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Archeologia Lessicale

Antico Vocabolario popolare brontese

da un'idea di Nicola Lupo, a cura di Nino Liuzzo

A B C D E F G H I J L M N O P Q R S T U V Z

S



Sacchetta = tasca di abito, saccoccia | Ma picchì si sempri chi mani ndè sacchetti?

Sacchìna = Sacchetto di iuta legato alla testa di muli o asini contenente biada. Caratterizzato da una cintura che si appende attorno al collo dell'operatore serve anche a raccogliere i pistacchi.

Saccu = sacco | Un saccu e ‘na spotta (un sacco ed una sporta: tantissimo in gran quantità).

Sadda = sardina (pesce) | Èssiri 'na sadda sarata (essere magro) | Lliccàrisi a sadda (vivere di stenti) | Stari miszi commu 'i saddi (stare stretti).

Saddàru = pescivendolo. “Ingiuria” di Salvatore Bruno, mio padrino di battesimo (nl).

Saddi (dal latino “sardus”, in quanto proveniente dalla Sardegna) = sarde.

Saddi a beccafìco = sarde spinate e accoppiate con condimento e pan grattato e passate al forno.

Ssagghiàri = restare secco per la paura; rabbrividire "Mmi sagghiaiu 'a pelli!" (M. R.)

Saggiu = detto di bambino buono e quieto o invito ad esserlo. Sta saggiu e moviti femmu (sta buono e resta fermo) (L. M.).

Saggizzi = l’ubbidienza e l’assennatezza dei bimbi.

Saetta = canalina per irrigazione.

Sagnari = sottoporre a salasso, cavare il sangue.

Sàia = Era un canale derivato da un fiume le cui acque servivano per irrigare i campi e per azionare un mulino | "Oh! Ma chi ccià? Pari chi ti cascà u poccu nda saia": Oh! ma cos’hai? sembra che ti sia caduto il maiale nel canale (detto quando qualcuno sembra arrabbiato o preoccupato per un nonnulla) | Sàia, come molte altre parole, specie nella terminologia del­l’agricoltura o delle tecniche irrigue, è di chiara origine araba (come gèbbia, babbalùci, cafìszu, bàgghiu, bbunàca, ddammùsu, ...).

Saĵmmi (dal lat. volgare sagimen ) = saìme, sugna, strutto.

Saittuni = coniglio appena svezzato (A. F.)

Saliprìszu (dallo spagnolo salpreso) = formaggio fresco o primosale.

Sambrasziari = mangiare con ingordigia, specialmente a scapito di altri che dovrebbero condividere quel cibo: Tuttu illu su sambraszià … (l’ha mangiato tutto lui …) (L. M.).

Samma = salma: unità di misura per cereali equivalente a Kg. …? - ma anche unità di misura di superficie equivalente a mq. …? | [E’ una voce italiana da sempre: Salma = unità di misura di superficie e/o di capacità usata in Italia, ed in Sicilia in particolare. (M. R.) | Si può sapere a quanto corrisponderebbe oggi sia in superficie che in capacità?
Domenico Ventura nel suo libro "Randazzo e il suo territorio" (Salvatore Sciascia, 1991) dà le seguenti equivalenze: Misure di superficie: Salma (ha. 1.74.62) = 16 tomoli; tomolo (ha. 0.10.91) = 4 mondelli; mondello = ha. 0.02.72. Misure di capacità degli aridi: Salma (hl. 3.43) = 20 tomoli; tomolo (l. 1.17.15) = 4 mondelli; mondello = l. 4.287 (aL)

Sammurìgghiu = Pinzimonio.

Sampùgna = Zampogna. Piccolo e semplice strumento a fiato ricavato da una graminacea (l'avena selvatica). Per costruirlo è sufficiente tagliare il culmo della pianta un po’ al di sotto del nodo e ricavare un segmento d’internodo, fino al nodo successivo. Per un strumento più elaborato si possono praticare piccoli buchi sugli internodi dei culmi, ottenendo così suoni più modulati. (aL)

Sanari = castrare. Frase: Oggi mi fici sanari 'u sceccu).

Sanfasò (dal fr. sans facon = alla buona) = sconclusionato, senza costrutto, disordinatamente.

Sanghèttu (da sangue più gettare, gettare il sangue, “jettu ‘u sangu”) = sanguisuga, verme utilizzato in genere dai barbieri per salassare.




 




'A sacchina pi cògghjri i frastuchi

 

 

 


AFORISMI BRONTESI

 

Sangu = sangue. Comune ed usuale è l'imprecazione, detta così senza malizia e senza mai augurarlo veramente: "Sangu ri l’occhi!" = Che ti possa uscire il sangue dagli occhi | Ittari sangu = lavorare a più non posso (magari per una manciata di spiccioli) | Sucari 'u sangu a... = sfruttare le necessità di altri per profitto | Non aviri sangu ndè vini = essere pusillanime, senza il minimo coraggio | Tirari u sangu = effettuare un prelievo di sangue.

Sanìzzu = in buona salute; in buono stato (M. R.)

Sannaccùni = Boccheggiamento dei moribondi; affanno. (M. R.)

Santamàtta (?) = “Ingiuria” di un altro ramo della casata Lupo.

Santa Nicòra = San Nicola. L’ho riportato come una delle tante curiosità del gergo brontese che mette davanti al nome Nicola l’aggettivo al femminile, forse perchè finisce in “a“; mentre San Vito si dice Santu Vitu.

Santiàri (da Santi) = Bestemmiare.

Santiuni = bestemmia. A proposito di santiuni, vedi le abitudini della brontesella

Santu = santo, agg.; ma anche Santo, nome pr. con il dim. Santinu | Ma pi quali santu? (ma perché?, Per quale motivo?) | ‘U Santu Capillu, è un filo di capello intrecciato con fili d’oro che una tradizione secolare dice di essere della Madonna. E conservato nella chiesa della SS. Annunziata.

Sapiri = sapere (I ccià sacciu - E cchi sacciu iu?).

Sap'illu (contrazione di “sapi illu”) = Lo sa lui (tra il non so e lo sa Iddio) (M. R.).

Sarari = salare.

Sari = sale, anche in senso figurato di giudizio. “Cu avi cchiù sari consa ‘a minestra" era un detto popolare che significava che il più intelligente e giudizioso fra due o più contendenti trovava la giusta soluzione alla contesa | Macari ‘u sari fa i vemmi (figuriamoci il formaggio!).

Sarìci = Salice. Quartiere di Bronte che si estendeva lungo il tratto di strada per Maletto dalla Croce al bivio per la stazione della Circumetnea. Una volta era l’unica via carrozzabile per la stazione percorsa giornalmente dalla carrozza che faceva servizio postale e pubblico per i pochissimi passeggeri che ne usufruivano; tutti gli altri andavano a piedi per la ripida salita della stazione ora Via Garibaldi, via Trieste e via Torricelli.
Il poeta brontese prof. Pasquale Spanò in una sua poesia "Stirpe divina" fa risalire l'origine della parola ad una Ninfa  (delle Najàdi la bionda Salìcia) che viveva nella zona.

Sarmenti (?) = tralci della vite.

Sarùti = Salute, esclamazione “ca saruti!”, augurio di buona salute - Saruti mi c’è cca!, anche per augurare la salute per sé o per la propria casa (LC) | E quando un brontese starnutisce da chiunque stia a lui vicino gli arriva subito l’augurosa frase: «Saruti!» Obbligo di rispondere subito Grazie! | E ccu saruti! (prosit!) | Pa saruti non cc'è prezzu!.

