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Antico vocabolario popolare brontese

Archeologia Lessicale

da un'idea di Nicola Lupo

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H



Havi
(dal lat. habet ) = ha. La “ h “ del verbo latino è rimasta anche in alcune forme italiane, come questa.
Hiuhiari = soffiare. "Hiuhia 'u luci cu hiuhiaroru" = alimenta il fuoco con il soffietto.
Hiuhiaroru = soffietto. Un piccolo attrezzo domestico fatto da un segmento di canna lungo circa 30 cm, svuotato all'interno, con il quale si soffiava sul fuoco per ravvivarlo evitando così di avvicinare il viso alla fiamma (aL). (Vedi anche "Fiufialoru")

Hiummi = fiume. La “f” di fiummi (fiume), seguita dal dittongo “iu”, diventa muta e quindi va sostituita dalla “h” e perciò deve scriversi hiummi. In altre parole con la “f” ho visto, invece, che essa rimane foneticamente tale e quale, esempi: fammi = fame, fetu = puzza, fìmmina = donna, focu = fuoco, fumèri = letame; invece in “fiummi”, “fiuri”, “fiàvuru”, ecc. la “f” scompare e diventa appena una aspirazione che io indicherei con la “h” per cui foneticamente scriverei “hiummi”, “hiuri”, “hiàvuru” (nl). L'aforismo U hiummi tira petri sta ad indicare un periodo di difficoltà economiche. (L. M.)


I



I =
art. det. m. e f. pl.
I’ = io
‘I = di
Iazzu = (da “addiaccio”): letto rudimentale costruito con rami, frasche e foglie (M. R.)
Illa, illu, illi
: (dal lat. illa, illu(m), illi ) = essa, egli, essi.
Inestrasàtta = (Locuzione latina pervenutaci storpiata “in extra acta”): fuori dalle cose, all’improvviso, inaspettatamente (M. R.)
Ínchiri (dal latino implere) = riempire.
Intra (dal latino intra ) = dentro.
Isàri (dal francese hisser) = alzare.
Iu = io
Iuncu = Juncus acutu, giunco, erba essiccata petaliforme per fare i maccarruni cu pittuszu (LC).
Iuszu (?) = sotto (S. P.). Il contrario è "suszu" (sopra). Juszu e suszu sono in genere riferiti ai vari piani delle abitazioni: Mèntiru juszu (mettilo al piano di sotto); mèntiru sutta u... (mettilo sotto il...).


J



Jamunìndi
= andiamocene.
Jàzzu (dal latino jacere) = giaciglio.
Jèmbitu o Jèmmiti (dal latino gelima) = mannello di spighe. Più mannelli di spighe affastellati utilizzando 'a ligàmmi componevano il covone (gregna).
Jencu (da giovenco) = vitello. (A. F.)
Jmbu o jumbu (dal latino medievale “gumbus”= gobba).
Jmènta = giumenta.
Jnnaru = Gennaio.
Jri (dal latino ire ) = andare. “Ma undi sta jendu?”, ma dove stai andando? – "Ma undi va?", ma dove vai? – "Ma rundi veni?", ma da dove vieni? - “Oggi mi ’ndi jvu o locu”, oggi sono andato in campagna (nel pistacchieto)

.Ĵritu (dal latino digitus e per metastasi “giditu”) = dito delle mani o dei piedi (plur. ĵrita). (L'ho scritto con la “j” per rispetto dell'etimo in cui compare la g.). (nl)
Jttàri = gettare.
Jocu = gioco.

Jocufòcu = fuochi pirotecnici.
Jonnu = giorno.
Jucaròru (da jucàri = giocare ) = l'osso rotondeggiante della caviglia (A. F.); anche quello dell’agnello che da bambini usavamo appunto per giocare. (nl)

Juncu = giunco. Intrecciando i suoi fusti i pastori realizzavano contenitori cilindrici per sgrondare la tuma ('i fuscelli); ancora oggi i fusti di giunco che portano l'infiorescenza hanno un altro "alto e nobile" utilizzo: fungono da "anima" attorno alla quale le massaie arrotolano l'impasto di farina che serve per preparare i maccheroni fatti in casa (aL). L'aforisma Càrati jiuncu ‘nfina chi passa a china (flettiti giunco fino a quando passa la piena) invita ad essere flessibili nelle avversità per riprendere le proprie posizioni non appena i momenti critici sono passati (L. M.).

