Tradizioni brontesi

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"U stazzùni"

(L’antica fabbrica di mattoni e tegole)

di Nicola Lupo

Non è ipotizzabile che il termine derivi da “stazzo”(1), o da “stazzone”(2), perché c’è solo assonanza, e quindi propendo che esso venga da un vocabolo arabo storpiato, come avviene di solito nei paesi, specie quelli interni di montagna.

Da ragazzo mi piaceva, nelle belle giornate e nelle ore libere che per me erano tutte quelle del pomeriggio, infatti facevo i compiti sempre la sera tanto che mia madre era solita rimproverarmi sempre con la stessa frase: “u jonnu vaiu undi vogghiu e ‘a sira spaddu l’ogghiu”(3), andare in giro per il paese con qualche compagno, ma anche solo, a guardare i diversi lavoratori che svolgevano all’aperto il loro lavoro: muratori, fabbri, calzolai, stagnini ecc.

Qualche volta mi spingevo fino alla stazione, ed era una bella e faticosa passeggiata per buona parte in salita, (e che salita!) e la relativa discesa era pericolosa perché quasi nessuno, specie d’inverno col ghiaccio, evitava disastrose scivolate, che diventavano lo spasso delle varie comari che, stando davanti alle loro abitazioni a piano terra, ne erano spettatrici, e qualche volta soccorritrici pietose dei malcapitati.

Dalla spianata antistante la stazione si godeva una delle più belle panoramiche di Bronte e dell’ampia vallata del Simeto con i dirimpettai monti Nebrodi e Madonie, panorama che ha ispirato una bella e poetica descrizione al nostro storico Benedetto Radice, che era molto sensibile alla natura e all’arte (vedi Memorie storiche Idrografia e orografia).

Io, ragazzo, dopo essermi perduto nell’ammirazione di quel panorama, che mi faceva fantasticare di paesi e genti lontane e sconosciute, rientravo in una visuale più corta e cercavo di individuare le chiese, il monumento ai caduti, il collegio Capizzi, la lunga sede brontese della Ducea Nelson di Maniace, davanti alla chiesa dei Cappuccini, e vedevo la Matrice e la mia “ruga”(4), la piazza Spedalieri col monumento ai caduti, dove si svolgevano tutte le manifestazioni patriottiche e non, la mia vecchia scuola elementare, con i miei maestri Ficarra e Mauro e tutti i miei compagni ed i miei amici Gino Meli e Biagio Botta, il collegio dove andavamo a vedere le rappresentazioni della Filodram­matica, diretta da Padre Schilirò e di cui faceva parte mio padre con altri maestri, e poi la ducea con i molti brontesi che vi lavoravano in modo continuativo: il Lapiana, padre di due giovani barbieri che avevano il salone nei locali del palazzo Radice-Grisley, che aveva la funzione di maggiordomo e che ricevette la comitiva di mio padre con Eduardo Cannata, Salvatore Castiglione, detto “suggi”, e Nunzio Saitta, tutti e tre impiegati comunali, alla quale ero aggregato io, offrendoci e servendoci un sontuoso pranzo all’inglese; i Carastro: Mario(5) collaboratore dell’amministratore, il più inglesizzato di tutti, che amava spostarsi sempre a cavallo di un bel sauro, Luigi che era l’autista dell’amministratore e che in seguito, quando ero universitario, vedevo attendere nell’auto, posteggiata tra i due binari del tram, in Via Etnea, davanti all’albergo Central Corona, dove il suo padrone trascorreva allegramente le serate con gli amici, alcuni dei quali erano ricchi latifondisti brontesi che, lasciati i loro possedimenti in mano ai loro fattori, che si arricchivano alle loro spalle, se la spassavano sempre con belle donne e giocavano.

Ma il più caratteristico dei Carastro era Giacomo, fabbroferraio, del quale si raccontava questa storiella: un giorno, dato che era un gran mangione e miglior bevitore, era andato in cucina dove aveva rimediato un pezzo di pollo in brodo, ma mentre se lo stava gustando comparve l’amministratore per cui egli non seppe fare altro che mettere la carne rimanente sotto “’a còppura”.

L’inglese vedendo scolargli il brodo dalla fronte, lo apostrofò dicendogli: “Povero Giacomo, il troppo lavoro ti fa sudare, vai in cantina e fatti dare un buon bicchiere del nostro vino!” ed egli, forse senza capire l’ironia dell’inglese, eseguì di buon grado.

