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OGNI TANTO UNO SGUARDO AL FEMMINILE AL MONDO CHE CI CIRCONDA

Pensieri, commenti, critiche, curiosità, riflessioni, … su tutto e di più di una brontese doc

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E’ UNA MODA

Reincontrarsi per...

Incontrarsi dopo cinquant’anni dal diploma per vedere se il tempo ha fatto il suo dovere?

E l’ha fatto, tanto da spingere a mentire sul riconoscersi per non apparire fuori di testa!

- Luisa non era in classe con noi, ma anni avanti. -
- Non ricordi? Era con noi! -

- Vero! Ma la ricordavo magra e bassina, non grassa e alta! -
- L’appetito la penalizza e i tacchi dodici l’aiutano! -

- Tu seiGraziella… studiavamo musica insieme, suonavi sempre “La preghiera di una vergine” e sei rimasta vergine… ti sei fatta suora! -
- Si è sposata con Cristo! -

Dopo i riconoscimenti si va alla Santa Messa: canti, preghiere, predica del parroco sull’impronta di rigore e di serietà delle ex allieve di Maria Ausiliatrice che lasciano ovunque vadano.

Alla comunione, nel corridoio della navata, sfilano le ex compagne, quasi tutte dentro camicioni che tentano di mimetizzare le rotondità; curate nel trucco e nella pettinatura ossigenata biondo oro, anche di chi era bruna.

E sono sotto lo sguardo ingeneroso di chi non fa la comunione e pensa ai poveri mariti, anche se, in un luogo di culto certe riflessioni dovrebbero tacere.

Dopo una corsetta alla toilette, ci si avvia a pranzo, con un catering nello stile dei salesiani: “mangiare per vivere e non vivere per mangiare”.

A tavola si familiarizza poco, sono ormai estranee, hanno in comune solo quei mille centotrenta giorni, distribuiti in quattro anni, di giovinezza vissuti da interne in collegio.

Si parla di figli e nipoti, delle insegnanti passate a miglior vita, di regole e privazioni imposte ma accettate nell’ubbidienza.

Una di loro, si lascia andare dando merito all’educazione ricevuta che senza non avrebbe avuto la forza di sopportare un matrimonio combinato.

Poi nel pomeriggio, per pura cortesia, ci si saluta con l’augurio di poter ripetere l’incontro.

E perché?

La complicità è stata assente, le domande non fatte non hanno avuto risposte.

Ci si è scrutate inutilmente fra le rughe per capire se qualcuna abbia trovato il grande amore che sognava da ragazza o se in una tempesta sia riuscita ad approdare in un porto sicuro o si sia fatta risucchiare dal vortice della delusione.

E quei segreti sussurrati che fine hanno fatto!

Un altro incontro?

8 Marzo, festa della donna

Il monsù e la prova del cuoco

Quando un uomo decide di entrare in cucina sono pasti amari.

I nobili francesi, quando s’insediarono nel regno delle Due Sicilie, venivano accompagnati dal loro cuoco di fiducia che chiamavano monsieur, ma i napoletani storpiarono monsieur in monzù e i siciliani in monsù.

Il nostro novello monsù, forte della tradizione che i cuochi siano solo maschi, crede di avere nel suo DNA il gene del cuoco e che non ci sia nulla di più facile nel metterlo alla prova.

La prova del cuoco.

Tagliuzza, sbatte, mischia, frulla, aromatizza e quando cade qualcosa sul pavimento la calpesta perché non spetta a lui ripulire: è un professio­nista che non accetta indicazioni e non uno sguattero di cucina.

Il suo piano di lavoro è sempre troppo piccolo perché intasato da utensili, robot, contenitori, teglie di vetro e antiaderenti, bottiglie di vino e di olio il quale, anche se inanimato va liscio precipitando a cascata anche in piccoli “bacini” e non solo, durante la frittura schizza il piano cottura, le piastrelle e perfino il pavimento.

Ma il nostro monsù con destrezza, venendo meno ad un compito che non gli spetta, prende l’iniziativa di passare un panno Vileda sugli schizzi ottenendo un lucido a specchio dove soddisfatto si specchia.

Finito il suo manicaretto lo porta in tavola e attende con pathos la gratificazione della moglie la quale, inghiottendo senza assaporare è combattuta:

- fargli i complimenti rischiando di stimolarlo a ripetere l’inedita pietanza, parola che ha la stessa radice di pietà?

- Dirgli cosa pensa sperando “chi ci leva manu”?

- Usare gli stessi apprezzamenti che lui è solito fare per i piatti preparati da lei come: “sta pasta quandu a fà scéffira commu a pagghia e quandu llùmanu l’occhi... a cipulla chi mi piaci, ci ni mintisti picca… u cunigghiu ri l’atra vota sapiva megghiu… stu sucu ti vinni bunittu ma è cauru fotti…?

Definire un sapore univoco è un rebus di difficile soluzione perchè l’acre, il salato, il dolciastro, lo speziato, l’annegato nel vino e nell’acqua è un protagonista che si distingue chiaro e forte.

Ma non si può e non si deve lasciare un cuoco in attesa dell’applauso e alla gentile richiesta, “di com’è?… com’è?” è cortesia rispondere:

- Eh! bravo il mio monsù! Oggi ho mangiato di merda!

Febbraio 2017

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