Junnàta = giornata.
Jvu = andò.
Jva (dal lat. iba(t) = andava.


L







IL SIMETO IN CONTRADA PIETRA ROSSA
'U hjummi (Il Simeto) a Petrarussa

 



L’ = la, lo.
Laccarìszi = nativo di Lercara Frìddi (PA) o di Lercara Li Fusi in prov. di Messina.
Lacciata = siero nobile, residuo del latte, dopo l’estrazione della tuma e prima della formazione della ricotta. (L. M.)

Laddaròru = derivato da “laddu = lardo”; = sta per carnevale. “U laddaroru”, vestito di stracci e con il volto annerito dal carbone, il giovedì prima della festa di Carnevale (giovedì grasso o, appunto, nella tradizione brontese "gioveddì laddaroru") girava per le stradine del paese con un lungo spiedo in mano ('u spitu) dove infilzava pane, pezzi di carne (in genere le interiora degli animali macellati), di lardo, od altro avuti in regalo. Il giovedì precedente era, invece, dedicato ai maccheroni e denominato gioveddì maccarrunaru.

Laddu (dal latino “laidus”, italiano “laido”)= lardo.
Lagnùszu = lamentoso. (A. C.)

Llagramanzia = sortilegio, iettatura, derivato da negromanzia. Usato nell’espressione: ci passà a llagramanzia, per lamentare un raccolto dei campi andato male, come se fosse stato per effetto di un sortilegio. (L. M.)

Llambicàrisi = desiderare inutilmente. Frase: "U longu cogghj 'i fica e u cuttu si llambìca" (aL). Deriva dall’arabo al-anbiq (“vaso” per distillare, alambicco) e non significa solo desiderare ma anche fare un lavoro certosino (goccia a goccia,  mulli­chella dopu mullichella) come il ricamo o l’attività di orologiaio (LC).

Lamiàri (dal greco làmia) = desiderare ardentemente.
Lamma (da lacrima) = nella frase ‘na lamma = un poco.
Llampari: restare abbagliato, stordito, come colpito da un lampo, ad esempio alla vista di una bella donna. Dal verbo latino lampo, as, avi, atum, are = brillare (N. R.). "Staiu llampàndu ru friddu! (o ra fammi!)": Ho un freddo cane (o una fame da lupi).
Lampu: lampo, folgore, fulmine. Vedi “llampàri”. (N. R.)
Lancella = Brocca di terracotta dalla larga imboccatura (M. R.). Deriva dal latino lagena o lagoena (nl).
Làndia o lànda (da lamina) = lamiera stagnata. Qualche volta è anche sinonimo di stanchezza: "Stamatìna haiu 'na laandia..."

Llantu = lavoro, essere o llantu, essere al lavoro / Und’è to patri? o llantu, o travàgghiu, ’n campagna, a Boru, o locu... mai ‘nda buttana ri to soru! (LC)

Llanzàrisi: scagliarsi (contro qualcuno). E’ simile all’italiano lanciarsi. Dal tardo latino “lanceare” = vibrare la lancea (lancia). (N. R.)
Lapàzza (?) = asse di legno usata dai muratori (A. F.). Ricordo il termine ma non ne ricordo esattamente l’uso, forse serviva per dare il sottofondo dell’intonaco fatto di malta (nl).
Llappàiu (?) = l’immediata intensificazione della pioggia. Gironzolando per casa e guardando in giardino ora dal lato est, ora dal lato ovest o dal nord, dopo mezzogiorno, vedevo prima una pioggerellina e dopo poco un acquazzone e mi è venuto subito di pensare in brontese: «ci llappàiu!»
Llappàzzu (dal greco lapazi) = lapazio o ròmice (è una erba).
Lappùszu = Di sapore acidulo, aspro (M. R.). Deriva dal greco lape o lapi (nl).