Ritornavo, poi, con i piedi per terra e guadavo l’altro spiazzo che c’era sotto di noi e che si poteva agevolmente osservare dal basso parapetto in pietra lavica, che delimitava e proteggeva lo spiazzo superiore.

Quello inferiore, infatti, era “u stazzuni“, che era tutto all’aperto compresa “‘a kaccàra“(6) che era la fornace nella quale si cuocevano i “malluni” e i “canari” che venivano confezionati con l’argilla che proveniva dal vicino colle Salìce.

“I stazzunari“ trasportavano l’argilla dalla vicina collina con i tradizionali “sciccarelli”(7), in un secondo tempo la impastavano con l’acqua e quindi, mettendone il quantitativo giusto per riempire una cornice di legno delle misure di larghezza, lunghezza e spessore del mattone o della tegola voluta, ne otte­nevano il manufatto desiderato che ponevano ad asciugare al sole.

Asciugati i mattoni o le tegole ottenute in questa fase della lavorazione, in modo che potessero essere maneggiati agevolmente senza romperli, li sistemavano dentro la kaccara, sotto la quale, successi­vamente, accendevano il fuoco di paglia che, in un certo lasso di tempo, li cuoceva e li rendeva duri, dando loro quel caratteristico color rosso, denominato, appunto, “rosso mattone”.

Finita la fase della “cottura” i mattoni o le tegole venivano fatti raffreddare in modo che potessero essere opportunamente accatastati e coperti con teloni in attesa di essere inviati alla imprese costruttrici.

Considerata la grande fatica che avevo visto profondere da tutti quei lavoratori, compresi i “scicca­relli”, mi accorgevo di essere stanco anche io e, specialmente se ero solo, andavo a salutare “‘a z’a Mariannina”, che abitava nei paraggi moglie di uno dei fratelli Franco(8), cugini di mia madre.

Quella mi accoglieva sempre molto cordialmente e, se io le chiedevo un bicchiere di acqua, essa mi offriva anche qualcosa di buono.

Sul monitor del mio pc ho posto la foto dell’Etna con uno scorcio di Bronte in cui si vede la parte nuo­va del paese, sviluppatasi lungo la circonvallazione superiore e che ha inglobato la chiesa di S. Vito che prima costituiva la parte più alta dell’abitato, e noto che tutte le nuove costruzioni hanno man­sarde e tetti moderni formati da tegole che provengono (mi si dice) da una grande industria di Adrano.

Questo indica che “u stazzunu, i stazzunari, i sciccarelli, i malluni e i canari” rimangono solo nella mia memoria di ragazzo e in questo mio povero scritto!

Nicola Lupo
Bari, 15 settembre ’05

 

(1) Lo stazzo, come si sa, è uno spazio recintato all’aperto per riunire il bestia­me; “…oggi i miei pastori lascian gli stazzi e vanno verso il mare…” (D’Annunzio)

(2) Lo stazzone, invece, vuol dire stazio­ne o luogo di dimora, luogo di fermata o di riposo; o anche bottega.

(3) Il giorno vado dove voglio e la sera consumo l’olio (della lucerna).

(4) Ho visto con piacere che fra i miei pezzi di tradizioni popolari è stato inse­rito un articolo dal titolo “La Ruga”, del mio compianto amico e collega Lillo Meli, pubblicato su Il Ciclope a. IV n.17 del 4.9.’49.

(5) Ho letto con molto interesse e piace­re le notizie sull’ing. Mario Carastro, ni­pote omonimo del Mario che conoscevo io, il quale, rimasto vedovo, sposò una Bonaccorsi di Maletto, cognata del far­ma­cista Zappalà, grande amico di mio padre, i cui figli sono stati amici e com­pagni nostri al Collegio Capizzi.
Questo giovane Mario Carastro ha rico­struito la storia del primo amministra­tore della Ducea Andrea Graffer che si stabilì a Bronte dove fece costruire il grandioso e costosissimo palazzo e do­ve, poi, la sua vedova divenne la suo­cera di Gioacchino Spitaleri.
Importante il quesito che propone l’ing. Carastro per stabilire se il Graffer fu il primo restauratore del Convento-Ca­stello di Maniace e quindi anche colui che impiantò il giardino all’inglese, come aveva fatto alla regia di Caserta.

