L'onomastico del re borbonico

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“Testalonga”

L'onomastico del re borbonico

di Francesco Longhitano Ferraù

Bronte aveva una sola guardia municipale con a capo “u mastru ri chiazza” e quest’ultimo aveva una specie di aiutante maggiore, che veniva ogni giorno da Maletto.

Si chiamava "Testalonga", aveva un bel paio di baffi e basette alla "franceschiello" fino al mento, uno schioppettone lungo due metri: era la sua armatura a pietra focaia.

In Bronte lui era l'indispensabile: faceva l'attacchino, l'aiutante di sanità, l'accalappia cani, il lampionaro, il mezzo sacrestano e il corista di «spalla con i salmodianti preti», l'uomo di «spallata» al cataletto o alla «vitellina» per i morti di riguardo ed il cameriere al Casinò civile di conversazione dei nobili e «galantuomini» (alias cappelli) di Bronte, che lo conducevano, spesso, nelle partite di caccia come capo della muta e vivandiere.

Non sapeva né leggere né scrivere, eppure era ufficiale giudiziario.

Egli non doveva notificare alcuna carta; solo armato della sua solita, lunga spingarda, più alta di lui, monocolpo ad avancarica, andava ogni giorno a bussare alle porte di quei poveri disgraziati che si erano resi morosi nel pagare la "fonduvària" e spesse volte piantonava l'abituro dei più renitenti.

La misera gente, in quei tempi, se pur miseri, ma di pudore, per levarsi dinanzi quell'omone con quel lungo «crocefisso», andava a pagare. Oggi il "Testalonga" avrebbe brindato con quelli, alla faccia del "precettùri".

Faceva pure servizio alla pubblica pesa (baranzùni), sita accanto al Casinò, e fungeva pure da guardia di rinforzo e truppa di collegamento con la borbonica guardia nazionale che, in caso di emergenza, venendo a Bronte si accampava allo Scialandro, soppresso poi con la prima guerra mondiale.

Quella mattina al posto della «ciappa» aveva messo al capo la «crastora» orlata di seta e con un fiammante stemma borbonico, le brache, i quazuni (uose al ginocchio), e la casacca nuova; anche la sciarpa rossa, che gli cingeva le brache, era per l'occasione di seta, mentre alla giuntura aperta del ginocchio mostrava i «cazitìra» (mutande), nuove di lino, tessuti in casa come il suo vestito di drappo nero.

Per la ricorrenza, sua moglie, "a signa Nunzia a Firrazzola", la sera avanti, con l'unto nero (fumo della pentola), gli aveva affumicato le «scappìtte» nuove di vacchetta senza tacce (bollette, chiodi) per cazarli con le pezze di drappo (orbace) orlate di seta e allacciate con gli «scuppunèri» (stringhe) che, lui Testalonga, aveva rubato con i gemelli di ottone giallo dalle cinghie dei fucili, quando aveva fatto sette anni il soldato di leva in cavalleria e, poi, la guardia da raffermato, alla Vicaria di Palermo.

Quella mattina in Bronte, alla Barriera avevano levato la catena e non si pagava il pedaggio per entrare nell'abitato, era l'onomastico del re Ferdinando.

Al Palazzo Ducale, in piazza Cappuccini, oggi venuto in possesso, quasi tutto, dagli stessi servi e gabelloti del Duca Nelson, dinanzi all'ingresso principale fra due candele, era posto il ritratto del Re.
Ognuno dei passanti doveva, con riverenza, togliersi la «crastora» od il cilindro e fare alla tela un profondo inchino a schiena ricurva.

Testalonga, esonerato quel giorno da tutti i servizi, messo li con il suo terribile e potente monocolpo, aveva l'incarico di controllare il saluto.




 

Francesco Longhitano-Checco Ferraù,
scomparso nel 1984, è stato insegnante elementare, stu­dioso e storico ed un tenace cultore della più profonda ed autentica tradizione culturale del nostro comune.

Aveva assunto, unico e solo nel suo campo, questo ruolo di fedele custode della cul­tu­ra e della tradizione.
Amante della storia locale, negli anni '50 ricoprì la carica di sovrintendente onorario delle biblioteche brontesi.

