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Gli anni del Ciclope

Bronte allo specchio

(1946 - 1950)

La Storia di Bronte, insieme a noi

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Spigolando da Il Ciclope, 60 anni dopo

Bronte d'altri tempi

 


Passeggiando...

«Ritorniamo, l'altra la lasciamo al Sindaco»

Si suol dire nel nostro paese che il ritorno di Capo d'anno è la sintesi degli avvenimenti del resto dell'anno. Io dico che questo non è vero. Perchè il primo giorno dell'anno ha nevicato e siamo stati inchiodati a casa; e lo stare in casa è quello che meno si fa per tutto l'anno.

A Bronte chi non ha una seria occupazione esce in «piazza» e va sù e giù senza stancarsi, dando così stoffa alla tagliente forbice delle sartorie del corso.

Al passeggio c'è da annoiarsi maledettamente, ma ci si va e con insistenza; è l'insanabile desiderio di conoscere la novità che ci scaccia dalle case, ci porta in via Umberto, ci fa arrivare a quel punto, non, ben definito ma sicuramente tra «l'albero» (vedi foto a destra, NdR) e la punta «a chiazza» o tra le piazze Badia e Cappuccini, in cui si dice: «ritorniamo, l'altra la lasciamo al Sindaco».

L'origine di questo modo dì dire io non la so, sebbene lo ripeta ogni giorno, ma credo sia venuta fuori dal desiderio di vedere allungata la basolatura del Corso. «Perchè - pensava, forse l'autore - un bel giorno dovrà pur venire un Sindaco che la voglia più lunga, la strada!»

Non so se sia stato per quel che ho detto ora o per altro motivo, che è stata intrapresa la basolatura del corso da Piazza Cappucini al vicino mulino. […] (Acerbo)

(Il Ciclope, anno III, n. 2, domenica 18 Gennaio1948, Direttore Giuseppe Bonina)


“A chiazza” salotto di paese

Se Firenze ha la piazza della Signoria e Venezia la piazza S. Marco, delle quali giustamente esse sono orgogliose perchè costituiscono come il centro vivo, attorno al quale si svolge la pulsante vita cittadina, Bronte possiede anch'essa la sua «chiazza» della quale non è meno orgoglioso e in cui confluisce, per mirabile forza d'attrazione, l'operosa vita del paese.

In realtà non si tratta di una piazza vera e propria, ma della via principale che dividendo il paese diventa quasi il canale collettore di tutte le vie e viuzze che a monte e a valle si intrecciano, serpeggiando per il grosso borgo; tuttavia assolve benissimo il suo compito di via e di piazza e specie questo ultimo, chè infatti a tale scopo, i nostri antenati cercarono di appianare e di lustricare le erti pendici del monte su cui Bronte si arrampica con un caratteristico e convulso moto di tegole che si snodano in filoni contorti ed ineguali, quasi per non spezzare l'ondeggiare dei colli e il cupo accavallarsi delle sciare che dall'alto lo incoronano.

Certo su di essa non si affacciano i meravigliosi edifici che adornano le piazze sopra citate, nè essa si sviluppa in magnifico rettifilo, anzi rispettosa di ogni sporgenza e di ogni rientranza, schiva e sfiora la massa delle case che pare facciano a gomitate per affacciarsi su di essa come folla scomposta e desiosa di vedere, a stento trattenuta, durante una rivista, da cordoni di truppa. Intanto per rimanere nell'immagine, è bene dire, che nel caso nostro i cordoni sono costituiti da sparuti rilievi che ora si allargano e ora scompaiono, inghiottiti dalle prepotenti soglie delle porte, ed ai quali, per attenuare la loro pudica vergogna, si dà il nome altisonante di «banchine».

Lo scenario che offrono le case che fiancheggiano la «chiazza» è dei più vari tra quelli che mente di architetto abbia mai concepito: non un armonizzarsi di tinte e di linee che finiscano per tediare con la loro piatta uniformità, ma un guazzabuglio di colori, di segmenti, di archi, di angoli e di punte da pittura surrealista; un pizzichino di verde ce lo offre fugacemente la Colla e per guardare il cielo c'è da farsi venire il torcicollo.

Alcune facciate poi, timorose di essere sopraffatte dalla calca che preme dietro, si spingono improvvisamente in avanti come bambini che, incuranti di ordine e di disciplina, saltano in mezzo alla via per vedere l'arrivo della corsa, e la «chiazza» paziente, vi sbatte il muso contro e gira in una serie continua di curve, le une larghe, le altre strette.