(6) Ho scritto questo nome col k iniziale per indicarne la probabile derivazione dalla lingua araba. ”A kaccara” aveva la forma di una carbonaia o, come prefe­risco dire io, di un igloo.

(7) Vedi in questo sito “I scecchi ri rinaroriin Fantasmi di N. Lupo.

(8) Il maggiore dei fratelli, Luigi, era gesuita e mi aiutò sempre durante i miei studi universitari, affidandomi delle lezioni private da impartire agli alunni del Collegio Pennisi di Acireale, dove nel 41/42 insegnai in una prima media, essendo ancora laureando; gli altri due, Salvatore e Nino, erano capimastri muratori, che allora erano progettisti ed esecutori di costruzioni. Salvatore, per evitare l’omonimia con il fratello, cambiò il suo cognome in Di Franco.

 

Tradizioni brontesi


L’industria tessile a Bronte

di Nicola Lupo

Se il motto “quando Berta filava…”, posto all’inizio di questa rubrica aveva il valore di “c’ era una volta…”, quindi l’incipit di una favola, in questo caso specifico assume il significato letterale, mentre il termine “industria“ di questo argomento va posto tra virgolette, perché deve intendersi “artigianato“, come vedremo nel corso dello svolgimento del tema.

Leggendo le notizie su “bronteinsieme” ho appreso con grande piacere che Bronte, da alcuni anni, ha avuto un forte incremento sull’occupa­zione nel campo manifatturiero grazie alle commesse di una grossa industria del Nord, la Diesel, e, con altrettanto compiacimento, ho saputo che al capo della suddetta industria, Renzo Rosso, il Comune di Bronte, grazie anche all’interessamento degli imprenditori locali Silio Barba­gallo, Franco Catania e Nicola Petralia, ha conferito la qualifica di Cittadino onorario.

Ma questa attività lavorativa, messa in pratica con i mezzi moderni industriali e commerciali adeguati, affonda le sue radici in una tradizione secolare precedente, che cercherò di descrivere sull’onda della memoria e dei ricordi, che dovrebbero trovare dei documenti nel Museo Lombardo.

Negli anni 1920/30, nelle belle giornate, si vedevano lungo le vie del paese le donne anziane e non, sedute davanti alle porte delle loro modeste abitazioni a pianterreno, intente a filare lana o cotone, chiacchierando nel contempo, con le vicine o dirimpettaie.

Tenevano una massa di lana o cotone sulla “rocca o conocchia”(11) e, filandolo con mani esperte e veloci, quanto consentiva l’apertura delle loro braccia, col “fuso”(12) lo torcevano, successivamente, imprimendogli un moto rotatorio; il filato, quindi, veniva raccolto nell’”arcolaio.”(13)

Mentre le comari lavoravano chiacchierando, all’interno della casa spesso si sentiva il rumore del “telaio a mano”(14) a cui di solito lavoravano le più giovani, perché compor­tava maggiore destrezza e forza.

Con questa attrezzatura e con grande professionalità, anche se ancora rusticana, si producevano tessuti di vario tipo, come tela per biancheria, coperte per vari usi, fra le quali ricordo una, tessuta con filati di vaii colori, che mi fanno pensare ai tessuti di Missoni(15), e la stoffa speciale di peli di capra, per confezionare le “capucce“(16) che ricordavano l’“orbace”(17) delle divise fasciste.

Questa attività manifatturiera era praticata certamente in tutto il paese, che allora era compreso fra questi quattro punti: “‘a santa cruci” o “sciarandru“, S. Vito, la chiesa dell’Annunziata e “‘a barrera” o l’incrocio tra la strada che dalla stazione va a Maletto e quella che dal paese sale verso lo stesso, tranne che lungo “‘a chiazza” che andava dalla chiesa dei Cappuccini alla casa di “gabburazza”, cioè poco dopo l’incrocio con via Santi, mentre adesso, come vedo continuamente dalla foto di “Bronte e l’Etna di giorno”, che ho trasferito sul monito del mio computer, si estende oltre S. Vito per tutta la collina, sparsa di case moderne, e dalla mappa dello stradario 1996, che mi dice che si è estesa sia verso Maletto, che verso Cesarò, nonché verso la Masseria Lombardo.

