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Nicola Lupo

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I scecchi 'ri rinaròri

Nei miei lunghi quaranta anni di insegnamento nelle scuole medie a ragazzi nell'età più ingrata che spesso causa indolenza, incapacità di applicazione e, quindi, scarso profitto, quando vedevo due di loro appoggiati l'uno all'altro, come se fossero stanchi di chissà quale fatica, e con gli occhi spenti e spersi in abuliche fantasticherie, non potevo fare a meno di evocare i scecchi 'ri rinarori e di descriverli loro a mo' di insegnamento.

A Bronte che, come ho già detto molte altre volte, è un paese alle falde dell'Etna, il materiale da costruzione unico, almeno una volta, era la pietra lavica e la rena era della stessa origine; i mezzi di trasporto erano i carri per le pietre e gli asinelli per la sabbia.

I renaioli avevano degli asinelli che erano un portento: avevano bisogno di poca paglia per vivere (o meglio, soprav­vivere) e in ciò potevano essere paragonati ai moderni motocarri, e imparavano facilmente il percorso che dovevano fare dalla cava al cantiere di turno: bastava che per un paio di volte qualcuno li accompagnasse e poi essi percorrevano la strada di andata e ritorno da soli. Spesso, quindi, accadeva di incontrare per le strade del paese due di questi asini che camminavano sempre in coppia, come per farsi compagnia e coraggio, e per aiutarsi a vicenda come vedremo fra poco.

Il loro carico era costituito da tre sacchetti di juta, del probabile peso di 50 kili ciascuno, sistemati due ai lati del basto e uno sopra, debitamente legati da una funicella. Di tanto in tanto questi autonomi trasportatori, vuoi per il peso, forse eccessivo per loro, vuoi per le poche calorie che dava la scarsa paglia lesinata dal padrone, erano costret­ti a fermarsi e, allora, dimostravano la reciproca solidarietà, perché, fermi, si appoggiavano l'uno all'altro di fianco, fornendo ai passanti che non fossero distratti e che provassero un qualche amore per gli animali, anche se allora non c'erano né la loro protezione né i loro amici istituzionalizzati da quando l'homo è sempre più homini lupus, uno spettacolo da un lato triste, ma per un altro verso costruttivamente esemplare e consolatorio.

Infatti quei due poveri esseri, tutti pelle e ossa, dagli occhi tristi per la dura fatica e la poca gratificazione, come si direbbe oggi, e la testa bassa, come se si sentissero umiliati dal fatto di non avere un sindacato confederale e nep­pure autonomo che li difendesse, si piantavano là, per la stanchezza mortale che sembrava dovesse stroncarli da un momento all'altro e farli stramazzare entrambi a terra morti stecchiti, ma come se volessero richiamare l'attenzione degli uomini non tanto sulla loro condizione e sorte, quanto sulla necessità di essere solidali l'un l'altro, il che dimo­strerebbe che anche gli asini possono offrire all'homo sapiens esempi e insegnamenti non solo di sopportazione, ma anche di solidarietà.

Naturalmente, raccontando ciò ai miei allievi, facevo rilevare loro che i due compagni che stavano appoggiati l'un l'altro, come i scecchi ‘ri rinarori, non davano gli esempi di cui erano maestri gli asini, ma al contrario dimostravano sì di essere asini, ma non esemplari come quelli del mio paese, dove anche gli asini avevano qualcosa da insegnare!


Le tre Grazie




La Sciara di Bronte: montagne di pietra lavica ed una bellissima strada che le attraversa

Per tutti i cinque anni del Ginnasio e Liceo, frequentati al Real Collegio «Capizzi» di Bronte, ho avuto tre compagne: Tina Fiorenza, Rosa Gorgone e Maria Longhitano.
La classe mista in quella scuola privata era una necessità e non una scelta didattico-educativa; infatti i soggetti dei due sessi erano rigorosamente separati: le donne avevano la loro saletta spogliatoio, che noi chiamavamo gineceo, dove indossavano il regolamentare grembiule nero con colletto bianco, e che era rigorosamente sorvegliato dal cerbero Vincenzo Cardaci, portinaio dell'Istituto.

Tina Fiorenza era una ragazza mite e poco appariscente, Rosa Gorgone era, invece, ben piantata, rubiconda e più aperta e ne faceva prevedere una buona fattrice; Maria Longhitano era un tipo, dal viso pieno di efelidi che, in retrospettiva, può essere definita la più interessante per una certa somiglianza a qualche attrice cinematografica.