Cuore, anzi cordone ombelicale, del paese, la «chiazza» riceve le cure più assidue da parte della pubblica amministrazione, e su di essa si consumano, da mane a sera, le logore ramazze della nettezza urbana nel tentativo spesse volte vano, di arrestare il confluire dei rifiuti che scendono dalla parte alta del paese, variopinte note di colore anch'essi e l'ultimo residuo della frutta di stagione, su cui predomina il giallo roseo dei fichidindia.

E' giusto infatti che sia curato il luogo che può considerarsi come il salotto del paese, un salotto modesto pero e non di stile, simile a quello delle famiglie povere che vogliono ostentare un certo fasto e in cui i mobili, rabberciati alla meglio, denunziano provenienza e consistenza diversa: i palazzi, cosiddetti signorili, si pompeggiano nella loro tronfia superbia, in un miscuglio di stili, come comò barocchi dalla tinta un po falsa, saldi sulle loro fondamenta di lava, in mezzo alla schiera di case sbilenche che a stento sotto una mano di colore nascondono la loro miseria e la loro vecchiaia come sedie zoppicanti, dalla cui imbottitura lisa e logora, saltano fuori le molle e la paglia.

Nella «chiazza», in quanto salotto, si ricevono e si accommiatano gli ospiti di riguardo, strisciano i candidi veli delle spose che vanno all'altare, non c'è corteo battesimale che non l'attraversi, nè funerale che da essa non pigli il suo avviarsi; nei tempi torbidi si tumultua, nelle feste vi si fanno le processioni e in essa si riversa la domenica la folla che ha sentito la messa del mezzogiorno; ordinariamente poi si contratta, si chiacchiera in crocchi immobili, nelle tiepide sere di primavera, in quelle afose d'estate e soprattutto vi si passeggia.

Oh! l'interrotto andare avanti e indietro che rende liscie le lastre di' lava, sino a fare scivolare, ai crocevia, gli asinelli che tornano dalla campagna e a farle brillare negli assolati meriggi estivi!

Allora la luce del sole spezzando l'assedio delle case, investe in pieno, buona parte della «chiaz­za », quasi inondandola e dorandola: la gente cerca di ripararsi nell'ombra e poi si squaglia per le vie traverse, all'ora del pranzo; sulla «chiazza» grava un sonnolento silenzio, appena interrotto dal ronzio delle mosche o dal rosicchiare di un cane randagio tenacemente attaccato ad un teschio spolpato di capro gettato presso la porta di una macelleria con tutto il trofeo, delle nodose corna; qualche vagabondo si indugia ancora sui gradini del Rosario con gli occhi fissi al campanile di S. Giovanni che batte lente le ore, mentre la bandierola segna scirocco.

La tarda notte vi porta una calma più fonda che non riesce a turbare nè il passo oscillante di chi per il vino è diventato astronomo, nè quello frettoloso di chi va in cerca del medico, o del prete o della levatrice.

Le chiamate per quest'ultima sono più frequenti: se no come si alimenterebbero le frotte di bimbi che ruzzano, rotolano e schiamazzano nelle piazzette attaccate alla «chiaz­za»?

Poi declinando la notte, allo stridere dei carri della verdura e allo scampanellare delle capre che portano il latte, si riaprono gli occhi chiusi delle botteghe e un altro giorno incomincia per la «chiazza» salotto e insieme bazar del paese. [L. Meli]

(Il Ciclope, anno III, n. 19 domenica 26 Settembre 1948, Direttore Giuseppe Bonina)


E’ nato il duchino

Il 2 dicembre scorso, il Visconte Bridport, Duca di Nelson, assieme alla gentile Consorte, ha presentato al folto stuolo d'impiegati della Ducea in una alle loro famiglie, il biondo e paffuto erede, il duchino Alessandro Nelson Hood, nato a Londra il 17 marzo di quest'anno.

In una vasta sala del castello, addobbata fastosamente, è stato offerto un pranzo a più di cento persone che in un'atmosfera di simpatia e di affettuosa cordialità hanno applaudito i Duchi e bene augurato al piccolo Alessandro Nelson.