Sassa = condimento, salsa di pomodoro.| Lèvacci a sassa! (non scherzare più, non prendermi più in giro).

Sassìna = concentrato di pomodoro. (A. F.)

Satàri = saltare. | Mi facisti satari ndi ll'aria (mi hai fatto spaventare).

Savirìllu (sa viri illu) = Boh! Ma che ne so! Io non ne so niente! | Ma cu fu? Savirillu!

Savvaggiu = selvatico e si dice pure di qualcuno che non si può educare o cambiare nel carattere che è “nzitatu ‘ndo savvaggiu” (innestato nel selvatico) (LC).

Savvaggiumi = rami sterili che crescono alla base delle piante (LC).

Savvàri (dal latino servare) = conservare, custodire. Vedi l'aforismo "Savva 'a pezza pi quandu cc'è u pittùszu". (LC)
Savvatùri (dal quale deriva Turi e il dim. Turillu ) = Salvatore.

Savviètta (dal fr. Serviette ) = tovagliolo.

Saziu = sazio, ragguaglio | Non ci rari saziu = non rispondergli, non continuare, non dargli tutti i dettagli che lui vuole.
Sbaddòssa = (nella frase “a sbaddossa”) = senza basto o senza sella.

Sbafàri: (forse da una radice onomatopeica ) = mangiare con ingordigia o scroccare.

Sbìrru (dal lat. birrus) = passera sarda per il suo colore castano, ma da noi vale “poliziotto” in senso dispregiativo, forse perché in passato avevano una divisa di quel colore?

 

Sbrizza = poco, pochino o anche schizzo. "Ma rù 'na sbrizza 'i tumazzu?" Al plurale ("sbrizzi") la parola prende il significato di goccioline d'acqua: "Sta sbrizziandu! Cascànu ddù sbrizzi e si lluddà tutta a màchina".

Sbrizzillìa (deriva da “sbrizza”, schizzo) = pioviggina. “Sbrizzillìa, sbrizzillìa, ‘a zz’a Càmmina mattillìa, e u zzu Peppi si siddìa!” = “Pioviggina, pioviggina, e la zia Carmela martella e lo Zio Giuseppe s'incavola”; filastrocca che i ragazzini cantavano quando cominciava a piovere leggermente; ma, finora, non si è riusciti ancora a conoscere nè questa zia Carmela che sta sempre a martellare, né il perché lo faccia e neanche lo zio Giuseppe chi si siddià.

Sbrugghjari = dipanare, sciogliere.

Sbùddiri = guastare, rovinare (M. R.)

Sbutrari = mangiare con avidità (LC).

Sbutratuni = Persona che mangia con ingordigia (LC).

Sbuttanari = sbottonare un indumento ma anche svelare malefatte di qualcuno (LC).

Scàdda (dal lat. carduus) = piccola scheggia.

Scafazzari = ridurre in poltiglia, schiacciare, spiaccicare. (M. R.)

Scàffa (dal tedesco scafe) = scansìa, sconnessura stradale.

Sbrizzillìa, sbrizzillìa,
‘a zz’a Càmmina mattillìa,
e u zzu Peppi si siddìa!


 

 

Il dialetto di Bronte nella cultura dell'Isola di ieri e oggi
di È. Longhitano

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Scagghiùni = dente posto tra gli incisivi ed i molari. Dente canino (M. R.) | Avi cetti sgagghjuni... = detto di un tizio propenso ad accettare bustarelle o a lucrare approfittando della propria posizione.

Scàgnu (dal lat. scamnum) = tavolo o ufficio.

Scampàri (dallo spagnolo escampar) = uscire salvo da un grave pericolo, sottrarsi, sfuggire a un rischio ma anche col significato di spiovere | ‘Ndà scampammu pi miràculu! | Carù scampà, amunindi a babbaluci!

Scamuzzàgghia = resti di ogni tipo di pasta che i pastifici brontesi vendevano per i poveri. (LC)
Scanari = impastare.

Scanatùri (o scannatùri) = Spianatoio per l’impasto (di farina) (M. R.) | Ampia tavola usata per impastare la farina e poi spianarla cu laszagnaturi (mattarello) per preparare tagghiarini, maccarruni o simili (L. M.).

Scancillari = cancellare.

Scandariàri = rendere avveduti; rendere scottati, castigare. (M. R.)

Scanigghiari = sbriciolare (A.F.)

Scannu = sgabello di legno.

Scantàri [Storpiatura di “spantari” che è contrazione di “spavintari”, spaventare. (M. R.)] = spaventare. Preferibilmente al riflessivo = spaventarsi.

Scàntu (dall’italiano schianto) = paura,  spavento | Mi scantu chi .... (ho paura che ...).

Scàntuszu (dal greco cànthos = somarello) = pauroso.

Scappàru = calzolaio. Si usava questo termine anche per indicare uno che non sapeva fare bene il suo lavoro. Un attrezzo fondamentale per i calzolai era una specie di incudine (di cui non ricordo il nome) che era formata da una base conformata in modo da potersi appoggiare alle gambe dell’artigiano seduto alla banchitta, la parte superiore aveva la forma della scarpa capovolta in modo che si poteva costruire la scarpa ex novo o riparare scarpe già usate o vecchie. Quello delle riparazioni era il lavoro maggiore in quanto prima di buttare via un paio di scarpe si riparavano varie volte o per i sopratacchi, o per la mezza o l’intera risolatura e quant’altro, e poi bisognava avere i soldi, malgrado tutto, allora, si facesse a credito in attesa dello stipendio, per chi lo percepiva, o del raccolto per chi era proprietario e, quindi, solvibile | Sì ‘nu scapparu! (non conoscere il proprio mestiere, fare le cose in malo modo)..

Scappìni = scarpe chiuse e basse per donna.

Scappìtti = scarpe particolari per contadini, fatte in casa con pelle di capra od anche con pezzi di copertoni. Vedi anche Zampitti.

Scàpuru = Scapolo, celibe (Schettu).

Scara = scala.
Scarafùni (dal latino scarafàius ) = imbroglione che non rispetta neppure la parola data.

Scattiàri (dal greco còpto) = sbattere.

Scattiòri = fichi non ancora maturi. C'era un detto che si pronunciava raccogliendo un fico (in brontese 'na fica) non ancora maturo: "Scattiòra ti fici Diu, fica ti fazzu iu").

Scattìzza (da scaltrezza) = furbizia.
Scattuszu = impulsivo, che si arrabbia facilmente (L. M.).
Scavurriàri (?) = Scavare, cercare, rovistare, scartabellare, ecc.

Scavvagghiu = scarafaggio, blatta.

Scecca = asina. 'A “scecca figghiàta” era un antico gioco di ragazzi, che adesso hanno superato i cinquanta, consistente in due squadre di cui, dopo sorteggio, la perdente doveva sostenere per alcuni secondi il peso della vincente che le saltava sopra. (A. F.)

Sceccu (dall’arabo “xecco”) = asino; femm. Scecca = asina. E' stato il fedele compagno di sventure del povero contadino brontese, sempre povero, malmesso ed angariato da secolari balzelli e gabelle di tutti i generi. A questo animale, paziente e pacifico ma grande lavoratore, sono stati dedicati innumerevoli detti ed aforismi. Ve ne indichiamo alcuni, meglio descritti nelle pagine dedicate agli Aforismi brontesi: U sceccu ri mònaci , U sceccu a potta e u sceccu s’a màngia, Sceccu truppicaroru, Cu r'u sceccu fa un pullìtru i primmi caci su i sò, Ttacca u sceccu undi vori u patruni, U bo’ rici cunnutu o sceccu.

