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Gli anni del Ciclope

Bronte allo specchio

(1946 - 1950)

La Storia di Bronte, insieme a noi

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Spigolando da Il Ciclope, 60 anni dopo

Figure d'altri tempi

 


Don Giovanni Cimbali

(Figurine antiche)

Don Giovanni Cimbali era un galantuomo. E' inutile dire di più. A Bronte tutti lo conoscevano e sapevano della sua vita di uomo dabbene, dedito al suo «frastucheto» a Malaga.

Sul suo ronzinante, col fucile a bacchetta a tracolla, i suoi occhialoni grossi come fari d'auto, se ne scendeva, al «loco», ossequiato a destra ed a manca da amici e conoscenti.
Il «loco» era il suo paradiso terrestre. Lì, nella sua forte miopia, vedeva tutto. Vedeva i grappoli opimi delle frastuche, ora che lo scornabecco aveva tutto dato da buon padre affettuoso. Tra la ricotta fresca e le buone sparacogne, aggiungeva ancora altri anni ai numerosi che gli gravavano sulle spalle.

- Baciu li mani don Giuvanni.
- Cu siti, cu siti?
- Ju sugnu, Lorenzu De Luca, don Giovanni, sebbenedica!

E l'allora giovincello don Lorenzo si avvicinava al vegliardo, intrattenendosi a parlare della buona annata dei pistacchi.

Felice e raggiante, era don Giovanni quando si parlava del suo fondo cosi rigoglioso. Ospitando gli amici nella sua «casotta», offriva di tutto cuore le amarognole sparacogne e il buon vino.
Nella «casotta» pernottava per tutto il tempo della raccolta delle «frastuche» solo ma bene armato. Un pistolone a due canne faceva compagnia al fucilone a bacchetta, e con quel pò di arsenale neanche il più malintenzionato si sarebbe azzardato a varcare la soglia del reame di don Giovanni Cimbali.

Il vecchio non aveva nemici, ma... «dagli amici mi guardi Iddio» dice il proverbIo, e difatti una volta...

Una volta alcuni amici vollero ridere alle sue spalle e messo su un bel piano, la sera stessa lo misero in atto. Il figlio di Rosa l’orba, uno scapestrato che bazzicava nel fondo del Cimbali, sarebbe salito sul tetto e dopo aver tolto alcune tegole, avrebbe... fatto un atto piccolo... in direzione del sottostante capezzale ove riposava il galantuomo. E cosi fece.

La notte era serena, le stelle palpitavano nell'afa estiva e i «marranzani» si scambiavano cifrati messaggi...

Don Giovanni smise di russare, si portò una mano al viso, al petto, poi ancora al viso e messosi a sedere sul letto disse: O bella, piove! Ma ieri sera il tempo, bello era!

Si alzò, e senza inforcare gli occhiali si fece sulla soglia per interrogare il cielo. Ma nulla scopri. Mise fuori il braccio ma nessuna goccia di acqua lo bagnò. Il vecchio capi subito la beffa, anche perchè udì dei passi tra le frasche.

Questo è quel fetentone del figlio di Rosa l'orba. Domani l'aggiusto io!

L'indomani, don Lorenzo De Luca ed altri amici vennero a trovare con una scusa don Giovanni.
Il discorso cadde sull'avvenimento poco pulito della notte passata. Don Giovanni era furente. L'avrebbe ammazzato, lo giurava e indicava il pezzo d'artiglieria che troneggiava nell'angolo della casa, vicino al lettuccio.

Alcuni amici lo intrattennero poi a discorrere sull'aia, mentre Lorenzo De Luca, con abile mossa, scaricò il fucile togliendovi pallini e palla di piombo, lasciandolo caricato con la sola polvere e i tappi di stoppa.

Lo stesso giorno, dopo aver organizzato la seconda parte del programma, fecero presentare al «loco» il figlio dell'orba che da lontano gridò:

- Baciamu li mani don Giovanni, com'è vossia?

Don Giovanili stava seduto su d'un «forrizzu », avanti la casotta, il fucile a portata di mano. Aveva l'animo in tempesta, per l'onta subita, ed a sentire quella voce s'alzò di scatto, cercando di sbirciare chi fosse l'uomo che lo salutava.

