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Antico vocabolario popolare brontese

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S



Sacchetta = tasca.
Sacchìna
= Sacchetto di iuta legato alla testa di muli o asini contenente biada. Caratterizzato da una cintura che si appende attorno al collo dell'operatore serve anche a raccogliere i pistacchi.
Saddàru = pescivendolo. “Ingiuria” di Salvatore Bruno, mio padrino di battesimo.
Saddi (dal latino “sardus”, in quanto proveniente dalla Sardegna) = sarde.
Saddi a beccafìco = spinate e accoppiate con condimento e pan grattato e passate al forno.
Ssagghiàri = restare secco per la paura; rabbrividire "Mmi sagghiaiu 'a pelli!" (M. R.)
Saggiu = detto di bambino buono e quieto o invito ad esserlo. Sta saggiu e moviti femmu (sta buono e resta fermo) (L. M.).
Sàia (?) = Era un canale derivato da un fiume le cui acque servivano per irrigare i campi e per azionare un mulino.
Saĵmmi (dal lat. volgare sagimen ) = saìme, strutto.
Saittuni = coniglio appena svezzato (A. F.)

Saliprìszu (dallo spagnolo salpreso) = formaggio fresco o primosale.
Sambrasziari = mangiare con ingordigia, specialmente a scapito di altri che dovrebbero condividere quel cibo: Tuttu illu su sambraszià … (l’ha mangiato tutto lui …) (L. M.).
Samma [E’ una voce italiana da sempre: Salma = unità di misura di superficie e/o di capacità usata in Italia, ed in Sicilia in particolare. (M. R.)] = salma: unità di misura per cereali equivalente a Kg. …? - ma anche unità di misura di superficie equivalente a mq. …? Si può sapere a quanto corrisponderebbe oggi sia in superficie che in capacità?
Domenico Ventura nel suo libro "Randazzo e il suo territorio" (Salvatore Sciascia, 1991) dà le seguenti equivalenze: Misure di superficie: Salma (ha. 1.74.62) = 16 tomoli; tomolo (ha. 0.10.91) = 4 mondelli; mondello = ha. 0.02.72. Misure di capacità degli aridi: Salma (hl. 3.43) = 20 tomoli; tomolo (l. 1.17.15) = 4 mondelli; mondello = l. 4.287 (A.L.)
Sammurìgghiu = Pinzimonio.
Sampùgna = Zampogna. Piccolo e semplice strumento a fiato ricavato da una graminacea (l'avena selvatica). Per costruirlo è sufficiente tagliare il culmo della pianta un po’ al di sotto del nodo e ricavare un segmento d’internodo, fino al nodo successivo. Per un strumento più elaborato si possono praticare piccoli buchi sugli internodi dei culmi, ottenendo così suoni più modulati. (aL)
Sanfasò (dal fr. sans facon= alla buona) = disordinatamente.
Sanghèttu (da sangue più gettare, gettare il sangue, “jettu ‘u sangu”) = sanguisuga, verme utilizzato in genere dai barbieri per salassare.
Sangu
= sangue. Comune ed usuale è l'imprecazione, detta così senza malizia e senza mai augurarlo veramente: "Sangu ri l’occhi!" = Che ti possa uscire il sangue dagli occhi.
Sanìzzu = in buona salute; in buono stato (M. R.)
Sannaccùni = Boccheggiamento dei moribondi; affanno. (M. R.)
Santamàtta (?) = “Ingiuria” di un altro ramo della casata Lupo.
Santa Nicòra = San Nicola. L’ho riportato come una delle tante curiosità del gergo brontese che mette davanti al nome Nicola l’aggettivo al femminile, forse perchè finisce in “a“; mentre San Vito si dice Santu Vitu.
Santiàri (da Santi) = Bestemmiare.
Santu = santo, agg.; ma anche Santo, nome pr. con il dim. Santinu.
Sap'illu (contrazione di “sapi illu”) = Lo sa lui (tra il non so e lo sa Iddio) (M. R.).
Sari = sale, anche in senso figurato di giudizio. “Cu avi cchiù sari consa ‘a minestra" era un detto popolare che significava che il più intelligente e giudizioso fra due o più contendenti trovava la giusta soluzione alla contesa.
Sarìci = Salice. Quartiere di Bronte che si estendeva lungo il tratto di strada per Maletto dalla Croce al bivio per la stazione della Circumetnea. Una volta era l’unica via carrozzabile per la stazione percorsa giornalmente dalla carrozza che faceva servizio postale e pubblico per i pochissimi passeggeri che ne usufruivano; tutti gli altri andavano a piedi per la ripida salita della stazione ora Via Garibaldi, via Trieste e via Torricelli.
Il poeta brontese prof. Pasquale Spanò in una sua poesia "Stirpe divina" fa risalire l'origine della parola ad una Ninfa  (delle Najàdi la bionda Salìcia) che viveva nella zona.

Sarùti = Salute, esclamazione “ca saruti!”, augurio di buona salute - Saruti mi c’è cca!, anche per augurare la salute per sé o per la propria casa (LC). E quando un brontese starnutisce da chiunque stia a lui vicino gli arriva l’augurosa frase: «Saruti!»