Noi, con rozza ironia, le chiamavamo le tre Grazie, ma forse ciò era la manifestazione pratica della favola di Fedro La volpe e l'uva, in cui il pur astuto, ma non intelligente, animale, non potendo acchiappare l'uva, con supponenza, esclama: «Nondum matura est, nolo acerbam sumere».(1)

Ma neppure esse facevano nulla per addolcire e facilitare i nostri rapporti, vittime di quel tabù che imponeva che la donna si dovesse tirare la calzetta, il che voleva dire che non doveva incoraggiare in nessun modo le eventuali avances degli uomini e tanto meno provocarle.

I rapporti tra noi ragazzi e le fanciulle erano in pratica non-rapporti, perché esse dal gineceo andavano prima di noi in aula, dove occupavano i primi tre banchi; noi entravamo dopo e, quindi, vedevamo quasi sempre le loro spalle vestite di nero, appena appena vivacizzato, si fa per dire, dal bianco del colletto. In viso le vedevamo solo quando erano chiamate alla cattedra per l'interrogazione; ma quando alla lavagna andava uno di noi, esse non facevano altro che tirar giù il vestito per impedire che si intravedesse anche solo il ginocchio.

A questo proposito devo ricordare che tutte le donne, allora, erano e stavano particolarmente composte e con le gambe serrate per cui io, spesso dicevo celiando, che avevano paura che scappasse loro 'u pappagghiuni, (volgare francesismo da papillon che vuol dire farfalla).

I non-rapporti con le ragazze del nostro corso erano caratterizzati o da malcelata indifferenza o da sguardi in cagne­sco che forse nascondevano in qualcuno una certa attrazione che, però, per quanto mi risulta, non fu mai dichiarata dagli uni né gradita e incoraggiata dalle altre.

Qualche fugace scambio di parole verteva solo sulle materie di studio o sui compiti, ma neppure in questo campo c'era collaborazione, forse per una erronea presunta superiorità maschile, molto diffusa in quei tempi: e infatti io, dopo un periodo di assenza per malattia, dovetti chiedere degli appunti di letteratura italiana a una delle mie compagne la quale, molto gentilmente e cameratescamente, me li prestò.

Io per tutta risposta glieli restituii quasi subito, annotandovi le fonti da cui la collega aveva copiato senza citarle o metterle fra virgolette, cosa che per me era imperdonabile! Riconosco di essermi comportato malissimo, ma questo dimostra che fra ragazzi e ragazze c'era un clima non solo di indifferenza, ma anche di arroganza, dovute all'educazione e agli esempi che si avevano costantemente sotto gli occhi e che facevano vedere la separatezza dei sessi, tranne che sotto le lenzuola, preventivamente benedetti.
Una volta ci fu un battibecco fra le ragazze e uno di noi a proposito del carico dei compiti che noi giudicavamo sop­portabile e le ragazze no; allora il compagno le rimbeccò con una frase offensiva e volgare per cui, dietro protesta delle interessate, fu sospeso per un giorno dalle lezioni; ma il maschietto, non contento della giusta punizione, pre­tendeva che esse riferissero al Preside la frase incriminata e non un generico «ci dà fastidio».


Cesarina

Negli anni del Liceo, sempre a Bronte, alcuni di noi frequentavano un giovane avvocato, di una decina di anni più anziano, il quale ci intratteneva piacevolmente su argomenti vari, passeggiando su e giù per la chiazza, che vuol dire piazza, ma che nel nostro paese, dal dialetto un po' sfasato rispetto all'italiano, indicava la parte centrale della via principale, che era la traversa interna dell'allora provinciale Adrano-Randazzo, e precisamente quella che era pavimen­tata con grosse barati, alias basoli di pietra lavica, che allora era zona fruibile anche per le passeggiate, specialmente degli studenti, e che oggi si chiamerebbe zona pedonale.

Questo avvocato, dal piacevole e ironico eloquio, si chiama Renato Radice ed è figlio del più illustre padre Benedetto, benemerito storico di Bronte che illustrò con le sue ricerche, fatte prevalentemente a Palermo, quando insegnava in quella città. Il nome Renato gli è stato imposto in omaggio al padrino: Renato Fucini, di cui don Benedetto era collega e amico.