Proteso il collo in avanti, gli occhi socchiusi dietro i grossi vetri, rispose:
- Cu siti?
- Don Giovanili, iu sugnu!
- A tu si? 'u figghiu di Rosa l'orba ? Aspetta, aspetta!

E fatto un passo indietro, prese il fucile, e giratosi, cosi, a casaccio fece partire il colpo.

- Ahi ...m'ammazzau!, urlò quell'altro, e finse di stramazzare al suolo, mentre poi, carponi, si allontanò.

Don Giovanni rimase col fucile ancora puntato, il cuore in tumulto, gli occhi fuori dell'orbita. Poi cercò d'avvicinarsi sul posto ove credeva fosse caduto fulminato l'uomo. Ma vinto dallo spavento ritornò alla casotta gridando: «L'ammazzai, l'ammazzai!»

Gli amici, nascosti nelle vicinanze, se la squagliarono andando a portare la notizia in paese.

Don Giovanni depose l'arma, si calcò il taschetto in testa ed a piedi, fuggi verso Bronte.

- L'ammazzai! Quel grido, grido di morte fu!, l'ammazzai! Sugnu cunsumatu!

E arrancava verso il paese in cerca di asilo per sfuggire alla giustizia. Molta gente che l'incontrò lo vide casi sgomento e gli chiese cosa fosse accaduto.

- Nulla nulla, rispondeva.

Poi a sua volta chiedeva: Avete visto trasportare un defunto?
- No don Giovanni, nessun defunto abbiamo visto.

E così arrivò al dazio, allo Scialandro, ove gli amici avevano preparato la trappola.
- Baciamu, don Giuvanni, vossia a piedi si n'acchianò du' locu?

Don Giovanni ripetè: Avete visto passare un defunto?
- Si don Giovanni, a momenti son passati quattro carabinieri che seguivano un asino su cui era legato il figlio di Rosa l'orba. Aveva un buco cosi nel petto!

A don Giovanni venne un «tramuto», ma si seppe dominare. Mise le ali ai piedi e come un bolide corse a casa sua per vie traverse, mormorando: «'U spurtusai, 'u spurtusai!».

Alla vecchia cameriera che lo vide arrivare così stravolto, invecchiato di cent'anni non disse altro:
- Chiudi cretina; chiudi la bocca e la porta e a chiunque domandi di me di' che non ci sono!

E vacillando, col cuore in gola andò a buttarsi in mezzo alle frasche del tetto morto.

Dopo cinque giorni la pietà dei buoni amici lo fece tornare alla luce del sole, con tanto di barba e con gli occhi strabuzzati.
E allorchè seppe la verità, anzicchè placarsi giurò che stavolta l'avrebbe "spurtusatu" davvero quel cane maledetto. [A. Mazzola]

(Il Ciclope, anno II, n. 7 (19), domenica 13 Aprile 1947, Direttore Luigi Margaglio Cesare)


Zagarazzabuz

(Figure di altri tempi)

Chi dovesse ricordare il vecchio ufficio postale sito nel vicoletto in fondo a Piazza Viviani, potrà ricordare senz'altro la tipica figura dello Ufficiale postale don Antuninu Brisca.

Alto, allampanato, con gli occhietti bonari, privi di fiamma dietro i grossi vetri degli occhiali, cogli scopettoni alla borbonica, tutto intento nel suo ufficio a dare colpi di timbro ed a spedire raccomandate o a distribuire i plichi profumati alle nobildonne dell'epoca.

Don Antunino Brisca viveva tutto solo nel suo ufficio che faceva da casa contemporaneamente. Uno steccato divideva la stanzetta, con una mensoletta a vetri, e per una scaletta si accedeva al mezzanino dove una balaustra in legno faceva da ringhiera alla stanza da pranzo e da letto, un tutt'uno usato dall'ufficiale postale.

