Tradizioni brontesi

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Il Carnevale

di Nicola Lupo

Carnevale, che alcuni fanno derivare da carne e vale (cioè addio), altri da levare, il che non cambia il significato, è la festa, a base di abbuffate di cibi di carne ed altro[1], e di divertimenti pubblici e privati, prima dell’inizio della Quaresima.

Le feste private consistevano in balli in maschera e cotillon con grandi scorpacciate di dolci caserecci e vini e rosoli varii, organizzate nelle case che disponevano di un salone, ma molte volte si smontavano sale da pranzo o anche camere da letto, fra diverse famiglie amiche.

Quelle pubbliche erano quelle che si organizzavano in teatro o si svolgevano all’aperto, con carri allegorici, per il divertimento della gente che non poteva permettersi altro; in altri termini corrispondevano al motto latino “panem et circenses”, che permetteva, e spesso forniva, grandi mangiate e divertimenti che facessero dimenticare la tristezza e, a volte, la povertà di tutti gli altri giorni.

"i LADDARORI"Su questo sito Internet si parla dei “laddarori” di cui io ricordo, ma sui quali non intendo ritornare perché, già da bambino, mi facevano tristezza in quanto generalmente erano bambini o ragazzi o anche adulti poveri, che non avevano bisogno di mascherarsi, perché già sbrindellati, e perciò si sporcavano solo la faccia col carbone di legna, usato in cucina, e, armati di uno spiedo, andavano in giro per il paese chiedendo alle famiglie più abbienti, sotto la carnascialesca minaccia di infilzarli con lo spiedo, qualcosa da mangiare che veniva, appunto, infilzato allo spiedo.

La tristezza che provavo io ragazzo forse era più sentita da mio padre, maestro elementare, che in quelle persone non vedeva solo la povertà materiale evidente, ma quella spirituale e culturale che sfuggiva a me ragazzo e alla massa del pubblico.

Per questa coscienza di esigenze diverse mio padre un anno, forse il 1926, “quando ancora non c’era la luce elettrica e il giovedì sera, ad una certa ora la gente si affacciava alle finestre con il lume in mano e recitava il Credo: altri tempi!” organizzò l’allestimento di un carro, diverso dai soliti che volevano essere di satira del costume, ma risultavano volgari e diseducativi, che riproduceva, con corteo annesso di schiavi, schiave e prigionieri, il trionfo di un imperatore romano; ma la massa degli spettatori, influenzati dai soliti critici nullafacenti, non apprezzò la manifestazione che aveva in sé il doppio scopo di divertire educando o di educare divertendo, che era e resta, il fondamentale precetto pedagogico.

L’ultimo nostro carnevale spensierato fu quello del 1938: il martedì fu organizzato un grande ballo in maschera pubblico, al Teatro Comunale, dove era stata sgombrata la platea per ricavarne la pista da ballo, mentre i due ordini di palchi erano riservati agli spettatori paganti, e la galleria al popolino, nei limiti della sua capienza.

Note
(1) In casa di mio nonno Nicola, dove da piccoli trascorrevamo tutte le festività più importanti: Natale, Carnevale, Pasqua, l’Annunziata, e qualche ricorrenza familiare, i piatti forti dei tre giorni di carnevale era­no standardizzati.

La domenica bro­do di carni miste con taglioline fatte in casa;

il lunedì, in prepara­zione dell’ab­buf­fata del giorno dopo, pa­sta con le sarde, versione cata­nese che è molto diversa da quella paler­mita­na in cui usano bucatini e non mac­cheroncini, con uva passa che rende il piatto dolciastro, della qua­le noi ragazzi facevamo sempre il bis non essendoci il secondo;

il martedì era la volta dei “maccarru­ni”, quei grossi bucatini di semola di grano duro, fatti in casa col giunco, conditi con un ragù, che era una bomba per le digestioni difficili, ma non per noi che digerivamo anche i sassi, fatto con carni varie di vitello, agnello e maiale.
Quel giorno non mancavano i dolci comprati da zio Nunzio Isola che fa­ceva dei cannoli siciliani che erano, e restano nella nostra memoria sto­rica, la fine del mondo, come si dice oggi.