Egli allora amava raccontare non solo le sue avventure locali, ma, come un pò tutti i siciliani che erano stati in conti­nente (ricordate la commedia di Angelo Musco intitolata proprio L'aria del continente ?), favoleggiava della sua vita universitaria a Roma dove i Brontesi più ricchi andavano non tanto per acquisire una migliore preparazione dai lumi­nari che si concentravano nella capitale, quanto per godersi quegli anni spensierati meglio di come avrebbero potuto in una città di provincia come Catania.

L'avvocato Radice era l'unico maschio della famiglia e l'ultimo nato di genitori avanti negli anni e, quindi, cresciuto come si conviene a figlio unico di famiglia borghese ricca, coccolato specie dalla mamma la quale ne seguiva lo sviluppo con trepida ansia.

Questa nobildonna la quale, evidentemente, precedeva i tempi, quando il figliolo entrò nella pubertà più inquieta, confidava alle amiche che spesso trovava le lenzuola del figlio sporche per le prime polluzioni o per le successive e frequenti menate.

Allora era corsa ai ripari chiamando a sé, non il figlio al quale un'altra madre avrebbe detto, o meglio fatto dire dal marito, che masturbarsi fa male, ma la fedele servetta, di nome Cesarina, ragazza semplice, bianca e cisposa, alla quale fa questo discorso:






Visita il Real Collegio Capizzi
Uno dei quattro cortili interni del Real Collegio Capizzi



(1) "Non è matura! perciò non la raccolgo!"






«Come vedi anche tu, ogni mattina troviamo le lenzuola del signorino Renato sporche, e sai perché? Perché i giovani hanno bisogno di sfogo, e siccome io capisco che anche le giovani donne sentono l'attrazione e il desiderio dell'uomo, io, per non farvi commettere le sciocchezze che spesso capitano fra ragazzi che vivono nella stessa casa, ti prego e ti autorizzo a essere gentile e arrendevole con il signorino, naturalmente con i dovuti accorgimenti».

Il signorino il quale, come lui stesso raccontava, aveva già puntato la preda per conto suo, quando ne va all'assalto, trova tutta la disponibilità e la collaborazione possibili, ma impreviste, e con un piacevole codicillo per giunta; finito il focoso amplesso, la Cesarina, sospirando di soddisfazione e inchinandosi, esclamava:

«Grazie, signor Renato! Come sono dolci i baci del signor Renato!»(2)

La casa di questi Radice (a Bronte ve ne sono diversi altri, parenti o solo omonimi) è ubicata nella parte bassa del paese, di fronte alla chiesa di S. Blandano, santo irlandese navigatore che non so come e da chi sia stato importato nel nostro grosso centro agricolo nell'interno della Sicilia.

Neppure il nostro storico dà una risposta a questo quesito; infatti afferma solo che la chiesa, anzi la cappella, di S. Blandano esisteva già nel 1574 e fu donata ai Padri Basiliani quando questi furono cacciati dalla malaria e ancor più dal terremoto del 1693, in cui rovinò parte della bella chiesa normanna e dell'abbazia, da Maniace, con facoltà di fabbri­carvi attorno un ospizio. Poi nel 1784 e seguenti fu costruito alle spalle della Chiesa il monastero dei Basiliani, divenuto in seguito sede del Municipio. La suddetta chiesa di S. Blandano ha cinque altari ed è ricca di reliquie, ma non ha né reliquie né altare dedicati al Santo di cui porta il nome. Altro mistero insoluto dal pur bravo e diligente storico del mio paese!

A proposito di questa chiesa il nostro amico avvocato raccontava che, quando arrivò a Roma, matricola di Giurispru­denza, cercò di nobilitarsi ulteriormente e, quindi, nei suoi biglietti da visita fece stampare: «Renato Radice di San Blandano», sormontato da una corona con ramoscelli di ulivi.
Questo corrispondeva al vero per quanto abbiamo detto sopra, ma agli ignari faceva pensare ad un titolo nobiliare che non esisteva, ma che faceva comodo far credere.

Oltre al titolo fasullo il nostro giovane eroe provvide a completare il suo ricercato abbigliamento con la caramella o monocolo che a lui serviva solo per darsi le arie, appunto, di un giovane nobile siciliano, di discendenza irlandese.

Quando la sua messinscena fu completa e iniziarono le lezioni universitarie, gli occorse un infortunio: uno dei docenti non solo non usufruiva del quarto d'ora accademico, ma era puntualissimo e altrettanta puntualità esigeva da chi frequentava le sue lezioni.