Sassìna: concentrato di pomodoro. (A. F.)
Satàri = saltare
Savvaggiu = selvatico e si dice pure di qualcuno che non si può educare o cambiare nel carattere che è “nzitatu ‘ndo savvaggiu” (innestato nel selvatico) (LC).
Savvaggiumi = rami sterili che crescono alla base delle piante (LC).
Savvàri (dal latino servare) = conservare, custodire. Vedi l'aforismo "Savva 'a pezza pi quandu cc'è u pittùszu". (LC)
Savvatùri (dal quale deriva Turi e il dim. Turillu ) = Salvatore.
Savviètta (dal fr. Serviette ) = tovagliolo.
Sbaddòssa = (nella frase “a sbaddossa”) = senza basto o senza sella.
Sbafàri: (forse da una radice onomatopeica ) = mangiare con ingordigia o scroccare.
Sbìrru (dal lat. birrus) = passera sarda per il suo colore castano, ma da noi vale “poliziotto” in senso dispregiativo, forse perché in passato avevano una divisa di quel colore?
Sbrizza = Poco, pochino o anche schizzo. "Ma rù 'na sbrizza 'i tumazzu?" Al plurale ("sbrizzi") la parola prende il significato di goccioline d'acqua: "Sta sbrizziandu! Cascànu ddù sbrizzi e si lluddà tutta a màchina".


 

VOCABOLARIO BRONTESE

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'A sacchina pi cògghjri i frastuchi

Sbrizzillìa (deriva da “sbrizza”, schizzo) = pioviggina. “Sbrizzillìa, sbrizzillìa, ‘a zz’a Càmmina mattillìa, e u zzu Peppi si siddìa!” = “Pioviggina, pioviggina, e la zia Carmela martella e lo Zio Giuseppe s'incavola”; filastrocca che i ragazzini cantavano quando cominciava a piovere leggermente; ma, finora, non si è riusciti ancora a conoscere nè questa zia Carmela che sta sempre a martellare, né il perché lo faccia e neanche lo zio Giuseppe chi si siddià..
Sbùddiri
= guastare, rovinare (M. R.)
Sbutrari = mangiare con avidità (LC).
Sbutratuni = Persona che mangia con ingordigia (LC).
Sbuttanari = sbottonare un indumento ma anche svelare malefatte di qualcuno (LC).
Scàdda (dal lat. carduus) = scheggia.

Sbrizzillìa, sbrizzillìa,
‘a zz’a Càmmina mattillìa,
e u zzu Peppi si siddìa!

Scafazzari = ridurre in poltiglia, schiacciare, spiaccicare. (M. R.)
Scàffa
(dal tedesco scafe) = scansìa.
Scagghiùni = dente posto tra gli incisivi ed i molari. Dente canino (M. R.)
Scàgnu (dal lat. scamnum) = tavolo o ufficio.
Scampàri (dallo spagnolo escampar) = spiovere.
Scamuzzàgghia = resti di ogni tipo di pasta che i pastifici brontesi vendevano per i poveri. (LC)
Scanari = impastare.
Scanatùri (o scannatùri) = Spianatoio per l’impasto (di farina) (M. R.). Ampia tavola usata per impastare la farina e poi spianarla cu laszagnaturi (mattarello) per preparare tagghiarini, maccarruni o simili (L. M.).
Scandariàri = rendere avveduti; rendere scottati, castigare. (M. R.)
Scanigghiari = sbriciolare (A.F.)

Scannu = sgabello di legno.
Scantàri [Storpiatura di “spantari” che è contrazione di “spavintari”, spaventare. (M. R.)] = spaventare. Preferibilmente al riflessivo = spaventarsi.
Scàntu (dall’italiano schianto) = paura.
Scàntuszu
(dal greco cànthos = somarello) = pauroso.
Scappàru
= calzolaio. Si usava questo termine anche per indicare uno che non sapeva fare bene il suo lavoro. Un attrezzo fondamentale per i calzolai era una specie di incudine (di cui non ricordo il nome) che era formata da una base conformata in modo da potersi appoggiare alle gambe dell’artigiano seduto alla banchitta, la parte superiore aveva la forma della scarpa capovolta in modo che si poteva costruire la scarpa ex novo o riparare scarpe già usate o vecchie. Quello delle riparazioni era il lavoro maggiore in quanto prima di buttare via un paio di scarpe si riparavano varie volte o per i sopratacchi, o per la mezza o l’intera risolatura e quant’altro, e poi bisognava avere i soldi, malgrado tutto, allora, si facesse a credito in attesa dello stipendio, per chi lo percepiva, o del raccolto per chi era proprietario e, quindi, solvibile.
Scappìni
= scarpe chiuse e basse per donna.
Scappìtti = scarpe particolari per contadini, fatte in casa con pelle di capra od anche con pezzi di copertoni. Vedi anche Zampitti.
Scara = scala.
Scarafùni (dal latino scarafàius ) = imbroglione che non rispetta neppure la parola data.
Scattiàri (dal greco còpto) = sbattere.
Scattiòri = fichi non ancora maturi. C'era un detto che si pronunciava raccogliendo un fico (in brontese 'na fica) non ancora maturo: "Scattiòra ti fici Diu, fica ti fazzu iu").
Scattìzza (da scaltrezza) = furbizia.
Scattuszu = impulsivo, che si arrabbia facilmente (L. M.).
Scavurriàri (?) = Scavare, cercare, rovistare, scartabellare, ecc.
Scecca
= asina. 'A “scecca figghiàta” era un antico gioco di ragazzi, che adesso hanno superato i cinquanta, consistente in due squadre di cui, dopo sorteggio, la perdente doveva sostenere per alcuni secondi il peso della vincente che le saltava sopra. (A. F.)

Sceccu (dall’arabo “xecco”) = asino; femm. Scecca = asina. E' stato il fedele compagno di sventure del povero contadino brontese, sempre povero e malmesso ed angariato da secolari balzelli e gabelle di tutti i generi. A questo animale, paziente e opacifico ma grande lavoratore, sono stati dedicati innumerevoli detti ed aforismi. Ve ne indichiamo alcuni, meglio descritti nelle pagine dedicate agli Aforismi brontesi: U sceccu ri mònaci , U sceccu a potta e u sceccu s’a màngia, Sceccu truppicaroru, Cu r'u sceccu fa un pullìtru i primmi caci su i sò, Ttacca u sceccu undi vori u patruni, U bo’ rici cunnutu o sceccu.

