Home

Archeologia lessicale

Tutto sulla Città di Bronte

Tradizioni brontesi

Ti trovi in:  Home-> Tradizioni-> Vocabolario brontese-> [D -G]

Antico vocabolario popolare brontese

Archeologia Lessicale

da un'idea di Nicola Lupo

[A] [B] [C] [D] [E] [F] [G] [H] [I] [J] [L] [M] [N] [O] [P] [Q] [R] [S] [T] [U] [V] [Z]

D



Damuszu = Soffitto (A.F.) | Soffitta, dall'arabo damús (LC).
Ddèra = legno di radice selvatica, o di albero resinoso, utilizzato per accendere legna o carbone. (M. R.)

Diavulùni = diavolone. “Santu diavulùni!” = Santo diavolone! Bestemmia scritta in italiano da Benedetto Radice nel racconto “Il mio caporale” (Vedi Il Radice sconosciuto, pag. 13). A proposito della bestemmia io, diverse volte, ho esposto la mia tesi, secondo la quale, essa rappresenta, in negativo sia in senso morale che comportamentale, un aspetto della nostra religiosità. Infatti la quasi scomparsa della bestemmia, se indica un progresso di bon ton e di rispetto, è anche la spia di un certo agnosticismo cioè l’indifferenza per Dio e la religione. Questa mia tesi ha trovato, per caso, conferma nella trasmissione televisiva “Domenica in…” del 6 novembre 2005, nella terza parte diretta da Pippo Baudo, quando il cantautore, nonché professore, Roberto Vecchioni, ha detto che un autore, credo francese, di cui non ho memorizzato il nome, ha esposto a proposito della bestemmia, una teoria simile alla mia; cosa che lì per lì ho fatto notare a mia moglie. Mi piacerebbe, però, risalire al nome dell’autore e poter leggere la tesi esposta nei suoi termini esatti. (nl)

Diminàgghia = indovinello. (M. R.)
Dimuràri = Indugiare in un luogo, ritardare (mettere “dimora”). (M. R.)
Diszìu
= dèsio (poetico); desiderio, voglia. (M. R.)
Diri
= dire | Mandari a ddiriI (far sapere), Aviri a cchi diri (avere noie, fastidi), Vèni a diri (cioè).
Distubbu = disturbo | Quant’è u so distubbu? (quanto le devo per la sua prestazione?).
Diu = Dio.
Doccu
(?) = tessuto ruvido di cotone per pantaloni da fatica: il progenitore dei jeans!
Ddommi
= dorme.
Ddòmmiri
o dummìri = dormire.
Donna
(dal latino domina = padrona). Si dava alle signore della classe superiore nel senso proprio di “padrona”.
Ddoppu = dopo.
Du’ = due.
Dduannòra
= due anni fa (due anni da ora); l'espressione è molto usata per fare paragoni nella raccolta del pistacchio perchè avviene ogni due anni (“Duannòra ‘u garìgghju era cchiù rossu”).

Ddubbàri (corrotto da “addobbare”) = saziare. (“I dubbàsti i gallini?” "Nnò!, ora cci rugnu 'a canìgghia!”).

Dumandèru (o ddimanderu)= mendicante, accattone (in senso dispregiativo).

Ddummùta = dormita.

Ddummiscìrisi (dal latino dormiscere) = addormentarsi, pigliar sonno | Oggi cciaiu 'u brazzu ddummisciutu.

Dumundèlla = unità di misura di superficie e/o di capacità (in quest'ultimo caso un cilindro di legno della capa­cità di circa otto litri e mezzo). Sottomultipli dono «'a garozza», multiplo «'u tùmmunu» e «'a samma» (vedi)

Ddundiàri (dal din don delle campane?) = bighellonare, girovagare, andare senza meta o senza far niente | Un sinonimo di ddundiàri è canduriàrisi (“Non ddundiàri casza casza, va ccònza ‘i letti!”).

Ddunàrisi (dal catalano adonarse) = accorgersi.

Dunnìszi = abitante di Adernò, oggi Adrano. “Ingiuria” del sig. Pantò, adornese, che aveva sposato una bron­tese e aveva aperto una bottega per le riparazioni di biciclette; essendo stato da giovane un ciclista lo chia­ma­vano anche “u ciclista”. «Morte al Dornese!» è il titolo di un curioso episodio accaduto nel 1848, raccon­tato da Antonino Cimbali in Ricordi e lettere ai figli (Roma, Fratelli Bocca Editori 1903).