Un giorno il Radice di San Blandano arriva all'Università sempre inappuntabile nel vestire e con la sua caramella, ma in ritardo e proprio per la lezione del professore esigente la puntualità; cerca di entrare nell'aula senza fare rumore e tentando di rendersi invisibile ma il professore lo scorge con la coda dell' occhio e, voltandosi repentinamente e fulmi­nando con lo sguardo il malcapitato ritardatario, lo spaventa al punto che questi sbarra gli occhi e, così facendo, lascia cadere la caramella fra la non repressa ilarità di tutti gli allievi e la più completa disapprovazione del severo professore.

«Da quel giorno - diceva il nostro fabulatore - non ho più portato la caramella che mi era tanto cara, perché prima mi aveva già procurato più di una soddisfazione, specialmente con le donne.»


Maria' a Fillittàra

Mussolini venne a Catania soltanto due volte: nel 1925, quando portava ancora la bombetta e le ghette, e nel 1937, quando era quasi al culmine della sua era e prima che cominciasse il suo rapido declino con la malaugurata guerra che portò l'Italia alla rovina.

La sua prima venuta rimase negli annali per l'iniziativa di un buontempone (o di un oppositore?) di pisciare proprio nella bombetta del duce, cosa che mise in subbuglio tutto il seguito per cercare di sostituire quella bombetta, che, però, non poteva non portare la dicitura della ditta venditrice e, quindi, non poteva non essere notata dall'interes­sato. Non si seppe mai la reazione del capo del governo fascista che non deve essere stata priva di conseguenze negative per il necessario capro espiatorio.

La seconda venuta è rimasta nella mia storia personale, perché coincise con, anzi favorì, il mio primo rapporto ses­suale.

Era estate e la mia famiglia soggiornava in una nostra casetta a metà della strada (allora provinciale) Bronte-Maletto, a 1000 metri di altitudine. In quella casa eravamo quasi sempre in undici persone: otto di famiglia, una persona di servizio, un ospite fisso che era nostro cugino Tony il quale aveva i genitori in America, e un altro ospite che, a turno, era amico e compagno di scuola di ciascuno di noi fratelli.

Quell'estate l'ospite di turno fu il mio amico Gregorio Sofia e, in occasione della venuta del duce a Catania, si veri­ficarono delle circostanze che determinarono il fatto che io rimasi solo con il mio amico in quella casa di montagna; infatti i miei genitori erano andati ad Acireale per le cure che mia madre doveva fare per i suoi reumatismi; i miei fratelli maschi con il cugino Tony, andarono a Catania per vedere il Duce; e le mie sorelline andarono dalle mie zie paterne con la cameriera.

Io, quindi, restai in campagna, con il mio amico, per custodire la casa, perché non avevo nessuna voglia di vedere il capo del fascismo e, sotto sotto, perché desideravo quella insperata occasione di libertà per tentare una qualche avventura.

Perciò, appena rimasti soli, facemmo un piccolo progetto da realizzare la sera. Io mi ricordai che, quando mio padre insegnava a Maletto, dove abitammo per qualche anno, fra le nostre conoscenze, alcune delle quali divennero vere e proprie amicizie che durarono a lungo o durano ancora adesso, c'era una certa Maria, appartenente ad una famiglia modesta che abitava di fronte a noi e che era molto servizievole con mia madre e, quindi, frequentava la nostra casa.

Con gli amici di Maletto (Zappalà, Famà, Schilirò, Saitta, Azzarello e specialmente mamma Nina 'a Criana, perché originaria di Ucria (ME), e sua figlia Maria) restammo in contatto anche dopo il trasferimento di mio padre e, perciò, avemmo sempre notizie delle nostre conoscenze: infatti in seguito sapemmo che Maria, la quale era soprannominata 'a Fillittara perché confezionava certi dolci chiamati filletti, aveva avuto una disavventura: un tale, sposato, l'aveva se­dotta e perciò, come usava allora e specie nei piccoli centri, la ragazza che non poteva più sposarsi perché non più vergine, si era data al meretricio, anche per sopravvivere dopo la morte dei genitori.

In quella calda giornata di luglio che faceva sentire più forti le pulsioni sessuali dei nostri diciotto anni, la insperata libertà mi fece sovvenire di Maria' a Fillittara la quale avrebbe potuto soddisfare anche il nostro desiderio-bisogno.

Dopo cena, perciò, ci incamminammo verso Maletto non senza una certa ansiosa preoccupazione per dovere affron­tare una situazione nuova e in un ambiente che risentiva del campanilismo di una volta che spesso portava a vere e proprie liti che noi avremmo voluto evitare.