Scerra (dall’arabo “xerra”) = litigata, lite.
Schetta (?) = nubile
Schettu (?) = celibe.

Schiccittu = piccolo "schìcciu", fontanina. Il termine principalmente identifica una località ai piedi di Bronte, oggi attraversata dalla via Pier Santi Mattarella. La strada, che porta in contrada Fontanazza, Cuntarati, Scalavecchia, Passopaglia e Ricchi­sgia, un tempo era trafficatissima, perchè principale via per recarsi da Bronte nelle campagne attorno al Simeto e nei "lochi", ed era caratterizzata dalla presenza di due grandi abbeveratoi.
Schicciu = fontana.

Schifiatu = disgustato, schifato, sensazione di schifo per un cibo non gradito ma anche per una ragazza che viene usata sessualmente solo per divertimento (a cchilla si ranu schifiata tutti). (LC)
Schifinzia = schifezza, anche per indicare un oggetto o una pietanza scadente: Sta schifinzia(L. M.).
Schinfiàrisi = Disgustarsi (A. F.)
Schirifillì = fallì; qualcosa non è andata a buon fine (V. S.).
Schirinzìa = esclamazione di disappunto (L. M.).
Schittu = semplice senza companatico. "U vò u pani schittu? Oggi chistu cc'è!"
Schitìcchiu: manicaretto, cosa fine ed elegante. Secondo il Traina, sollazzevole convito tra amici. Etimo incerto (N. R.).
Sciàbbica (dall’ebraico sciabath) = gozzoviglia, ma da noi mi pare indichi un attrezzo agricolo?.
Sciallina = Scialle (copri spalle) (V. S.).

Sciaminàri = sparpagliare senza un ordine preciso. (A. F.). Ricordo anche Sciaminatu con il significato di disordinato. (nl)

Sciancàtu: zoppicante, storpio. Da “anca” + il prefisso “s”. E’ sciancatu chi ha il baricentro fuori dell’anca. Il prefisso “s” indica il contrario del termine positivo (drammatizzare sdrammatizzare, tingere stingere, fiorire sfiorire, ecc.), oppure fuori di (stonare = andare fuori del giusto tono). (N. R.)

Sciara (dall’arabo “sa’rah”, oppure “xara”, terreno incolto in quanto coperto da lava) = lava, pietra lavica. "'A sciara ru Santissimu Cristu", "'A sciara nova".
Sciarella = terreno o sciara con pietre di piccola dimensione.
Sciaràndru = località alle porte di Bronte verso Catania, dove anticamente trovavasi la sede della forca. Una volta si pensava che il termine derivasse da scialare perché lì si andava quando c’erano i fuochi e per le passeggiate; ma vediamo come lo spiega il nostro storico Benedetto Radice nel capitolo Bronte sotto il “Mero e misto impero” di Randazzo (vedi nota 3): “Scialandro, Il nome a questa località probabilmente è stato dato dai Brontesi, derivandolo forse dal greco: “s c i x w (schixo) = separo, scindo e quindi in senso più lato uccido: e «a n i r», (deve essere a n e r) a n d r o s (andròs) = uomo, quindi, Luogo di supplizio per i rei.”
Sciarriàrisi (dall’arabo sciarr) = Litigare (LC).
Sciarrìatu = in lite, offeso. "Ora ma ddiri picchì si sciarriatu cu mmia!"

Sciarrinu = persona che ama la lite (LC).
Sciarùni: Distesa di lava ampia e spessa ad est di Bronte. Da lava + il suffisso accrescitivo “uni” (equivalente all’italiano one: omone, ladrone). (N. R.)
Sciattarilliari = parlottare dicendo cose sconclusionate (L. M.).
Scibbàri (dal lat. exherbare) = diserbare.
Scibbìria (?) = località a ridosso della via Milano, dove c’era la gèbbia.
Scibbitèlli = piccole cose personali. “Ccampàrisi i scìbbitèlli”.
Sciffu: (dal latino scyphus ) = trògolo (vasca scavata nella pietra lavica, o in un tronco d’albero oppure in muratura, usata per metterci il cibo per i maiali).
Scilli = Ascelle.
Scillicàri = scivolare anche in senso allegorico (A. F.). "Undi mi chiovi mi scìllica".
Scimùni (da Ximone, Simone) = “Ingiuria” di una famiglia Leanza.
Scinduta
= discesa ('A scinduta ra zititta).
Sciòlliru
(?) = persona che fa lo stupido o è un pò dissenato. (Nunzio Longhitano).
Scippàri (dal lat. excipere) = scippare, estirpare, svellere o cavare ("Stamatìna mi scippavu 'na ganga").
Sciscì
(forse onomatopea ) = ornamenti frivoli, ninnoli.
Scisza = cacarella, diarrea.
Sciucu ‘i sciammenti = termine con cui un mio zio avvocato a Venezia, venendo a Bronte indicava scherzosamente il vino (succo di sarmenti) (L. M.).
Scoccia = buccia, ricordo il detto villanu ca scoccia per indicare una persona non proprio fine. (A. F.)
Scodda = dimentica.

Sconnabbèccu = pianta-maschio del pistacchio (M. R.). Più che la pianta-maschio Sconnabeccu è il nome volgare del Pistacia terebinthus utilizzata dagli agricoltori brontesi come portainnesto della pianta di pistacchio ("pistacia vera"). In Sicilia ed in Sardegna è presente un po’ ovunque dalle zone costiere a quelle montane interne ove si spinge fino a 900 m di altitudine. A Bronte ed in genere in Sicilia, è conosciuto anche col nome volgare di “Spaccasassi” (per il suo apparato radicale sviluppato e profondo che ben si adatta a terreni rocciosi) o di “Scornabeccu” (per le galle, a forma di corna di capra, che si sviluppano sulle sue foglie, e vale la pena ricordare che deriva dallo spagnolo cornicabra, corno di capra, con lo stesso significato) od anche col nome di “Cornucopia” (per la durezza del suo legno superiore al corno del becco). (aL)

Scoppu = serratura.
Scòppura = Ceffone (A. F.)
Scora = scuola.