La coppia che spopolò, vincendo la gara di ballo, fu quella formata dall’avv. Nunzio Zingale e la nostra compagna di scuola e amica di ballo, Ninetta Spitaleri, con uno spettacolare tango argentino.

Io ricordo che prima di entrare nel teatro comprai dal farmacista Leanza, un digestivo perché avevo mangiato troppo e temevo qualche malessere; ma non ne ebbi bisogno perché il ballo fece da digestivo e affrontai al meglio la serata che si prolungò fino al mattino.

Uscendo dal teatro, stanchi ma soddisfatti, leggemmo sul Giornale di Sicilia la notizia della morte di Gabriele D’Annunzio.

Subito pensammo che il giorno dopo, alla ripresa delle lezioni, io frequentavo la terza liceale, come si diceva allora, avremmo messo in difficoltà il nostro Professore di Italiano e Latino, di cui purtroppo non ricordo il nome, che era un neo laureato dell’Università Cattolica, timidissimo, che arrossiva per la minima cosa: ricordo che leggendo la poesia di Catullo “Cenabis bene…” arrossì quando lesse “non sine candida puella”, frase che non ripetè più quando fece la traduzione ed il commento; allora il mio amico Gino Meli, facendogli una specie di controcanto, ricordava: “Professore, non sine candida puella!” al che il rossore aumentava senza dargli neppure la forza di minacciare una espulsione per farlo smettere.

La nostra previsione fu esatta: il professore, alla nostra richiesta di commemorare “ex abrupto” il grande poeta, che a quei tempi veniva chiamato “poeta-soldato”, perché il fascismo voleva mettere in evidenza le sue note imprese militari e la famosa “beffa di Buccari”, mentre noi volevamo conoscere il poeta dell’amore, arrossendo come al solito, si schermì e allora noi gli comunicammo che l’indomani avremmo parlato noi del poeta e del romanziere, preparando ognuno un argomento. Così facemmo con grande sollievo del professore che, pur capendo, non diede gran peso allo smacco subito.

Con quel carnevale finì la nostra breve e spensierata gioventù: cominciarono i primi venti di guerra, che sarebbe scoppiata il 1° settembre dell’anno successivo, con tutte le conseguenze note e sofferte un pò da tutti, in un modo o nell’altro. Al carnevale del ’38 seguì la tragedia del ’39-45!

Nicola Lupo
Bari, 14 gennaio 2005


Tradizioni brontesi

Il Venerdì Santo (1887)

Il Cristo alla colonna

di Giuseppe Cimbali

Giuseppe CimbaliIl cielo è tristo, l'anima è trista, tutto è tristo come la giornata più tragica della settimana santa.

Le campane legate tacciono: Bronte sembra affogato in un mare di silenzio. Siamo al venerdì, il venerdì del crucifige e della morte di chi venne a riscattare col proprio sangue, il genere umano, fin allora soggetto alla schiavitù del demonio.

Tutto il paese, la mattina, s'è riversato nella chiesa madre.

La folla immensa, schiacciantesi, opprimentesi, piange, sin­ghiozza, freme, delira secondo i vari atteggiamenti immani del predicatore, che, col crocifisso schiodato, dinoccolato nelle braccia, arrivando al punto più culminante e più meraviglioso del quaresimale, racconta in sette parti, furibondo, fuori di sè, esasperatamente, come iena ferita, la passione di Nostro Signore.

Ora, però, nelle ultime ore del giorno, centro d'affluenza è la chiesa dell'An­nunziata, da dove, tra breve, uscirà in processione il Cristo alla Colonna.

Lunga, interminabile la processione.

Mai nelle altre feste solenni, tutte le altre confraternite accorrono così nume­rose, così compatte, con tanta devozione e compunzione.

E pure non sfoggiano le loro mute fastose, una vera orgia di colori; non sfog­giano le belle mantiglie, i belli stendardi dorati; i grossi ceri intorno a cui, come intorno al tirso leggendario, s'inerpicano mazzi odoranti di rose, garofani e viole.