Don Antunino poteva dir davvero di fare casa e ufficio, non uscendo che di rado e con qualche amico dei più fidati per dare sfogo alla sua grande passione: la caccia. Era lassù vicino al letto il suo archibugio, alto due metri, spavento della selvaggina e degli attentatori all'ufficio!
La sera gli era piacevole intrattenersi a far qualche partita a briscola con don Nunzio Pace, don Nunzio Magro, Luigi Saitta e Ninu 'u beccu, quest' ultimo amanuense all'ufficio. Ed allora cominciava la vera vita per don Antunino. Dimenticava le lettere ed i pacchi e cominciava a dare sfoggio della. sua grande abilità di giocatore. Era imbattibile e se ne vantava ad oltranza, facendo ingoiare saliva e rospi agli amici, avversari nelle partite.

Don Nunzio Pace non poteva rassegnarsi alle, ripetute sconfitte ed a sera tarda, ritornando a casa sua rimugginava nel suo cuore la più feroce vendetta, a rivincita delle sconfitte subite. E dai oggi, dai domani, un bel giorno si riunirono gli amici suddetti e almanaccarono un bel piano.

La sera andarono a giocare come al solito, Don Antunino come sempre stravinceva. Don Nunzio Pace non ne potè più.
- Don Antuninu, 'u diavulu fazzu viniri e daccussì sulu possu vinciri!
- Cumpari Nunzio, nenti ci pò cù mia! rispose con orgoglio il Brisca... e strizzando l'occhio al compagno faceva capire che gli era entrato il tre di briscola!

Ma anche gli altri compagni cominciarono a far coro con don Nunzio Pace, proponendo di ricorrere al diavolo e far voltare le sorti della partita. Don Antuninu sorrideva e batteva briscole su briscole.

Quella sera fu un vero furore per l'ufficiale. Non perse una partita. L'indomani, il piano prestabilito venne messo in pratica.

Don Nunzio Pace, chiamato un suo amico, una guardia municipale lo mise al corrente di tutto e procurate due grosse catene, un teschio da morto, due corna ed una lanterna, si avviarono all'ufficio postale.

Fatto uscire momentaneamente il Brisca dal suo antro, don Nunzio Pace lo intrattenne in un discorso un pò lungo su una partita di caccia da farsi in quei giorni e cosi la guardia, sgattaiolando nell'ufficio andò a nascondersi nell' ammezzato.
Era già sera fatta. Don Antunino si preparò per la chiusura dei conti e dopo aver dato gli ultimi colpi di timbro e chiusi i sacchi della posta si affacciò al balcone in attesa degli amici.

E questi in gruppo, poco dopo, giunsero cantando vittoria sicura per quella sera. Le partite si svolgevano allo stesso tavolo di lavoro del Brisca.

Quella sera si combinarono i posti in modo tale che don Antuninu guardasse verso lo ammezzato. E cominciò la partita.

Don Antuninu era un cannone, più del solito e don Nunzio Pace, come al solito ...una schiappa per il Brisca.

- Stasira siti persu don Antuninu mju! cominciò il Pace. Si perdu st'atra partita 'u diavulu chiamu!

- Chiamatilu, chiamatilu... tantu vinciu lu stissu!

E quello si e l'altro va bene... ad un tratto, dando un pugno sul tavolo il Pace grida con voce stentorea: «ZAGARAZZABUZ svegliati!»




 

Galleria degli avvocati!?!
Il Conciliatore di Bronte avv. Nunzio Zingale non poteva cer­tamente sfuggire alla satira del cancelliere Maz­zola ed alle rime baciate di Margaglio:

«Di chi sia questo viso sì gioviale,
presto il diciamo: è di Nunzio Zingale.
L'avvocato egregio che con onore
tien la carica di Conciliatore.
Tra strilli delle parti contendenti
che scambiandosi invettive ed accidenti,
energico interviene e taglia corto
decidendo chi ha ragione e chi ha torto.
Conciliar vorrebbe, ma ohimè! invano!
Il nostro Sindaco con San Blandano
il qual reclama per la grave offesa
del letamaio accanto alla sua chiesa.
E' sempre giovane il signor Nunziello,
allegro, vispo che sembra un cardello.
Come balla!... Al veglion, abbiam saputo,
sgambettava che parea un mul fottuto.
Ormai è da tempo che si è fidanzato;
speriamo che presto lo vedrem sposato.
Puranco la spettabile sua "grolletta"
par dirgli: Sposa, Nunziel che si aspetta?»