Scerra (dall’arabo “xerra”) = litigata, lite.

Schetta (?) = nubile, signurina.

Schettu (?) = celibe, scapolo (scàpuru).

Schì = modo di dire per prendere le distanze od allontanare qualcuno: Schi ri pocci! Schi! Passa allà!

Schiccittu = piccolo "schìcciu", fontanina. Il termine principalmente identifica una località ai piedi di Bronte, oggi attraversata dalla via Pier Santi Mattarella. La strada, che porta in contrada Fontanazza, Cuntarati, Scalavecchia, Passopaglia e Ricchi­sgia, un tempo era trafficatissima, perchè principale via per recarsi da Bronte nelle campagne attorno al Simeto e nei "lochi", ed era caratterizzata dalla presenza di due grandi abbeveratoi.
Schicciu = fontana.

Schifiatu = disgustato, schifato, sensazione di schifo per un cibo non gradito ma anche per una ragazza che viene usata sessualmente solo per divertimento (a cchilla si ranu schifiata tutti). (LC)

Schifinzia = schifezza, anche per indicare un oggetto o una pietanza scadente: Sta schifinzia(L. M.).

Schinfiàrisi = Disgustarsi (A. F.)

Schirifillì = fallì; qualcosa non è andata a buon fine (V. S.).

Schirifillùtu = fallito, non riuscito, che non ha avuto il successo sperato.

Schirinzìa = esclamazione di disappunto (L. M.).

Schittu = semplice senza companatico. "U vò u pani schittu? Oggi chistu cc'è!"

Schitìcchiu: manicaretto, cosa fine ed elegante. Secondo il Traina, sollazzevole convito tra amici. Etimo incerto (N. R.).

Schiticchiusza = donna piacevole, fine ed elegante.

Sciafferru (dal francese chauffeur) = autista.

Sciàbbica (dall’ebraico sciabath) = gozzoviglia, ma da noi mi pare indichi un attrezzo agricolo?.
Sciallina = Scialle (copri spalle) (V. S.).

Sciaminàri = sparpagliare senza un ordine preciso. (A. F.). Ricordo anche Sciaminatu con il significato di disordinato. (nl)

Sciancàtu: zoppicante, storpio. Da “anca” + il prefisso “s”. E’ sciancatu chi ha il baricentro fuori dell’anca. Il prefisso “s” indica il contrario del termine positivo (drammatizzare sdrammatizzare, tingere stingere, fiorire sfiorire, ecc.), oppure fuori di (stonare = andare fuori del giusto tono). (N. R.)

Sciara (dall’arabo “sa’rah”, oppure “xara”, terreno incolto in quanto coperto da lava) = lava, pietra lavica. "'A sciara ru Santissimu Cristu", "'A sciara nova".

Sciarella = terreno o sciara con pietre di piccola dimensione.

Sciaràndru = località alle porte di Bronte verso Catania, dove anticamente trovavasi la sede della forca. Una volta si pensava che il termine derivasse da scialare perché lì si andava quando c’erano i fuochi e per le passeggiate; ma vediamo come lo spiega il nostro storico Benedetto Radice nel capitolo Bronte sotto il “Mero e misto impero” di Randazzo (vedi nota 3): “Scialandro, Il nome a questa località probabilmente è stato dato dai Brontesi, derivandolo forse dal greco: “s c i x w (schixo) = separo, scindo e quindi in senso più lato uccido: e «a n i r», (deve essere a n e r) a n d r o s (andròs) = uomo, quindi, Luogo di supplizio per i rei.”

Sciarriàrisi (dall’arabo sciarr) = Litigare (LC).

Sciarrìatu = in lite, offeso. "Ora ma ddiri picchì si sciarriatu cu mmia!"

Sciarrinu = persona che ama la lite (LC).

Sciarùni: Distesa di lava ampia e spessa ad est di Bronte. Da lava + il suffisso accrescitivo “uni” (equivalente all’italiano one: omone, ladrone). (N. R.)

Sciattarilliari = parlottare dicendo cose sconclusionate (L. M.).

Sciàuru = profumo.

Scibbàri (dal lat. exherbare) = diserbare.

Scibbìria (?) = località a ridosso della via Milano, dove c’era la gèbbia.



'U scanatùri è chillu arretu i crivi



Il calzolaio ('u scappàru)
'U scappàru, cu forìri,  ggiusta i scappi ssittàtu ravanti 'a so banchìtta.



I scappìtti
"Scappitti", antiche scarpe di contadini


"i scappitti", supra "u cuncheri", e "u ciccu"
I scappìtti, supra u cunchèri (pi sciucari), e u ciccu supra 'a conca (pi stèndiri i robbi)




'U schicciu

Scibbitèlli = piccole cose personali. “Ccampàrisi i scìbbitèlli”.

Sciffu: (dal latino scyphus ) = trògolo (vasca scavata nella pietra lavica, o in un tronco d’albero oppure in muratura, usata per metterci il cibo per i maiali).

Scilli = Ascelle.

Scillicàri = scivolare anche in senso allegorico (A. F.) | "Undi mi chiovi mi scìllica".

Scimùni (da Ximone, Simone) = “Ingiuria” di una famiglia Leanza. Uno dei suoi membri, Turi (Salvatore), è stato sindaco di Bronte.
Scinduta
= discesa (il suo contrario è cchianata, salita) | 'A scinduta ru passu poccu (via Matrice) o ra Zititta (via Vitt. Em. Orlando) | 'A cchianata 'i san Giuvanni, 'a cchianata ra Stazioni", (la via Garibaldi).

Sciòlliru (?) = persona che fa lo stupido o è un pò dissennato (N.L.).

Scippàri (dal lat. excipere) = scippare, estirpare, svellere, cavare ("Stamatìna mi scippavu 'na ganga"), prendere botte.

Sciscì (forse onomatopea ) = ornamenti frivoli, ninnoli.

Scisza = cacarella, diarrea.

Sciucu ‘i sciammenti = termine con cui un mio zio avvocato a Venezia, venendo a Bronte indicava scherzosamente il vino (succo di sarmenti) (L. M.).

Sciuttu = asciutto | Magiari pani sciuttu, oppure, schittu (mangiare pane senza companatico) o, per dire meglio, “pani e cutellu”.

Scoccia = buccia, ricordo il detto villanu ca scoccia per indicare una persona non proprio fine. (A. F.)


"u sciffu" supra "u banchittu"
U sciffu ppi scacciari 'i mènduri o 'a frastùca, è miszu supra u banchìttu

Scodda = dimentica. | U sanu tutti! 'U gallu futti e su scodda!

Sconnabbèccu = pianta-maschio del pistacchio (M. R.). Più che la pianta-maschio Sconnabeccu è il nome volgare del Pistacia terebinthus utilizzata dagli agricoltori brontesi come portainnesto della pianta di pistacchio ("pistacia vera"). In Sicilia ed in Sardegna è presente un po’ ovunque dalle zone costiere a quelle montane interne ove si spinge fino a 900 m di altitudine. A Bronte ed in genere in Sicilia, è conosciuto anche col nome volgare di “Spaccasassi” (per il suo apparato radicale sviluppato e profondo che ben si adatta a terreni rocciosi) o di “Scornabeccu” (per le galle, a forma di corna di capra, che si sviluppano sulle sue foglie, e vale la pena ricordare che deriva dallo spagnolo cornicabra, corno di capra, con lo stesso significato) od anche col nome di “Cornucopia” (per la durezza del suo legno superiore al corno del becco). (aL)

Scoppu = serratura.

