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Il monsù e la prova del cuoco

Quando un uomo decide di entrare in cucina sono pasti amari.

I nobili francesi, quando s’insediarono nel regno delle Due Sicilie, venivano accompagnati dal loro cuoco di fiducia che chiamavano monsieur, ma i napoletani storpiarono monsieur in monzù e i siciliani in monsù.

Il nostro novello monsù, forte della tradizione che i cuochi siano solo maschi, crede di avere nel suo DNA il gene del cuoco e che non ci sia nulla di più facile nel metterlo alla prova.

La prova del cuoco.

Tagliuzza, sbatte, mischia, frulla, aromatizza e quando cade qualcosa sul pavimento la calpesta perché non spetta a lui ripulire: è un professio­nista che non accetta indicazioni e non uno sguattero di cucina.

Il suo piano di lavoro è sempre troppo piccolo perché intasato da utensili, robot, contenitori, teglie di vetro e antiaderenti, bottiglie di vino e di olio il quale, anche se inanimato va liscio precipitando a cascata anche in piccoli “bacini” e non solo, durante la frittura schizza il piano cottura, le piastrelle e perfino il pavimento.

Ma il nostro monsù con destrezza, venendo meno ad un compito che non gli spetta, prende l’iniziativa di passare un panno Vileda sugli schizzi ottenendo un lucido a specchio dove soddisfatto si specchia.

Finito il suo manicaretto lo porta in tavola e attende con pathos la gratificazione della moglie la quale, inghiottendo senza assaporare è combattuta:

- fargli i complimenti rischiando di stimolarlo a ripetere l’inedita pietanza, parola che ha la stessa radice di pietà?

- Dirgli cosa pensa sperando “chi ci leva manu”?

- Usare gli stessi apprezzamenti che lui è solito fare per i piatti preparati da lei come: “sta pasta quandu a fà scéffira commu a pagghia e quandu llùmanu l’occhi... a cipulla chi mi piaci, ci ni mintisti picca… u cunigghiu ri l’atra vota sapiva megghiu… stu sucu ti vinni bunittu ma è cauru fotti…?

Definire un sapore univoco è un rebus di difficile soluzione perchè l’acre, il salato, il dolciastro, lo speziato, l’annegato nel vino e nell’acqua è un protagonista che si distingue chiaro e forte.

Ma non si può e non si deve lasciare un cuoco in attesa dell’applauso e alla gentile richiesta, “di com’è?… com’è?” è cortesia rispondere:

- Eh! bravo il mio monsù! Oggi ho mangiato di merda!

Febbraio 2017

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