'U scanatùri è chillu arretu i crivi


Il calzolaio ('u scappàru)
'U scappàru, cu forìri,  ggiusta i scappi ssittàtu ravanti 'a so banchìtta.



I scappìtti
"Scappitti", antiche scarpe di contadini

"i scappitti", supra "u cuncheri", e "u ciccu"
I scappìtti, supra u cunchèri, e u ciccu supra 'a conca


'U schicciu






"u sciffu" supra "u banchittu"
U sciffu ppi scacciari 'a frastùca, è miszu supra u banchìttutu






Bacca del Terebinto (Pistacia Terebinthus)
'U sconnabeccu

Scracchiàri = scaracchiare. Il sig. Radice, suocero del dott. Guglielmo Grisley, aveva una Fiat 509 e spesso andava con la moglie e l’unica figlia in campagna verso il Simeto. Tornando in paese l’auto arrancava per la salita e per il grosso peso dei tre occupanti; allora il sig. Radice le diceva: Canti? Canta, ca…!” Spesso il sig. Radice diceva agli amici: “Rumani scendo in cità e vado a digiunare (amava usare i francesismi!) al bar Caviezel”. Qualche buontempone, trovandosi a Catania, andava in una delle due pasticcerie che lo svizzero Caviezel aveva in Via Etnea, e chiedeva se per caso avessero visto un signore brontese con una Fiat 509. Una volta il banconista rispose che era andato via poco prima, anzi che gli avevano offerto il caffè e lo avevano pregato di andarsene subito. Perché? Perché il signor Radice, mentre rigirava il suo caffè, scaracchiava a terra con grande disgusto degli astanti. Naturalmente la notizia fu propalata in paese che si divertiva alle spalle del malcapitato.

Scricchiàri (da chijcca, cricca) = Togliere dal baccello; rompere la cresta. “Non mma scricchiari “= Non rompermi le scatole. (M. R.)
Scrifintari (?) = schiacciare, ridurre in poltiglia (V. S.). "'U scravvàgghiu u scrifintiàvu chi peri".
Scrimma (?) = riga fra i capelli (A. Ru.).
Scrocchi = fermagli per raccogliere i capelli (A. P.). Mai sentito o non lo ricordo (nl).
Scruccari = estorcere, carpire con l'inganno (A. F.)
Scuburiàrisi = avere, farsi scrupoli (M. R.).
Scuddàrisi = dimenticare
Scuffìna (dal lat. scrobis) = madrevite.
Sculluriari = dipanare (A. F.).
Scumma (dall'albanese shkum) = schiuma (od anche spaghetti sottilissimi).
Scummaròla = schiumaiola, utensile da cucina a forma di paletta concava rotonda bucherellata, usato per togliere la schiuma o per estrarre le vivande già cotte dalla pentola (LC).
Scummigghiàri (dal greco scopéo) = Togliere il coperchio, scoprire. (M. R.)
Scùnchjri = da intendere nel senso di “ridursi”, “restringersi” di vivande sottoposte a prolungata ebollizione (aL).
Scunchiurùtu = letteralmente = sconclusionato, quindi = stupido, cretino. (V. S.)
Scuncicàri = incitare, stuzzicare l’ira, provocare (M. R.).
Scungegnu = imprecazione, specialmente quando qualcosa non ha funzionato o è andata storta. (L. M.)
Scunzari = scomporre, scombinare (LC). Qualcuno lo fa per mestiere: “sconza brigghia!
Scupetta (?) = schioppo (A. F.). Dallo spagnolo escopeta, fucile da caccia (LC)
Scupitta = spazzola (A. F.)

Scuràri = far buio, annottare. I nostri contadini quando faceva buio presto, con senso di meraviglia e disappunto, dicevano: “Mi scurà nde’ pugna!” - Scuràrici u cori (rabbuiarsi, immalinconirsi, diventare tristi per una brutta notizia).

Scutàri = ascoltare (L. P.).
Scutìcchiu (dal lat. scotum) = bisboccia, gozzoviglia, gioiosa cena fra amici.
Scuticchiùszu = bravo; brillante. (O. C.)
Scuturàri = scuotere. Si usa nella forma riflessiva come “scuotersi qualcosa d’addosso”; al transitivo nel senso di “bacchiare” mandorle, olive ecc.
Scuzzùni (dal latino “curio, curtionis”) = grosso e lungo serpente innocuo.
Scuzzuràri = scalcinare, sfarinare. Smuovere i rami per fare cadere i frutti. (M. R.)
Sdillabbràtu = non più aderente o che ha perso la forma originaria.
Sdilliriàri = Delirare, parlare a vanvera.

Sdirrinàtu: slombato, instabile, malfermo. Da “reni” + i prefissi “s” (vedi “sciancatu”) e “de”. E’ sdirrinatu chi mentre cammina non fa perno correttamente sui reni (quella dei reni, o dei lombi, è la regione del dorso comunemente considerata baricentro della persona). Metaforicamente può significare uomo (o donna) dalla personalità non perfettamente equilibrata. (N. R.)