Vestono, invece, come vestono tutti i giorni, in segno di lutto: cogli abiti d'albaggio o di velluto, secondo i ceti; con una corona di spine… incruenta sul capo; in mano portano una disciplina leggera d'acciaio, colla quale si percotono le spalle.

Anticamente moltissimi, con pezzetti di vetro rotto e tagliente, si dilacera­vano a sangue il petto scoperto.

Cosi anche i preti, senza pompeg­giarsi nei loro paramenti lussureggianti, nelle loro cotte ricamate, nelle loro stole ricchissime. Questa volta vanno nel loro nero e severo abito talare, semplicemente.

I giovanetti delle scuole, sloggianti le ultime glorie delle divise, de' cheppì, delle sciarpe e delle sciabole della guardia nazionale, aprono il corteo preceduti dal rullo continuo, insi­stente, urtante, de' tamburi: rappresentano, poveri innocenti, i giudei tiranni ed assassini.

Lungo il corteo, di tanto in tanto e nell'in­ter­vallo di due confraternite, appare un mistero in perfetto costume orientale.

Prima Gesù incatenato e languente in mezzo ad una quantità di giudei, dav­vero giudei perchè rappresentati dalle facce più patibolari e vestiti di rosso scarlatto. Più in là, un altro Gesù ricurvo sotto il peso della grande croce, che sale il Calvario: il Cireneo, pietoso, lo aiuta a portarla per la punta di dietro.

Più in là ancora l'Ecce Homo, rappresentato da un ragazzone magrissimo, nudo, soltanto coperte le parti pudende da una striscia di tela rossa, a piè scalzi, qua e là macchiettato di carminio nelle carni vive - le ferite sangui­nolenti - con la famosa canna stretta tra le braccia e il petto.

In vari punti per l'aria greve risuona il mestissimo Stabat, cantato dalle voci delle confraternite e del clero. Meglio di tutti cantano i villani. Che slancio! Che strazio! Ch'e vellutamento! Che sentire profondo!

Da lontano, intanto, s'ode qualche squillo della marcia funebre, sonata dalla banda pur essa senza divisa, in segno di lutto.

Il santo Cristo si avvicina.

Un sommesso bisbiglio s'alza dalla folla stipata lungo le strade, nelle piazze, nelle finestre, nei balconi, nei ballatoi: tutti, come elettrizzati, si rivoltano in fondo, ansiosamente.

Le donne, in particolare, si commuovono o fin­gono di commuoversi fino alle lacri­me: qualche vecchio o qualche vecchia piange davvero.

- Viva la misericordia di Dio! Vivaaaa…

Ancora da lontano comincia a distinguersi la bara slanciata sur una massa di teste ondeg­gianti: di quelli che la portano sulle spalle appajono solo le teste dimenantisi e consperse di sudore.

Qualcuno distingue il Cristo alla Colonna sotto l'ampio padiglione di legno dipinto e sostenuto da quattro assi a spirale, ai quali stanno attaccate e pendono, gloriose primizie, le prime spighe di grano e le prime corna di fave verdi: ringraziamento cotesto per le beneficenze usate da Dio sino allora alle messi, e preghiera e voto insieme di usarne maggiori fino ai raccolto.

- Viva la misericordia di Dio! Vivaaaa…

Quando il Cristo alla Colonna s'è avvicinato quelli che piangevano davvero piangono di più, e quelli che piangevano per burla piangono davvero.

- Nostro Signore s'è ridotto a quello stato per noi, per noi miseri mortali è pecca­tori! Dateci almeno la grazia di piangervi, o Signore Iddio.

E piangono e gli mandano baci devoti colle mani e colle mani agitano i fazzoletti bian­chi in atto di volergli toccare e sanare le carni illividite.

Un'onda accalcata di popolo, dopo la ma­gistra­tura in coda di rondine, segue ansimante la bara.

Il Cristo alla colonna è miracoloso. Lo scolpì un pastore ignorante su un vecchio tronco di quercia schiantato dal fulmine.

Non tornii egli usò, non pialle, nè scalpelli, nè lime.

Usò solamente la piccola accetta, che portava sempre appesa alla cintura, e il coltello con cui tagliava quotidianamente il suo pane nero e durissimo.