Scòppura = ceffone, scappellotto (A. F.)

Scora = scuola.

Scracchiàri = scaracchiare. Il sig. Radice, suocero del dott. Guglielmo Grisley, aveva una Fiat 509 e spesso andava con la moglie e l’unica figlia in campagna verso il Simeto. Tornando in paese l’auto arrancava per la salita e per il grosso peso dei tre occupanti; allora il sig. Radice le diceva: Canti? Canta, ca…!” Spesso il sig. Radice diceva agli amici: “Rumani scendo in cità e vado a digiunare (amava usare i francesismi!) al bar Caviezel”. Qualche buontempone, trovandosi a Catania, andava in una delle due pasticcerie che lo svizzero Caviezel aveva in Via Etnea, e chiedeva se per caso avessero visto un signore brontese con una Fiat 509. Una volta il banconista rispose che era andato via poco prima, anzi che gli avevano offerto il caffè e lo avevano pregato di andarsene subito. Perché? Perché il signor Radice, mentre rigirava il suo caffè, scaracchiava a terra con grande disgusto degli astanti. Naturalmente la notizia fu propalata in paese che si divertiva alle spalle del malcapitato. (nl)

Scricchiàri (da chijcca, cricca) = Togliere dal baccello; rompere la cresta. “Non mma scricchiari “= Non rompermi le scatole. (M. R.)

Scrifintari (?) = schiacciare, ridurre in poltiglia (V. S.) | "'U scravvàgghiu u scrifintiàvu chi peri".

Scrimma (?) = riga fra i capelli (A. Ru.).

Scrocchi = fermagli per raccogliere i capelli (A. P.) | Mai sentito o non lo ricordo (nl).

Scruccari = estorcere, carpire con l'inganno (A. F.)

Scrusciu = rumore.

Scùbburu = scrupolo, dubbio.

Scuburiàrisi = avere, farsi scrupoli (M. R.).

Scucciari = spellare, scorticare.

Scuddàrisi = dimenticare, scordarsi | Mangiari pani scuddatu.

Scuffie = cuffie.
Scuffìna (dal lat. scrobis) = madrevite.
Scugnari = fare allontanare qualcuno da un luogo o dal suo posto (fozza, scugna!)

Sculluriari = dipanare (A. F.).

Scumma (dall'albanese shkum) = schiuma (od anche spaghetti sottilissimi).

Scummaròla = schiumaiola, utensile da cucina a forma di paletta concava rotonda bucherellata, usato per togliere la schiuma o per estrarre le vivande già cotte dalla pentola (LC).

Scummigghiàri (dal greco scopéo) = Togliere il coperchio, scoprire. (M. R.)

Scùnchjri = da intendere nel senso di “ridursi”, “restringersi” di vivande sottoposte a prolungata ebollizione (aL).

Scunchiurùtu = letteralmente = sconclusionato, quindi = stupido, cretino. (V. S.)

Scuncicàri = incitare, stuzzicare l’ira, provocare (M. R.).

Scungegnu = imprecazione, specialmente quando qualcosa non ha funzionato o è andata storta. (L. M.)

Scunucchjari = provocare lo sfondamento o la rottura di un sostegno (sedia, tavolo, ...) | Ma quantu piszi!? Mi scunucchiàsti ‘a sèggia!


Bacca del Terebinto (Pistacia Terebinthus)
'U sconnabeccu

Scunucchjatu = stanchissimo, con le ossa rotte.

Scunzari = scomporre, scombinare (LC). Qualcuno lo fa per mestiere: “sconza brigghia!

Scupetta (?) = schioppo, doppietta (A. F.) | Deriva dallo spagnolo escopeta, fucile da caccia (LC).

Scupitta = spazzola (A. F.)

Cani e scupetta…
u cunigghiu i spetta

Scuràri = far buio, annottare. I nostri contadini quando faceva buio presto, con senso di meraviglia e disappunto, dicevano: “Mi scurà nde’ pugna!” | Scuràrici u cori (rabbuiarsi, immalinconirsi, diventare tristi per una brutta notizia) | A' scurata (all'imbrunire).

Scutàri = ascoltare (L. P.).

Scutìcchiu (dal lat. scotum) = bisboccia, gozzoviglia, gioiosa cena fra amici.

Scuticchiùszu = bravo; brillante. (O. C.)

Scuturàri = scuotere. Si usa nella forma riflessiva come “scuotersi qualcosa d’addosso”; al transitivo nel senso di “bacchiare” mandorle, olive ecc.

Scuzzetta = berretto di contadino.

Scuzzùni (dal latino “curio, curtionis”) = grosso e lungo innocuo serpente.

Scuzzuràri = scalcinare, sfarinare. Smuovere i rami per fare cadere i frutti. (M. R.) | Ora ch'è siccu scuzzura ‘u rìganu e u savvi.

Sdillabbràtu = non più aderente o che ha perso la forma originaria.

Sdilliriàri = Delirare, parlare a vanvera.

Sdirrinàtu: slombato, instabile, malfermo. Da “reni” + i prefissi “s” (vedi “sciancatu”) e “de”. E’ sdirrinatu chi mentre cammina non fa perno correttamente sui reni (quella dei reni, o dei lombi, è la regione del dorso comunemente considerata baricentro della persona). Metaforicamente può significare uomo (o donna) dalla personalità non perfettamente equilibrata. (N. R.)

Sdirrupari = demolire, diroccare, inciampare o cadere (al trans.) - "Stanotti mi sdirrupavu ru lettu".

Sdirrupàtu (dall’italiano “dirupare”) = diroccato.

Sdirrupùni = terreno o luogo particolarmente scosceso.

Sdisangatu = dissanguato, disamorato. Riferito in genere a chi si dimostra privo di affetti consanguinei (LC).

Sdunàri = uscire di senno. Togliersi capricci senza ritegno (M. R.). "Turìllu oggi mi pari tantìcchja sdunàtu!"

Sduvacari = svuotare (contenitori o sacchi) rovesciandoli.

Sebbenerìca (o sibbenerica) = mi benedica | Saluto rivolto ai genitori od ai nonni od anche ad amici anziani e di rispetto. Santu e riccu o Santu e randi (nobili e cuntenti) la risposta.

Seggia = sedia.
Sempri = sempre.
Serra (dal lat. serra) = sega. Ma vuol dire anche catena di monti o solo monte; ma perché da noi ‘a Serra è una località lungo l’alto Simeto?
Setti = sette.
Ssèttitu = sedere ("Haiu un cuccillu 'ndo ssèttitu chi non pozzu mancu caminari").

Sfasuratu = spiantato, buono a nulla, vagabondo. (LC)

Sfìngia (dal lat. spongia) = frittella con il miele fatta con una specie di siringa denominata sfingiera. Da noi per lo più si usa l’accrescitivo sfingiùni. (LC)

Sfingiùni = Pasta molliccia, frittella gonfiata. (M. R.)

Sfirràri (dallo spagnolo desherar) = sferrare.

Sfirrato = detto di un cavallo selvaggio senza i ferri, quindi di persona senza freni, libera da vincoli anche morali (LC).
Sfògghia (dal lat. follis) = pellicola che copre l’uovo o la cipolla o anche il grano.

Sfragùni = Sprecone, spendaccione (M.G.P.).

Sfràguru = cioè detto di tessuto sottile perchè ormai logorato o liso. (A. C.)

Sfrìdu (dal lat. fredum) = consumo.

Sfunnari = Sfornare, uscire dal forno il pane già cotto.

Sgallari = imbiancare il bucato, far scomparire ogni macchia.

