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RIFLESSIONI al FEMMINILE

Pensieri, commenti, critiche, curiosità, riflessioni, … 
su tutto e di più di una brontese doc

a cura di LAURA CASTIGLIONE


Il condizionale libero

E’ facile coniugare il condizionale presente del verbo essere: io sarei, tu saresti, egli sarebbe… ma potrebbe capitare di essere usato erroneamente, anche da chi ha fatto gli studi classici, se perde di vista le concordanze, i tempi e i modi.

Ma ci sono cose ben più importanti nella vita che farsi un cruccio per un condizionale anche se la sintassi, come qualche volta la legge, non è uguale per tutti!

Per esempio, se un comune mortale ne sbaglia l’uso corretto non è giudicato allo stesso modo di alcuni giornalisti, conduttori e politici che commettendo lo stesso errore o “reato” non vengono condannati ma assolti con l’attenuante dello stress della diretta e meno che mai all’ignoranza.

E comunque, noi che non siamo in diretta dobbiamo usarlo sempre per indicare un evento che ha luogo solo se esiste una determinata condizione:

 - io sarei libera se non ti avessi sposato! -

E meno che mai per mettere in dubbio qualcosa o la reputazione di qualcuno e ne sto scrivendo, non per dare lezioni ai miei affezionati lettori che non ne hanno bisogno e meno che mai riceverle dalla sottoscritta, ma l’effetto di un episodio alquanto singolare che mi è capitato fra le orecchie.

Un distinto, elegante, un po’ borioso signore, nel fare le presentazioni dei suoi familiari, con orgogliosa enfasi così ha esordito:

 - vi presento mia moglie e… questo… sarebbe mio figlio.

Dall’uso personale del condizionale sono stata colta di sorpresa e ne ho dedotto che il signore in oggetto quando parla non ascolta ciò che dice e con in bocca il “sarebbe”, un semplice, inoffensivo, mite condizionale e in contemporaneo, come un omicidio d’impeto, ne ha fatto fuori tre: il se stesso cornuto, la moglie puttana e il figlio di puttana.

Qui ci sta a fagiolo l’aforisma: ’a lingua n’avi ossa e rumpi l’ossa.

Sbagliare il condizionale ferisce come un’arma.

Ma la lingua cosa c’entra?

Quel poveretto, l’ha detto in buona fede! Gli è sfuggito un lapsus!

Era in diretta… lo vogliamo condannare?

Assolviamolo!

Porca miseria però, che danno può combinare un condizionale quando si lascia andare libero!

Maggio 2017

FUORI RAZZA

A méndura non quagghià!

Perché tanto rancore e violenza in famiglia? La responsabilità è dei geni o dell’ambiente?

Adrian Raine, psichiatra inglese, sostiene che vi sono nel cervello umano due aree: la corteccia prefrontale che aiuta a riflettere; l’amigdala (dal greco man­dor­la) che frena dal compiere azioni insensate e quando non funziona potrebbe causare comporta­menti anche violenti.

Edoardo Boncinelli, genetista italiano, aggiunge che giocano un ruolo fondamentale il contesto sociale ed eventi casuali che accadono nei primi 20 anni di vita.

Io, semplice osservatrice di comportamenti umani, simpatizzo per la tesi di Raine.

Guardiamo una famiglia tipo di ieri in cui su tre figli di sesso diverso, amati e seguiti con lo stesso metodo educativo, quando uno solo usciva “fuori razza” si diceva: a mèndura non ci quagghià, la mandorla non si è maturata.

Il “fuori razza” lamenta di essere stato trascurato, addirittura maltrattato e oggetto di ingiustizia da parte dei genitori e dei fratelli.

In alcune famiglie a volte capita che i genitori prediligano un figlio rispetto agli altri e raramente che tutti siano contro uno.

Se parliamo con amici e conoscenti, scopriamo che in molte famiglie c’è il fuori razza che ha in comune con altri fuori razza proprio lo stesso comportamento, gli stessi infantili ricordi e col rimpianto dell’infanzia e della giovinezza che gli sono state negate.

Se è una femmina lamenta di non aver posseduto un vestito nuovo se non quello dismesso della sorella; se è un maschio, ricorda con schifo la sua zuppa di latte e pane mentre guardava desiderandola la granita con i biscotti dei fratelli; se è un gay rimpiange quel ragazzo di cui si era innamorato e che poi l’ha sposato la sorella.