D’uri = due ore dopo il tramonto, quando la campana della chiesa di san Vito invitava i frati del convento alla recita della com­pieta (l’ultima preghiera liturgica del giorno). Negli anni trenta, quando io ero bambino, possedere un orologio era considerato un lusso; il tempo era scandito ogni quarto d’ora dai due orologi da campanile, del Collegio Capizzi e della chiesa di San Giovanni. I momenti chiave erano poi annunziati anche da campane di altre chiese: u patrinnostru alle prime luci dell’alba, l’avimmaria al tramonto del sole e d’uri, due ore dopo il tramonto. Non esisteva ancora Carosello ed era questa, per i bambini, l’ora della nanna. Proprio ai rintocchi della campana, mia nonna mi puntava il dito e con voce che non ammetteva repliche intimava: Piscia e va cùccati ‘chi d’uri sunanu! (L. M.)


E



‘e = della.
Ebba = erba ("Ndò me locu non cc'è mancu un firu r'ebba" = Nel mio pistacchieto non c'è nemmeno un filo d'erba).

Ebbanìsta = mobiliere, falegname specializzato nella costruzione di mobili. (aL)

Ebba priricatùra = silene. Pianta erbacea con fiori a colori vivaci e calice rigonfio i cui getti (spicunelli) sono buoni da mangiare sbollentandoli in acqua, poi mescolandoli alle uova sbattute con l'aggiunta di formaggio pecorino e peperoncino e quindi friggendole in forma di polpette. (aL)

Èbbica = Epoca, tempi. (M. R.)
Eccommu = eccome, altro che. "Eccommu s'è ticchiu! Mangia suru ficarindia"
Efòra = antichissimo lemma greco: fuori. Usato per dire “in campagna, fuori paese”. (M. R.)
Érunu = erano.
Éssiri = essere (verbo) | A cchi simmu? (a che punto siamo? | Ci amm’a èssiri! (putroppo, anche a se malincuore, dovremo farlo) | Commu fu fu! (comunqua sia andata)| Cu fu fu! (chiunque sia stato) | Ora si ca ci simmu (ora sì che siamo d’accordo o riusciti).
Est: 3 sing. pres. ind. del verbo èssiri: I sugnu, tu si, illu est, natri simmu, vatri siti, illi sunu.


F






 

Aforismi e modi di dire

 

Vocabolario brontese

Vers. in
76 pag., 2919 KB











'U dumundèlla è miszu supra 'u furrìzzu

 

'A garozza
'U dumundella
'U tùmmunu
'A samma

Facci = faccia | A facci i cu non vori | Facciuszu | Facc'i fròspuru (così è denominato un noto politico brontese) | P'a so bella facci (senza che lo meriti) | Facc’i guastella (un bel viso tondeggiante) | Ccà 'n facci (o llà 'n facci) = dirimpetto (a seconda della distanza) | Facci 'i curu (dall'espressione furbastra e strafottente).

Faci = falce da cereali o fieno, stretta e ampia. (L. M.)
Facignuni = falce più piccola e più spessa di quella utilizzata per i cereali o fieno ('a faci). (L. M.)
Facìsti = hai fatto e facesti.
Facìti = fate, diventate.
Failla = scintilla.
Faillùni = ramo giovane nato nella parte bassa del tronco (zuccu).
Fallàcca (dal latino “phalanga”) = (grossa tavola rettangolare utilizzata una volta dai muratori, in genere nei ponteggi).

Ffarari (dal lat.) = affumicare o bruciacchiare (A. F.)
Fari = fare | Cu fici fici! | (non ne parliamo più) | Ma cu mu fici fari (ma perché l’ho fatto?).

Farulàru = gonna simile ad un grembiule di tela grezza con i lacci che si metteva ai caproni per impedirne la monta e si diceva anche per qualche moglie che lo metteva al marito. Farularu somiglia a forìri (grembiule), forètta (gonna lunga) / jsàrisi a foretta = donna che si concede / stari sutta a foretta ri so mamma = uomo sottomesso. (LC)