Bella la Pasqua gioconda della Risurrezione, quando si passa in seno alla famiglia, col padre colla madre, colla moglie, co' fratelli. colle sorelle, coi figli.



La Processione del Venerdì Santo
Le foto di Rosalba Proto & Dario Audisio


 

Le fave nel Venerdì Santo a Bronte

L'uso di piante come addobbo è frequente nelle feste po­polari religiose. Esse possiedono, in modo più o meno occulto, un carattere simbolico.

Nella cittadina di Bronte, il giorno del Venerdì Santo, al­cu­ni fercoli, che sono portati in processione, sono sfar­zosa­mente parati con grappoli di baccelli di fave. In questo la­voro si esplicita la simbologia di questo para­mento.

In Sicilia, ogni città, paese, borgo o quartiere sente la ne­ces­sità di partecipare alle festività pasquali con riti deri­vati da usi e costumi locali.

Cerimonie queste che discendono da anti­chissime tra­dizio­ni di cui non sempre è possibile risalire al­l'aspetto originario ed alle motivazioni profonde che le hanno gene­rate.

In particolare è la Settimana San­ta che viene espres­sa dai fedeli secondo un comune co­pio­ne: la rap­presen­tazione del Calvario di Cristo.

A questo momento liturgico, che viene manifestato con pro­cessioni e rituali mesti, segue la Resurrezione, che segna il momento della gioia e della festa vera e propria.

Come è noto, tutti i rituali della Pasqua giudaico cri­stia­na, richiamano una ritualità simbolica precri­stiana dove la pa­rola pasqua, dall'ebraico pesah = passaggio, è sintesi di rinno­va­mento; di transito di una fase di morte della natu­ra (l'inver­no) ad una fase di vita e di risveglio (la primavera).

In altri termini si ha la sovrap­po­sizione di certi rituali reli­giosi con le cele­brazioni laiche legate al risveglio della na­tura, a cui gli uomi­ni desiderano parteciparvi coral­mente perché avvertono la sa­cralità del momen­to, in quanto ci­clico e ri­tuale, che scan­disce il ritmo vita/mor­te/vita.

Nella cittadina di Bronte la rappresentazione del Cal­va­rio, il giorno del Venerdì Santo, viene celebrata con una pro­cessione che, per certi aspetti, si rifà a modelli pre­senti in numerose realtà siciliane (ad esempio: Cal­ta­nis­setta, Tra­pani, Aidone, Pietraperzia, eccetera), cioè una serie di fer­coli (vare) che sorreggono statue lignee, effigianti sacri personaggi oppure scene del Calva­rio; mentre per un altro aspetto mostra un parti­colare significante pressoché uni­co.

Le vare, portate a spalla dai fedeli, che sfilano durante la processione del Venerdì Santo, sono quattro e raffi­gurano: Cristo morto, Cristo flagellato, il S.S. Croci­fisso e l'Addolo­rata; ad esse si aggiungono dei figuranti che rap­pre­sen­tano soldati romani, giudei e Cristo carico della croce.

Tutte le vare sono adornate con ricchi addobbi fiorali, ma due di essi - il Cristo flagellato e il S.S. Crocifisso - reca­no, accanto agli infioramenti, traboccanti grappoli di bac­celli freschi (faviane) di Fava(1).

Analoghi ciuffi di questo prodotto vegetale perdono dai bracci della croce portata a spalla da un figurante.

Chi assiste per la prima volta a tale rito si meraviglia della presenza di siffatti dimessi ortaggi posti accanto ad una raffinata ornamentazione fiorale.

A ciò si aggiun­ge uno strano particolare; nel periodo della fe­sta mobile anzidetta (che cade fra marzo ed aprile), le fave nel Brontese non sono, in genere, in fruttificazione; in­fat­ti, essendo il ter­ritorio posto intorno agli 800 metri di alti­tudine, la invaia­tura si ha a metà maggio. In con­se­guenza di tale caren­za, i baccelli delle fave devono essere reperiti in un luogo più a valle; questo luogo è la Piana di Catania.

Stando le cose nei modi sopraccennati - disarmonia este­tica fra ricca infiorata e poveri baccelli, non che reperi­mento degli orpelli vegetali in un territorio lontano - i grap­poli di faviane devono possedere uno o più significati sim­bolici(2). E così è.