Sgallarizzàri = Dicesi di fiamma che scoppietta, che è al culmine della combustione (M. R.), od anche col significato di spalancare o strabuzzare gli occhi (A. F.).

Sgambignari = operazione che si eseguiva prima di scuoiare un agnello o capretto; consisteva nel fare un taglio al piede posteriore, introdurre una verga per staccare la pelle dal muscolo e quindi soffiare per estendere a tutto il corpo il distacco della pelle e così facilitare lo scuoiamento. Scherzosamente si diceva alludendo a far apparire più grosso un ragazzo magro. (L. M.)

Sgangaratu = sdentato.

Sgannista = truffaldino, che bara nei conti. (L. M.)

Sgarrari (dal catalano esguerrar) = sbagliare, errare.

Sgarru (dallo spagnolo garra) = prepotenza, errore o sbaglio.

Sgrìcciu = schizzo violento. Figurato: fontana (u’ sgricciu) (M. R.)

Sgrillàri (dal greco grillono) = spalancare gli occhi o sguizzare.

Sgrullari: togliere la buccia (o il mallo dal pistacchio) (A. F.). (I sgrullasti i frastùchi Nò? = Nunzio, hai smallato i pistacchi?)

Sgrullarisìra: masturbarsi (A. F.). Mai sentita! (nl)

Sguìnciu (dall’ inglese squint) = sbieco o storto, quest’ultimo riferito agli occhi.

Sgùrrura = lucertola. Per indicare uno troppo magro si diceva: “chillu mangia sgùrruri”. | Il geco, il parente della lucertola, l’innocuo animale tanto temuto quando ci entra in casa, è invece ‘a zaz-zamita.


I sfingi e, sutta, 'a sfingera







a sgurrura
'A sgùrrura

Sibbenerìca (o sebbenerica) = saluto rispettoso ai preti ed alle persone di riguardo. (O. C.) (Sibbenerìca parri! = mi benedica padre!)

Ssiccàri = Essiccare diventare secco. (frase: Ssiccàri u cori = restare deluso per un desiderio non realizzato - mi ssiccaiu un panaru i fica = ho essiccato un paniere di fichi (M. R.).

Siccarizzu = siccità o frutto andato a male e non maturato per la siccità od altre cause.

Sicchiu = secchio. 

Sìccia (dal francese sèche) = seppia.

Ssicutafìmmini = petardo, girandola (M.G.P.).

Sibbenerìca patri mullìca,
cci ‘mparu ‘u cappellu
m’a runa na fica?

Ssicutàri (da “seguitare”) = rincorrere, inseguire qualcuno per raggiungerlo (M. R.) | Ma picchì fuj? Chianu! chianu! chi nullu ti ssicuta!

Siddiàri (dal latino sidiare) = importunare, annoiare.

Siddiatu = arrabbiato, annoiato.

Siggìtta = letteralmente è una piccola sedia.

Siggittèlla = era la piccola sedia bassa usata dai calzolai quando lavoravano alla “banchitta”.

Signa = signora; si dava alle donne della classe inferiore. Curiosità: nella vicina Maletto si diceva “gna”. | Scimmia.

Sigra = segala. (L. M.)

Sigrazzu = fusto della segala, lasciato intero dopo la battitura delle spighe e usato come copertura di casupole (i pagghiara) o di biche di paglia o fieno. (L. M.)

Silliàri = separare, selezionare: "silliàri 'u frumnmentu, i frastùchi o i mènduri" (separare i grano, i pistacchi o le mandorle dalle bucce).

Sillichė = Se. “Cā sillichė non chiōvi scindimmu 'ncampagna(M.G.P.).
Simàna
(dallo spagnolo semana) = settimana (V. S.) | Anche nel senso di paga settimanale. (n.l.)
Simenza = sementi.

Ssimpicàri = deformazione di “sincopare”: restare senza fiato (M. R.) | Rimanere o lasciare sbalorditi, tramortiti, senza fiato. Es. Mariu ’simpicàu (= Mario rimase come tramortito, senza fiato); Nonziu a Biaginu u ’simpicàu (= Nunzio lasciò Biagio come tramortito, senza fiato). Dal tardo latino syncope, es (a sua volta derivato dal greco synkopé), che in siciliano subisce la metatesi | In italiano, come termine medico, sincope indica la sospensione improvvisa dell’attività cardiocircolatoria e respiratoria. (N. R. )

Sinàpa = Senape selvatica (Sinapis arvensis). Le cime novelle si consumano come verdura cotta, lessandole in acqua e insaporendole con olio, oppure come ingrediente di ottime frittate.

Sincùssu (o Suncussu) = Soccorso. “A’ Maronn’ o’ Sincussu” = la Madonna del Soccorso (M. R.)

Sinni = se ne.

Sintutu = si dice di una persona autorevole che viene ascoltata (sintuta). (LC)

Sinzioni = Da “ascensione”: falò accesi la sera di vigilia dell’Ascensione (M. R.).

Sippènti = serpente.
Sìra = sera.



'U ssiccarizzu


'A sinàpa

Sirènu (dal latino serenus) = rugiada. Mèntiri o suri o sirènu = mettere al sole e al fresco.

Sìrici = sedici. Al numero sedici è legata la comune filastrocca: Sìrici e sìrici trentaddù a tto soru na vògghiu cchiù.

Sirìnu = venticello freddo di tramontana | Ma 'u senti chi sirinu cc'è stasìra? (Ma lo senti il freschetto di stasera?)

Sirràccu = sega particolare con manico e lama larga a forma trapezoidale.

Sìrici e sìrici trentaddù
 a tto soru na vògghiu cchiù.

Sirratùra = segatura ed anche serratura, catenaggio, scoppu.

Ssittàrisi = sedersi (LC).

Ssittaturi = panchina o sedile rustico di pietra lavica (LC).

Sivu = Storpiatura di “sego”. Grasso, unto. (M. R.)

Smicciari = intravedere al buio anche piccole cose.

Smussiari = torcere il muso.

So’ = suoi.

Sobbu = sorbo (L. P.).

Soddu, soddi = soldo, soldi. “Soddi minuti” (soldi spicci), “soddu fassu” (soldo falso, riferito a persona inaffidabile | Fari soddi cu'à pala (guadagnare soldi a palate, facilmente).

Sòggira (dal lat. socrus) = suocera. Sarebbe stata meglio l’origine francese (belle-mere). (LC)

Sonnu (dal lat. somnus) = sonno ed anche tempia. Frase: «battì u sonnu e murì!» (ha sbattuto le tempia ed è morto) | Cuntintizza 'n sonnu (disillusione) | Calari 'u sonnu (voglia di dormire) | Èssiri 'ndò megghju sonnu (dormire profondamente) | Spattìrisi ' u sonnu (essere molto amici).

Sorti = sorte, futtuna.

Soru = sorella. La povera sorella del brontese è come un parafulmine, sempre ingiustamente ingiuriata e maltrattata. Vi diamo (cu prurenza parrandu) un piccolo campio­nario di “colorite” frasi di uso popolare: “A ttò soru!, ’U sticchiu (o ‘u pàcchiu o u picciuni) ‘i to soru, Va ccèccaci i pruci a to soru!, ‘A buttana ‘i to soru! ...

Sosìzza (dal francese “saucisse”) = salsiccia. Sozizza muscia è detta quella non ancora stagionata.

Spaccamallùni = spacca mattoni. Era un altro gioco fatto con soldi e si vinceva se si faceva cadere la monetina il più vicino possibile alla giuntura fra un mattone e l’altro.

