comodino. Piccolo e scarno mobile, a forma triangolare o quadrata, con due o tre ripiani sui quali appoggiare piccoli oggetti; è in genere utilizzato negli angoli delle stanze. “St’attentu e coszi supra a colonnetta, ne fari cascari”.
Commererè = in qualsiasi modo (A. F.). Può dirsi anche “commegghjè”.
Commu = come.

Còmmuru = comodo, utile, confortevole (E' còmmutu stu stipu!). Ma ha anche il significato di calma: "Cu to còmmuru!, quandu vo vèniri veni!". Il contrario è "ncòmmuru".

Commu si rici, era l’intercalare che alcuni usavano quando mancava loro la parola adatta, o per ignoranza o per amnesia, dovuta all’età, e con quella frase lasciavano all’interlocutore il compito di indovinare cosa volessero indicare o dire esattamente.

Conca = (dall'albanese kunk) recipiente per la brace, braciere. (vedi anche cunchèri)
Conna = corna | Ruru commu i conna (durissimo).
Confinfiràri = avere congruenza, attinenza. (M. R.)
Consa (da cunsàri) = condisci o apparecchia (es. consa ‘a tàvura). “Cu avi cchiù sari consa ‘a minestra" era un detto popolare che significava che il più intelligente e giudizioso fra due o più contendenti trovava la giusta soluzione alla contesa.
Cònsira = condiscila.
Coppu = involucro, recipiente di carta ravvolta a forma di cono (M. R.).
Coppu ri Diu!
= Corpo di Dio! Imprecazione scritta da Benedetto Radice, in italiano, nella lettera del marzo 1882 ad Enrico Cimbali. (Vedi Il Radice sconosciuto, pag. 179).

Còppura (dal latino caput) = berretto o coppola. Quest’ultimo termine lo troviamo nella cronaca di Matteo Spinello, il quale in data 13 di marzo 1248 scriveva così: “E la mattina che si seppe (l’atto di violenza) si fece prestamente lo parlamiento, e andarono tre Sindaci della città (Trani) et messer Simone et due frati (fratelli) di detta donna con la coppola innante agli occhi per la vergogna che l’era stata fatta. E trovaro lo imperatore (Federico II) a Fiorentino.”

Cori = cuore. “Mi spira u cori” = desidero | Cu tuttu 'u cori (volentieri) | Aviri u cori siccu (rattristarsi) o mottu (presentire il peggio) | Fari llaggari 'u cori (mettere allegria) | Mittìrisi 'u cori 'n paci (rassegnarsi).

Coricelli = Cavolicello (Brassica fruticulosa Cyr.). Una verdura ancora molto apprezzata nella cucina brontese. Si raccolgono i giovani getti (ggiumbitti) e le foglie tenere degli esemplari adulti, oppure l’intera pianta, quando è appena germinata. Le parti commestibili vengono cotte in abbondante acqua, strizzate per eliminare l’amarissima acqua di cottura, indi consumati come verdura da condire con abbondante olio di oliva oppure fritti con aglio olio e peperoncino serviti come contorno alla salsiccia arrostita sulla brace. Un’altra variante (i coricelli cu sucu) consiste nello sbollentarli e poi soffriggerli con pomodoro e aglio.

Cosca (dall’arabo khoskar) = combriccola.

Cosza = cosa. Coszi ccu micciu, cose fatte bene, che luccicano e si fanno ammirare | Coszi ri Diu (le preghiere) | Coszi! coszi! coszi! (esclamazione di stupore o meraviglia) | Coszi tucchi (frasi, discorsi od atteggiamenti strani ed insoliti) | Caccosza (qualcosa).

Coszarùci = cosadolce. Dolce di mandorle con glassa di albume di uovo, cosparsa di anicini multicolore. Caratteristico per il nome così fantasioso! Si chiamava anche “mammurata”.

Còtu còtu (dal latino quietus) = quatto quatto.

Cozzu = parte posteriore del capo, nuca. Ma anche ("Un cozzu 'i pani") parte esterna della crosta di pane (M. R.). Còzzu deriva dallo spagnolo cuezo = occipite. "Quattru j'rita 'i cozzu", è la frase che si dice dando uno schiaffetto sull'occipite.

Cozzuratùmbura (?) = caduta, capriola.

Crapa = capra il cui maschio è “zzìmbaru” (dal greco chimaros?).
Crapìstu = briglia, finimento per quadrupede
Crastu = il maschio della pecora. Agnello castrato (M. R.)
Crastuni = grossa lumaca.
Criàta (?) = serva.
Crìcchia (diminutivo di chircu = cerchio ) = chierica.

