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L'ECONOMIA - IL PISTACCHIO  -  L'ARTIGIANATO  -  LE INDUSTRIE  -  PRODOTTI TIPICI


La Zona artigianale e il Distretto tessile

Bronte, da sempre centro con economia prevalentemente agricola, tale è rimasto: ha rigettato da tempo qualsiasi ipotesi di sviluppo industriale, riuscendo, però, a conservare e sviluppare una fiorente attività artigianale, che dà occupazione a moltissime persone.

L’economia locale è, infatti, sostenuta anche da molti piccoli artigiani, che continuano, con innovazioni e grandi capacità creative le più tradizionali attività nella lavorazione del legno, del ferro, dei tessuti, del marmo e della pietra lavica e nelle costruzioni.

E' fallita l'iniziativa di creare una zona industriale mentre è decollato egregiamente il progetto della Zona Artigianale.
Costruita nella parte alta del Paese in mezzo all’antica lava del SS. Cristo, ha offerto agli imprenditori aree attrezzate e vasti capannoni  permettendo l'accentramento delle attività artigianali ed industriali ed allontanando dal centro urbano il traffico veicolare collegato a questi settori.

Fra le altre attività artigianali, nella zona si è sviluppato, un piccolo ma fiorente artigianato tessile che conta numerose aziende façoniste (producono cioè vestiario per conto terzi).

Con una qualità di produzione  apprezzata unanimemente per precisione e cura dei particolari (rifini­ture, ricami, guarnizioni, etc.) le piccole fabbriche si sono via via ingrandite, raccogliendo commesse anche da grandi marchi nazionali ed internazionali.

Gli artigiani, che lavorano prevalentemente per Aziende terze, in questi ultimi anni hanno dato lavoro e un notevole impulso all’economia locale, alleviando in parte una crescente disoccupazione giovanile (occupano oltre 1000 addetti, per la maggioranza giovani donne, con un movimento annuale di circa 20 milioni di euro).

Per risolvere le tante emergenze che assillano gli imprenditori del settore tessile e i tanti operai che vi lavorano, a gennaio 2008, la Giunta regionale ha dato l'approvazione definitiva al distretto “Sicilia orientale – filiera del tessile” che racchiude 61 aziende tessili, 1231 lavoratori, un piano finanziario di ben 13 milioni e 300 mila euro e 9 partner istituzionali socio economici (enti ed associazioni di cate­goria), coinvolgendo 3 poli tessili: quelli di Bronte, dei Nebrodi e dell’ennese.

Permetterà alle imprese ed ai comuni di rivendicare vantaggi nell’ottenere i finanziamenti che il mini­stero delle Attività Produttive o la Regione siciliana metteranno a disposizione in futuro a servizio della filiera produttiva.





I quotidiani La Sicilia del 28 luglio 2007 e del 23 gennaio 2005 ed Il Sole 24ore del 26 Aprile 2003 parlano di Bronte e del suo distretto tessile

  25 Luglio 2007

Il «distretto» di Bronte

È il settore tessile che mantiene viva l'economia, con affari da 10 mln di euro. Nelle aziende lavorano 600 dipendenti, nell'indotto altri 200 occupati

Il business «è cucito» su misura

Per convincere i grandi marchi a investire ancora in Sicilia, le aziende hanno allargato l’offerta, offrendo la possibilità di completare tutto il ciclo produttivo

Se si cerca la cittadina del versante nord dell'Etna che in prospettiva sembra guardare con maggiore efficacia allo sviluppo economico e sociale questa è proprio Bronte. Con quasi 20.000 abitanti la cit­ta­dina sembra riuscire a contrastare con efficacia, l’isolamento cui è relegata da una rete stradale ancora disegnata sui tracciati borbonici e da una linea di collegamento ferroviario lenta e anacroni­stica. E lo fa soprattutto grazie alla capacità dei suoi imprenditori, soprattutto nel settore tessile che, a causa della globalizzazione qualche anno fa ha vacillato, si è quasi piegato, ma ha avuto la forza di reagire, rima­nere sul mercato e quasi rilanciare con forza grazie a politiche aziendali azzeccate ed all'istituzione del distretto tessile.

