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Il Natale a Bronte

di Nicola Lupo

Partendo sempre dal classico Pitrè, di cui ho parlato nel precedente argomento, e aggiungendo sullo specifico “Natale” un altro nome: Carmelina Naselli(1) la quale, secondo Antonino Cusumano, che ne ha curato l’ articolo sul sito Internet, ha parlato del Presepe e della sua evoluzione, nonché dei personaggi sempre vari ma nella tradizione, e passando poi ai riti religiosi e alle feste familiari, si è soffermata sui pranzi che si ammannivano.

Noi faremo una zumata su quanto avveniva a Bronte seguendo il filo della mia memoria e di quanto avevo sentito dai miei nonni e dai miei genitori.

Il presepio (questo era il termine che si usava di preferenza) era l’unico simbolo del Natale, perché non si conosceva o non si adottava ancora quello dell’albero, originario delle nazioni nordiche; e non si curavano molto e in modo sempre vario, la scenografia e i personaggi, ma si limitava all’essenziale: la capanna, costruita non di cartapesta o altro materiale da acquistare (i soldi erano rari e sempre pochissimi), ma col muschio che si raccoglieva in campagna (allora molto vicina al paese); i personaggi erano quelli essenziali: Maria, Giuseppe, il Bambinello, il bue e l’ asinello, alcuni pastori e i tre Magi, con l’immancabile stella che li aveva guidati. L’attenzione, però, era concentrata sul Bambinello.

Molte famiglie avevano in casa, fra la poca ed umile suppellettile, una campana di vetro con dentro un Bambinello, anche solo, adornato con qualche gioiello di famiglia, generalmente una collana che la padrona di casa aveva ricevuto come dono nuziale e che, generosamente, aveva ceduto al Bambinello.

In casa della mia nonna materna, Nunzia la “genia”, della quale ho detto in qualche altro mio scritto, c’era proprio una campana di vetro, abbastanza grande (forse 60 cm. di altezza e 30 di diametro) dentro la quale, appoggiato su un cuscino cremisi, sorrideva un Bambinello bellissimo con una meravigliosa collana di grossi coralli al collo.

Le chiese per i loro presepi si contendevano i più bei Bambinelli del paese e quello di mia nonna era sempre il prescelto dalla chiesa Matrice, vicino alla quale era la casa di mia nonna e nostra; quindi noi, proprio nel periodo di Natale, non potevamo disporre del nostro Bambinello che sostituivamo con un altro più piccolo, che fungeva da supplente: ma eravamo non solo contenti, ma addirittura orgogliosi che il nostro Bambinello venisse adorato da una gran folla alla Matrice.(2)

La tradizione del presepe, se depurata delle altre sopraggiunte dopo, potrebbe essere la testimonianza basilare delle nostre radici cristiane che sostituirebbe benissimo qualsiasi dichiarazione di principio inserita in atti ufficiali di Stato.

La festa in casa era allietata non da pranzi raffinati e pantagruelici, come sottolinea la Naselli, ma da cibi ordinari, come pasta, carne, frutta locale di stagione, dolci caserecci e vini locali sfusi e, solo in alcune case, il rosolio della nonna, sempre fatto in casa. Per alcune famiglie questo era uno dei tre pranzi annuali assieme a quello della Pasqua e della protettrice del paese: l’Annunziata.

In verità noi a Bronte eravamo, ma credo che sia ancora così, privilegiati in quanto avevamo anche un santo protettore, S. Biagio: quindi i pranzi annuali diventavano quattro. E per molte famiglie erano veramente feste, perché alcune mangiavano sempre legumi e verdura selvatica di campagna, la pasta la domenica e la carne, appunto, nelle cosiddette “feste comandate”.

In casa nostra o di mio nonno paterno e di mia nonna materna c’ era, grazie a Dio, una certa abbondanza e, specialmente mia nonna, ci faceva trovare uva passa, mostarda e mostaccioli di fichidindia, “biscotti, nuvuretti, coszaruci e filletti,”(3) che erano la nostra passione; poi in casa c’era sempre vino del migliore, anche se spesso dava d’aceto, perché l’enologia popolare non era molto progredita.

Si compravano anche dolci confezionati dalle poche pasticcerie del paese: ricordo quella antica dello zio Nunzio Isola, la cui moglie era una Lupo, o come dicevano i popolani una lupa, in cui si trovavano i famosi “cannori ” e, d’estate, “i scumuni”(4) o le granite di caffè con panna.