Tenne la responsabilità del
patrimonio li­brario ed archivistico del Real Collegio Capizzi dal secondo dopoguerra ai primi anni ‘80.

Rese, secon­do molti studiosi, facilmente distin­gui­bili i suoi in­terventi per l’utilizzo di alcuni metodi di siste­ma­zione e catalogazione dal criterio non sem­pre condivisibile; tra di essi l’abitudine di se­gna­re o di nume­rare le carte d’archivio con vistosi penna­relli rossi e blu, a volte deturpando irrimedia­bilmente anche preziosi manoscritti.

Così era commemorato nel gennaio 1984 dal­l'or­gano ufficiale del Comune, "Bronte Notizie":

«Lo ricordiamo sotto un duplice aspetto. Il primo è quello del Prof. Longhitano, uomo fra la gente, il giorno insegnante, la sera, al tavolo del bar «Belve­dere» a vivere il suo tempo libero tra rac­conti, tres­sette e prese di tabacco.

L'altro è Ferraù, straordinario archivio vivente di pen­siero, vicende, avventure storiche, miti, leg­gende e personaggi della sua terra.

Con lui scompare un solido legame col passato.

Parte del suo pensiero e della sua particolare cul­tura è contenuta nei preziosi manoscritti che egli ci ha lasciato, che si spera possano essere, un gior­no, resi pubblici alla cittadinanza brontese».


Genealogia dei Longhitano-Checchi, Chicchitti

Se qualche villano passava con indifferenza, lui, Testalonga, con la sua mano, grande come una pala di forno, levava al malcapitato la crastora e la gettava a terra intimando: «porco villanu, sarutàti u nostru amatu suvranu!», mentre, con l'indice sinistro, gli indicava il ritratto del re, che, seduto comodamente, mostrava sul largo petto le tante onorificenze, i pantaloni bianchi aderenti, la giubba verde dagli orli dorati, una mano guantata e sull'altra tenente il secondo guanto, come fiori in un vaso.

E mentre il mal capitato raccattava la crastora, lui subito gli dava una pedata nelle magre natiche e lo mandava a capitombolo. Quella scena non destava alcun sorriso fra i passanti, ma a Testalonga si.

Quel giorno aveva il faticoso compito di rimpiazzare le candele e, spesso, gettava «santiuni» contro Eolo (dio dei venti), perché gli procurava la fatica di riaccendere le candele con l'acciarino e l'esca focaia, che teneva nella giberna, per la bisogna.

Non c'è da meravigliarsi: questo succedeva anche in tutti i piccoli staterelli, nei quali era divisa l'Italia. Anche fuori (… )

Per chi voglia appagare la curiosità, può ammirare uno di questi grandi ritratti monarchici borbonici nella preziosa pinacoteca del Real Collegio Capizzi, dalla quale ogni anno, il Testalonga andava per il prestito, seguito dai decurioni, dal Sindaco di Bronte e dal Capitano di giustizia e giurati del mero e misto impero di Randazzo, che aveva su Bronte il diritto di vita e di morte sui cittadini ed opprimerli con angherie, censi, canoni, e pedaggi gravosi.

Sotto quel ritratto leggesi: «Al Real Collegio Borbonico della "Fidellissima Brontis Universitas"».

Bronte giustamente doveva essergli "fidelissima" perché proprio loro, i borboni personalmente, incoraggiarono e finanziarono in perpetuo il Ven. Ignazio Capizzi, nell'istituire quel famoso ateneo che, dalla fondazione, fu regio per una istruzione aperta a tutti e per tutti.


Castiglione Pace

Barone di Pietrabianca e di S. Luigi

di Filippo Marotta Rizzo




Quattru fìgghi fìmmini ci arrivaru
quattru voti tintò la sò sorti,
lu Distinu cu iddu fu amaru
pu sò feudu e u sò nomi fu la Morti.

  

LORENZO CASTIGLIONE PACE,
Fondatore dell'Ospedale dei poveri

Don Lorenzo Castiglione Pace, disegno di Agostino Attinà (1864)Lorenzo Castiglione Pace, barone di Pietra­bianca (il feudo si trovava in territorio di Adernò), ereditò parte del­la sua fortuna dallo zio sac. D. Giuseppe Pace, per testa­mento del 25 Aprile 1645.