Se è vero, intatti, che la mancanza di “commesse” da pane dei marchi più importanti che hanno prefe­rito investire ad Est, ha costretto in passato diverse aziende a chiudere, oggi possiamo dire che ciò che è rimasto del comparto guarda al difficile futuro con la certezza dell'attuale stabilità.

Le attuali aziende tessili, infatti, danno lavoro a quasi 600 dipendenti, mentre più o meno altri 200 lavoratori trovano da vivere nell'indotto, per un giro d’affari che si aggira attorno ai 10 milioni di euro.

Su tutte, l'esempio più importante e la “Bronte jeans” che per convincere i marchi a continuare a cucire a Bronte i jeans, ha deciso d'investire completando la filiera e offrendo la possibilità di completare il ciclo produttivo. Una scelta premiata che a Bronte ha fatto scuola e che porta ad ampliare il numero degli investimenti grazie anche al distretto tessile.

Le aziende che hanno aderito, infatti, potranno rivendicare vantaggi nell'ottenere i finanziamenti che il ministero delle Attività Produttive o la Regione siciliana metterà a disposizione in futuro attraverso appositi bandi, mentre i Comuni interessati potranno ottenere finanziamenti per opere pubbliche a servizio della filiera produttiva.

Per questo si sta già pensando a strade ed energia rinnovabile, tutto per abbassare i costi di una zona artigianale che a Bronte diventa sempre più affollata.

Qui, infatti, hanno deciso d’investire industrie del Nord nel settore del calzaturificio e degli indumenti della sicurezza e sono sempre di più i brontesi che decidono di fare impresa nei settori più variegati.

Leggendo i dati, infatti, il 60% circa dei residenti è dedito a lavori agricoli, il 15% all'industria, il 10% al commercio, l'8% all'artigianato, ed il restante 7% alla libera professione o alla professione impiegatizia.

L'economia locale, quindi, è un incrocio di piccoli artigiani dalle grandi capacità creative, di commercianti ed esportatori di prodotti agricoli, ma anche ovviamente di rimesse, di pensioni e di stipendi.

Bronte comunque ha una meta da raggiungere per aumentare le proprie capacità economiche: la valorizzazione dell'ambiente ai fini turistici. Sfumato, a meno di inaspettati colpi di coda da parte della politica regionale, il progetto del terzo Polo turistico, il paese guarda con interesse la realizzazione del campo da golf in contrada Difesa ed all'apertura a bus navetta dei sentieri sull'Etna.

Insomma nuova ninfa economica dovrebbe arrivare dal quel turismo in effetti mai sfruttato del tutto, nonostante le enormi potenzialità. [Gaetano Guidotto]


26 Aprile 2003
RENZO ROSSO: «GRAZIE AI TERZISTI SICILIANI E PUGLIESI RIUSCIAMO ANCORA A RIMANERE IN ITALIA».

Dalla Diesel un salvagente per Bronte

Renzo Rosso è cresciuto a jeans e pistacchi. Pistacchi di Bronte, Sicilia nera come i grumi di magma rappreso che l'Etna dispersa a piene mani in questa parte della Sicilia Orientale.

L'inventore dei jeans Diesel, padovano di nascita ma bassanese di adozione (adesso è anche presidente del Bassano calcio che milita in C2), le prove generali del suo futuro da imprenditore le ha fatte proprio qui, tra Corso Umberto e Via Vittorio Emanuele, le strade centrali popolate da decine di negozietti che espongono ogni ben di Dio, dalla salsiccia ai dolci, a patto che tra gli ingredienti ci sia il pistacchio.

Sul finire degli anni 70, uno di questi negozietti si chiamava New store. Con la salsiccia ai pistacchi non aveva nulla a che vedere: al New store si vendevano solo i jeans che Renzo Rosso disegnava e pro­duceva qualche chilometro più in su, nel laboratorio di Nicola Petralia, amico fraterno e brontese purosangue, che a quell'epoca tentava la scalata da imprenditore.