Al commiato, mentre l'orchestra intonava gl'Inni Nazionali Inglese ed Italiano, la Sig.ra Duchessa ha offerto i confetti a tutti gli intervenuti partecipando poi con loro ad un gruppo fotografico in ricordo della simpatica giornata.

Hanno rivolto voti augurali il piccolo Piero Collura, la piccola Cavallaro e per ultimo ha ringraziato le LL. EE. il Sig. Mario Carastro, a nome degli impiegati tutti.

(Il Ciclope, anno III, n. 24 Domenica 5 Dicembre 1948, Direttore responsabile Nino Neri)


Terza festa della Matricola, terza delusione

Un'altra festa (la terza per la storia) della matricola che rispetto a quella dell'anno scorso, ha fatto passi... da gambero gigante.
L'anno scorso infatti carri e veglia danzante, quest'anno solamente veglia danzante. Mancanza di quattrini? Non direi. Piuttosto deficienza di spirito organizzativo ed ardore goliardico. Probabilmente a chi sarebbe stata chiesta la pecunia ciò non è dispiaciuto ma a tutti coloro che vivono vicino all'ambiente goliardico è dispiaciuto forte.
Ora volete vedere che se la prenderanno con noi per questi benevoli appunti, gli scanzonati organizzatori? Beh! facciano pure ma noi resteremo del parere che o si organizza una vera festa della matricola o non si organizza per niente. Veglie danzanti con battute alla «pinzimonio» o con giornali radio ricchi di umorismo se ne possono fare sempre ma feste della matricola con sole veglie danzanti no.
Per la cronaca diremo che la serata è ben riuscita e gli invitati non si sono fatti pregare per accorrere in gran numero. Si notava però la quasi totale assenza delle matricole. Al posto di costoro sono stati costretti a pagare ai «piselli» alle «colonne» e gli «anziani» abbondante innaffiamento, professionisti di ben temprata anzianità.
E quest'ultimi, per sfogarsi, asserivano di pagare i cioccolattini ai ragazzetti. Ma i ragazzetti, con alla testa il «parente» Ciccio Spitaleri, Lello Ciraldo, Felice Caruso, Nunzio Ponzo, Aldo Mauro etc., non se la prendevano e non si curavano nemmeno di dover fare i conti con Bacco!
Due orchestre allietavano la serata con i loro ritmi più o meno indiavolati: la «Sfrenata» di D'Andrea veramente in gamba per l'occasione e con un repertorio interamente rinnovato (solo la chitarra fece ammattire perchè più che suonare, strimpellava) e quella del maestro Di Benedetto di Adrano superlativa in tutto e per tutto.
Doveva per l'occasione eleggersi Miss. Università ma non se ne fece niente.
Mancavano le universitarie!!

Strana festa della matricola, come ben vedete, senza matricole e senza universitarie che sono l'anima del tutto. Arrivederci alla delusione del prossimo anno.
P.S. Una lode (l'avevamo scordato) a Totò Di Bella che ha messo su in maggior parte la «rivista interamente radiotrasmessa». Ma anche lui non è, ahimè, universitario!

(Il Ciclope, anno V, n. 1, domenica 1 Gennaio 1950, Direttore responsabile Gabriele Liuzzo)


“U mastru ‘a chiazza”

riceviamo una lettera

Due peccati sul “Baranzuni”
già assegnato il posto di Segretario dell’Avviamento?

Caro Ciclope



 

La zona nel Corso Umberto denominata "l'Albero" è questa; a destra della foto si nota il grosso eucaliptus che caratterizzava ed identificava il posto; fu abbattuto alla fine del 1900.

 

Galleria dei sisalisti!?!
Nel numero 4 del 15 Febbraio 1948, la ma­ti­ta di Angelo Mazzo­la disegna la carica­tu­ra di un appassionato "sisalista":
Vito Pinzone, noto artigiano brontese.

«Della Sisal è un vecchio giocatore,
un grande general, fine stratega...
Vito Pinzone, mastro-muratore,
che il totocalcio frega!
Capeggia folti stuoli di tifosi,
consiglia punti, scrive le schedine,
sopporta con pazienza i più mocciosi
gli undici piovono a decine!...
Ma a lui cosa fa qualche liretta?
fissa ha l'idea per il milione ...
ma quando vi si mette la disdetta
...  che delusione!! ...»

 

Galleria degli impresari?!
Questa volta viene pre­so di mira uno dei due fratelli Di Bella, no­ti gestori del Cinema comunale, inventori della "serata popola­re", pubbliciz­zata nel­le stradine di Bronte dal banditore Braszi Piattella.