Innanzi tutto esse costituiscono un omaggio alla divinità con fine propiziatorio.

Nel Brontese le coltivazioni di legu­minose (fave, piselli, ceci, lenticchie), hanno avuto un pe­so econo­mico im­por­tante, almeno fino ad un'epoca recen­te.

Secondariamente occorre precisare perché, all'interno del­l'anzidetto omaggio, siano proprio le fave a svolgere tale ruolo.

Il fatto è da attribuire soltanto ad una que­stione vo­lumetrica; il loro baccello è il più grande, per­ciò più appa­riscente, fra quelli degli altri ortaggi consi­mili.

Infine occorre chiarire la scelta della Piana di Catania co­me luogo di reperimento dell'ortaggio.

Essa discende da motivazioni antiche, legate alla vita dei pastori che nel Brontese hanno avuto ed ancor hanno larga pre­senza.

Dalla Piana, proprio nel periodo pasquale, essi ritorna­va­no ai pascoli montani dopo aver concluso la transu­manza e, nella occasione, portavano alla divinità il dono di una primi­zia costituita dalle faviane.

A margine di questa usanza religiosa vi è un' altra ap­pen­dice devozionale. Alla fine della processione i por­ta­tori del­le vare manifestano l'antichissima credenza ma­gico religiosa della legge del contatto; secondo la quale ciò che è stato vicino al divino diventa elemento di pro­tezione contro ogni avversità e apportatore di be­nes­sere spirituale e materiale.

Essi allora si accapi­gliano per impossessarsi del baccelli che sono stati ap­pe­si alle vare e li consuma­no sul posto.

Salvatore Arcidiacono
Docente di Scienze Naturali

(Per gentile concessione dell'Autore)

Brutto segno quando necessità vuole che si passi lontano: qualche disgrazia
piom­berà sulla casa propria; o per lo meno, per quell'anno, questo dolore indimenticabile disabbel­lisce, al solo pensarci, qualunque gioia.

Quell'anno - un duecento anni fa – toccò fra gli altri, a quel pastore il non muoversi nelle feste di Pasqua dalla foresta. Il padrone fu inesorabile. Del resto potevano lasciarsi soli a pascere gli armenti? […]

[Da “Terra di Fuoco – Leggende siciliane”, di Giuseppe Cimbali, Euseo Molino Editore, Roma 1887]


Note

(1) La Fava (Vicia faba) è una pianta soggetta a coltura da millenni, la sua presenza in una tratta­zione etnobotanica sarebbe fuori luogo; qui la citiamo in quanto considerata per un impiego ben lungi da quello agricolo.
(2) Una festa religiosa in cui compaiono le fave che adornano un sacro simulacro si ha a Modica per la festività di San Giorgio; in quella occasione la statua del santo viene adornata di doni e di piante di fave.



Tradizioni brontesi

La Pasqua

"pennellate di memoria” di Nicola Lupo

Quest’anno la Pasqua[1] viene “bassa”, come si dice, e precisamente il 27 Marzo, quindi nello stesso mese in cui si festeggia S. Giuseppe e, quindi, si fanno “i vigginelli”, ma di questa usanza c’è già un articolo in questo stesso sito, perciò mi esimo dal ripetere il già detto, ma a questo proposito voglio ricordare un episodio poco edificante, in verità, ma in linea con le normali debolezze umane, che potrei definire “pennellata di memoria“.

Nel periodo in cui mio padre era segretario della Confraternita di Maria SS. della Misericordia, in base alle finalità della confraternita che comprendevano opere caritative, fu deliberato di fare, in concomitanza della festa di S. Giuseppe, come di consuetudine, i tradizionali “vigginelli” e, quindi, dal Comitato organizzativo, presieduto dall’assistente eccle­sia­stico, che allora era Padre Rubino, fu dato incarico a mio padre di organizzare il tutto: reperire i soldi necessari e, in base alla somma raccolta, fare l’elenco degli invitati e del menu, che era standardizzato dalla tradizione: pasta (meglio se “tagghiarini”) e ceci, baccalà fritto, una “minnitta”, una arancia e un bicchiere di vino, e naturalmente acqua; il tutto servito a tavola da alcuni confratelli volontari, in un locale scelto a seconda del numero degli ospiti.