Bronte, oltre che per i pistacchi e i tragici «fatti del 1860 (i moti contadini repressi nel sangue dall'al­lora colonnello Nino Bixio) è conosciuta per un piccolo distretto dell'abbigliamento dalla storia tormen­tata. Dagli anni 70 le donne di Bronte hanno cucito jeans per tutti i principali marchi della storia del casual: Carrera, Americanino, Benetton, Diesel e Levi's.

Renzo Rosso quei tempi li ricorda bene: «Allora un faconista di Bronte chiedeva 2.200 lire ogni paio di pantaloni. Lui, ovviamente, doveva solo cucire, il denim e i bottoni li forniva il committente».
Storia tormentata perché in questo passaggio continuo dei jeans di casa in casa non c'era spazio per le tutele sindacali e la paga contrattuale. Intere famiglie cucivano dalla mattina alla sera, figli minorenni compresi.

Una cultura, o una sottocultura, che le microaziende che aprivano e chiudevano con grande rapidità (l'amico di Renzo Rosso, Nicola Petralia, è uno di quelli che non ce l'ha fatta) si sono portate nel Dna fino a tre anni fa, quando la Regione Sicilia finanziò la nascita di una vera e proprio area artigianale dove si trasferirono almeno una ventina di aziendine dell'abbigliamento.

Oggi, di quelle aziende ne sono rimaste meno di dieci, sette delle quali fanno riferimento a due imprenditori della zona. Il resto fu spazzato via dalla crisi del mercato e da un'inchiesta dei carabinieri di Randazzo che nel dicembre del '97 passarono al setaccio questo microdistretto che ha propaggini pure a Randazzo e Maletto.

L'indagine portò alla luce una situazione quasi sudamericana: una dozzina di minorenni al lavoro e un centinaio di operai che percepivano sottobanco solo la metà dello stipendio dichiarato in busta paga. L'inchiesta costrinse tutti gli altri imprenditori a darsi una regolata.

Chi è sopravvissuto, come l'azienda di Silio Barbagallo e la Bronte jeans, di proprietà di un consigliere regionale siciliano di Forza Italia, lo deve anche a quel ragazzo padovano dai capelli ricci che negli anni 70 passava parecchi mesi all'anno a Bronte, Renzo Rosso.

Dice Barbagallo, 35 operai di cui 23 donne: «lo faccio questo lavoro dal '73. Qui ci sono stati momenti difficilissimi. A un certo punto stavo quasi per chiudere. Dal 2001 con l'arrivo della Diesel, è cambiato tutto. Ormai lavoro solo per Rosso».

Anche per la Bronte jeans, 400 dipendenti, Diesel è uno dei committenti princi­pali. Persa la partnership con la Levi's, che ha spostato la produzione isolana in India, l'azienda del consigliere regionale Franco Catania («la discesa in politica di mio cugino ci ha procurato solo guai: qui tutti pensano che l'azienda sia stata facilitata, ma noi stiamo sul mercato come tutti gli altri», assicura Mario Cata­nia, direttore dello stabilimento) ha rimpiazzato il committente americano con l'azienda di Molvena, cui ha sommato i clienti storici, tra cui Moschino e Benetton.

Alcune immagini della nuova Zona Artigianale. Co­struita ai piedi dell'Etna, fra la lava del SS. Cristo. Con delibera del 12 marzo 2015 il Comune di Bronte ha intitolata l'intera area al Prof. Mario Lupo che, fra i tanti suoi meriti, ha anche quello di aver chiesto ed ottenuto il primo finanziamento per la realizzazione dell'opera.
Nel 2011 la Zona artigianale è stata ampliata con la costruzione di 18 nuovi lotti.

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La zona artigianale fu inizialmente prevista col primo programma di fabbricazione redatto dagli ingegneri Schilirò, Sanfilippo, Urso, dal­l’Ar­chi­tet­to Le Favi ed altri nel lontano 1967, allorché il Com­missario regionale ne approvò una prima stesura che la vedeva ubicata ai piedi di Bronte, in contrada S. Nicola.

Successivamente, per sopravvenute nuove esi­genze ed in seguito ai suggerimenti del com­pe­tente assessorato regionale (allora Assesso­rato per lo sviluppo economico), dalla contrada S. Ni­cola fu trasferita in contrada Piano Serra, ove in abbinamento alla zona artigianale vera e pro­pria era prevista pure una zona per attrez­zatu­re Zootecniche.