Naturalmente l'eccitazione che suscitava e acuiva la sospirata avventura e l'ansia per la temuta accoglienza dell'am­biente ostile per un vecchio, ma sempre vivo, campanilismo, non ci fecero apprezzare adeguatamente la lunga pas­seggiata che avrebbe potuto essere tanto romantica, perché illuminata da una luna piena che rischiarava non solo la strada (allora bianca), ma anche e soprattutto l'Etna il quale da lì offre la sua più bella veduta e che quella sera era venato da una sottile colata lavica che faceva pensare a una cartolina oleografica per turisti.

Arrivati in paese, ci dirigemmo alla casa della donna dei nostri desideri e, dopo aver bussato alla porta, vedemmo aprirsi lo sportello che era praticato in essa e sentimmo la voce di Maria la quale, capito il mio nome, esclamò:

«E tu che vuoi ?»

Io, quasi balbettando, ma vincendo la mia ritrosia con l'aiuto del buio, risposi:

«Quello che dài agli altri!».

Dopo un attimo di pausa, convinta dalla mia risposta decisa, la donna soggiunse:

«Ora sono occupata, aspetta davanti al Municipio e ti farò chiamare appena possibile.»

Quell'attesa fu veramente ansiosa, un pò perché stavamo per ottenere quello che desideravamo e un pò perché teme­vamo sempre una qualche indesiderata reazione di qualcuno del luogo. Dopo un breve tempo che però a noi sembrò eterno, vedemmo avvicinarsi un tale che da lontano chiese:

«Chi è il figlio del maestro Lupo? Maria l'aspetta.»

Io, rinfrancato dal tono della voce che sembrava amica, risposi ringraziando e, assieme a Gregorio il quale aveva se­guito tutta l'azione in gran silenzio, mi avviai verso quella casa ospitale. La quale consisteva di un'unica stanza a piano terra, con una porta dotata, come detto prima, di sportello che serviva per dare aria e luce all'ambiente e una gattaiola per il passaggio ad libitum del gatto domestico. Questo locale era dotato di un tramezzo di legno, mal verni­ciato, che divideva la parte giorno da quella notte; la prima aveva un focolaio, situato in un angolo, che serviva per preparare i cibi e, d'inverno, per riscaldare l'ambiente; la suppellettile consisteva in un tavolo e delle sedie solide ma rozze e da una cassapanca la quale serviva per metà da dispensa e per l'altra metà da armadio.
Dietro il separè c'era un letto a una sola piazza, un lavandino formato da un bacile su di un trespolo, una brocca per l'acqua pulita e un secchio per quella sporca e un' altra sedia come quelle del soggiorno-cucina.
Alla testata del letto campeggiava uno di quei quadri di argomento sacro, stampati a colori su cartoncino lucido, pre­senti in tutte le case del popolino, e alla spalliera del letto penzolava un rosario, il che indicava che l'inquilina di quella casa, malgrado il suo mestiere, era, o era stata, una cattolica praticante.

In questo ambiente squallido e misero viveva e lavorava Maria la quale in gioventù confezionava dolci e ostie per le chiese del paese e, dopo la disgrazia subita, vendeva il suo corpo che non aveva nulla di attraente oltre il sesso; infatti era la tipica donna contadina: bassa, bruna e grassottella senza alcun sex appeal, ma mite e docile.

Dopo i primi indispensabili convenevoli, ridotti al minimo, venimmo subito al sodo che ci aveva spinti fin là; ma l'esito fu deludente per tutti: una eiaculazione precoce, una cilecca emotiva e il disappunto professionale di Maria per non aver saputo iniziare adeguatamente due giovani al loro primo impatto con la sessualità: il tutto, però, gratis!


(2) Cesarina, dopo la fa­miglia dell'Avv. Renato Radice, servì la famiglia, dell'Avv. Nunzio Cesare e poi passò al servizio del cognato di questi, il Dott. Longo, Medico Provinciale a Latina.





Casa natale di Benedetto Radice

«La casa di questi Radice ... è ubicata nella parte bassa del paese, di fronte alla Chiesa di S. Blandano...»
Chiesa di S. Blandano (disegno del 1883)














Contrada Difesa

La strada per Maletto percorre l'ampia vallata di Contrada Difesa, una delle zone più panoramiche di Bronte




 

Dolci tipici

Fillette, dolci tipici di Bronte: farina, zucchero, uova ed una forma perfettamente rotonda

Nicola Lupo: "Fantasmi"
     

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