Cricchirillu = un punto della testa in cui i capelli si aggrovigliano in un mulinello (LC). Qualche fiorentino lo chiama “ritrosa” per tortuosità, o cosa, che rigira in se medesima.

Crirenza = credito, mobile da cucina | Mu runa un pasticcinu a crirenza? | I bruccetti mèttiri 'nda crirenza.

Cricchirittùni (?): colpetto alla testa sferrato con le nocche delle dita. [A. F.]

Criscènti (dal latino crescere) = lievito (M. R.). Una volta si scambiava da famiglia a famiglia della ruga.

Crisci = cresci. Frase: "Crisci e nobirisci", detta, in occasione di particolari ricorrenze (compleanno) dai nonni al nipotino pren­dendolo per le orecchie ed alzandolo leggermente.

Crisdè Crisdòmini = Letteralmente Christe Deus, Christe Domine. Espressione usata per alludere ad una persona particolar­mente brutta; si segnava col pollice una croce sulla fronte, come segno di scongiuro alla presenza di un essere mostruoso, esclamando: Crisdè, quant’è lariu! (L. M.)

Cristianu/a = Talvolta sembra perdere il significato di appartenente alla religione cristiana, per assumere o quello di persona in genere (Era taddu, ma ancora c’eranu tanti cristiani peri peri) o quello di persona ragguardevole (Ora chi ti ’n’ammasti, sì chi pari ’n cristianu!). (vedi Peculiarità del dialetto brontese)

Crivu, crivellu = setaccio. Arnese utilizzato per separare durante la trebbiatura il frumento (o le fave ed altri legumi) dalla pula. 'U crivellu, un setaccio più piccolo ed a maglia fine, è utilizzato per separare la crusca dalla farina (M. R.).
Croccu = Uncino. Strumento adunco per agganciare (M. R.) | Èssiri (o sintìrisi) un croccu (avere dolori alla schiena o alle articolazioni da non potersi raddrizzare).
Cròzza
(dal greco cara) = teschio.
Crozzi ‘i mottu = teschi di morto. Piccoli dolci, a forma di teschio o altre ossa umane, e molto duri, che si usava dare ai ragazzi nella prima settimana di Novembre, per ricordare i defunti e onorarne la memoria. Altro che Halloween!
Crucchèttu = fermaglio metallico per abiti, ormai desueto (M. R.)

Cruci = croce. A questo proposito ricordo che a Bronte c’erano, e spero esistano ancora, 3 Croci: una allo Scialandro e veniva indicata come «‘a Santa Cruci», una a Salice e la terza era quella denominata «‘a Cruci Tirinnànna». La prima credo abbia sostituito la forca che era stata ottenuta da Bronte con il “mero e misto impero” (vedi), la seconda prendeva il nome dalla località e la terza, forse, da un personaggio brontese così chiamato per ingiuria. Volendo fare la triangolazione dei tre punti in cui si trovano le croci, con relative icone o edicole dette cunnicelli, si potrebbe ipotizzare che chi le ha ubicate abbia voluto indicare un’altra figura religiosa e cioè la SS. Trinità.


'A colonnetta




'A conca supra u trippèri è chjna i cabbunellu



i coszarùci
I coszarùci



"i crozzi i mottu"
I crozzi 'i mottu



 

A Santa Cruci ru Sciarandru e a Cruci Tirinnànna

Crùci e nùci (dallo spagnolo crus e nuez) = nodo, a diagonali intreggiate. Come per dire "Chiudiamola quì!"; "Mettiamoci una pietra e non ne parliamo più!"; "Tu con me hai chiuso".
Crucifìssu = crocifisso. “Ingiuria“ di un altro ramo della casata Lupo.

Crusta = crosta | Ma ru 'na crusta 'i pani? – ‘U cocciu mi fici già ‘a crusta.

Cu’ (dal latino "cum") = chi o anche “con”. Aforisma: “Cu si cucca cu ’i piccirilli a’ matina si trova cacatu!”. Voleva dire che non è il caso di avere a che fare con chi non è all’altezza della situazione.
Cucca = civetta, gufo, iettatore, persona che porta malefici (E’ illu chi ffa ‘a cucca).

Cuccàrisi = coricarsi | Fatti famma e va cùccati! | Ma va ccùccati! (Ma lascia perdere, non è cosa tua).
Cucchj = natiche, chiappe, insomma i felli ru curu | Ndè cucchj! un modo volgare per rivolgere a qualcuno un amichevole augurio, sinonimo dell'italianizzato "'ndè nàtichi!" (per essere più puliti consigliamo l'altro "invito" 'nde naschi!).