Si potrebbe chiamare gelosia verso quei fratelli che però, a loro dire, non si sono mai accorti delle ingiustizie di cui lamenta il fratello; perché sono stati insensibili? Si nni futtìvanu? Diventati adulti giustificano gli errori fatti dai propri genitori?

Il fuori razza rivanga per il sadico gusto di recare dispiaceri, oppure, come sostiene Boncinelli, ha subito un evento casuale ma sconosciuto a tutta la sua famiglia che l’ha segnato?

Io penso di dare ragione al ricercatore inglese Adrian Raine quando dice: l’amigdala is not matured!

Tradotto in lingua brontese: a mèndura non ci qquagghià!

Aprile 2017

E’ UNA MODA

Reincontrarsi per...

Incontrarsi dopo cinquant’anni dal diploma per vedere se il tempo ha fatto il suo dovere?

E l’ha fatto, tanto da spingere a mentire sul riconoscersi per non apparire fuori di testa!

- Luisa non era in classe con noi, ma anni avanti. -
- Non ricordi? Era con noi! -

- Vero! Ma la ricordavo magra e bassina, non grassa e alta! -
- L’appetito la penalizza e i tacchi dodici l’aiutano! -

- Tu seiGraziella… studiavamo musica insieme, suonavi sempre “La preghiera di una vergine” e sei rimasta vergine… ti sei fatta suora! -
- Si è sposata con Cristo! -

Dopo i riconoscimenti si va alla Santa Messa: canti, preghiere, predica del parroco sull’impronta di rigore e di serietà delle ex allieve di Maria Ausiliatrice che lasciano ovunque vadano.

Alla comunione, nel corridoio della navata, sfilano le ex compagne, quasi tutte dentro camicioni che tentano di mimetizzare le rotondità; curate nel trucco e nella pettinatura ossigenata biondo oro, anche di chi era bruna.

E sono sotto lo sguardo ingeneroso di chi non fa la comunione e pensa ai poveri mariti, anche se, in un luogo di culto certe riflessioni dovrebbero tacere.

Dopo una corsetta alla toilette, ci si avvia a pranzo, con un catering nello stile dei salesiani: “mangiare per vivere e non vivere per mangiare”. A tavola si familiarizza poco, sono ormai estranee, hanno in comune solo quei mille centotrenta giorni, distribuiti in quattro anni, di giovinezza vissuti da interne in collegio.

Si parla di figli e nipoti, delle insegnanti passate a miglior vita, di regole e privazioni imposte ma accettate nell’ubbidienza. Una di loro, si lascia andare dando merito all’educazione ricevuta che senza non avrebbe avuto la forza di sopportare un matrimonio combinato.

Poi nel pomeriggio, per pura cortesia, ci si saluta con l’augurio di poter ripetere l’incontro.

E perché?

La complicità è stata assente, le domande non fatte non hanno avuto risposte.

Ci si è scrutate inutilmente fra le rughe per capire se qualcuna abbia trovato il grande amore che sognava da ragazza o se in una tempesta sia riuscita ad approdare in un porto sicuro o si sia fatta risucchiare dal vortice della delusione.


E quei segreti sussurrati che fine hanno fatto!

Un altro incontro?

8 Marzo, festa della donna

Il monsù e la prova del cuoco

L'uomo in cucina

Quando un uomo decide di entrare in cucina sono... pasti amari.

I nobili francesi, quando s’insediarono nel regno delle Due Sicilie, venivano accompagnati dal loro cuoco di fiducia che chiamavano monsieur, ma i napoletani storpiarono monsieur in monzù e i siciliani in monsù.

Il nostro novello monsù, forte della tradizione che i cuochi siano solo maschi, crede di avere nel suo DNA il gene del cuoco e che non ci sia nulla di più facile nel metterlo alla prova.

La prova del cuoco.

Tagliuzza, sbatte, mischia, frulla, aromatizza e quando cade qualcosa sul pavimento la calpesta perché non spetta a lui ripulire: è un professio­nista che non accetta indicazioni e non uno sguattero di cucina.

Il suo piano di lavoro è sempre troppo piccolo perché intasato da utensili, robot, contenitori, teglie di vetro e antiaderenti, bottiglie di vino e di olio il quale, anche se inanimato va liscio precipitando a cascata anche in piccoli “bacini” e non solo, durante la frittura schizza il piano cottura, le piastrelle e perfino il pavimento.