Ma la “zona industriale”, secondo me, era ‘ndo cuttigghiu, di fronte al pozzo di San Bastianu, ora piazza Leone XIII: in quel cortile, con unica via di accesso, a pianta cir­colare, vi erano tante case, senza finestre sul retro, come usava nelle antiche case romane, per ragioni di sicurezza, tutte uguali, come quelle odierne che si chiamano a schiera, nelle quali c’erano tante filande e tanti telai che lavoravano continuamente per uso locale, ma anche per la vendita ai forestieri che venivano dai paesi vicini per la fiera del bestiame che si svolgeva in contrada “cazzirabò“.

Quelle case-laboratorio erano costituite da un sottano che fungeva da deposito, da stalla e da pollaio, ma anche da gabinetto; una scaletta esterna con relativo ballatoio, portava in alcune stanze, forse due o tre, nella prima delle quali c’era il telaio, mentre la filatura si effettuava possibilmente sul ballatoio, da dove si vedevano le altre “cummari” (perché spesso si tenevano a battesimo i figli delle vicine) con cui si parlava sempre del più e del meno, ma sempre della famiglia, del lavoro e della salute, nonché del tempo che, spesso condizionava la vita e l’economia della comunità.

La stanza più importante era la cucina, grande e munita di focolare, il moderno cami­netto, che fungeva anche da sala da pranzo e soggiorno: in inverno il focolare era sem­pre acce­so, perché fungeva da riscaldamento, e vi era sopra un paiolo con acqua che poteva servire a tanti usi, ma in particolare per fare “i frascaturi“; questa polenta, a Bronte, era fatta anche di ceci e “chiècchiru” o cicerchia che dava, quest’ultima, un odore poco gradevole a questo piatto.

Il quale,di solito, era condito con olio di oliva, versato, con molta parsimonia, “ca stagnata“, un utensile da cucina di latta con un’imboccatura per versarvi l’olio e un beccuccio, molto stretto in punta, per spanderlo sui cibi.

La polenta certe volte veniva condita anche con sugo di “srattu“, conserva di pomodoro fatta in casa nella stagione di produzione, e “spuntaturi“, costolette di castrato o di maiale.

Quando ne rimanevano si friggevano la sera o la mattina dopo, ed erano la delizia dei ragazzi perché interrompevano la solita cena a base di “minestra”, cioè verdura, che, quando era varia e selvatica, veniva chiamata “minesra maritata”; o variava la colazione a base di latte.

Per chiudere la breve descrizione della “industria tessile” primitiva a Bronte devo aggiun­gere che non solo essa costituisce la radice dell’industria moderna ma è, nello stesso tempo, la riprova della laboriosità delle nostre genti, alle quali va il nostro pensiero grato e beneaugurale per un futuro sempre migliore nella tranquillità di una pace, purtroppo precaria, che dobbiamo sostenere con la nostra fede nella democrazia solidale e condivisa.

Bari, 26 dicembre 2004

Nicola Lupo

 

Telaio brontese del 1600 (esposto alla Masseria Lombardo)


Note:
(11) La “conocchia” è la quantità di lana o di altro materiale che si avvolge intorno alla “rocca” e, per estensione la “rocca” stessa.

(12) Il “fuso“ è uno strumento di legno panciuto al mezzo, sottile alle estremità, per produrre la torsione.

(13) L’arcolaio è uno strumento fatto di bacchette di legno, intorno a cui si raccoglie la matassa, e che, girando su un perno, la dipana.

(14) Il “telaio a mano” è lo strumento complesso usato per la tessitura; può essere verticale o orizzontale, e una sua dettagliata descrizione con figura può vedersi sul vocabolario Palazzi Folena alle pagg. 1845/46.

(15) Vedi: Lupo Nicola, Fantasmi – Bolo pag. 39

(16) Vedi in questa stessa rubrica Il Natale a Bronte

(17) L’“orbace” è un panno di grossa lana di pecora, tipico della Sardegna



Fiera del bestiame in Piazza Carcerebue

«... la fiera del bestiame che si svolgeva in contrada “cazzirabò». Oggi denominata Piazza Aldo Moro. Fi­no a pochi decenni fa era denominata Piazza Carce­re bue ed ogni anno vi si svolgeva un'im­portante fiera del bestiame.

Nel 1928 così scriveva B. Radi­ce: «Nel quartiere S. Caterina, nel 1710, sorse il carcere per gli animali erranti e danneg­giatori dei campi, detto il carcere dei bovi. Era un gran ricinto, di cui non esiste più vestigio».

Piccolo vocabolario brontese di N. Lupo

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