Anche questa dislocazione, pe­rò, non sortì buon esito; molte previsioni si erano mani­festa­te non perfettamente corri­spondenti alle aspet­tative degli operatori econo­mici e dei cittadini.

Si rese necessario un ripensamento ed una mo­difica radicale dell’intero programma di fab­bri­ca­zione.

La nuova stesura fu affidata al mes­sinese l’Ing. Cesare Fulci e venne approvata nel­la seduta del Consiglio Comunale del 2 Luglio 1977, esat­ta­mente 10 anni dopo dalla prima stesura.

Nella nuova programmazione, visto che uno dei motivi principali che impedivano la realizza­zio­ne era l’indisponibilità dei terreni, l’Ammini­stra­zione comunale pensò bene di individuare la nuo­va dislocazione della Zona artigianale in con­trada SS. Cristo, dove esisteva una vasta dispo­nibilità di terreni demaniali.

Con la sdemanializzazione e la realizzazione del­le opere di urbanizzazione (strade, fogna­ture, acquedotto, reti elettriche, telefono, gas) si sa­rebbe potuto pervenire, così, alla cessione in ven­dita di tutti i lotti eventualmente richie­sti dagli artigiani.

La progettazione esecutiva fu affidata allo stes­so Ing. Fulci che, nel progetto generale, previ­de anche un complesso di lotti eventualmente ab­bi­nabili tra di loro in modo tale da potere otte­ne­re, in caso di bisogno, l’insediamento di com­plessi più importanti.
Tutti i lotti furono re­golar­mente serviti dalle opere di urbaniz­zazione per rispondere ai crite­ri di funzionalità necessari per lo sviluppo e l’incremento dell’eco­nomia indu­striale.

Il percorso, per la realizzazione è stato irto di ostacoli e di intoppi di ogni genere ma alla fine grazie anche alla tenacia degli amministratori ed ai finanziamenti regionali l’opera è stata com­pletata facendo di Bronte uno Comune con la più fiorente Zona Artigianale della Sicilia.

L'area ha dato un nuovo impulso all'economia brontese sviluppando notevolmente il com­par­to arti­gia­nale ma soprattutto il cosiddetto “di­stret­to tessile”.
I capannoni sono stati con­cessi in di­ritto di loca­zione ad un prezzo "politico".

Di nero o sommerso, almeno dopo il blitz del '97, si sono perse le tracce. Barba­gallo e Catania sono concordi: «Siamo martellati dalle visite ispettive di Inps, Inail, ispettori del lavoro e Asl. Non ci perdonerebbero la più piccola infrazione».

Pure Renzo Rosso è soddisfatto: «I terzisti di Bronte e quelli pugliesi hanno sal­vato il made in Italy. Grazie a loro noi riusciamo ancora a rimanere in Italia. Ma non so quanto durerà. Produrre all'estero significherebbe arrivare in negozio con un prezzo ridotto di 20 euro. Per fortuna siamo un'azienda di nicchia, e i nostri clienti scelgono i jeans della gamma più cara».

Rosso, quando può, fa un salto a Bronte per ritrovare i suoi vecchi amici.

«E gente meravigliosa, con cui mi sento sempre in debito. Io lo dico e lo ripeto a tutti i ministri che mi capita di incontrare: per aiutare il Sud va fatto l'impossibile». [Mariano Maugeri]



del 23 Gennaio 2005 dedica un’intera pagina alla crisi del distretto tessile di Bronte per la «liberalizzazione» degli scambi in vigore dal primo gennaio che favorisce ulteriormente importazioni dalla Cina

La crisi del settore tessile

«Qualità contro la concorrenza
così rimarremo sul mercato»

Il dott. Antonio Schilirò nel 1971 è stato fra i primi a Bronte a investire sul tessile: «Qui - ci dice - producevamo capi per un nostro marchio "Emi­lio Rizzi Ferrini", ma il 90% delle produzioni erano frutto delle com­messe dei grandi marchi. Dopo il '92, però, siamo stati costretti a inver­tire le percentuali e a volte non riuscivamo neanche a ottenere quel 10% di commesse esterne.