Ma il nostro monsù con destrezza, venendo meno ad un compito che non gli spetta, prende l’iniziativa di passare un panno Vileda sugli schizzi ottenendo un lucido a specchio dove soddisfatto si specchia.

Finito il suo manicaretto lo porta in tavola e attende con pathos la gratificazione della moglie la quale, inghiottendo senza assaporare è combattuta:

- fargli i complimenti rischiando di stimolarlo a ripetere l’inedita pietanza, parola che ha la stessa radice di pietà?

- Dirgli cosa pensa sperando “chi ci leva manu”?

- Usare gli stessi apprezzamenti che lui è solito fare per i piatti preparati da lei come: “sta pasta quandu a fà scéffira commu a pagghia e quandu llùmanu l’occhi... a cipulla chi mi piaci, ci ni mintisti picca… u cunigghiu ri l’atra vota sapiva megghiu… stu sucu ti vinni bunittu ma è cauru fotti…?

Definire un sapore univoco è un rebus di difficile soluzione perchè l’acre, il salato, il dolciastro, lo speziato, l’annegato nel vino e nell’acqua è un protagonista che si distingue chiaro e forte.

Ma non si può e non si deve lasciare un cuoco in attesa dell’applauso e alla gentile richiesta, “di com’è?… com’è?” è cortesia rispondere:

- Eh! bravo il mio monsù! Oggi ho mangiato di merda!

Febbraio 2017

La FARMACIA e il FARMACISTA

La farmacia era nel passato quasi una bottega, dove lo speziale vendeva spezie, realizzava medicinali su richiesta del medico e qualche volta anche su indicazione dell’emigrato che al ritorno in Sicilia, portava le novità dei prodotti farmaceutici d’oltre oceano e d’oltre Alpi.

Oggi è un negozio di lusso dove si vendono farmaci già preparati, prodotti cosmetici, scarpe ortopediche, alimenti senza glutine, erbe medicinali.

A noi interessa tracciare il profilo del farmacista di oggi che si attiene anche lui alle indicazioni del medico ma non miscela polverine. E’ disponibile con tutti i clienti, con le signore è anche galante e se sprovvisto del prodotto richiesto, lo procura in tempo reale.

E’ uno specialista dell’ascolto, accoglie su di sé, e le fa sue, le malattie di chi gli si confida, al punto da sostenere di aver avuto anche lui gli stessi sintomi e di averli superati con successo.

Non si può considerare al pari del suo collega del passato che nel laboratorio del retro bottega, come un alchimista, combinava l’elisir di lunga vita.

Con i progressi della scienza farmaceutica oggi non si vendono illusioni ma certezze e i farmaci inefficaci il farmacista li sconsiglia.

Infatti, se ci fermiamo ad osservare e a riflettere sulle persone che escono da una qualsiasi farmacia, molte sono fiduciose, alcune allegre e in modo particolare certi arzilli anziani che tengono stretto il loro sacchetto contenente integratori, betabloccanti, cardio aspirina, vitamine e, neanche a dirlo, la magica pillolina blu.

Ci sarebbe da chiedersi: perché non si “rrizzettanu”?*

Invece la comprano, a dispetto di quella puntina di Alzheimer che li ha colpiti, in un giorno non datato e a loro insaputa che fa dimenticare come si usa o alla peggio dove l’abbiano posata.

In conseguenza di ciò, il mattino dopo, chiedono soddisfazione al farmacista, il quale da esperto professionista non si perde d’animo, anche lui è UOOmo, e dopo aver spiegato loro, con la dovuta delicatezza la corretta posologia per un risultato positivo, suggerisce un infallibile truc­chet­to: appenderla al collo, in sostituzione della medaglietta con l’effige del santo protettore che non ascolta suppliche indecenti e tenerla a portata di mano sarebbe già un eretto conforto!

Gennaio 2017

* Rrizzèttanu - riferito a oggetti: rassettare, riordinare. Riferito a persone: rassegnarsi.

L'Altarino e il Rigattiere

Non svuotate quel garage

Quanti acquisti si accumulano negli anni!

Ci s’innamora di un oggetto, si ammira finché l’amore passa e poi lo si abbandona a fare compagnia ad altri oggetti in un garage.

In quel luogo buio e triste ogni oggetto cerca di fare amicizia con un ventaglio che dice di essere dell’800; con un’insalatiera art déco; con una ribaltina francese che si lamenta di un fastidioso prurito provocato dal tarlo; con un ombrellino da sole in pizzo ormai sgualcito; con un orologio a pendolo muto, fermo alla stessa ora; con una camicia bianca ricamata della prima notte di nozze della nonna.