Cucchiarèlla = cucchiaio.
Ccucchiàri = Unire, appaiare. Ammassare ("'ccucchiari soddi", arricchirsi risparmiando) (M. R.)

I’ mi cuccu ‘ndi stu lettu
cu’ Maria supra lu pettu,
iu dommu e illa vigghia,
si c’è pirìcuru mi risbigghia.
Intra a’ potta e fora ‘a robba
nulla mara pissuna mi m’a tocca!

Cucciàri = Rovistare tra il mallo di pistacchi o cercare fra i rami o sotto gli alberi di mandorlo o di pistacchio per trovare frutti ancora buoni, persi durante la lavorazione di raccolta, smallatura o di sbattitura (M. R.).

Cuccu = corico. “I’ mi cuccu ‘ndi stu lettu cu’ Maria supra lu pettu, iu dommu e illa vigghia, si c’è piricuru mi risbigghia. Intra a’ potta e fora ‘a robba nulla mara pissuna mi m’a tocca!”

Cuccuvàja (dal greco cuccuvaghizo) = civetta.
Cucìvuru/a: facile da cuocere; scucìvuru: difficile da cuocere. Dal latino coquo, is, coxi, coctum, coquere = cuocere. Metaforicamente può significare persona facile o difficile da convincere. (N. R.)
Cucùmbaru = cocomero (per tutti i tipi).
Cùcumu (dal latino “cuccuma”, brocca) = recipiente in creta utilizzato per contenere acqua potabile.

Cucùzza (dal latino cucurbita) = zucchina o zucca | Testa 'i cucuzza (l'italiana testa di rapa).
Cuddàru (dal latino agnus cordus che vuol dire agnello ) da noi significa cordaio. Infatti lo troviamo nella frase: “Va ‘ndarretu commu u cuddaru”.
Cuddèlla
= cordella, nastro.
Cuffìnu = cesto o cofano (fatto con virgulti intrecciati). E' un contenitore cilindrico più grande del paniere ('u panaru) utiliz­zato per la raccolta della frutta e ottenuto intrecciando sottili listelli di canna intercalati con vimini di altre piante. L’interno a volte è foderato con tela di iuta per impedire traumi meccanici alla frutta. 'U cuffìnu ha i come sottomultipli 'u cuffinellu, 'u panaru e 'u panarellu. (aL)
Cugghìri = raccogliere (“E' a cògghjri i frastùchi 'ndè lochi”).
Cugghjùni
= coglioni. Era sconosciuta a Bronte la corrispondente voce “cabasisi” (dall’arabo “habbhaziz”, pianta che emette piccoli tuberi ovali) usata da Andrea Camilleri nei suoi ormai famosissimi libri sulla Sicilia in una forma che amalgama felicemente il dialetto con l’italiano. Il suddetto termine deve avere origine orientale.
Cugghjuniàri
= coglionare.
Cugghjva = raccoglieva.
Cugnàta e cugnàtu (dal latino cuneata e cuneatus) = cognata, cognato.
Cùgnu (dal latino cuneus) = cuneo. In altri paesi significa colle.
Cu’i = con i.
Cullana
= redini ed anche monile.
Cullùra (dal greco “xollura”, latino “collyra”, ciambella,) = preparato di uova inserite in pasta e infornato in occasione della Pasqua.
Cumandàri = comandare. “Cumandàri è megghiu ‘i fùttiri!”, questo “detto” è universalmente condiviso, ma c’è qualcuno a cui piace fare l’una cosa e l’altra.
Cummàri (dal lat. commater) = comare, usato anche come “amante”.
Cumèddia (da commedia?) = baccano. Altrove significa aquilone o cometa.
Cummigghiàri (dal latino conviare o dallo spagnolo cobijar) = coprire.

Cumminari = sistemare, ma anche commettere guai. "Ma cchi cumminasti? Novì chi facisti?"

Cummògghiu = coperchio.

Cummu = colmo sia agg. che sost.. Nelle veglie funebri, che spesso non erano silenziose, si sentivamo frasi come queste: “Cascaiu u cummu ra me casza!” per dire che era venuto a mancare il principale e forse unico sostegno della famiglia; oppure “Focu meu!” per esprimere il grande dolore (nl). Cummu è denominata anche la trave centrale del tetto (‘ntavuratu o ‘ncannizzatu) su cui erano poggiate le traverse. (L. M.)

Cumpanàggiu = cibo che accompagna il pane: formaggio, salame... (LC). Cade a proposito il noto motto dell’anarchico brontese: “pani e tumàzzu e libertà di c…”.