Naturalmente la festa del Santo Natale si onorava anche indossando i vestiti buoni che, pertanto, si chiamavano quelli della festa: gli uomini sposati indossavano quello nero usato il giorno del matrimonio e che veniva indossato anche per i lutti e fino al giorno della morte: immaginate quanto durava!

L’abbigliamento delle donne invece consisteva in una “sottana”, che era una gonna lunga, e sopra “u spensiri”, che era un corpetto attillato e spesso ricamato; il tutto completato da calze nere di filo di Scozia, regolarmente fatte in casa ai ferri, e le “scarpine” nere fatte dal calzolaio che, allora, non era solo il ciabattino.

Gli accessori erano una borsetta di seta nera ornata di coralli anche colorati, e un fazzoletto fantasia da mettersi in testa, specie in chiesa, se non usavano “u fazzurittuni” o scialle, di cui abbiamo parlato nel capitolo precedente.

Se questo era l’abbigliamento delle feste, quello di tutti gli altri giorni consisteva, per gli uomini, in pantaloni di “doccu “, cotone come quello dei jeans d’oggi, ma anche di colore diverso dal blu, camicia di cotone o flanella, a seconda della stagione, e giacca di velluto a coste, calze di cotone o di lana fatte dalle donne di casa e rattoppate quando si rompevano, e scarpe alte robuste e quasi sempre chiodate, fatte dal calzolaio di fiducia che, all’ occorrenza, le riparava svariate volte prima che fossero buttate. Il copricapo era la classica “coppura”, spesso nera se si era a lutto.

Il soprabito non esisteva per i contadini i quali usavano “‘a capuccia”, uno strano indumento tessuto con filato di capra al telaio di casa tutto intero, senza maniche e con un cappuccio (onde il nome) non triangolare, ma modellato come un casco.

Ricordo che, per molti anni dopo la prima guerra mondiale, i reduci portavano la mantellina grigioverde, il tasca­pane, gli scarponi e le fasce sopra le calze, o addirittura sostitutive, per andare a lavorare in campagna.

Per le donne gli indumenti erano come quelli della festa, ma di tessuti più dozzinali, spesso fatti in casa, sui quali indossavano una “pillirina” (da pellegrino?), una piccola mantella di lana fatta ai ferri a forma di mezzaluna, che si appoggiava sulle spalle e che copriva anche il petto.

Passiamo ora alle manifestazioni esterne, per esempio la musica: era quella delle “ciaramelle” (o cornamuse ) che mi ricordano la bella poesia di Giovanni Pascoli(5), Le ciaramelle, studiata alle Elementari o al Ginnasio Inferiore, ma che non ricordo, però faceva vivere l’atmosfera del Natale, portata dai pastori dalle campagne.

 

«I personaggi erano quelli essen­ziali: Maria, Giuseppe, il Bambi­nel­lo, il bue e l’ asinello, alcuni pasto­ri...»


«Molte famiglie avevano in casa, fra la poca ed umile suppellettile, una campana di vetro con dentro un Bambinello»
 

Mostarda

La mostarda di fichidindia e (sotto) i "Cuori" (o "coszarùci") e i Filletti

i "Cuori" (o "cosraruci")

Anche adesso nelle città si vedono dei pastori venuti da fuori che, però, non riescono a creare quel clima di dolce e fantasiosa attesa, e sono in sostanza dei questuanti qualsiasi.

Altra manifestazione esterna era la sacra rappresentazione della Fuga in Egitto che era itinerante per le strade principali del paese e che io ricordo in modo particolare perché una volta avvenne una scenetta comica che, rompendo l’atmosfera di partecipazione alla sceneggiata, fece scoppiare una gran risata, perché un inseguitore della sacra famiglia, rivolgendosi al marito, lo apostrofò così: “Giuseppe, dimmi il tuo nome!”
Al che, colui che interpretava la parte del padre di Gesù, gli rispose con una frase che non riporto per non offendere le orecchie di qualche buonpensante.

Dopo la sacra rappresentazione veniva acceso “u jocu focu” (i fuochi d’artificio) dal “su Micenzu” che era un omone alto, molto bruno e burbero, addetto alla bisogna, e che chiamavamo u bumbararu”.