Fasòru = pisello.
Fasci = fasce (che i soldati avvolgevano attorno alle gambe dalla caviglia al ginocchio).
Favajana
= fava fresca (da fava e dalla radice latina di juvenis, quindi fava giovane, quindi fresca).
Favòccia (da fava) = fava piccola e non cottoia da usare come biada per animali.
Favurìri
= fare favori, giovare. Ma anche: Accettare una cosa offerta (M. R.). Si usava nella forma “favurìti” per invitare qualcuno a partecipare al pasto o alla bevuta che si stava consumando. (n. l.)
Fazzurittùni
= grande “fazzoletto” di cotone nero, che, piegato a triangolo, le donne portavano poggiato sul capo o sulle spalle.
Fella = fetta (Mà ma rù 'na fella i pani? = Mamma mi dai una fetta di pane?). Mi ricorda anche una frase che alcuni ragazzi rivolgevano a un falegname: “Zu mastru Giuva’, m’a basa ‘na fella ‘i curu?”
Fera = fiera | Cca mi lluci 'a fera (ecco cosa ho di prezioso o importante).
Ferra: (dal latino fèrula) = ferula.
Ferru = Ferro ma anche ferro da stiro.

Fessi = Piccone (M. R.). Deriva dal greco di-fyés (biforme) = arnese di ferro per picconare e per tagliare.
Fetu =
puzzo, fetore (LC). Finiri a fetu (finir male un'azione).
Fiàvuru (dal latino fragare) o sciàuru = odore, olezzo.
Fica = fico o fichi (i frutti). Ricorda sempre il detto brontese che «U longu cogghj 'i fica e u cuttu si lambìca» (chi è all'altezza della situazione ne coglie sempre tutte le opportunità) | Addiu peri 'i fica (imprecazione per un affare concluso proprio male).

Fici = feci o ho fatto.
Ficara = fico (albero di f.).
Ficarindia
= Fico d' India. Ottimi quelli 'mbastardati.
Fìgghia = figlia.
Figghiàri = partorire.
Fìgghiu
= figlio.
Filarisìlla
(dal francese filer) = svignarsela.
Fillètta
(plur. Filletti) (?) Al sing. è femminile e al plurale masch. = dolce tipico di Bronte, molto simile al pan di spagna: confezionato con farina, zucchero e uova frullati, e cotto in padella unta con poco calore sotto e molto sopra.
Filùsi (dall’arabo aflus, folus) = denari (termine gergale e di scherzo).
Fimminella = gay, qualità di frutta secca molto piccola.
Fìmmini = femmine, donne.
Finimenti (?) = gli attrezzi per appaiare i cavalli o il cavallo alla carrozza. Al singolare (finimentu) indica il buco del culo (finimentu 'i coppu) ed anche il significato di completamento (havi ‘a testa ppi finimentu i coppu! = ha la testa solo come completamento del corpo).
Finiri = finire | Commu finisci si cunta! (l'italiano o la va o la spacca!).
Finistruni = la porta che sul balcone.
Fintu = finto.
Firi = fili..
Fìrici = felce (?) (A. F.)
Firrètti (o firrittini) = forcine per fermare la crocchia.
Firriàri (dal latino “feriari”, far festa, oziare) = andare in giro.
Firriòru = mantello a ruota, che si girava attorno al corpo. “Porto il mantello a ruota e fo’ il notaio” è un verso dell’antica canzone “Signorinella”.
Firu = filo.
Fisciò = I cacciatori anziani chiamavano così il fucile da caccia a retrocarica (LC).
Fissa = stupido, fesso, sciocco. "Ma mi vò pigghiari ppi ffissa?" = Ma che? mi vuoi raggirare? ? / “Chillu è un pezzu i fissa = Quello è uno sciocco. (aL)
Fissiàrisi = ostentare con sussieguo. (M. R.)

Fitinzìa = Termine onomatopeico (da “fetu”): schifezza, laidezza. (M. R.)
Ffittàri
(dal latino fixus) = guardare fisso ed anche affittare.
Fiufialoru = Canna per attizzare il fuoco. Utilissimo semplice manufatto che non mancava mai nelle case di campagna. Era realizzato svuotando all'interno un piccolo segmento di canna di circa 30-40 cm di lunghezza, con il quale, soffiando, si alimentava o attizzava il fuoco senza avvicinarsi troppo alla fiamma. (aL)
Fiummi = fiume (vedi Hiummi)
Focu
= fuoco.
Fògghia = foglia.
Fògghiu = foglio.
Fòggia = forgia, ma anche fucina.
Fora = fuori.
Foreccà = Espressione scaramantica che accompagnava la pronunzia di un malanno capitato a qualcuno. Ci vinni, foreccà, ‘n pungimentu. (L. M.)
Forètta (è un corrotto dall’italiano “fadetta”, sottana) = gonna lunga.