Cumpàri (dal lat. computer ) = compare, usato anche come “amante”. Si diceva “u cumpàri ra pezza ‘e tira”, per indicare una persona poco raccomandabile, alludendo, forse, a qualche noto disonesto venditore ambulante di tessuti.

Cunchèri (?) = base rotonda costruita con assi di legno, con piedini e grande foro al centro che serviva a contenere il braciere («'a conca») sul quale, a protezione, era posto «'u ciccu». In genere "u cunchèri" era posto al centro della stanza e consentiva di sedersi in cerchio attorno ad esso appoggiando i piedi sul bordo. Potremmo dire che era il centro di aggregazione familiare per eccellenza: attorno ad esso si si svolgeva la vita familiare, si parlava, si cenava (riscaldando le vivande sulla brace), si pregava e... niente Tv. (A. L.)

Cùnchjri =verbo intransitivo: giungere a maturità, compiersi. (M. R.)

Cunnicèlla = Edicola votiva incassata in genere nella parete esterna dell'abitazione con un immagine che a Bronte quasi sempre rappresenta la Madonna Annunziata. Un tempo, nel periodo natalizio, l'immagine sacra veniva contornata a mo’ di cornice dai tralci dell'asparago selvatico insieme a frutta di stagione (in genere, per il loro colore rosso, mandarini) ed a batuffoli di cotone simulanti i fiocchi di neve. Al termine delle festività, la frutta offerta per ornare le icone era festosamente consumata dai devoti.

Cunnutu = cornuto | Cunnuto e bastunato (il danno e le beffe).



'U cuffinu è cchiù randi ru cuffinellu, ru panaru e ru panarellu



"i cullùri"
I cullùri (a 1 ovu). Ma cci su macari a quattru ova




U ciccu, 'a conca e 'u cunchèri: un tempo il vero centro di aggregazione della famiglia


Le edicole votive brontesi
'A cunnicella ra via Minissali e, sutta, natra in Piazza Petracca




I cuppini 'i lignu



U cuttìgghiu
Ddu cuttìgghi: unu in via Santi (supra) e l'atru (sutta) in via Trilussa

Cunòttu (dallo spagnolo conhortar) = conforto. Mi ricorda mia madre che parlando con una giovane vicina di casa le diceva: “A tia ti mmanca u cunfuttellu”. (nl)

Cunsàri = condire, apparecchiare. “Cu avi cchiù sari cons‘a minestra”, "Pè, a cunsasti 'a tàvura?".

Cunséri (dal latino conserere) = correggia per aggiogare i buoi.

Cunsolu = il conforto in dolci o cibo che gli amici portavano ai parenti del defunto (LC).

Cùntami (dallo sp. cuentame ) = contami o raccontami.

Cuntàri = raccontare ma anche misurare | A ccu ccià cunti? (non dirmi cose che non mi riguardano) | Non ma cunti giusta (mi nascondi qualcosa) | Quandu si cunta è nenti! Chi mi cunti? Commu rinesci si cunta! (o la va o la spacca!) | In merito al significato di misurare L. Minio nel suo libro La vita di campagna scrive che il misurare era un tempo il “rito” culminante della trebbiatura, “celebrato” sempre con solennità. Ci si disponeva nell'aia attorno al mucchio del grano «mentre uno degli anziani si faceva avanti col dumundella (cilindro di legno della capacità di circa otto litri e mezzo) e a rasa (la rasiera), procedeva a prelevare il grano dal mucchio, lo riversava in sacchi retti dai più giovani e “bandiva” il numero progressivo con le varianti e le personaliz­zazioni che il clima d'euforia suggeriva: 'N nomu du Patri (o ri Diu), dui, a Santissima Trinità, i quattru vangilisti, cincu, sei, i setti sacramenti, ottu, novi, i deci cumandamenti, undici, i dudici apostuli, sant'Antuninu, quattordici, quindici, sidici, non si cunta, dicerottu, san Giuseppi, vinti, …».

Cuntintizza = contentezza, allegria, esultanza | Cuntintizza ‘nsonna (disillu-sione).

Cuntu = racconto, fiaba | Nonnu, mu cunti un cuntu?

Cuntrastari = conversare per scambiarsi delle idee. (L. M.)
Cunuttàrisi = confortarsi.
Cunzari = condire, imbandire, sistemare, riparare, acconciare (verbo multiuso, infatti si usa per cunzari a pasta, 'a minestra, 'a tàvura, 'u lettu, 'na cosza rutta, 'u presepiu, un matrimoniu e macari cunzari a quaccuno pi festi con una solenne bastonata).
Ccupari = soffocare (ste ccupandu ru càvuru, sto soffocando dal caldo). (A. F.)