Tutti gli oggetti hanno in comune il rammarico d’essere finiti così in basso, dove non c’è più posto per nuovi arrivi e nuove amicizie.

Un giorno, entra nel garage un rigattiere che li osserva uno ad uno e attribuisce loro una data di nascita diversa dai nobili natali di cui ogni oggetto andava fiero, per abbassarne il prezzo d’acquisto.

Mentre fruga, dice che il suo non è un lavoro ma una passione per un’epoca in cui avrebbe voluto vivere e forse venderà qualcosa ma con poco guadagno.

Scopre un bauletto, un altarino da campo, rimasto sotto tante cianfrusaglie, in religioso silenzio, appartenuto al cappellano militare, zio del proprietario del garage.

C’è il crocefisso, il calice, i candelieri, il leggio, la campanella, la patena, il corporale, la pisside, l’aspersorio, le ampolline, un’immagine sacra, i paramenti ricamati e rifiniti con fine merletto.

Il rigattiere, sorpreso, ammette di non averne mai visto uno e gli attribuisce ugualmente un prezzo che equivale ad un’offesa!
Il proprietario si sente offeso, chiude indispettito il coperchio del bauletto, non vuole più vendere e, soprattutto, quell’altarino con cui si è celebrata la messa, si è impartita la comunione, ha unito nella preghiera per i feriti e i caduti; ha ricevuto la richiesta di tanti soldati per un ritorno sani e salvi ai propri cari e con l’aiuto di Dio li ha confortati; ha affrontato il lungo viaggio di ritorno dalla Libia e ha pianto alla vista delle coste siciliane.

Quel piccolo grande altarino uscirà da quel garage e avrà un posto d’onore che gli spetta.

Merita una medaglia e non un prezzo!

Auguri di buon Natale ai miei fedeli e ai nuovi lettori.

Dicembre 2016

L’insostenibile peso della dignità ferita

Il BUONO e il CATTIVO

Gli aforismi brontesi o siciliani sono simili a quelli di altre regioni d’Italia e del mondo.

Si differenziano solo nei dialetti e nella lingua.

Nascono dalle osservazioni di comportamenti che si sono ripetuti nei tempi antichi e si ripetono ancora oggi, come a dire che l’uomo a qualsiasi razza, religione o cultura appartenga cade sempre sugli stessi errori.

Gli aforismi sono formati da frasi brevi ma incisive, contengono un pensiero morale tramandato dai vecchi saggi che si possono considerare comandamenti, anche se non sono stati dati da Dio scolpiti nella pietra ma nell’esperienza.

Seguirli è una libera scelta e se non si rispettano, non si fa peccato mortale ma le conseguenze potrebbero essere anche mortali.

Osserviamo i comportamenti di un amico o parente, dall’aspetto gentile, disponibile, sul quale non si è avuto mai nulla da dire o contestare perché non ama la lite, non si fa trasportare da sentimenti ostili e di prevaricazione ma da una generosità innata.

Per lui gli interlocutori sono da rispettare e non da ferire, il suo mondo è una proprietà senza recinzioni, chiunque voglia entrare non troverà ostacoli e il suo motto è: “mi casa es tu casa”.

Così come appare è, ma qualcuno potrebbe giudicarlo un uomo cui fare qualche soppruso, sicuro, di non ricevere reazioni di difesa e meno che mai di attacco.

Ma come accade a chi è una brava persona, ce lo dice l’esperienza, arriva il momento in cui la sua disponibilità ha un cedimento e scatta l’istinto dell’amor proprio, l’insostenibile peso della dignità ferita.

E’ combattuta, se chiudere garbatamente o semplicemente quella porta che ha tenuto sempre aperta, incurante del freddo che entrava anche nelle stagioni calde, oppure...

Il nostro amico che è stato tirato in ballo per spiegare un aforisma decide: oppure.

Affronta il freddo e il gelo, gli occhi gli si arrossano, i brividi della febbre lo scuotono, inveisce contro chi lo ha offeso e gli sbatte con furia e veemenza di linguaggio la porta in faccia.

La sua non è un’abnorme, inaspettata, esagerata reazione o un’improvvisa follia, vuole solo dimostrare che l’aforisma è anche un comandamento a cui si deve obbedire:

Attenti a livata ru bbonu, alla ribellione del buono!

E già siamo a Novembre inoltrato

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