Diventò anche Barone di S. Luigi quando per aiutare il Comune a pagare le rate disposte dal Parlamento “pel donativo a sua Maestà il Re” comprò con il privilegio del 14 luglio 1650 anche quest'altro titolo baronale.

Sua Maestà, infatti, - scrive B. Radice - “bisognoso di denaro per la difesa contro l’armata turca” vende­va ono­ri, cariche, titoli nobiliari, ton­nare e gabelle e “qualunque villan rifatto poteva divenire barone, conte, marchese”.

Don Lorenzo Castiglione lo fece “per fare cosa grata al Comune, chè animo generoso egli ebbe, e rendergli men disagevole il pagamento, com­prò la rata delle onze ottantotto, tarì ventinove, grana 22 che dove­va Bronte; e sborsando alla Regia Corte il capitale in onze ottocentot­tantotto, tarì ventiquattro fu investito del titolo di barone di S. Luigi…”.

“Gli altri cosidetti baroni di Bronte Papotto, Meli, Minissale, Mancani, D. Francesco Cangemi, D. Placido Artale credo avessero comprato pu­re il titolo onorifico di barone, ma non se ne trova traccia alcuna negli atti, in Palermo, e forse abusivamente si gabellavano per tali”.

Uomo colto, dall’animo generoso ed altruista don Lorenzo aiutava tutti: il 2 febbraio 1652 fu fra i fondatori della locale Compagnia dei Bianchi che, sotto il titolo di Maria SS. del Rosario, aveva il doloroso e pietoso compito di assistere i condannati a morte; “trasferì un fondaco di sua proprietà, esistente in paese (il fondaco detto Lupo) e terre in contrada Gollìa” alla stessa Compagnia, e, prima di morire con testamento del 1 Ottobre 1679 presso notar Antonino Spedalieri, “per lenire la miseria e i mali dei poveri”, il dottor don Lorenzo Castiglione, Barone di Pietra Bianca e di S. Luigi dotò con metà del suo patrimonio un piccolo ospedale, cadente e privo di rendite sito nei pressi della Chiesa del Rosario (il Nosocomio dei poveri, nei primi anni del 1900 trasferito e trasformato nell’odierno Ospedale Castiglione-Prestianni).

Come piacevolmente scrive Filippo Marotta Rizzo nella sua novella, il Barone D. Lorenzo Castiglione non vide esaurire il suo desiderio di "quel figlio maschio che avrebbe continuato la sua stirpe".

Nello scrivere il suo testamento potè menzionare solo femmine, nominando - come scrive un altro storico brontese, padre Gesualdo De Luca - «sue eredi universali le sue figlie viventi D.a Rosolia e D.a Giu­stina; e per le defunte sue figlie D.a Agata la di lui figlia sua nipote D.a Giustina, e per la defunta D.a Dorotea le figlie di lei sue nipoti D.a Bea­trice e D.a Girolama.
Divise in quattro parti il feudo Pietra Bianca, e ne investi di una parte D.a Rosolia, di un'altra D.a Giustina, della terza la nipote D.a Giustina, della quarta le nipoti D.a Beatrice e D.a Girolama».

Pensando ai poveri, però, mise una condizione che «avvenendo l'estin­zione totale ed assoluta di una o più generazioni di queste sue eredi universali, cosicchè non vi fosse nè maschio, nè femmina: delle porzio­ni del feudo di Pietra Bianca appartenenti all'estinte generazioni, ne addivenisse erede universale la sua cappella esistente nella Chiesa di Maria SS. del Rosario; come da lui allora per quel tempo istituita, ed alle spente generazioni sostituita per fedecommesso.»

Ed in esecuzione del testamento «nominò per suoi fedecommissarii, esecutori testamentarii, e generali amministratori dell'eredità universale da lui lasciata alla sua Cappella, i Governatori e Rettori della V. Congre­gazione del Rosario, fondata nella medesima Chiesa del Ro­sario, con assoluta e generale potestà di ingabellare i fondi e fare quel che stimas­sero più opportuno intorno all'ospedale pubblico, che doveva fondarsi e mantenersi coi beni ereditarii della medesima Cappella, alla stessa da lui legati sul feudo Pietra Bianca».