Spàddu : ind. Pres. 1^ sing. di spaddàri = consumare.

Spagghiàri = Separare la paglia dal grano (vedi La trebbiatura). 'A spagghiata era fatta, dopo 'a piszata, non appena minava u ventu: col tridente si buttava in alto la paglia che il vento trascinava poco distante mentre il grano ricadeva sul posto; alla fine, quando la quasi totalità della paglia era andata via, si usava la pala per liberare il grano dalla pula residua e si passava alla cernita. (aL)

Spagnurètta = spagnoletta.

Spaiari = staccare l'animale dal carretto.

Spalli = spalle | Rùnchiari 'i spalli (rassegnarsi).

Spampinari = germogliare (I nziti chi fici stu annu spampinanu tutti).

Spampinatu = fiorito, rigoglioso (A. F.)

Spàraci = asparagus acutifolius o asparago pungente. I turioni ri spàraci sono utilizzati come quelli dell’asparago coltivato ma hanno un aroma più marcato e un sapore amarognolo molto apprezzato dai buongustai brontesi. Possono cucinarsi in vari modi: stufati (ffucati), cioè cotti in padella senz’acqua o lessati in acqua e poi conditi con olio e limone, come condi­mento per la pasta o per i risotti e come ingredienti per le frittate. In passato, i tralci dell’Asparago pungente erano diffu­samente utilizzati per addobbare, insieme a frutta di stagione, il presepe e le icone sacre (i cunnicelli). Nel presepe, disposti ad arco inserendo nelle intricate ramificazioni batuffoli di cotone, simulanti i fiocchi di neve, servivano per realiz­zare la volta celeste. Nelle edicole contornavano l’immagine sacra, a mo’ di cornice. Al termine delle festività, la frutta utilizzata per ornare le icone era festosa­mente consumata dai devoti; da tale usanza deriva il detto popolare «si mangiaiu na ngona» che sta ad indicare una persona che, ingordamente, ha consumato un pasto decisamente abbondante.

Sparacògni = asparagi selvatici (in italiano “tamaro”). Per il loro sapore amarognolo sono particolarmente apprezzati dai buongustai brontesi e ricercatissimi per le frittate e i primi piatti. Rappresentano un piatto tradizionale delle famiglie che oggi si trova, come specialità del luogo, anche nei menù dei ristoranti e delle pizzerie. Nella stagione propizia (aprile-maggio) ‘i sparacogni sono venduti, a mazzi, in tutti i negozi di frutta e verdura e dagli ambulanti (i sparacugnari) che sostano nelle piazze cittadine. L’unità di misura ('u mazzu) è quanto ne può contenere un pugno ed il costo si aggira dagli 8, per le primizie, ai 4 euro. Per fini gastronomici si raccolgono le parti apicali dei getti emessi dalla pianta. I turioni di Tamaro, la cui porzione commestibile è piuttosto lunga (15-20 cm), sono dotati di costole di colore verde scuro tendente al marrone e sono rivestiti dagli abbozzi fogliari. Possono essere utilizzati in cucina, in vari modi (vedi).

Sparagnari (dal tedesco sparen) = risparmiare (LC).

Sparatràppiti = (dallo spagnolo sparadrapo) leucoplasto, cerotto adesivo che negli ospedali si usa per fissare le garze o gli aghi per endovena. É presente quasi in tutte le case dei brontesi. (M.G.P.).

Sparrasgjari = dire cose senza senso in modo malevolo. (L. M.)

Sparu = dispari.

Spassiari = divertirsi. (LC)

Spassu = passatempo, divertimento.

Spassuszu = divertente. (LC)

Spatrunatu = senza padrone, "sempri peri peri", sfortunato ed anche "maririttu". 'U spatrunatu cani mi strazzà i cazi!
Spatti = per di più, inoltre | Mi rissi cunnutu e spatti mi retti na tumpurata!

Spaturiari = chiacchierare animatamente. Spettegolare (L. M.).

Spèddiri = finire, completare | I soddi mi spiddinu!

Spensari  o Spènsiri (?) = camicetta, corpetto che le donne indossavano sulla gonna, quasi sempre lunga.

Spettu (dallo spagnolo despierto) = pronto, vivace, furbo.

Spiàri = spiare o domandare.

Spica = spiga.

Spicchiu = spicchio | Bellu spicchiu... (tipo equivoco o scapestrato) - Cunfòttati cu stu spicchiu r'agghju (avere una speranza mal riposta, come a dire aspetta e spera).

Spicciàri = sbucare, uscire. “Undi speccia ’sta strata?” Si usa però anche per dire “pettinare” di capelli arruffati o ricci.

Spicciaturi = pettine stretto.

Spiccicari = staccare | Non spiccica 'na parola (non apre bocca, sta in silenzio, fa 'u mutugnu).
Spiccicàtu = proprio identico, uguale.
Spìcciuri = soldi di piccolo taglio.

Spicuni ’i làssini (?) = cime con inflorescenza gialla di una pianticella spontanea della famiglia dei broccoli, commestibile (A. F.). Carissimi, chi la dura (o se preferite, l’ha dura) la vince! Infatti sono riuscito a trovare l'etimo di làssani che è specie di cavolo selvatico: erysimum barbarea, latino lapsana, pianta esculenta citata da Plinio XIX, 41, (greco lapsani) e… buona frittata! (nl) | Della Senape Canuta o Antica (questo il nome volgare dei mazzarelli) si raccolgono gli assi fiorali (spicuni), quando le infiorescenze hanno un caratteristico aspetto "a glomerulo" (come quelle dei broccoli coltivati). I spicuni si consumano come piatto di verdura, lessata con poca acqua e condita con olio (cunsata 'nfacci) oppure sbollentata, quale ottimo ingrediente per le frittate per il tipico sapore amarognolo che piace a molti. (aL)

Spillòngu (dal francese berlong) = bislungo. Da noi erano i piatti da portata. Ricordo che un nostro parente mangiava la pasta asciutta in uno di questi piatti, mangiando “religiosamente” e senza rigirarla, dall’inizio alla fine, in senso longitudinale.

Spìngura (dal latino spinula) = spillo. Spingura francese, invece, è la spilla da balia (nl). Al femminile si dice anche di un bambino magro e piccolo (LC).

Spinnare = Togliere le penne ad un volatile (LC). Se poi si devono togliere ad un gatto (‘ndaiu gatti a pinnari…!) allora sono guai seri.

Spinnu = desiderio impellente (LC).

Spira = spera. Nella frase citata: “Mi spira u cori” = desidero.

Spirigghiatùri = pettine fitto, generalmente di legno, per stirare i capelli molto ricci, ma anche per cercare eventuali pidocchi.

Spiriri = scomparire, sottrarsi alla vista. "Ma undi ta va spirendu a matina inveci ri jri a travagghjari?" | Dimagrire a vista d'occhio (Ma 'u viristi a Affiu commu sta spirendu?)




'A spagghiata
(si mmina u ventu)






"Oggi mi fici ottu mazzi 'i sparacogni"
«Oggi mi fici ottu belli mazzi 'i sparacògni! A faccia i cu non vori!»








Spicuni (su bboni friùti cull'ova)



 

Spisza = spesa. Questo termine indicava l’acquisto di generi alimentari.

Spitàri = ospedale, anche in senso figurato per “angustia” (Oh! Ma cch’è stu spitari?, Ma rirìti un picì!).

Spittuszàtu = bucato, bucherellato.

Spitu = Lunga asta di metallo usata per ravvivare il fuoco del forno (A. F.).