Quando tutto era stato definito e si era alla vigilia della festa, dall’Amministrazione della Ducea Nelson, arrivò in ritardo un’offerta ad hoc di cento lire; e a questo punto avvenne l’episodio che sto per riferire: il Padre Rubino subito avanzò la proposta che detta somma, dato che tutto era stato definito e la relativa spesa coperta, venisse devoluta alla Chiesa.

Mio padre, naturalmente, fece osservare che quei soldi erano stati offerti per i poveri e, pertanto, propose che si offrisse loro anche il dolce.

Il sacerdote, fermo nella sua richiesta, obiettò che non era il caso perché “i poveri non erano abituati al dolce”; il Comitato scandalizzato dal ragionamento del p. Rubino, votò unanime la proposta di mio padre e, quindi, quell’anno i poveri di Bronte fecero il primo peccato di gola!


[1] Termine che dall’ebrai­co “pesah” è passato al greco “pasca” e da questo al latino “pascha”, dal qua­le è giunto a noi; per gli Ebrei ricorda la libera­zione dalla schiavitù del­l’Egitto, per i Cristiani, inve­ce, commemora la resur­rezione di Cristo. Essa si celebra nella dome­nica successiva al pleni­lunio di marzo, quindi non è a data fissa.



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Ma, come ho detto sopra, vi ho raccontato questo fatto non per scandalizzarvi, ma per dimostrarvi che certe debolezze umane si riscontrano in qualsiasi ceto sociale.

Ed ora, con la buona pace di tutti, passiamo alle tradizioni pasquali.

La Pasqua è la festa della resurrezione, quindi della gioia, e questa si manifestava nella primavera incipiente, nel risveglio della natura, nei primi nuovi frutti della terra, e si vedeva anche negli addobbi che si mettevano sui quarti di vitello e degli agnelli appesi ai ganci delle macellerie fuori delle porte: bandierine, fiori e piselli o fave, infilzati nelle carni fresche delle bestie pronte per essere, non sacrificate agli dei antichi, ma cucinate nelle case della gente, anche la più umile, e coccarde tricolori appese al collo degli agnelli e dei capretti.

Ed io ricordo le quattro macellerie concentrate al centro, come le farmacie,: quella di Meli (u guaddarrutàru) all’angolo di via prof. Placido De Luca, quella di Nicola “pinnicuni” un pò più giù, di fronte alla chiesa del Sacro Cuore, quella dell’altro Meli, Pasqualino, sotto le Logge, e infine, all’altezza di piazza del Rosario, quella d’ “u pillaru” (Gangi), che gareggiavano a chi faceva la più bella mostra delle proprie carni. E questa era la prima festa degli occhi!

Per quanto riguarda la festa religiosa, raccontata egregiamente in altra parte di questo sito, voglio aggiungere un particolare: per i sepolcri la gente più umile di campagna, un mese prima della Pasqua seminava in piccoli vasi, che spesso erano i grandi piatti di terraglia in cui le famiglie mangiavano, il frumento, ma lo faceva germogliare e crescere non alla luce dove, per il processo della fotosintesi clorofilliana, sarebbe diventato verde, ma nel buio di una cassapanca, dove cresceva giallo; e questo (il buio) per simboleggiare la morte e poi la resurrezione; ma di questo simbolismo le povere donne di allora non sapevano nulla, ma eseguivano quello che avevano visto fare ai loro antenati e in cui credevano ciecamente.

Tutto quel giallo ai piedi dell’altare in cui era custodita l’ostia del giovedì Santo, giorno dell’istituzione dell’Eucaristia, in me ragazzo, suscitava non solo sentimenti di pietà per la morte di Gesù Cristo, ma anticipava anche la speranza della Sua resurrezione.