Di contro, abbiamo però elevato la qualità dei no­stri prodotti, investendo in nuovi macchinari e ottenendo buoni risultati anche all'estero. In Fran­cia e nei paesi arabi, per esempio, si vendeva molto bene, producen­do complessivamente circa 70.000 pantaloni e 25.000 abiti. Ciò ci permet­teva di dare lavoro a 40 dipendenti a Bronte e ad altri 40 in una ditta esterna che praticamente lavorava solo per noi».

Se fino al 2000 è stato un crescendo, poi il decentramento produttivo e l'aumento dei costi, cui non ha corrisposto l'aumento del prezzo del prodotto, ha messo in crisi le produzioni, ancor più penalizzate dalle stragi terroristiche.

«Dopo l'11 settembre si è verificato il crollo», spiega Schilirò. E aggiun­ge: «L'8 settembre ero ritornato dal Medio Oriente con tantissimi ordini che nel giro di pochi giorni si sono ridotti del 95% e da allora anche le esportazioni in Francia si sono ridotte fino a quando siamo stati costretti a chiudere e quel poco di prodotto che ancora si riesce a vendere lo fac­cio produrre da altri».

Alla «Bronte jeans» ci sono programmi a media e lunga scadenza, ma certo anche qui la concorrenza preoccupa: «Da qualche anno percepia­mo anche noi questo disagio - ci dice l'on. Franco Catania, socio di riferimento della Bronte jeans - La concorrenza dei Paesi dell'Est e del Nord Africa esiste perché in quei Paesi il sottosalario e gli esigui costi di gestione abbassano i costi di produzione. Noi in Sicilia, infatti, non sia­mo protetti dalle normative, anzi.
Oggi le norme emanate dall'Unione europea sulla sicurezza e impianti­stica, infatti, ci costringono ad aumen­tare le spese, spese che i Paesi concorrenti non hanno.

Quale può es­sere la soluzione? Noi per evitare la crisi, stiamo tentando di aumentare i servizi per i nostri committenti, diventando appetibili. Se per 25 anni, in­fatti, abbiamo soltanto tagliato e confezionato il tessuto, adesso comple­tiamo il ciclo produttivo con il trat­tamento e il lavaggio e questo sicura­mente favorisce le ditte, che di conseguenza continuano a sceglierci.

Rimaniamo, però, sempre all'interno di un mercato di nicchia. Per uscire dalla crisi è bene che le leggi permettano alle aziende di poter assumere personale ottenendo l'esenzione contributiva, un'agevolazione che evite­rebbe che in Sicilia un dipendente costi esattamente quanto a Milano.

E' al Sud - continua - che esiste una forte domanda di lavoro, ed è il Sud che è svantaggiato per via delle distanze che lo separano dal nord Italia e dal centro dell'Europa. Dobbiamo quindi difendere a denti stretti i diritti derivanti dalla nostra difficile posizione geografica, altrimenti non ci sarà futuro».

Sulla necessità di dover puntare sulla qualità conquistando i mercati di nicchia è d'accordo anche il sindacalista Gino Mavica della Cgil: «Noi abbiamo da tempo chiesto un incontro allargato per avere il quadro com­pleto della situazione delle aziende. Ma informazioni esterne so che a Bronte, anche dopo che la Lévis ha preferito produrre in altri Paesi, il la­voro non manca. Non credo che dopo il blitz dei carabinieri ci sia ancora qualcuno che si avventuri a far lavorare in nero, al massimo ci potrebbe essere qualcuno che in busta paga mette qualche giornata di lavoro infe­riore a quella reale. Ma non ci sono denunce in merito. Certo, la concor­renza dei Paesi dove il ciclo produttivo costa meno al momento sembra inevitabile. Ci si può difendere solo puntando sulla qualità».

Alcuni lavoratori intervistati sull'argomento chiaramente hanno mostra­to la preoccupazione di perdere in futuro il proprio posto di lavoro e spe­rano che gli imprenditori tessili brontesi riescano sempre a permettere loro di portare a casa uno stipendio dignitoso perché, a loro dire, quello che percepiscono i colleghi dei paesi dell'Est dignitoso non è.