Spiziàri (?) = il farmacista di una volta che nel suo piccolo laboratorio preparava le varie misture (ad esempio «‘u condìtu» …l'antico sciroppo per la tosse). (N. S.)

Spiziaria = farmacia.

Sporte = fiscoli. Nei vecchi trappiti erano di paglia, negli oleifici moderni erano di corda di cocco.

Spugghjàrisi = spogliarsi, svestirsi ma anche togliersi l'abito talare ed abbandonare il sacerdozio (Chillu est un parrinu spugghjatu).

Spuntagghj = costolette di maiale.

Spuntari = arrivare all'improvviso, pervenire | "Ma rundi spuntasti?", "Tutti i vanelli spùntanu a chiazza".

Spuntatùri = la parte vuota delle costolette di agnellone o di maiale.

Spunticari = togliere la punta (detto eneralmente con riferimento alle fave secche). Spunticari 'i favi = fare con un coltello un piccolo taglio alle fave secche, togliendo una piccola porzione di buccia  in modo di farle cuocere meglio.

Spuricari = frugare accuratamente, perquisire ("Si mi spurichi i sacchetti non ci trovi mancu 'na lira").

“‘A mugghieri è menza spisza.

Sputacchera = contenitore rotondo in ceramica con un foro al centro dove poter sputare liberamente. Il problema sorgeva dopo, per pulirla ma, in genere, 'a sputacchera era presente solo nelle case nobiliari dove c'era sempre 'na criata.

Sputazza = saliva.

Sputazzata = sputo.

Squagghjari = sciogliere, liquefare, scomparire | ‘A squagghjata ra nivi si vìrinu i pittusza | Nnàchiti ch‘a cira squagghja ppi ttia (sbrigati!) | Non ta squagghjari! (non andartene, non scomparire).

Squaratu = Scottato, ma anche pasta squarata solo bollita senza aggiunta di condimento (LC).

Squattariari = sformare, deformare.

Sràgura (?) o Stràgura = carro a slitta, tirato da buoni o muli, che serviva per spostare materiali, in genere grano, paglia o simili, nell'ambito di una estesa proprietà terriera. Questo vocabolo ricorre spesso in Bolo dei miei Fantasmi. (vedi Stràgura)
Sruriri = consumare, logorare.

‘Sta = questa

Sta’ o statti = stai.

Staccia (?) = lungo ramo con punta bicurva a forma di forcella che serve a rialzare e sostenere i rami dell’albero di pistacchio che tendono a stare a terra | 'U carrazzu è invece un lungo palo utilizzato anche per sostenere la vite.

Staccuràri = sorvegliare, badare, non perdere di vista, aver cura | Staccùra 'a casza picchì ì ste niscendu (sorveglia la casa perchè io sto uscendo).

Stagghiàri = cessare di versare; fare stagnare, interrompere la fuoriuscita di sangue (M. R.)

Stagghiata = cottimo.

Stagnàri (dal lat. sanguinare) = salassare. Da questo verbo deriva il sostantivo “sagnìa” che da noi si usa per indicare l’acqua di risulta della spremitura delle olive, che sono rossastre. Ma viene usato anche per indicare “rivestire di stagno” una pentola o il fermarsi di una piccola emorragia ('U sangu mi stagnà").


'A sputacchera



'A staccia pa frastucara

Stagnata = tradizionale oliera siciliana in lamierino di ferro trattato con stagno, con manico e beccuccio lungo. (L. M.)

Stagnataru = stagnino (L. M.).

Stanga = grosso e lungo bastone usato dai carrettieri, messo sulla spalla di due persone consentiva di pesare con la "statia" posta nel mezzo. Per il carrettiere rappresentava anche un mezzo di difesa.

Statìa (dal latino statèra) = bilancia a bracci di leva disuguali con un solo piatto e un peso costante che scorre sul braccio più lungo graduato. (N. S.) | "Romanu" il nome del peso costante, "a stanga" il grosso bastone al cui centro era agganciata "'a statia" il cui gangio inferiore sosteneva l'oggetto da pesare. Oggetti più pesanti o voluminosi erano pesati su un piano bascullante ('a basculla). I buticari, invece, utilizzavano sul bancone 'a baranza a due capienti piatti.

Stazzùni (da “stazzonare” = maneggiare, palpeggiare: lavorare con le mani) = fabbrica di mattoni,  tegole o di altri oggetti fittili (M. R.) | Deriva dal latino statio, - onis (nl) | Nel nostro sito, di N. Lupo leggi «'U stazzuni».

Stèndiri = stendere o sciorinare (i panni).

Stendituri = spazio pianeggiante dove sono posti ad essiccare al sole i pistacchi appena smallati.

Stèrica (dal greco histera = utero) = isteria o nervosismo. Una volta si diceva: chi c’iavi l’ovu vutatu?

Stèrru (dal greco sterròs) = sterile, quindi da noi terra battuta.

Sti = questi.

Sticchiàri = essere al verde (A. F.). Questo vocabolo non lo ricordo, ma ricordo sticchiu come il sesso femminile. (nl)

Stìcchiu = dal greco “stegein”= nascondere, celare; da cui: ciò che si tiene nascosto. Ma anche: orifizio, apertura. Si usa per indicare i genitali femminili. Sinonimi di sticchiu sono "picciuni" ed anche "pacchiu" (M. R.) | A differenza del Napoletano dove il riferimento è alla mamma (… ‘e màmmeta) a Bronte l’invettiva classica (cu rispettu parrandu) fa riferimento ai genitali della sorella: «’U sticchiu i to soru!»

Sticchiùsza: donna civetta, provocante. Da sticchiu (vulva). E’ detta così una donna che per sedurre mette in evidenza gli aspetti più provocanti delle sue grazie femminili. (N. R.)

Stigghiòra (dal francese esteil = palo) = involtino lungo di interiora di agnello condito ed arrostito.

Stìgghiu (dal francese ostil, ustil) = strumenti di ciascuna arte, compresa la culinaria.

Stigghiurèlla = involtino di interiora | “Ingiuria” di un calzolaio di via Catania (Mastr'Antunìnu Stigghiurèlla), soggetto di un mio “Fantasma” (nl).
Stindicchiàtu = disteso, sdraiato.

Stindìcchiu: svenimento. Da “stendersi”. E’ l’atto, sincero o meno, dell’afflosciarsi a terra per un improvviso malore. Dal verbo latino sterno, is, stravi, stratum, sternere. (N. R.)

Stippa (dal latino ex stirpe) = senza generazione, quindi, sterile, riferito agli animali, ma da noi anche alle donne, es. fimmina stippa = donna sterile.

Stipu = (da “stipare”) armadietto per stoviglie e cibarie (M. R.)

Stiricùsza (?) = Nervosa.

Stizza (dal greco stixis) = stilla, goccia d'acqua, o per indicare che si vuole una poca quantità di qualcosa. “Ma rù 'na stizza 'i pani?” (Mi dai un po di pane?) (L. Z.)

Stòmmacu = stomaco | Aviri unu supra u stòmmacu (nonpoterlo sopportare) | Aviri stòmmacu (saper mantenere un segreto, vedere e non impressionarsi) | Turciniuni 'i stòmmacu (dolori intestinali) | 'Nchiumbari 'ndo stòmmacu (di un cibo difficilmente digeribile).

Stottu = storto, discolo, scapestrato, sinistro | Non fari 'u stottu! (non essere discolo) | 'U peri stottu (il piede sinistro) | E' un cristianu stottu (è una persona scorretta e litigiosa).