Làriu (?) = brutto. A Catania, credo all’inizio del secolo scorso, si pubblicava un giornale umoristico-satirico intitolato “Lei è lariu e vali un soddu!” perchè costava proprio un soldo, che suscitava risentimento in chi lo sentiva proporre dallo strillone per la prima volta. (vedi anche Peculiarità del dialetto brontese)

Lascu (dal latino laxus) = rado o rallentato.
Làssini = Assi fiorali della Senape Canuta o Antica (spicuni). Si raccolgono quando le infiorescenze hanno un caratteristico aspetto "a glomerulo" (come quelle dei broccoli) e sono un ottimo ingrediente per le frittate per il tipico sapore amarognolo. (vedi anche Spicùni ’i làssini)
Làstima = Dal latino medievale: forte tedio. Ma anche: sofferenza, afflizione (M. R.). Significa anche piagnistèo e deriva dal greco blasfimìa (nl).
Laszagnaturi = Matterello (M. R.)
Laszu (?) = un merito (o anche un demerito ) che si attribuisce ad una persona. (A. F.)
Latinu = secondo la norma, ottimo, di buona costituzione (Illu ssì chi è latinu!). E' detto anche di legno liscio, opposto a gruppuszu. (L. M.)
Llattàri = allattare, ma anche poppare. La frase “Llatta e ciangi” si riferisce a chi sta bene finanziariamente, ma si lamenta per non farsi invidiare.


U laddaròru: "O mi fa u laddaròru o ti ziccu stu cagnòru!"


Un frutto quasi scomparso: la sorba
I sobbi appena cug­ghjuti sunu lappuszi, san'a ppèndiri e pò a picca a picca diven­tanu bboni.

Llattariarìsi (?) = vantarsi in maniera esagerata (A. F.). Sostenere con vivacità sproporzionata qualcosa di poca importanza. (L. M.)
Latti = latte.
Lavànca (dal provenzale lavanca) = dirupo.
Lavìzzu (dal latino lavatio o lavacrum) = grande recipiente di rame a bocca larghissima, più del fondo, per lavare i panni, bollire o altro, e anche per farsi il bagno.
Lavùri (dal latino labor) = seminato, cioè biada in erba. I nostri vecchi contadini chiamavano così anche il frumento in erba (frutto del loro duro lavoro e speranza per il loro futuro prossimo). A proposito c'era il detto: Non guaddari né erba né lavuri per significare non rispettare né le regole civili né quelle morali.
Lavùru = (figurato: la fatica del lavoro). Grano seminato ancora in erba. (M. R.)
Lazzariàrisi
= ferirsi in più parti con grossi graffi, a somiglianza del mendicante Lazzaro della parabola evangelica, che era coperto di piaghe. Mi ‘ndi jivu a ceccari amuri e ‘menzu i ruvetti mi lazzariavu tuttu (sono andato a cercare more e fra i rovi mi sono graffiato tutto). (L. M.)

Lazzarùni (dallo spagnolo labaro) = scaltro
Lazzu = Cordicella adibita a legaccio (scarpe, calze, ecc.). (M. R.)
Llèllira = edera (M. R.). I rami fogliosi dell'edera, raccolti in fasci ed appesi davanti alla porta stanno a significare che nella casa si vende vino; servono quindi, come insegna della bettola (butica 'o vinu) e, in genere, delle rivendite di vino dal produttore al consumatore. (aL)
Lèpuru = lepre. "Mutu! chi tu u sà undi si cucca 'u lèpuru!", come a dire "non ti nascondere, sei molto navigato, sai come vanno le cose e conosci la situazione". (aL)
Lesu, lesa (dal lat. laesus = danneggiato) = demente.
Lettu = letto.
Libru = libro.
Lliccàrisi a sadda
= detto di povero che vive di stenti o di avaro. (A. F.)
Lliccomè (?) = goloso di dolci (A. F.)
Lliccu = Da “leccare”: ghiotto, golosone. (M. R.)
Lìffia (dal greco “alipho”, lisciare) = ricopertura, spennellata. E’ la crosta di zucchero con albume che si stende sui dolci.
Liffiàrisi
= lisciasi, pettinarsi.
Lifìsza (dal latino defensa) = difesa. Indica anche una nostra località alle falde dell’Etna.