«Dei due Di Bella eccolo il minore,
il più grassotto, alacre, gioviale,
che col fratello fa da... protutore
del Cinema-Teatro Comunale.
Programma films, scelti con perizia.
"Affrettatevi"!... grida a squarciagola
mentre un disco moderno ci delizia
con musichetta allegra che consola!
Poi scende in sala, segue qualche scena,
coi bimbi inquieti non è affatto truce,
ma perde la pazienza e s'avvelena...
se il film è buono e se ne va la luce!!»



 

Galleria degli uomini oscuri!?!
Il Ciclope (n. 8 del 20 ottobre 1946) dedica la sua usuale carica­tura ad un artigiano brontese:
il "pacifico" barbiere Biagio D'Amico

«Nel viso è come un cielo burrascoso.
Nell'animo è pacifico e sereno.
Non perchè di superbia sia ripieno,
ma non è, come gli altri, smanceroso.
Lento nei gesti, sobrio di parole,
distilla in italiano il suo pensiero,
come un addottorato in magistero,
che sbrodolarsi in chiacchiere non vuole.
Sorride a fior di labbra, a fior di pelle
un riso che non sale dei precordi.
Ignora affatto i musicali accordi,
pero sa, di latino, il noli e il velle.
Biagio D'Amico egli è: ossia Biagino,
se dobbiamo attenerci alla statura.
Barbiere senza macchia nè paura,
emulo del Burchiello fiorentino.»

 
 

Galleria degli uomini illustri!?!
Il veterinario
Neri
, padre di Nino collaboratore, redat­tore e (dalla fine del '48 fino a giugno '49)
direttore del Ciclope.

Pochi tratti di penna e la mano felice di Angelo Maz­zola delineava un personaggio. La solita poe­sia, a commento, così recitava:

«Neri si chiama come San Filippo.
Non crediate, però, che sia un santo,
perchè da questo differisce tanto
come da Cola differisce Pippo.
Nacque in Adrano (e i suoi lontani avi
forse saranno stati fiorentini):
ma non somiglia ai suoi concittadini
che hanno cuore e fegato di bravi.
Egli, con l'arte sua risanatrice,
gli animali domestici vi cura;
essi, però, lo guardan con paura,
per la doppietta sua sterminatrice.
Ha l'apparenza d'un cosmopolita,
essendo stato in questo e in quel paese:
ma la loquela ve lo fa palese
per sua eccellenza, Neri, l'adranita!

 

Torno alla ribalta non per spirito di esibizionismo ma per fare conoscere ai nostri concittadini certi peccati e certi Giudici. Parlerò del posto di Segretario alle scuole d'Avviamento e del baranzuni (leggi Corpo delle guardie Municipali).

Per chi non lo sapesse voglio far ricordare che anticamente la sede del Corpo delle guardie si chiamava (u baranzuni). Questo nome forse è stato messo perchè i cittadini che si credevano rubati nel peso dai negozianti di generi annonari andavano al baranzuni (bilancia di massima precisione) e se la ripesavano: se era giusta andavano a casa tranquilli se era meno u mastru 'a chiazza, casi era chiamata la guardia che pesava per controllo, si recava dal rivenditore faceva aggiungere la merce mancante e poi spiccava la contravvenzione.

Questo baranzune io me lo ricordo dove ora gestisce una rivendita di verdura il signor Sposato Calogero vicino a grara i pi'sci; mastro chiazza: primo, mastro Vincenzo Scagghitta, poi don Nunzio Fazio e poi don Salvatore Talamo. Mi feci poi più grandicello e non badai più a questi posti, quando si è ragazzi si è più curiosi e certi nomi e certe usanze piacciono.

Ma mi domandate che c'entra questa storia del baranzone con il posto di segretario alle scuole d'Avviamento?

Vengo e mi spiego e mi perdonerete se sono lungo nello scrivere perchè di statura son troppo basso. Nel lontano e per me infausto aprile 1946 fui eletto consigliere comunale e nel luglio dello stesso anno il sindaco, l'attuale, mi nominò presidente di una commissione detta (Endisir) […]

(Tommaso Lupo)

(Il Ciclope, anno V, n. 2, domenica 15 Gennaio 1950, Direttore responsabile Gabriele Liuzzo)

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