Le attuali 12 aziende tessili danno lavoro a quasi 600 dipenden­ti,mentre più o meno altri 200 lavoratori trovano da vivere nel­l'indotto, per un giro d’affari che complessivamente nel 2003 si è attestato attorno ai 10 mi­lioni di euro.

A causa della concorrenza dell'Est europeo, è rimasta la «Diesel» di Ren­zo Rosso come maggiore committente insieme con Benetton e Ar­mani. Le commesse della Levi's, per cui solo il gruppo «Bronte jeans» un tempo produceva 4000 capi al giorno, infatti, si sono trasferite all'Est, do­ve il costo del lavoro è assai più basso.

La qualità del «Made in ltaly», tuttavia è sempre capace di trovare un mer­cato, magari di nicchia, ma comunque fiorente.

Ne è convinto anche il maggiore committente del Po­lo tessile brontese, l'imprenditore Renzo Rosso che, ricevendo la cittadi­nanza onoraria brontese, sull'argomento ha dichiarato:  «Il prodotto che si realizza a Bronte è di gran lunga supe­riore, grazie a delle professionalità che oramai posso considerarsi acqui­site. Questo ci permette di lavorare su capi importanti che si distinguono da quelli realizzati altrove, dove il costo del lavoro è più basso, e di rima­nere sul mercato».

La «Diesel» di Renzo Rosso, insieme alla dinamicità imprenditoriale del­le imprese che confezionano anche marchi propri per salvare il Polo tes­sile di Bronte e strapparlo, al momento, da quella crisi che invece ha già investito buona parte delle industrie del meridione d'Italia. Se è vero che la mancanza di commesse da parte dei marchi più importanti in passato ha costretto diverse aziende a chiudere, oggi ciò che è rimasto del com­parto guarda al difficile futuro con la certezza dell'attuale stabilità.
O almeno questa è la speranza. [Gaetano Guidotto]

 

Lo sviluppo sociale ed eco­no­mi­co ha radical­mente mu­tato mol­te antiche abitudini e fatto scom­pa­rire, nel bene e nel male, le tante attività artigia­nali legate al mondo contadino.

Sono ormai figure rare quella del ma­ni­scalco ("u firraru" o "fug­giaru"); del sellaio ("u badduna­ru"), così detto per­chè costruiva una specie di sella, "u bad­duni", dalla quale pen­sola­va­no due capienti sac­che ("i bètturi");
del­l'arti­giano ("u quarara­ru") che co­struiva od aggiu­stava gros­si panciuti pento­loni in rame  ("i quarari") da porre direttamente sul fuoco.

Resiste ancora qualche tra­dizio­nale attività ar­tigianale come quella del carbonaio, del calzolaio ("u scarpa­ru") o del sarto ("u custureri"); pochi ma va­len­ti artigiani, dedicati prevalente­mente alle riparazioni.

(Vedi "Fantasmi, Voci di Bron­te" di N. Lupo)




 




Sopra, «'u furrìz­zu» e due tradi­zio­nali con­teni­tori per l'acqua: «'a quartàra» e «'u bùmbaru».

Un contadino artigiano brontese continua ancora a fare «furrizzi», piccoli ecologici sgabelli ricavati dal fusto della fèrola ("a ferra") una pianta delle Om­brellifere molto comune nelle campagne brontesi.

Un mestiere che ancora resiste è quello del calzo­laio (nella foto a destra «'u scap­paru»  è seduto davanti alla sua «banchitta».

L'attività è però limitata solo alle riparazioni, in quanto prima di buttare via un paio di scarpe ancor oggi si fanno riparare varie volte rifacendo, con modica spesa, le suole od i sopratacchi.

A destra "un cuffinaru2 (artigiano che costruisce cesti di vimini) esercita ancora la sua attività nelle strade di Bronte.