Ligàmmi (dal lat. ligamen ) o Ligara = legame. Fibra ricavata dalle foglie dell'Ampelodesmo o Tagliamani, oggi caduta in disuso in seguito alla diffusione di fibre di altre origini, quali la rafia o le fibre sintetiche. Dopo la raccolta, le foglie dell'Ampelo­desmo tenax erano poste ad essiccare al sole per qualche giorno, indi affidate alle mani di abili intrecciatrici che, dapprima, le inumidivano, poi le battevano con un mazzuolo, infine le intessevano ad elica, in più capi, così da ottenere una sorta di treccia, con la quale si realizzavano rudimentali corde, scope ed appunto "a ligammi". La lavora­zione non era tipica di Bronte (dove la pianta non è molto abbondante) ma di aree limitrofe (prevalen­te­mente il comprensorio di Tortorici), ove operavano persone dedite alla produzione e al commercio del prodotto finito. Da noi 'a ligammi o (ligara) era utilizza dai contadini sia nell'ambito della coltivazione del grano che in quello della vite. Serviva per affastellare più mannelli (jèmmiti) in modo da comporre il covone (gregna) o per legare i tralci della vite ai pali di sostegno. (aL)

Ligna = legna (A jeri m'indi jvu a ligna senza codda). Al maschile (lignu) assume il significato di ramo, tronco. "Tu si lignu 'i manca", "legno sterile", quindi incorreggibile, furfante o delinquente.
Lignammi = legname, tavole di legno.
Ligùmmi = legumi.
Lìmbitu = zona di confine tra terreni adiacenti (A. F.)





U lavizzu
U lavìzzu pi bbugghjri i pummaramùri è miszu supra u tripperi

 

 

 

 

Limùni = limoni.
Lintìcchia (dal latino lenticula) = lenticchia.
Linzòru (dal latino “limteum”, fatto con il lino, diminutivo “linteolum”) = lenzuolo. Plur. Linzora. Sutta u linzoru c’è u babbu ‘i to’ soru”. Indovinello ('ndiminàgghja) per indicare lo scaldino.
Liòtru
(corruzione di Eliodoro, mago al quale si attribuisce quella statua che rappresenta un liafànti = ele­fante che si trova in Piazza Duomo a Catania.

Sutta u linzoru
c’è u babbu
‘i to’ soru

Lippu = Muschio. Erba che cresce nella parte bassa ed umida delle piante e dei terreni. (M. R.) L’unico utilizzo è quello natalizio per abbellire il presepe trasformandolo in un prato verdeggiante.
Lliticari = bisticciarsi.
Llitticatu (ed anche fundu o lettu) = sdraiato senza forze sul letto (LC).

Littirìnu (dal latino lecterinum) = cantorìa. Era l’ ingiuria di un uno che si chiamava Tanu e faceva, se ricordo bene, il panettiere.

 

Liùni = leone. Questo nome, che non è strano, mi ricorda una persona che si chiamava Leone, ma in brontese Liuni, e che guidava la carrozza che espletava il servizio postale dalla Posta alla stazione della Circumetnea e viceversa e, all’occorrenza fungeva da servizio pubblico, benché quasi nessuno se ne servisse. Egli era fratello e cognato di altri due impiegati postali, ma a differenza di loro, era un simpatico ubriacone che beveva fin dal mattino. Allora la direzione dell’ufficio postale era quasi ereditaria: infatti prima c’era la signora Longhitano sposata Di Bella, a lei successe il fratello Attilio, che fu per tanti anni segretario del Fascio, e in seguito passò al figlio Avv. Gaetano Di Bella. E Liuni era quasi al servizio di quella famiglia e, in estate, accompagnava il gerarca a una sua villetta situata sul costone di Salice.