Sdirrupàtu (dall’italiano “dirupare”) = diroccato.
Sdirrupùni = terreno o luogo particolarmente scosceso.
Sdunàri = uscire di senno. Togliersi capricci senza ritegno (M. R.). "Turìllu oggi mi pari tantìcchja sdunàtu!"
Sduvacari = svuotare (contenitori o sacchi).
Sebbenerìca
= mi benedica (saluto rivolto ai parenti ed amici anziani e di rispetto).
Seggia = sedia.
Sempri = sempre.
Serra (dal lat. serra) = sega. Ma vuol dire anche catena di monti o solo monte; ma perché da noi ‘a Serra è una località lungo l’alto Simeto?
Setti = sette.
Ssèttitu = sedere ("Haiu un cuccillu 'ndo ssèttitu chi non pozzu mancu caminari").
Sfasuratu = spiantato, buono a nulla, vagabondo. (LC)
Sfìngia (dal lat. spongia) = frittella fatta con il miele. Da noi per lo più si usa l’accrescitivo sfingiùni.
Sfirràri (dallo spagnolo desherar) = sferrare.
Sfirrato = detto di un cavallo selvaggio senza i ferri, quindi di persona senza freni, libera da vincoli anche morali (LC).
Sfògghia (dal lat. follis) = pellicola che copre l’uovo o la cipolla o anche il grano.
Sfragùni = Sprecone, spendaccione (M.G.P.).
Sfràguru = cioè detto di tessuto sottile perchè ormai logorato o liso. (A. C.)
Sfingiùni = Pasta molliccia, frittella gonfiata. (M. R.)
Sfrìdu (dal lat. fredum) = consumo.
Sfunnari = Sfornare, uscire dal forno il pane già cotto.
Sgallarizzàri = Dicesi di fiamma che scoppietta, che è al culmine della combustione (M. R.), od anche col significato di spalancare o strabuzzare gli occhi (A. F.).
Sgambignari = operazione che si eseguiva prima di scuoiare un agnello o capretto; consisteva nel fare un taglio al piede posteriore, introdurre una verga per staccare la pelle dal muscolo e quindi soffiare per estendere a tutto il corpo il distacco della pelle e così facilitare lo scuoiamento. Scherzosamente si diceva alludendo a far apparire più grosso un ragazzo magro. (L. M.)
Sgannista = truffaldino, che bara nei conti. (L. M.)
Sgarru (dallo spagnolo garra) = prepotenza, errore o sbaglio.
Sgrìcciu = schizzo violento. Figurato: fontana (u’ sgricciu) (M. R.)
Sgrillàri (dal greco grillono) = spalancare gli occhi o sguizzare.

Sgrullari: togliere la buccia (o il mallo dal pistacchio) (A. F.). (I sgrullasti i frastùchi Nò? = Nunzio, hai smallato i pistacchi?)
Sgrullarisìra: masturbarsi (A. F.). Mai sentita! (nl)

 

Sguìnciu (dall’ inglese squint) = sbieco o storto, quest’ultimo riferito agli occhi.

Sgùrrura = lucertola. Per indicare uno troppo magro si diceva: “chillu mangia sgùrruri”.

Sibbenerìca = saluto rispettoso ai preti ed alle persone di riguardo. (O. C.) (Sibbenerìca parri! = mi benedica padre!)
Ssiccàri
= Essiccare diventare secco. (frase: Ssiccàri u cori = restare deluso per un desiderio non realizzato - mi ssiccaiu un panaru i fica = ho essiccato un paniere di fichi (M. R.).

Sibbenerìca patri mullìca,
cci ‘mparu ‘u cappellu
m’a runa na fica?

a sgurrura
'A sgùrrura

Siccarizzu = siccità o frutto andato a male e non maturato per la siccità od altre cause.

Sìccia (dal francese sèche) = seppia.

Ssicutafìmmini = Petardo, girandola (M.G.P.).

Ssicutàri (da “seguitare”) = Rincorrere, inseguire qualcuno per raggiungerlo (M. R.)
Siddiàri (dal latino sidiare) = importunare, annoiare.
Siggìtta = letteralmente è una piccola sedia.
Siggittèlla
= era la piccola sedia bassa usata dai calzolai quando lavoravano alla “banchitta”.
Signa = signora; si dava alle donne della classe inferiore. Curiosità: nella vicina Maletto si diceva “gna”.
Sigra = segala. (L. M.)
Sigrazzu
= fusto della segala, lasciato intero dopo la battitura delle spighe e usato come copertura di casupole (i pagghiara) o di biche di paglia o fieno. (L. M.)
Silliàri = separare, selezionare: "silliàri 'u frumnmentu, i frastùchi o i mènduri" (separare i grano, i pistacchi o le mandorle dalle bucce).
Sillichė = Se. “Cā sillichė non chiōvi scindimmu 'ncampagna(M.G.P.).
Simàna
= settimana (V. S.). Anche nel senso di paga settimanale. (n.l.)
Ssimpicàri = deformazione di “sincopare”: restare senza fiato (M. R.). Rimanere o lasciare sbalorditi, tramortiti, senza fiato. Es. Mariu ’simpicàu (= Mario rimase come tramortito, senza fiato); Nonziu a Biaginu u ’simpicàu (= Nunzio lasciò Biagio come tramortito, senza fiato). Dal tardo latino syncope, es (a sua volta derivato dal greco synkopé), che in siciliano subisce la metatesi. In italiano, come termine medico, sincope indica la sospensione improvvisa dell’attività cardiocircolatoria e respiratoria. (N. R. )

Sinàpa = Senape selvatica (Sinapis arvensis). Le cime novelle si consumano come verdura cotta, lessandole in acqua e insaporendole con olio, oppure come ingrediente di ottime frittate.
Sincùssu (o Suncussu) = Soccorso. “A’ Maronn’ o’ Sincussu” = la Madonna del Soccorso (M. R.)
Sinni = se ne.
Sintutu = si dice di una persona autorevole che viene ascoltata (sintuta). (LC)

Sinzioni = Da “ascensione”: falò accesi la sera di vigilia dell’Ascensione (M. R.).