I fuochi rompevano ancora l’ atmosfera religiosa, e provocavano, specie nei bambini, un senso di gioiosa liberazione.

La vigilia del S. Natale culminava con la Messa Cantata di mezzanotte che riportava alla preghiera e alla gioia di vedere nascere il Bambinello, e noi gridavamo: “E’ quello nostro!” suscitando l’invidia degli altri bambini.

Nicola Lupo

Bari, 11 dicembre 2004



Note

(1) I biscotti erano i dolci più dozzinali, perché rustici, a forma di S, talvolta troppo grossi e grandi, caratterizzati dal poco zucchero; i nuvuretti (nuvolette, perché tali sembravano?) erano una specie di savoiardi; i cosraruci, (cose dolci) invece, erano una specie di paste di mandorle a forma di cuore, ricoperte da una glassa di albume d’uovo cosparsa da anicini colorati; i filletti, (termine che solo il rimpianto mio vecchio e caro amico e collega, Gregorio Sofia, avrebbe potuto tradurre in quanto aveva fatto la tesi di laurea in filologia romanza col Preside della nostra Facoltà Prof. Salvatore Santangelo, il quale agli studenti che prendevano la tesi con lui assegnava un argomento riguardante il loro paese di origine) erano, e spero siano ancora, specie di piccoli pan di Spagna molto morbide, (da consumarsi fresche) che allora erano il non plus ultra (stavo usando top ma mi sono corretto in tempo).
I primi tre dolci erano cotti al forno, mentre i filletti, impasto fluido di farina, 1 kg., zucchero, 1 kg. e 25 tuorli d’uovo, erano cotti una alla volta in una padella appena unta e con poco calore sotto e molto sopra un coperchio.) Nell’ordine questi dolci si offrivano agli ospiti più o meno importanti, o a seconda delle occasioni e feste.

(2) In merito riporto questa testimonianza di mio cugino Nunzio Camuto Lupo: "Caro cugino Nicola, In preparazione al Natale ho voluto rileggere il tuo Natale a Bronte. Ricordo bene come noi ragazzini la mattina di Natale ancora a letto attendevamo il Bambinello della Matrice (o meglio della Genia) che un confratello della Misericordia ci portava nelle nostre case facendo squillare gioiosamente una grossa campanella d’argento.Tutti si dava al Bambinello la nostra piccola offerta. Son sicuro che anche questo fa parte della tua memoria! Di nuovo a voi tutti Merry Christmas and Happy New Year dal cugino". (NJC, USA)

(3) Naselli Carmelina fu mia docente di Lingua Italiana all’Università di Catania nel 1941/42, ma alcuni anni dopo, istituita la cattedra di Tradizioni Popolari, ne divenne la titolare, avendo alle spalle la sua collaborazione all’ opera del Pitrè.

(4) “u scumuni” era una specie di cassata siciliana gelata, che ora si trova in commercio, ma che non ha niente a che vedere con quello artigianale di una volta, forse per gli ingredienti usati.

(5) Pascoli Giovanni, nato a S. Mauro di Romagna nel 1855 e morto a Bologna nel 1912, uno dei nostri maggiori poeti contemporanei. L’uccisione del padre Ruggero, avvenuta nel 1867, sconvolse l’adolescenza del Pascoli. Compiuti gli studi universitari a Bologna, si dedicò all’ insegnamento, prima liceale, poi universitario (nel 1907 successe al Carducci, che era stato suo Maestro, nella cattedra di letteratura italiana a Bologna).
Per breve tempo fu socialista, patendo anche il carcere, poi si avvicinò al nazionalismo. La sua poesia, che comprende una ricca gamma di temi (da quello dell’impressio­nismo paesaggistico a quello intimistico, inteso a esprimere un doloroso senso della vita come mistero, fino a quello della poesia patriottica e civile), si imparenta per la raffinata sensibilità e le sperimentazioni metriche e linguistiche, al movimento del decadentismo europeo. Myricae, Primi poemetti, Canti di Castelvecchio, Poemi convi­viali, Nuovi poemetti, Canzoni di Re Enzo, Carmina (in latino) sono le raccolte maggiori. La sua estetica era imperniata sulla teoria del “fanciullino” (oggi si direbbe di Peter Pan), avversata dall’ idealismo del Croce.


 

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