Livìgghia = Scopa rustica del contadino utilizzata per la stalla e per l'aia (un ibrido fra la ramazza ed il rastello), realizzata con materiali facilmente reperibili ed una lavorazione poco dispendiosa. Un tempo era un indispensabile attrezzo dei nostri contadini. Era fatta con ramaglie dell’arbusto della Ginestra spinosa (Arastru) e costituendo con esse un fascio da appressare al suolo. Su tale fascio veniva applicato un manico ricavato da un’asse di Ferula ('a Ferra) munito di due pioli di legno di mandorlo, disposti a croce di Lorena. Un secondo analogo mazzo di ramaglie veniva giustapposto al primo, legando saldamente il tutto con legacci di Salice o altro. Quando 'a livigghia era ultimata, per appiattirla, si poneva per alcuni giorni sotto una pesante lastra di pietra (ciappa).
Si impiegava per pulire il pavimento delle stalle dalla grasciura e in vari momenti della trebbiatura (piszata). Sull’aia (aria) si adagiavano i covoni del frumento e con l'ausilio di animali da soma o di buoi le spighe venivano sgranate e si ricavavano chicchi, paglia e pula. La buona riuscita dell’intera operazione dipendeva, principalmente, dalla buona qualità dell’impiantito dell’aia che veniva preparato, di volta in volta, il giorno precedente a piszata. Scelto il luogo adatto, piano e ben ventilato, si doveva ottenere una superficie piana e compatta. In questa fase era utilizzata a livigghia che veniva passata, ripetutamente, come un rastrello sul terreno, onde eliminarne le asperità. Fatto ciò, sullo spiazzo appianato, si stendevano vari strati di terra sottile e si versava su di essa dell’acqua, in modo da inzupparla; infine si spandeva farina di fave che, mescolandosi con la terra ed essiccandosi al sole, formava un impasto durissimo. (aL)

Locu (dal latino locus) = dal termine generico “luogo”, è divenuto nel tempo “fondo, proprietà”. Terreno coltivato a pistacchio. (M. R.). "Rumàni 'ndi jmmu o locu a cògghjri i frastùchi".
Llòccu = (dal latino: illuc): lì, colà, costì. (M. R.)
Lluccùtu = da “allocchito”: stordito, stupefatto, senza spirito. (M. R.)
Llugàri = locare, affittare. Si usava riferito anche a garzoni che lavoravano in affitto, presso pastori. (M. R.)
Llumàri
= accendere.
Llunariatu = (da luna) = con la testa tra le nuvole. (A. F.)
Longu = Lungo (longu e babbu, ma non sempre è così perché, come recita l'aforisma, a volte “u longu cogghj 'i fica e u cuttu si lambìca).).
Lu = il.
Lucchettu = lucchetto, catenaccio.
Luci: al femm. “‘a luci” = luce; al mas. “u luci” = fuoco.
Lumèra (dal francese lumière ) = lucerna (ad olio di oliva).
Lumirìcchia (diminutivo di lumèra) = piccola lucerna ad olio ed anche ùgola (A. F.). Lumirìcchia ru picuraru = lucciola (L. M.).
Lungurùtu (dal provenzale loungaru) = bislungo.
Lupàmmi = la casata Lupo quando si voleva indicare con spirito critico specialmente da parenti ed amici. Nello stesso senso esisteva il termine Iszruràmmi = famiglia Isola, imparentata con i Lupo. Per questi veniva usata anche la frase: mara razza = cattiva razza.

Lluppiàtu = stordito, come drogato dall’oppio. (LC)

Luppinàru = venditore di lupini. C’era una volta a Bronte anche “u luppinàru”: un forestiero corpulento e guercio che nelle serate invernali, andando su e giù “pa’ chiazza”, vendeva i suoi lupini, contenuti in una “biszàzza “che portava a tracolla, reclamizzandoli con un grido strascicato e lugubre: “u luppinaaaru!”, cercando inutilmente di fare concorrenza “o vecchiu Laccarisri”. (vedi Fantasmi, "Voci di Bronte")

Luppìni = lupini.
Lupupinaru = lupo mannaro, licantropo (M. R.)


'A livigghja



'U lucchettu


'A lumèra
 

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