Fòvvici = forbici. Quando ero ragazzo veniva in paese un vecchio venditore ambulante che, visto da liceale, mi sembrava un personaggio dantesco “dagli occhi di brace”, perché erano sempre molto arrossati. Egli, portando la sua mercanzia in una cassetta con vari scompartimenti, appesa con una cinghia al collo, gridava: “Cipria, cuddella, elàsticu; haiu spirugghiaturi e pèttini!” al che i calzolai che col bel tempo lavoravano fuori, rispondevano con sonorissime pernacchie, senza riguardo alcuno per un vecchio che cercava di guadagnarsi il pane con un lavoro duro e poco gratificante. Ma egli, affatto intimidito da quella sconcia “musica”, rispondeva mandando a quel paese non solo i suoi molestatori, ma anche i loro padri, le madri e le sorelle con frasi adeguate alla “musica”.

Fracca (è un corrotto dell’italiano “fiacco”) = debole e magra.
Fraccata
= gran quantità (Ci retti 'na fraccata 'i lignata chi non si scodda cchiù).
Fràcitu = fradicio, marcio (M.G.P.).
Fracitùmmi = Marciume (M.G.P.).
Fragàgghia
(dal francese fraye, frai) = pesciolini di molte specie.
Frallòcchiu (?) = strabico.
Frandinàru/a = venditore/venditrice ambulante di tela d’Olanda (Traina). In senso metaforico, chi va troppo in giro, non sempre per scopi leciti o comunque lodevoli. (N. R.)
Frascàturi (?) = polenta (in genere fatta con farina di ceci).

Fraschi = fascine.
Frastùca
(dall’arabo “fustaq” o “fustuq”) = pistacchio (frutto). Al singolare è femminile (' a frastuca), al plurale diventa maschile (i frastuchi). Così pure l'albero: 'a frastucara - i frastucari.
Frastucàra = pistacchio (albero).
Frastuchìtu = pistacchieto (a Bronte è quasi sempre denominato 'u locu).

Frati = fratello, fratelli; usato anche per indicare i “monaci”.
Frattaria = disordine, caos, sporcizia.
Frattìni (?) = erba rinsecchita o cose sparpagliate disordinatamente (A. F.)
Frattu = (dal latino: frangere) crema, passato di fave (M. R.)

Frevi = febbre.
Fricàri = fregare, strofinare. (M. R.)
Friddu = freddo.
Frijri = friggere (A. F.) | Frìiri ‘ndò so ogghiu (od anche cuciri ‘ndò so broru) = fare da sé senza ricevere alcun aiuto o suggerimento.
Frimmatùra = lucchetto, chiavistello.
Frìnza (dal latino fimbria) = frange.
Friscanzana = ventata di aria gelida.

Friscarèttu = fischietto (A. F.). Zufolo costruito da un segmento di canna, lungo circa 30 cm, avente un’estremità tagliata a becco di flauto. Sul corpo della canna, vicino all’imboccatura, si praticava, con il coltello, una finestrella rettangolare e, un pò più giù, sei fori circolari, ottenuti con un ferro rovente. L’ancia dello zufolo si ricavava dalla pianta di Ferula (Ferula communis) e consisteva in un cilindretto, tagliato anch’esso a becco di flauto, che veniva introdotto, eccetto che per una stretta banda superiore, nel lume della canna.

Frisciò = fucile da caccia o scupètta (LC).
Friscu = fresco | Sta friscu! (aspetta e spera) | Cunfissatu friscu (chi, di solito scortese o intrattabile, cambia repenti­namente) | Ma non fari 'u friscu, camina! (Ma non essere lento, cammina!) | A menti frisca (di buon mattino o quando non ci sono preoccupazioni o assilli per la testa) | Friscu commu 'na rosa (tranquillo, pacifico, senza alcuna preoccupazione).
Fritturi = Avanzi di pezzettini di lardo, ciccioli. (M. R.)
Fròsfuru (o fròspuru): fiammifero, detto fròsfuru perché con la “testa” di fosforo per farlo accendere con lo sfregamento. Si dice chillu è un fròsfuru stutatu, cioè persona che non vale nulla, perché un fiammifero già sparato non serve più a niente (N. R.). Si dice anche "faccia 'i fròspuru" per indicare una persona indifferente a tutto, gli si possono sfregare anche i fiammiferi in faccia. Si accendono ma lui non fa una grinza.
Frummèntu (dal lat. frumentum ) = grano.

Frummenturìndia = granturco. In siciliano (e brontese) è detto "frummenturindia" (= frumento d'India) perché originario dalle Americhe, che per diverso tempo sono state chiamate "Indie Occidentali". (N.R.)