Infatti nelle processioni dei Santi del Venerdì tutte le statue, che erano dolorose, erano adornate dai primi frutti della terra, come ad esempio, fave e piselli freschi che, se non erano ancora delle nostre campagne, erano state portate dalle “marine, quelle masserie che alcuni brontesi avevano nella piana di Catania, o dove molti “junnatari andavano a lavorare perché in paese non c’era ancora occupazione, e ciò per propiziare o ringraziare la Divina Provvidenza per quei frutti che ricompensavano il loro lavoro.

Anche nella settimana di Pasqua c’era una sacra rappresentazione itinerante che adesso si è ridotta alla processione dei Sacri Misteri; allora, invece, le statue erano sostituite da persone che, abbigliate adeguatamente, rappresentavano Gesù e gli altri personaggi.

Ricordo che, forse l’ultimo anno di quella sacra rappresentazione, avvenne un piccolo incidente: l’uomo che doveva rappresentare l’Ecce Homo, dato il freddo che faceva quel Venerdì Santo, non voleva spogliarsi, ma uno degli organizzatori gli intimò:

- “I soddi t’i pigghiasti, ora’nbozza e fa’ u Cristu”;

al che il poveraccio non potè fare altro che correre il rischio di prendersi una bronco-polmonite.

Un’altra consuetudine era quella del sabato Santo, quando suonavano le campane di tutte le chiese di Bronte per annunziare la Resurrezione: tutte le mamme di qualunque ceto sociale, sospendevano quello che stavano facendo in quel momento (e c’era tanto da fare in quei giorni di festa) e, presi uno alla volta i propri figli, a cominciare dal più grande, e sollevandolo verso il cielo, gridavano, ripetutamente, di gioia: “Crisci e nubbirisci!” e li baciavano sulla bocca[2], ed era una commozione ed un augurio generale.

Spesso, quanto detto sopra, avveniva mentre la mamma, aiutata da qualche amica vicina, stava facendo le “cullure“ che consistevano in un impasto di farina, acqua e sale (senza lievito, perché dovevano ricordare il pane azzimo dell’antica tradizione ebraica, passata poi in quella cristiana dell’ostia ), modellata in diverse forme, per esempio di cestino, sul quale si inserivano delle uova che si cocevano al forno insieme all’impasto.

La “cullura si mangiava o come antipasto assieme alla “supprissata “, che per lo più veniva confezionata in casa quando si uccideva il maiale, o si comprava in macelleria e in salumeria; oppure si mangiava il lunedì dell’Angelo o “pasquetta“ durante la scampagnata che si faceva in campagna, “o rinazzzu”, dove si arrostiva su una tegola arroventata l’agnello o la salsiccia. A Bari ho trovato qualcosa di simile alla nostra “cullura”, chiamata “scarcella” ma dolce e ornata con confettini multicolore.

Il giorno di Pasqua si mangiava dal nonno col tradizionale menu di “maccarruni” col sugo di “spuntature” di maiale e agnello a forno con patate e i classici cannoli di zio Nunzio Isola, il tutto innaffiato col buon vino della “Serra-Gullìa”.

Prima di iniziare il pranzo si facevano gli auguri al nonno col tradizionale “baciamano” e si otteneva “‘a fera”, cioè il regalo, in soldi, che si faceva alle feste[3].

Altra tradizione familiare era quella di fare il Precetto Pasquale tutti insieme la domenica in Albis alla Chiesa Matrice che era la nostra Parrocchia, anche se nostro padre l’aveva fatto con la confraternita, mia madre con le parenti e noi ragazzi con la scuola.

Bari, 5 marzo 2005
Nicola Lupo

frumento germogliato

Processione del Venerdì Santo

Le "Cullure"

 



[2] A proposito di baci sul­la bocca, almeno nel­l’am­bito familiare, questa con­suetudine, che secondo me deriva dai Musulmani ve­nu­ti nel territorio di Bron­te con il protospatario Ma­niace nel 1042, nella mia famiglia cessò nel 1936 quando mio fratello Nino, tornato da Venezia, dove studiava Economia e Com­mercio a Ca’ Foscari, ci disse che non dovevamo baciarci più sulla bocca, ma sulle guance, come facevano al Nord.

[3] Secondo me questo termine “fera“ per indicare il regalo che si faceva in occasione di festività, deriva proprio dal latino “feriae“ che vuol dire festa

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