Cupazzùni (?) = parte bassa posteriore del corpo (A. F.). Definizione della regione lombo-sacrale. (N. C.)

Cupecchiu = coperchio (LC).

Cuppìnu (probabilmente dall'albanese kupin) = mestolo | “Mu pigghj u cuppìnu?”, mi prendi il mestolo? (F. Z.).

Cuppùni (dal latino cupa botte) = turaccio, coperchio.

Curallùzzu = corallini ( tipo di pasta).

Curatru (dall'albanese kuratug) = caseificatore.

Curnarà = Cornuto (M.G.P.).

Curonna = colonna ma anche scorte (vive o morte) del contadino.

Currènti = I tetti fatti col coppo siciliano (canàri), sono composti da una parte superiore, cioè la copertura vera e propria chiamata “cuppùni” e una parte inferiore “currènti”. I coppi migliori si posizionano nella zona inferiore e sono “currenti” perchè è proprio nella zona inferiore che convoglia l’acqua (M.G.P.).

1, 2, 3, ...

'N nomu du Patri,
ddù,
a Santissima Trinità,
i quattru vangilisti,
cincu,
sei,
i setti sacramenti,
ottu,
novi,
i deci cumandamenti,
undici,
i durici apostuli,
sant'Antuninu,
quattoddici,
quindici,
sidici,
non si cunta,
dicerottu,
san Giuseppi,
vinti,

Currìri od anche cùrriri = correre.
Cùrrura (dal latino carrus o currus) = carrucola.

Currùta = corsa.

Curu = culo | A curu a ponti (carponi). Su questo nome ci sono diverse massime: “chilli sunu curu e cammisza” per indicare che sono amici intimi o complici in affari poco puliti; “U curu ci robba ‘a cammisza” per significare che una persona è sospettosa ed avara; e infine “chillu avi curu!” per dire che è fortunato.

Curumbrina (agg.) = civettuola (es. Chilla carusza è ’na curumbrina). Dalla maschera della Commedia dell’Arte Colombina, la servetta amorosa dai costumi non proprio irreprensibili. (N. R.)

Curùri = colore.
Ccusciuràrisi = accosciarsi.
Cùscusu
(dall’arabo kuskus ) = tipo di pasta per brodo.
Cusgìnu
= cugino.
Cùsiri
o anche cusìri = cucire.
Custura = impuntura.
Custureri
(dal francese couturier) = sarto (vedi Peculiarità del dialetto brontese).
Cutellu = coltello.
Cutìcchiu = (dal latino cos, cotis) sasso, ciotolo levigato. (M. R.)
Cutra = Coltre, coperta imbottita (M. R.). Io ricordo che era la coperta di cotone che si usava nelle mezze stagioni (n. l.)
Cutrùzzu
(dal latino clunis) = coccige, osso sacro.
Cuttigghiàra = donna pettegola.
Cuttìgghiu (dallo spagnolo cortijo) = cortile.
Cuttùni = cotone.
Cuttunina = coperta da letto, trrapunta.
Cutturiàri (da cottura?) = angustiare con lo stesso argomento.
Cuturari o Cuturiàri (dal greco cotillo?) = scuotere frutti da un albero per farli cadere a terra. “Cuturiava i mènduri cu vigganti”.
Cuvia = Un tipo di mandorla. Le “cuvie” sono diverse dalle mandorle cuzzute o di quelle a cori o mulliszi. Quelle pipi sono mandorle vuote, ‘a cucchia è invece una mandorla doppia e trovarla porta fortuna.
Cùzzica (dal latino cutis = pelle) = crosta. Ma da noi si usava nella frase “Si menti a cùzzica” per dire “dà fastidio”, come la crosta di una ferita che prude fastidiosamente.
Cuzzuta = un tipo di mandorla. Le mandorle “cuzzute” sono diverse dalle cuvie o di quelle a cori o mulliszi. Quelle pipi sono mandorle vuote, ‘a cucchia è invece una mandorla doppia.


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Questo vocabolario è aperto a tutti: chiunque, a conoscenza di altre antiche parole o detti brontesi, può comunicarli a “Bronte Insieme” che provvederà a inserirli. Potrai interve­nire inserendo nuovi etimi o altri vocaboli o frasi interessanti. Anche i «?» sono stati volutamente lasciati in attesa di una tua integrazione.

BREVI CENNI STORICI SU BRONTE

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