'U ssiccarizzu


'A sinàpa

Sippènti = serpente.
Sìra = sera.
Sirènu (dal latino serenus) = rugiada. Mèntiri o suri o sirènu = mettere al sole e al fresco.

Sìrici = sedici. Al numero sedici è legata la comune filastrocca: Sìrici e sìrici trentaddù a tto soru na vògghiu cchiù.

Sirràccu = sega particolare con manico e lama larga a forma trapezoidale.
Sirratùra = segatura ed anche serratura, catenaggio, scoppu.
Sivu = Storpiatura di “sego”. Grasso, unto. (M. R.)
Smussiari = torcere il muso.
So’
= suoi.
Sobbu = sorbo (L. P.).
Soddu, soddi = soldo, soldi. “Soddi minuti” vuol dire “soldi spicci”. “Soddu fassu” = soldo falso (riferito a persona inaffidabile).
Sòggira (dal lat. socrus) = suocera. Sarebbe stata meglio l’origine francese (belle-mere). (LC)

Sonnu (dal lat. somnus) = sonno ed anche tempia. Frase: «battì u sonnu e murì!» (ha sbattuto le tempia ed è morto).
Soru = sorella.
Sosìzza
(dal francese “saucisse”) = salsiccia. Sozizza muscia è detta quella non ancora stagionata.
Spaccamallùni
= spacca mattoni. Era un altro gioco fatto con soldi e si vinceva se si faceva cadere la monetina il più vicino possibile alla giuntura fra un mattone e l’altro.

Spàddu : ind. Pres. 1^ sing. di spaddàri = consumare.

Spagghiàri = Separare la paglia dal grano (vedi La trebbiatura). 'A spagghiata era fatta, dopo 'a piszata, non appena minava u ventu: col tridente si buttava in alto la paglia che il vento trascinava poco distante mentre il grano ricadeva sul posto; alla fine, quando la quasi totalità della paglia era andata via, si usava la pala per liberare il grano dalla pula residua e si passava alla cernita. (aL)
Spagnurètta = spagnoletta.
Spampinari = germogliare (I nziti chi fici stu annu spampinanu tutti).
Spampinatu = fiorito, rigoglioso (A. F.)
Sparacògni = asparagi selvatici (in italiano “tamaro”). A Bronte sono ricercatissimi per le frittate e i primi piatti, si vendono a mazzi (vedi).
Sparagnari (dal tedesco sparen) = risparmiare (LC).
Sparatràppiti = (dallo spagnolo sparadrapo) leucoplasto, cerotto adesivo che negli ospedali si usa per fissare le garze o gli aghi per endovena. É presente quasi in tutte le case dei brontesi. (M.G.P.).

Sparrasgjari = dire cose senza senso in modo malevolo. (L. M.)

Spassiari = divertirsi. (LC)
Spassuszu = divertente. (LC)
Spatrunatu = senza padrone, "sempri peri peri", sfortunato ed anche "maririttu". 'U spatrunatu cani mi strazzà i cazi!

Spaturiari = chiacchierare animatamente. Spettegolare (L. M.).
Spènsiri (?) = corpetto che le donne indossavano sulla gonna, quasi sempre lunga.
Spettu (dallo spagnolo despierto) = pronto, vivace, furbo.
Spiàri = spiare o domandare.
Spicciàri = sbucare, uscire. “Undi speccia ’sta strata?” Si usa però anche per dire “pettinare” di capelli arruffati o ricci.
Spiccicàtu = proprio identico, uguale.
Spìcciuri = soldi di piccolo taglio.

Spicuni ’i làssini (?) = cime con inflorescenza gialla di una pianticella spontanea della famiglia dei broccoli, commestibile (A. F.). Carissimi, chi la dura (o se preferite, l’ha dura) la vince! Infatti sono riuscito a trovare l'etimo di làssani che è specie di cavolo selvatico: erysimum barbarea, latino lapsana, pianta esculenta citata da Plinio XIX, 41, (greco lapsani) e… buona frittata! (nl)
Della Senape Canuta o Antica (questo il nome volgare dei mazzarelli) si raccolgono gli assi fiorali (spicuni), quando le infiorescenze hanno un caratteristico aspetto "a glomerulo" (come quelle dei broccoli coltivati). I spicuni si consumano come piatto di verdura, lessata con poca acqua e condita con olio (cunsata 'nfacci) oppure sbollentata, quale ottimo ingrediente per le frittate per il tipico sapore amarognolo che piace a molti. (aL)

Spillòngu (dal francese berlong) = bislungo. Da noi erano i piatti da portata. Ricordo che un nostro parente mangiava la pasta asciutta in uno di questi piatti, mangiando “religiosamente” e senza rigirarla, dall’inizio alla fine, in senso longitudinale.
Spìngura (dal latino spinula) = spillo. Spingura francese, invece, è la spilla da balia (nl). Al femminile si dice anche di un bambino magro e piccolo (LC).
Spinnare = Togliere le penne ad un volatile (LC). Se poi si devono togliere ad un gatto (‘ndaiu gatti a pinnari…!) allora sono guai seri.

Spinnu = desiderio impellente (LC).
Spira = spera. Nella frase citata: “Mi spira u cori” = desidero.

Spirigghiatùri = pettine fitto, generalmente di legno, per stirare i capelli molto ricci, ma anche per cercare eventuali pidocchi.

Spiriri = scomparire, sottrarsi alla vista. "Ma undi ta va spirendu a matina inveci ri jri a travagghjari?"
Spisza = spesa. Questo termine indicava l’acquisto di generi alimentari.
Spitàri = ospedale, anche in senso figurato per “angustia” (Oh! Ma cch’è stu spitari?, Ma rirìti un picì!).
Spittuszàtu = bucato.