Erede del feudo, investita della Baronia, fu la figlia Rosolia Versa Sot­tosanti.

Scrive il Radice che don Lorenzo Castiglione per il suo impegno civile subì anche un processo criminale ad istanza dell’Ospedale Grande e Nuovo di Palermo (al quale apparteneva Bronte con tutto il suo territorio.

Maestri nelle “novelle estorsioni, le sevizie e le torture, per carpire con­fessioni e false testimonianze”, i “pii rettori”, “per disfarsi delle perso­ne che non li secondavano nelle loro mire di usurpazioni” processavano “giudici, giurati, capitani e, fra gli altri, il grande benefattore dei poveri, il barone Don Lorenzo Castiglione”.

La casa del barone Castiglione era nel quartiere di S. Rocco (dove in seguito il Ven. Ignazio Capizzi costruì il prestigioso Collegio che porta il suo nome) e confinava con un vicolo, ove era un tempo la Locanda Cesare.

Il Castiglione morì il 27 ottobre 1679 e fu sepolto in una sua cappella (dell’Assunta), nella chiesa del Rosario, ma, trasformata la cappella in sacrestia è scomparsa ogni traccia della sua tomba.

Sotto un suo ritratto che un tempo era di proprietà dell'Ospedale Casti­glione-Prestianni ed ivi si si conservava (dipinto da Agostino Attinà nel 1864; oggi, non si sa come è diventato proprietà privata) leggesi questa epigrafe del prof. sac. Vincenzo Leanza:
«Utriusque Juris Doctor D. Laurentius Castiglione, splendor atque glaria huius Brontis, civitatis nobilis parlamentarius, Baro Petrae Albae, qui ut patris pauperum nomen non solum quoad vixit, sed etiam post mortem sibi merito vindicaret, xenodochium hoc a fundamentis propriis redditi­bus pari cum magnificentia ac liberaritate erigi mandavit, in quo infirmi omnes tam cives, quam exteri, quasi in probatica ed corporum et ani­ma­rum amissam recìperent sanitatem; temporali vita functus anno 1679 a Virginis Puerperio, mense octobris, die 27, per universam vero aeterni­tatem, quia Deo vixit mercedem elemosinariis promissam percepturus in caelo.
Utriusque Juris Doctoris D. Nicolai Leanza, praedicti xenonodocbii praesidis jussu Augustinus Attinà refecit 1864.»

Lo stesso pittore Agostino Attinà lo ha dipinto fra gli Uomini illustri di Bronte nell'omonimo quadro conservato nella scalinata d'ingresso del Real Collegio Capizzi. (aL)

“Baruneddu, baruneddu, n’autra fimmina!”. La levatrice, Nunziatina, una donna sulla quarantina d’anni, alta, bene in carne, che aveva fatto nascere le altre tre figlie a Donna Geronima, non volle perdere altro tempo e spiattellò subito la notizia al marito che stava aspettando con ansia che la moglie sgravasse.

L’U. J. Dr. Don Lorenzo Castiglione Pace, primo barone di Pietra Bianca, non riuscì a dissimulare il suo disappunto.

“Diavuluni! - disse - Sulu fimmini iè capaci di fari!”.

Dopo la primogenita Agata, che portava il nome della madre, erano nate Dorotea e Rosalia ed ora nasceva Giustina.

Bonaventura, il nome di suo padre, quella buona nuova tanto aspettata ed agognata, quel figlio maschio che avrebbe continuato la sua stirpe, non arrivava e chissà se sarebbe mai arrivato.

E ricordava che dopo la nascita della terzogenita Rosalia, sua moglie Donna Geronima Spitaleri, figlia dell’affittuario dello Stato di Bronte Don Francesco, si era recata di buon mattino presso la sacramentale Chiesa della Santissima Annunziata. Si era fatta accompagnare dalla sorella Francesca che alcuni anni prima aveva sposato l’U. J. Dr. Don Antonino Reale di Adernò.