Ffruntàrisi (dallo spagnolo frentarse) = vergognarsi.

Ffruntàtu = E’ l’opposto di “sfruntatu” (“senza fronte, senza faccia”, per indicare “senza vergogna”). Per cui il termine, privato della S, diventa “con la faccia, con pudore, con vergogna” e per estensione: offeso. (M. R.)
Fuggiàru
= fabbroferraio. Una volta quella del fabbro era una attività multiforme, perché egli faceva dalle chiavi di diversa, ma sempre consistente, grandezza, e quindi alle serrature adeguate, a tutti gli accessori in ferro per portoni, porte e finestre, alla ferratura di asini, muli e cavalli, che erano i mezzi di trasporto dell’epoca.
Voglio ricordare qual era il sistema per tenere la contabilità in questo settore per coloro che andavano a ferrare le bestie di cui sopra: si prendeva un pezzo dritto di i “ferra” di circa 30 cm., si divideva in due longitudinalmente per circa 25 cm. e se ne staccava una parte; sui restanti 5 cm. si metteva il nome del cliente e si praticava un foro che serviva per infilare questo originale documento in un lungo filo di ferro che costituiva l’altrettanto originale raccoglitore; avvenuta la ferratura della bestia, si prendevano le due metà della ferra e, accostatele, con una specie di coltello infuocato, si incideva su entrambe le parti una tacca e si consegnava la parte mobile al cliente, che l’avrebbe esibita alle prossime ferrature o all’epoca del raccolto per pagare in natura il suo debito.


Favajàni


FERRO DA STIRO
'U ferru 'i stiràri: chillu randi (supra) e chillu nicu (sutta)
FERRO DA STIRO



'A ficarindiàra supra i canàri



'I fica nìvuri e (sutta) 'a filletta

I frascàturi cu finòcchiu rizzu e un picì 'i cùtini


'a frastuca
'I frastùchi:
'a babbalucèlla
(pistacchiu ca scoccia, ccì 'ndè cull'occhiu apettu) e 'u garìgghiu (pistac­chiu scacciatu)



'A frimmatùra


U fròspuru 'i lignu



Ogni fuggiaru avi a so 'ncùina

Fujènduu = correndo.
Fujri = fuggire.
Fujùta o Fuitìna  = fuga (d’amore, quando questo era contrastato da qualche genitore) o anche aggettivo | Scappatella, o fuga d'amore per accelerare la data del matrimonio. "Nonziu e Ciccia s'indi fuìnu!"

Fulla = folla. Fulla mara vìndita, se si è in troppi è difficile concludere un buon affare. (M.G.P.)
Fumaroru = carbonella incombusta che affumica l'ambiente.
Fumèri (dal francese “fumier” o dall'albanese "fumèr", letame) = concime, di escrementi animali che una volta si raccoglie­vano con la spazzatura o servivano per concimare le piante (grasciura). Fumeri è una parola lasciataci dagli albanesi che numerosi emigrarono a Bronte alla fine del 1400.

Fumma = forma. La forma di scarpa in legno che serviva ai calzolai per fare scarpe nuove.

Fùndacu = posto di ristoro di carrettieri ed animali, caravanserraglio. Un tempo a Bronte ne esisteva uno nelle vicinanze dell'Ospedale. Oggi il termine è usato solo come un aggettivo per indicare una situazione caotica, di continuo movimento e di disordine: Oh! Ma sta casza chi divintà un fundacu?

Fungazza = Nel senso di spiraglio (ad esempio nel caso di uscio socchiuso “Chiuri mègghiu ‘a potta, ca lassasti a fungazza”) (A. F.).

Fungia = grugno | Oggi ccià ‘na fungia…, chi ssì siddiatu?

Fungiu = fungo.

Funnu = forno. Nel riquadro a destra la filastrocca (o meglio la preghiera) che le nostre nonne dicevano nell'infornare il pane.

Funtanella = fontana stradale a disposizione di tutti e (un tempo) a getto continuo senza rubinetto.

Furìjna (dal latino filum) = fuliggine o ragnatela.

Furriàri = girare attorno, girovagare a vuoto (A. F.). Io però ricordo il vocabolo con la “I” cioè Firriari. “Va firriandu comm’un tuppettu” (nl).