 

Galleria dei goliardi!?!
Questa volta nel­la galleria del Ciclope si rende omaggio ad un giovane univer­sitario brillante e gioioso, anima­tore e trascina­tore della gioven­tù dell'epoca:

Teodoro Aidala.
Ironico il disegno del cancelliere Mazzola ma nessuna ironia nella piccola poesia che ac­compagna la caricatura:

«Nacque a New York il nostro Teodoro,
perciò è giocondo, vispo e ridanciano:
larga la bocca... senza un dente d'oro,
ricciuto il capo... da siciliano.
Canta come un angelo divino
con voce bianca, gl'inni del Signore.
Della Democrazia il paladino,
valente come un organizzatore.
Studia la legge e la sua procedura,
sarà ben presto al Foro, in Tribunale,
per ora s'accontenta alla Pretura,
di far qualche comparsa... personale.»

La vignetta fu pubblicata dal Ciclope il 3 Ago­sto 1947 quando Teodoro Aidala, stu­dente ventitreenne di Giurisprudenza, era presi­dente della Gioventù della Azione Cat­tolica brontese ed animatore del Circolo Cattolico Vico Necchi.

Con una fine inattesa e fulminea tre mesi do­po, il 1° Novembre 1947, Teodoro morì la­sciando nello sconforto tantissimi giovani amici.
Lo stesso quindicinale il 9 Novembre lo defi­niva «...esempio luminosissimo di fedeltà e di attaccamento all’Azione Cattolica, di spirito di sacrificio, di assoluta dedizione nell’apo­stolato a favore degli umili e dei poveri…».


 

Galleria dei professori - insegnanti!?!
Francesco Longhitano ("Checco") era una figura molto nota negli anni '50 (insegnante, storico, sovrin­tendente ono­rario delle

biblio­teche brontesi) e non poteva sfuggire alla matita di Angelo Mazzola ed alla vena poetica di Luigi Margaglio che in poche righe ne traccia il profilo:

«Di don Luigi Checco è il discendente
il professore Ciccio Longhitano,
Commendatore, già libero docente
in Istituto nord-Americano.
E' ricco di proverbi nostrani,
che a giusto tempo e luogo ti propina
nel mentre aspira e cicca i suoi toscani,
beandosi in un'estasi divina.
Fu in Tunisia e in California dopo,
subendo della guerra la ria sorte
ma poscia liberato, il vero scopo
della sua vita ritrovò più forte.
Ed eccolo che a Bronte riappare,
si sposa, si sistema, è già papà
e quindi il buon maestro elementare
riprende a far con zelo ed onestà.»

Don Antunino e gli altri zittiscono, meravigliati della novità del Pace, poi il Brisca fa una sonora risata:
- Jucamu cumpari Nunziu, non pirditi tempu, Caricu di brisculi sugnu!

E don Nunzio di rimando: «Zagarazzabuz, manifestati!».
Don Antunino sta per prorompere in un' altra risata, quando dall'ammezzato si ode un sinistro rumor di catene.

La risata gela sulle labbra dell'ufficiale, i suoi occhietti s'alzano al di sopra degli occhialoni e guarda verso il mezzanino. Il suo viso diventa lungo, smisurato.
- «Zagarazzabuz, dà segno della tua presenza! rintrona la voce del Pace, «presentati». Tremano i basettoni del povero don Antunino, mentre la fronte gli s'imperla di goccioline di sudore...

Dalla balaustra è apparsa una figura orribile, che emette suoni rauchi, uniti allo stridore di catene. E' un teschio con due corna, illuminato da una fiamma rossastra che appare macabramente dalla balaustra e sembra volersi precipitare nella stanza sottostante.

Don Antunino si alza come uno spiritato, gli manca la voce, fa per strofinarsi gli occhi ma fa cadere gli occhiali e così, cieco ad un tratto, vedendo in un incubo di sogno quella scena infernale cerca di fuggire, ma non regge più e cade in deliquio tra le braccia del Pace e degli altri che ad ogni buon fine mandano Zagarazzabuz…al diavolo e disarmano l'archibugio.

Da quella sera in poi non si giocò più a briscola in casa dell'ufficiale. [A. Mazzola]

(Il Ciclope, anno II, n. 11 (29), domenica 1 Giugno 1947, Direttore Luigi Margaglio Cesare)

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