Entrarono in chiesa; fecero visita dapprima alla vetusta cappella del Cristo alla Colonna, o cappella della Disciplina perché i devoti nei giorni di venerdì si flagellavano a sangue. Sull’altare maggiore troneggiava la bellissima statua dell’Annunziata, patrona di Bronte, con a lato l’angelo, fine opera di Antonello Gagini.

Donna Geronima si inginocchiò e rivolse alla Madonna questa preghiera:
Madunnuzza, sicuramenti sugnu sfacciata, non sugnu digna di li grazi chi m’aviti fattu dànnumi tri figghi, una cchiù bedda di l’autra; iù vi ringraziu a facci ‘nterra di li vostri favuri, non è ppi mmia, Vi lu giuru, ma ppi mè maritu, non lu pozzu sentiri cchiù, voli un màsculu chi porti avanti la sò razza, diciticillu Vui a Vostru Figghiu si lu pò accuntintari”.

Donna Geronima aviti na priera in particolari da rivolgeri a Maronna?

Il sacerdote Don Biagio Saitta, alto, ieratico, con gli occhi dolci, velati di malinconia uscì dalla sacrestia e si rivolse a lei con queste parole.

“Patruzzu - disse Donna Geronima - Vui lu cunusciti a mè maritu, cu lu teni cchiù s’avisissi a nàsciri n’atra fìmmina!”.

“Fiat Voluntas Dei” disse il sacerdote e si avviò celermente al confessionale perché c’erano dei fedeli che aspettavano pazientemente la sua opera.

Era passato poco più di un anno, Donna Geronima aveva portato a termine la sua quarta gravidanza, ma anche questa volta era nata una femmina e con l’aggravante che il medico di casa, l’Artis Medicinae Doctor Don Giuseppe Ortale, aveva detto al barone che un nuovo parto sarebbe stato molto pericoloso per la salute della puerpera.

La speranza di far continuare la famiglia si era ridotta al lumicino; i Castiglione si erano innalzati al titolo baronale con lui e quasi sicuramente con lui sarebbero finiti!

Correva l’anno del Signore milleseicentosettantanove. Eravamo nel mese di ottobre, mese della vendemmia. Gli aspri odori dei mosti si spandevano di palmento in palmento; era stata una buona annata e sicuramente un vino di buona qualità avrebbe allietato quell’anno le tavole.

Nel palazzo del barone di Pietra bianca fervevano grandi preparativi.

Donna Giustina, l’ultima figlia di Don Lorenzo Castiglione, tra una ventina di giorni, il 23 ottobre, avrebbe sposato Don Filippo Romeo e Gioieni di Randazzo, figlio di Don Ruggero Romeo e di Donna Isabella Gioieni.
Anche le altre tre figlie avevano fatto dei buoni matrimoni: la primogenita Agata aveva sposato l’U.J. Dr. Don Michelangelo Mendola, Dorotea il cugino l’U.J. Dr. Don Filippo Spitaleri e Rosalia l’altro U.J. Dr. Don Pietro Sottosanti.

Quattro buone doti aveva dovuto sborsare Don Lorenzo, ma a lui che era succeduto al suocero Don Francesco Spitaleri come Governatore e arrendatario dello Stato di Bronte non mancavano certo i mezzi.

Un unico cruccio gli restava, che quel feudo di Pietra Bianca che aveva acquistato dai Moncada all’ingente prezzo di onze tremilatrecentosessanta, sarebbe stato alla sua morte smembrato e diviso in quattro parti.
I quattro generi sarebbero divenuti, maritali nomine, baroni di un quarto di Pietra Bianca!

I preparativi per quel quarto matrimonio erano stati febbrili. Il barone Don Lorenzo aveva voluto fare le cose in grande, come sua abitudine; le famiglie più importanti, non soltanto di Bronte ma anche delle terre vicine, Adernò, Randazzo, Biancavilla, Paternò erano state invitate e le dame sfoggiavano i loro abiti più belli e le loro gemme più preziose.