Trazsi pani ndo funnu
Gesù Bambinu veni o munnu
Né liszu né passatu Gesù miù sacramentatu
San Braszuzzu crisciti u pani e laggàti u funnu
Santa Rosalia biancu e russu commu a ttia
Sant’Aghita s’è stortu vui u cunzati
San Giuseppi e San Giuvanni priàtici vui p’amuri divinu
Cori 'i Gesù ammu fattu nui e ora faciti vù

Furrìzzu = sgabello confezionato con la “ferra”= ferula. 'U furrizzu è un seggiolino rudimentale, leggerissimo, pratico e maneggevole. Di forma pressoché cubica era la sedia dei poveri ed un arredo indispensabile e sempre presente 'nda caszotta.
"Ci lassu 'u furrizzu a ccu mi viu o capizzu", recitava un detto dei nostri anziani.
Era fatto con materiali facilmente reperibili e gratuiti (ferula e rami di mandorlo) ed un tempo non c'era contadino che non lo sapesse costruire; oggi è raro incontrarne uno che lo sappia ancora fare. Ecco alcune semplici nozioni tecniche sulle modalità di costruirlo tratte dal libro di S. Arcidiacono, Piante selvatiche d'uso popolare nel territorio di Bronte.
«Per costruire tale manufatto si utilizza il fusto della pianta della Ferula ('a ferra), prelevato prima della maturazione dei semi nelle ombrelle ed essiccato per tutta l'estate. Tale fusto è tagliato in tronchetti (di circa 40 cm) alle estremità dei quali vengono praticati dei fori, con un punteruolo rovente. Successivamente, i tronchetti sono disposti a pira, facendo in modo che i buchi in essi realizzati corrispondano in verticale. A questo punto si preparano quattro verghe diritte e sottili, ricavate dai giovani rami di una pianta dal legno flessibile, in genere il Mandorlo (Mindurara). Tali rami, staccati all'ascella del nodo, in modo da lasciare una sorta di "capocchia" nel punto del taglio, vanno introdotti nella suddetta serie di fori.
La capocchia ha la funzione di ancorare i tronchetti sulla parte inferiore del manufatto, mentre la cima che sporge sul lato superiore viene ripiegata verso il basso, così da formare una sorta di uncino, che, una volta essiccato, tratterrà il tutto saldamente. Infine, nella porzione superiore del manufatto, si legano, con lo stesso sistema, altri tronchetti in modo da ottenere un pianale. In Sicilia, la costruzione dei furrizzi è un'attività ancora in uso: essi, infatti - benché costruiti con tondini di ferro che sostituiscono il legno flessibile - sono commercializzati come prodotti di artigianato locale. Il furrizzu, sia nella versione originale, sia in quella più "moderna", lo si acquista, oggi, più per abbellimento che per le sue precipue funzioni. Un tempo, invece, era un oggetto domestico di fondamentale importanza; le famiglie contadine, infatti, si trovavano spesso in condizioni economiche tali da non poter acquistare le normali sedie di legno o i panchetti per poggiare oggetti, sicché li sostituivano con quest'essenziale arredo costruito da loro stessi.» (aL)

Fuscella = dal latino fiscella: piccolo paniere. Contenitore di giunco, ora di plastica, usato per la ricotta (M. R.). Di forma cilin­drica e diametro variabile da 15 a 80 cm, i fuscelli erano realizzati dagli stessi pastori intrecciando fusti di Giunco (juncu) e servivano per la sgrondatura della ricotta o della toma. Poi è arrivata la plastica. (aL)

Fùttiri = fottere. Detto: “A un pammu ru me’ curu cu futti futti.” Indirettamente bolla l’egoismo umano e la relativa indiffe­renza, indicata, quest’ultima dall’altra frase: “mi ‘ndi futtu” = me ne frego o dalla incitazione "futtitindi" (frègatene).


Ma commu si fa u furrizzu?
U furrizzu


Contenitori per ricotta
I fuscelli pa ricotta ora sunu ri plàstica
 


[A] [B] [C] [D] [E] [F] [G] [H] [I] [J] [L] [M] [N] [O] [P] [Q] [R] [S] [T] [U] [V] [Z]

Questo vocabolario è aperto a tutti: chiunque, a conoscenza di altre antiche parole o detti brontesi, può comunicarli a “Bronte Insieme” che provvederà a inserirli. Potrai interve­nire inserendo nuovi etimi o altri vocaboli o frasi interessanti. Anche i «?» sono stati volutamente lasciati in attesa di una tua integrazione.

Tradizioni popolari a Bronte

Powered by Ass. Bronte Insieme - Ultimo agg. dicembre 2017

AFORISMI BRONTESI