“‘A mugghieri è menza spisza.

Spitu = Lunga asta di metallo usata per ravvivare il fuoco del forno (A. F.).
Spiziàri (?) = il farmacista di una volta che nel suo piccolo laboratorio preparava le varie misture (ad esempio «‘u condìtu» …l'antico sciroppo per la tosse). (N. S.)
Sporte = fiscoli. Nei vecchi trappiti erano di paglia, negli oleifici moderni erano di corda di cocco.
Spuntagghj = costolette di maiale.
Spuntatùri = la parte vuota delle costolette di agnellone o di maiale.

Squaratu = Scottato, ma anche pasta squarata solo bollita senza aggiunta di condimento (LC).
Squattariari = sformare, deformare.
Sràgura (?) o Stràgura = carro a slitta, tirato da buoni o muli, che serviva per spostare materiali, in genere grano, paglia o simili, nell'ambito di una estesa proprietà terriera. Questo vocabolo ricorre spesso in Bolo dei miei Fantasmi. (vedi Stràgura)
Sruriri = consumare, logorare.

Ssuricchiàri = mettere al sole per asciugare. "Cu 'sta bella iunnàta mi ssurìcchiu i fica".
‘sta = questa
sta’ o statti = stai
Stagghiàri = cessare di versare; fare stagnare, interrompere (M. R.)

Stagnàri (dal lat. sanguinare) = salassare. Da questo verbo deriva il sostantivo “sagnìa” che da noi si usa per indicare l’acqua di risulta della spremitura delle olive, che sono rossastre. Ma viene usato anche per indicare “rivestire di stagno” una pentola o il fermarsi di una piccola emorragia ('U sangu mi stagnà").

Stagnata = tradizionale oliera siciliana in lamierino di ferro trattato con stagno, con manico e beccuccio lungo. (L. M.)
Stagnataru = stagnino (L. M.).
Statìa (dal latino statèra) = bilancia a bracci di leva disuguali con un solo piatto e un peso costante che scorre sul braccio più lungo graduato. (N. S.)
Stazzùni (da “stazzonare” = maneggiare, palpeggiare: lavorare con le mani) = fabbrica di mattoni,  tegole o di altri oggetti fittili (M. R.). Deriva dal latino statio, - onis (nl).
Stèndiri = stendere o sciorinare (i panni).
Stendituri = spazio pianeggiante dove sono posti ad essiccare al sole i pistacchi appena smallati.
Stèrica (dal greco histera = utero) = isteria o nervosismo. Una volta si diceva: chi c’iavi l’ovu vutatu?
Stèrru (dal greco sterròs) = sterile, quindi da noi terra battuta.
Sti = questi.
Sticchiàri = essere al verde (A. F.). Questo vocabolo non lo ricordo, ma ricordo sticchiu come il sesso femminile. (nl)


'A spagghiata
(si mmina u ventu)


"Oggi mi fici ottu mazzi 'i sparacogni"
«Oggi mi fici ottu belli mazzi 'i sparacògni! A faccia i cu non vori!»



Spicuni (su bboni friùti cull'ova)






'A stagnata
 

 

Stìcchiu = dal greco “stegein”= nascondere, celare; da cui: ciò che si tiene nascosto. Ma anche: orifizio, apertura. Si usa per indicare i genitali femminili. Sinonimi di sticchiu sono "picciuni" ed anche "pacchiu" (M. R.). A differenza del Napoletano dove il riferimento è alla mamma (… ‘e màmmeta) a Bronte l’invettiva classica fa riferimento ai genitali della sorella: «’U sticchiu i to soru!»

Sticchiùsza: donna civetta, provocante. Da sticchiu (vulva). E’ detta così una donna che per sedurre mette in evidenza gli aspetti più provocanti delle sue grazie femminili. (N. R.)

Stigghiòra (dal francese esteil = palo) = involtino lungo di interiora di agnello.
Stìgghiu (dal francese ostil, ustil) = strumenti di ciascuna arte, compresa la culinaria.
Stigghiurèlla = involtino di interiora. “Ingiuria” di un calzolaio di via Catania (Mastr'Antunìnu Stigghiurèlla), soggetto di un mio “Fantasma”.
Stindicchiàtu = disteso, sdraiato.
Stindìcchiu: svenimento. Da “stendersi”. E’ l’atto, sincero o meno, dell’afflosciarsi a terra per un improvviso malore. Dal verbo latino sterno, is, stravi, stratum, sternere. (N. R.)
Stippa (dal latino ex stirpe) = senza generazione, quindi, sterile, riferito agli animali, ma da noi anche alle donne, es. fimmina stippa = donna sterile.
Stipu = (da “stipare”) armadietto per stoviglie e cibarie (M. R.)
Stiricùsza = Nervosa.
Stizza (dal greco stixis) = stilla, goccia d'acqua, o per indicare che si vuole una poca quantità di qualcosa. “Ma rù 'na stizza 'i pani?” (Mi dai un po di pane?) (L. Z.)
Strafallariu = strampalato. (LC)
Strafuttènti = strafottente

 

Stràgura o Sràgura (dal latino tragula) = treggia, rudimentale slitta per trasporto di foraggio o altro. Costruita con il legno della Roverella per la sua resistenza all'usura meccanica ed atmosferica, 'a straura era una sorta di slitta rudimentale trainata da una pariglia di buoi con la quale si trasportavano fasci d'erba, di fieno e di legname.
Era costituita da due larghi pattini su cui poggiavano altrettante traverse. Da queste si dipartivano quattro aste incrociate ad angolo acuto che sorreggevano una piattaforma; nella parte anteriore dei pattini si trovava un perno che consentiva lo snodo di una stanga collegata ad un giogo. (aL)