Tutto era riuscito a puntino; a tarda sera quando i giovani sposi si erano ritirati nelle loro stanze, Don Lorenzo aveva detto alla moglie che voleva prendere una boccata d’aria prima di andare a letto ed era sceso nel giardino che circondava il suo palazzo.
Poteva dirsi soddisfatto, Giustina aveva sposato un esponente della vecchia nobiltà randazzese, quel matrimonio che aveva preparato con tanto sfarzo e con tanti invitati era un’ulteriore prova della sua ricchezza e potenza, ma perché aveva allora un sapore amaro nella bocca, perché si sentiva cosi stanco?

“Chiù, chiù, chiù!”. Un cuculo, nascosto nella folta chioma di un castagno centenario, fece sentire la sua triste e lamentosa cantilena. “Malirittu aceddu du malauriu, t’à rumpiri u coddu!”.

Don Lorenzo si chinò, raccattò una pietra e gliela lanciò violentemente contro. L’uccello spaventato si levò dall’albero e scomparve nella notte.
E gli venne in mente quella fredda mattina del sei di febbraio di due anni prima.

Erano finiti i festeggiamenti in onore del Santo Patrono, San Biagio Vescovo e Martire ed ora tutta la comunità era raccolta nella chiesa del Rosario, l’antica chiesa di Santa Maria della Resistenza dove, venticinque anni prima, il 6 febbraio 1652, era stata costituita la compagnia dei Bianchi che aveva lo scopo di assistere i condannati a morte e di promuovere la devozione al Santissimo Rosario.

Nei giorni precedenti era caduta un’abbondante nevicata ed ora, dopo un breve intervallo, il cielo si era nuovamente coperto e prometteva altra neve.
In quell’anno Don Lorenzo era governatore della Compagnia.

All’uscita della chiesa una vecchia con poveri stracci addosso, claudicante si avvicinò al barone.

“Ccillenza, ccillenza, fativi leggiri a manu”, disse, guardando con gli occhi spiritati Don Lorenzo.

Prima ancora che il barone le potesse rispondere aveva preso la sua mano e ora la stava esaminando attentamente.

“Ccillenza - gli disse - assai vvi nnavi fattu favuri ‘u Signuri, ma stati accura a chiddu chi vi ricu. Prima chi passinu tri anni u Vostru cori avrà na gioia ranni, ma Vi raccumannu u misi di nuvembri. vi raccumannu...”.

E il mese di ottobre era agli sgoccioli, egli aveva sposato la sua ultima figlia e ora si stava avvicinando pericolosamente il temuto mese di novembre.
L’aria si era fatta più fredda, il cielo incominciava a minacciare la neve; Don Lorenzo rientrò nelle sue stanze; senza fare rumore per timore di svegliare la moglie, si avvicinò al letto, fissò i suoi occhi sullo splendido crocifisso d’avorio che era appeso al capezzale e “Fiat Voluntas Tua” disse ed entrò dentro le coperte.

[Tratto, per gentile concessione dell'Autore, da Novelle ai piedi del Vulcano, di Filippo Marotta Rizzo, Giuseppe Maimone Editore, Catania 2010]

Filippo Marotta Rizzo è nato a Militello Rosmarino (Messina) il 6 Agosto 1947.

Laureatosi nel 1971 presso l’Università di Catania in Lettere Moderne, ha esercitato la professione di bancario presso il Banco di Sicilia fino al 1998. È anche Guardia d’Onore al Pantheon e Accademico del Mediterraneo. Ha partecipato a vari concorsi di poesia meritando segnalazioni e una medaglia d’oro per I paracadutisti dell’Hercules.
Appassionato cultore di storia regionale, ha pubblicato Canzoni d’amore e di sdegno (1980) presso le Grafiche Editoriali Artistiche Pordenonesi e Militello della Valdemone (1997) presso le Grafiche Centro Stampa di Capo d’Orlando. Ha conseguito nel dicembre 2004 per Lu scavittu e altre novelle il premio speciale per la Critica dall’Associazione Culturale “Vincenzo Paternò-Tedeschi”. Con lo stesso editore ha pubblicato Lu scavittu e altre novelle (2004).
Novelle ai piedi del Vulcano, è stato presentato a Bronte a Luglio 2012.

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