Artigiani a Bronte - Storia, Arte, Cultura
Mestieri e figure d'altri tempi (di F. Cimbali)
La crisi del settore tessile (Marzo 2009)
Il Distretto tessile diventa realtà (6 Gennaio 2008)
Il Polo Tessile di Bronte (Il Sole 24 Ore del 26 Maggio 2004)


 

del 23 Gennaio 2005 dedica un’intera pagina alla crisi del distretto tessile di Bronte per la «liberalizzazione» degli scambi in vigore dal primo gen­naio che favorisce ulteriormente importazioni dalla Cina

La crisi del settore tessile

La tela cinese si allarga anche a Bronte

Scaduto l'accordo che limitava l’import dai Paesi extra Ue, nuove difficoltà per un distretto industriale già provato

La tela cinese si allarga in Europa e si fa sen­ti­re anche qui da noi, in Sicilia: non soltanto con la moltiplicata presenza di cinesi nella rete com­mer­ciale, con piccole «Chinatown» che cresco­no (Catania, con le bancarelle e i negozi di piaz­za Carlo Alberto e dintorni ne è un esempio).

Qual è il fatto nuovo?

E' stata una delle ultime barriere a cadere, ma il i suo crollo annunciato ha fatto rumore nel mondo industriale: il 31 dicembre scorso è infatti scadu­to il quarantennale accordo Multifibre, stipulato nel settore del tessile e dell'abbigliamento, grazie al quale dal 1964 è rimasto in vigore un sistema di preferenze regionali che ha permesso ai Paesi europei di contenere le importazioni di prodotti del settore da paesi extra Ue.

Ora che l'ultimo muro è caduto, resta solo il grido d'allarme lanciato dai pro­dut­tori, preoccupati dal fatto che la «liberalizzazione» degli scambi in vigore dal primo gennaio, possa favorire ulteriormente la Cina, che ha già incre­men­tato in Italia la propria quota di mercato negli ultimi anni dal 18 al 29% e ora potrebbe rapidamente crescere fino al 50% del settore. […]

L'industria tessile dell'Unione europea parla soprattutto italiano, un po' spa­gno­lo, quasi per nulla francese e tedesco.

Già da un po' di tempo i distretti produttivi, soprattutto a Nord, sono costretti ad arrancare, scossi dalla crescente concorrenza dei Paesi dell'Est europeo con costi di manodopera più bassi.

A Bellia, distretto-simbolo del tessile italiano, negli ultimi due anni si so­no per­duti quattromila posti di lavoro, e cinquecento soltanto negli ultimi due mesi: l'associazione degli industriali di lì dice che è a rischio la stessa sopravvivenza del settore. La Sicilia non è al riparo: il tessile, nell'isola, non è un comparto portante del sistema economico, ma in alcune zone costituisce presenza significativa.

A Bronte, in particolare, c'è un «distretto industriale» di fatto, con una doz­zina di aziende e circa ottocento lavoratori tra diretti e nel­l'indotto. Gli ultimi anni sono stati di forte difficoltà, con aree di crisi.
Fino a una diecina di anni fa c'erano una ventina di aziende tessili a Bronte: producevano e confezionavano soprattutto jeans, per conto dei grandi marchi nazionali e internazionali...

Solo il gruppo «Brontejeans» un tempo produceva quattromila capi al giorno per conto della Levi's, le cui commesse adesso si sono trasferite in Oriente.

Sull'Est (europeo, asiatico) corre l'ideale linea di confine sulla quale l'in­du­stria tessile brontese deve riuscire a distinguersi per qualità e capa­cità, non poten­do sicuramente battere l'esiguo costo del lavoro di una lavora­trice della Bul­garia: 144 euro di salario lordo mensile; e nella Repubblica Ceca una lavora­trice costa 578 euro, in Slovacchia 328, in Romania 178, in Cina appena 50 euro.

Per qualche imprenditore di Bronte che ha dovuto già chiudere bottega, que­ste sono cifre che prima o poi stritoleranno tutti.

Altri sono meno pessimisti, e confidano che la crisi ha già fatto la sua selezio­ne, e che la qualità della produzione continuerà a fare la diffe­renza sul mer­cato, anche se più entreranno prodotti di minor qualità che tentano di scim­miottare il made in Italy, più faranno festa i canali distributivi alter­nativi al negozio, negli spazi della grande distribuzione e nelle bancarelle dei venditori ambulanti. […] (Enrico Barbato)


L'economia brontese

   

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