Strallucènti = luccicante.
Strangusciutu = detto di persona che si mostra ostentatamente stressata. (L. M.)
Strata = Strada
Stratunàru = chi esercita controlli o lavori nelle pubbliche strade. (O. C.)
Stratùni = stradone («'u stratùni novu», la via Card. De Luca).
Stravillicàtu = senza alcuna voglia di "fare", senza spirito d’iniziativa, “essiri stravillicàtu” (M.G.P.). Ma anche sbadato, distratto (nL).
Strazzatu = strappato.
Sttricari (dallo spagnolo estregar ) = fregare.
Strittu = stretto.
Strògghiri
= allentare, dipanare o anche liberare (es: “Srògghiri ‘i gruppa” sta per allentare i nodi; “Srògghiri i cani” sta per liberare i cani). Ci sono poi i detti: “Va srògghiri sti nnummira” (difficilmente si può venire a capo di questa situazione), “Mi Srugghì ‘u stòmmacu” (ho la diarrea, in quanto si è allentato lo stomaco). (A. F.)
Strollorìri = Svenire o vaneggiare.
Stròricu = persona che vaneggia o dimentica facilmente ("Oggi mi pari chi ssi un picì stròricu!).
Strugghjutu = slacciato.
Strùmbura (dal greco “strobulos”) = trottola. “Girìa commu ‘na strùmbura”
Struppiari = Fare male (A. F.)
Strurùszu (?) = ironico e satirico.
Stujàri = detergere, asciugare (M. R.)
Stunàri
(dal latino extonare) = stordire.
Stuppabuttìgghi (termine composto) = apri bottiglie o anche cavatappi. (V. S.)
Stuppàgghiu = tappo, turacciolo. Classici stuppagghi (da quello piccolo per la bottiglia di vino fino a quello per un bottiglione o per una grossa damigiana) erano quelli realizzati con corti segmenti del fusto di Ferula ('a ferra), sagomati a tronco di cono.
Stutafòcu = letteralmente spegnifuoco. Contenitore cilindrico adatto ad accogliere la brace che, spentasi, diveniva carbone (M. R.)
Stutàri [Antica voce italiana che si trova in Dante: “…E la cui vita a più a più si stuta” = spegnere (M. R.)]. Nel Rimario dello Scartazzini riveduto da Vandelli non esiste questo verso. Può dare qualche indicazione più precisa?
Su o sur = signor (es. su Nonziu, sur Antuninu)
S’u = se lo
Subbamòccu = ragazzino (L. P.).
Sùbbia (dal lat. subula) = sgorbia, scalpello per lavorare la pietra (M. R.)
Sucanghiòstru = letteralmente “succhia inchiostro”, impiegatuccio (in senso dispregiativo).
Sucaròra = (da sucari = succhiare ) biberon (A. F.)
Sucàrru = sigaro.
Sucàtivi = succhiatevi. Si diceva, per esempio, quando si beveva un uovo praticando due forellini di spillo, uno sopra e uno sotto, e l’uovo veniva giù con un semplice succhio per effetto della pressione dell’aria che entrava dall’altro lato.
Sucu
= sugo. Era generalmente quello fatto con estratto di pomodoro e con la carne. Quando questa non c’era, ed era il più delle volte nelle famiglie povere, si chiamava “sucu fintu”.
Suddàtu
= soldato.
Suddu = sordo.
Suffìzziu = scorpione. Mio nonno Sofia Gaetano (Sampatraru o Sanpitraru) di professione tagliapietre utilizzava uno scorpione sott'olio come antidoto alle punture del suddetto (M.G.P.).
Suggèttu = epilessia. (M. R.) “Nicòra, puvirèllu, cciavìri ‘u suggèttu”.
Suggi
= topo, topi. Era anche l’ingiuria della famiglia Castiglione il cui esponente era Salvatore, Segretario al Comune di Bronte. Vedi i miei “Fantasmi”: Itinerari brontesi.
Suggiaròru = trappola per topi (M. R.)
Suppìru (dal greco siopilòs) = deliquio. “Mòriri suppiru-suppiru” = morire lentamente.

Surarinu = isolato o che si apparta od isola facilmente. "Gioszuvè pari un lupu surarinu" = Giosuè sembra un lupo solitario.
Suriàca (dallo spagnolo zuriaga) = corda per vari usi. Ma da noi non significa una qualità di fagioli?
Sùrra (dall’arabo sorra) = la pancia del tonno.
Suru = solo.
Sùsta (dal latino substare) = molestia, fastidio.
Sustu = senso di eccessiva sazietà che comporta nausea (L. M.). Disgusto, fastidio: “Agustu ti veni a sustu” (aL) (vedi mesi dell'anno).
Suszìrisi = alzarsi.
Suszu = sopra (S. P.), contrario di iuszu (sotto).
Sutta = sotto, come anche juszu.
Sùzu = gelatina di maiale (M. R.). Deriva dal provenzale solz (nl).





'A stràgura




'A strumbura (La trottola)
'A strùmbura, na vota 'ndi tutti i vanelli era 'u jocu ri piccirilli




U parittùni, u rastillùzzu e u stutafòcu




I lumi a petròliu, u suggiaròru e u macinacafè


[A] [B] [C] [D] [E] [F] [G] [H] [I] [J] [L] [M] [N] [O] [P] [Q] [R] [S] [T] [U] [V] [Z]

Questo vocabolario è aperto a tutti: chiunque, a conoscenza di altre antiche parole o detti brontesi, può comunicarli a “Bronte Insieme” che provvederà a inserirli. Potrai inter­venire inserendo nuovi etimi o altri vocaboli o frasi interessanti. Anche i «?» sono stati volutamente lasciati in attesa di una tua integrazione.

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