Strafallariu = strampalato. (LC)

Strafuttènti = strafottente


'A stagnata



'A statia cu'à stanga e, sutta, 'u romanu

Stràgura o Sràgura (dal latino tragula) = treggia, rudimentale slitta per trasporto di foraggio o altro. Costruita con il legno della Roverella per la sua resistenza all'usura meccanica ed atmosferica, 'a straura era una sorta di slitta rudimentale trainata da una pariglia di buoi con la quale si trasportavano fasci d'erba, di fieno e di legname. Era costituita da due larghi pattini su cui poggiavano altrettante traverse. Da queste si dipartivano quattro aste incrociate ad angolo acuto che sorreggevano una piattaforma; nella parte anteriore dei pattini si trovava un perno che consentiva lo snodo di una stanga collegata ad un giogo. (aL)

Strallucènti = luccicante.

Stramanganarisìndi (?) = sembra uno scioglilingua invece si dice per fregarsene, disinteressarsene, infischiarsene.

Strangusciutu = detto di persona che si mostra ostentatamente stressata. (L. M.)

Strasattu = forfè.

Strata = strada
Stratunàru = chi esercita controlli o lavori nelle pubbliche strade. (O. C.)
Stratùni = stradone («'u stratùni novu», la via Card. De Luca).

Stravillicàtu = senza alcuna voglia di "fare", senza spirito d’iniziativa, “essiri stravillicàtu” (M.G.P.). Ma anche sbadato, distratto (nL).

Strazzatu = strappato.

Stricari (dallo spagnolo estregar) = strofinare, pulire per bene, fregare | A ieri stricai 'a màchina | Strìcara bbona quà mappina sa vò purizziari!

Strina = il giorno della Befana. La Strina, o Vecchia, è un personaggio simile a quello della Befana e legato all'antica tradizione delle strenne romane.

Strittu = stretto.

Strògghiri = allentare, dipanare o anche liberare (es: “Srògghiri ‘i gruppa” sta per allentare i nodi; “Srògghiri i cani” sta per liberare i cani). Ci sono poi i detti: “Va srògghiri sti nnummira” (difficilmente si può venire a capo di questa situazione), “Mi Srugghì ‘u stòmmacu” (ho la diarrea, in quanto si è allentato lo stomaco) (A. F.) | Ci avi 'a lingua bella strugghiuta (ha la lingua ben sciolta, sempre la parola pronta).

Strollorìri = Svenire o vaneggiare.

Stròricu = persona che vaneggia o dimentica facilmente ("Oggi mi pari chi ssi un picì stròricu!).

Strugghjutu = slacciato.

Strùmbura (dal greco “strobulos”) = trottola. “Girìa commu ‘na strùmbura”

Struppiari e struppiàrisi (dallo spagnolo estropear) = fare (farsi) male (A. F.)

Strurùszu (?) = ironico e satirico.

Stujàri = detergere, asciugare con un panno (M. R.)

Stu = questo | Ma tìngiru stu puttuni! | Ma jèttira sta seggia! No vì chè sdirrinata?

Stujàrisi = pulirsi (Stùiati 'u mussu!)

Stunàri (dal latino extonare) = stordire.

Stuppabuttìgghi (termine composto) = apri bottiglie o anche cavatappi. (V. S.)

Stuppàgghiu = tappo, turacciolo. Classici stuppagghi (da quello piccolo per la bottiglia di vino fino a quello per un bottiglione o per una grossa damigiana) erano quelli realizzati con corti segmenti del fusto di Ferula ('a ferra), sagomati a tronco di cono.

Stutafòcu = letteralmente spegnifuoco. Contenitore cilindrico adatto ad accogliere la brace che, spentasi, diveniva carbonella (M. R.).

Stutàri [Antica voce italiana che si trova in Dante: “…E la cui vita a più a più si stuta” = spegnere (M. R.)] | Nel Rimario dello Scartazzini riveduto da Vandelli non esiste questo verso. Può dare qualche indicazione più precisa? (nl)

Su o sur = signor (es. su Nonziu, sur Antuninu)

S’u = se lo

Subbamòccu = ragazzino (L. P.).

Sùbbia (dal lat. subula) = sgorbia, scalpello per lavorare la pietra (M. R.)

Sucanghiòstru = letteralmente “succhia inchiostro”, impiegatuccio (in senso dispregiativo).

Sucaròra = (da sucari = succhiare ) biberon (A. F.)

Sucàrru = sigaro.

Sucàtivi = succhiatevi. Si diceva, per esempio, quando si beveva un uovo praticando due forellini di spillo, uno sopra e uno sotto, e l’uovo veniva giù con un semplice succhio per effetto della pressione dell’aria che entrava dall’altro lato.

Sucu = sugo. Era generalmente quello fatto con estratto di pomodoro e con la carne. Quando questa non c’era, ed era il più delle volte nelle famiglie povere, si chiamava “sucu fintu”.

Suddàtu = soldato.

Suddu = sordo.

Suffìzziu = scorpione. Mio nonno Sofia Gaetano (Sampatraru o Sanpitraru) di professione tagliapietre utilizzava uno scorpione sott'olio come antidoto alle punture del suddetto (M.G.P.).

Suggèttu = epilessia. (M. R.) “Nicòra, puvirèllu, cciavìri ‘u suggèttu”.

Suggi = topo, topi. Era anche l’ingiuria della famiglia Castiglione il cui esponente era Salvatore, Segretario al Comune di Bronte. Vedi i miei “Fantasmi”: Itinerari brontesi (nl).

Suggiaròru = trappola per topi (M. R.)

Sugnu = sono | Facciamo notare che latino, siciliano e brontese, diversamente dall’italiano, amano mettere il verbo alla fine: bruntiszi sugnu! (vedi Alcune peculiarità del dialetto brontese).

Suppera = tazza senza manici.

Suppìru (dal greco siopilòs) = deliquio. “Mòriri suppiru-suppiru” = morire lentamente.

Supra = sopra. Supra supra = superficialmente.
Surari = sudare.  

Surarinu = isolato o che si apparta od isola facilmente. "Gioszuvè pari un lupu surarinu" = Giosuè sembra un lupo solitario.

Suriàca (dallo spagnolo zuriaga) = corda per vari usi. Ma da noi non significa una qualità di fagioli?

Ssuricchiàri = mettere al sole per asciugare. "Cu 'sta bella iunnàta mi ssurìcchiu i fica".

Sùrra (dall’arabo sorra) = la pancia del tonno.
Suru = solo.
Sùsta (dal latino substare) = molestia, fastidio.

Sustu = senso di eccessiva sazietà che comporta nausea (L. M.) | Disgusto, fastidio: “Agustu ti veni a sustu” (aL) (vedi mesi dell'anno).

Suszìrisi = alzarsi | Suszutu ru lettu (appena alzato, o in convalescenza).

Suszu (?) = sopra, al piano soprastante. Il contrario è "iuszu" (sotto). Juszu e suszu sono in genere riferiti ai vari piani delle abitazioni: Mèntiru juszu (mettilo al piano di sotto); mèntiru sutta u... (mettilo sotto il...).

Sutta = sotto, come anche juszu.

Ssuvicchiari = esuberare, eccedere.

Suvvizzu = servizio | Fari un viàggiu e ddù suvvizzi.

Sùzu = gelatina di maiale (M. R.). Deriva dal provenzale "solz" (nl).





'A stràgura




'A strumbura (La trottola)
'A strùmbura, na vota 'ndi tutti i vanelli era 'u jocu ri piccirilli




U parittùni, u rastillùzzu e u stutafòcu






I lumi a petròliu, u suggiaròru e u macinacafè






 

Le cosiddette "ingiurie" a Bronte


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