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Pasquale Spanò

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Pasquale Spano'

Saggista e poeta, ha vissuto nel ricordo del suo paese natio

Pasquale Spanò è nato a Bronte il 19 Luglio 1918. Saggista e poeta, ha trascorso i suoi anni fuori Bronte, insegnando in giro per l'Italia e all'estero, ma è rimasto sempre legato affettivamente alla sua città natale, alla quale ha anche dedicato moltissime poesie e studi storici.

Compie gli studi presso i Salesiani di Pedara e successivamente al Liceo Ginnasio Capizzi di Bronte.

Laureatosi in Lettere presso l’Università di Messina, insegna prima a Chieti, poi a Frosinone e quindi a L’Aquila.

Conseguita anche la laurea in Lingue, partecipa al secondo conflitto mondiale come Ufficiale di cavalleria; nel 1943 (dopo l’otto Settembre), a 35 anni, si trova, “nella maniera più imprevedibile”, in Svizzera.

Dopo lo sgretolamento dell’esercito italiano si rifugia, infatti, in Val d’Ossola, dove, per sfuggire ai tedeschi nello spingersi verso quote più alte, sconfina in territorio elvetico, viene catturato dalle guardie svizzere ed internato per ventidue mesi.

L’ideale di “libertà democratica” e di “federalismo” che la Svizzera presentava in quel tragico periodo affascina Pasquale Spanò (“… era spontaneo paragonare l’Europa dilaniata da una guerra senza senso, con la pace che aveva saputo conquistare quel popolo formato da piccoli lembi delle stesse nazioni in lotta”).

In Svizzera, trovò anche cordialità, affetto e la possibilità d’inserirsi nel contesto sociale e l’aiuto e la guida nei suoi studi; e qui continua anche la sua professione di docente.

Ritornato in Italia, ha concluso la sua attività di insegnamento come Preside di un Liceo di Torino, ed in questa città (a Nichelino), andato in pensione, ha continuato a vivere ed a studiare: frequentando, infatti, le scuole dei Salesiani di Valdocco, ha conseguito la Laurea in Teologia.

Pasquale Spanò ha vissuto nel ricordo del suo paese natio e da poeta e storico ad esso ha dedica­to le sue opere più importanti.

E' morto a Torino, all'età di 92 anni, il 4 luglio 2010.

Tra i libri di poesie che lui stesso ha definito “stravaganze psudo-poetiche”, ricordiamo

 “Etnei” (Torino, 1993), una raccolta di poesie scritte in quarant’anni (dal 1939 al 1979) “di emozioni causate dai periodici ritorni dell’autore a Bronte e dalle susseguenti partenze, in autunno, alla riapertura delle scuole”.
Il libro, una “fantasiosa ricostruzione dell’origine e della trasformazione di Bronte e del suo popolo”, maturata con l’età dell’autore, vorrebbe presentare il Brontese come modello universale di tutta una umanità nel perenne travaglio di ricerca”.

Dalla raccolta Etnei vi presentiamo in questo sito alcune poesie:
"Stirpe divina" che racconta l'origine fantasiosa della fondazione di Bronte ad opera di Ciclopi "laboriosi e umani" e di tre ninfe, Scibìlia, Salìcia e Rivòlia;
"Francesca", l'amara storia di una monachella brontese perseguitata dalla Santa Inquisizione;

"L'Annunziata", la comune devozione che ha creato una nuova identità negli abitanti del 24 Casali che dal 1535 al 1548 si sono trasferiti a Bronte per formare un solo popolo;

La Rocca Calanna, il grosso sperone roccioso, caratteristico per il suo aspetto severo, quasi minaccioso della Contrada Difesa che nel corso dei secoli è stata una barriera non solo contro il vulcano, ma anche contro altri nemici;

La trebbia al Corvo, scritta nel 1953, che racconta la trebbiatura in Contrada Corvo nel ricordo degli anni della sua giovinezza "diversivo meraviglioso nell'afosa calura estiva";

Padre Salanitri, una poesia scritta nel 1953, pochi giorni dopo la morte del prete che «tutto dava, senza nulla chiedere» ed un brano di "Agosto 1860" (riquadro a destra), scritta da Pasquale Spano nel «centenario di una rivolta e di una repressione, entrambi inutili e sanguinose, avvenute in Bronte dopo lo sbarco dei "Mille" di Giuseppe Garibaldi».

 “Prigionieri dell’impossibile” (L’Aquila, 1998), un’altra raccolta di poesie scritte in Italia durante il periodo bellico (1939-42), nei “campi di interna­mento” in Svizzera (1943-44), durante il lungo viaggio di ritorno in Sicilia (1944-45) e in successivi viaggi nella nazione elvetica.

 “Un colle a Teti caro” (L’Aquila, 2000) cinquant’anni di poesie (dal 1947 all’anno 2000), fatte di ricordi, di toccanti personaggi e, soprattutto dedicati a Millya, l’anima gemella (“lieve farfalla”), con la quale Pasquale Spanò (“rumoroso calabrone”) ha trascorso “un lungo cinquantennale idilio e mai uno screzio, una lacrima, un dolore”.

Fra i libri di ricostruzione storica che Pasquale Spanò definisce “studi particolari”, riportiamo

“C’era qui una volta il Rizzonito (Bronte nella storia d’Europa)” (Torino, 1993), dedicato “ai ragazzi di Bronte affinché non dimentichino”, il libro espone il tormentato sviluppo delle vicende storiche della cittadina etnea offrendo un quadro cronologico, conciso ma completo e storicamente valido, dello sviluppo  degli avvenimenti.

 “Uniti nella diversità (La Svizzera vista da un Italiano)” (L’Aquila, 1998), dove l’autore, che evidentemente ha nella Svizzera trovato una seconda patria, espone la nascita e l’evoluzione sociale della confede­razione elvetica descrivendone “lo spirito di convivenza pacifica, che sta alla base di uno Stato formato da popoli diversi per stirpe, lingua e religione”.

Il brontese Pasquale Spanò (sulla destra), poeta e saggista, in una recente fotogra­fia, fatta davanti al complesso dei Salesia­ni di Valdocco (To), assieme al nipote  Avv. Giuseppe Longhitano, noto penali­sta brontese.

 

AGOSTO 1860
IV - Giovedì, 9 agosto

Alle preci sordo Bixio
fulmineo esecutore
vi spazza e dissolve l'orda;
impone ordine e rispetto,
interroga, ascolta, rende
chi spera giustizia, muto.
Alfine a giudice si erge,
condanna, esegue, véndica,
chiama «pace» quel silenzio.
Un folle che «grazia» invoca
pur scende a placar le Erinni
allibite al cuor lapideo.

Noto era il matto, chiamato Fraiùnco,
a tutti in paese: ovunque presente
mira le fiamme, ascolta le arringhe,

segue la calca.

Mòniti ai «sorci» tra campane e rulli
ode l'ignaro mentre vino, ebbrezza e
donne esaltate accendono il suo

stolto fervore.

Bixio caparbio l'addita fra i rei:
crede il Fraiùnco stupito quel tutto
gioco di detti di gente istruita o

strano delirio;

mira il Lombardo sovrastar la Corte e
fidasi al senno di quell'uomo che sprezza il
ghigno, il livore di chi falso attesta e

sìmula il vero.

Quando un corteo li porta al piazzale,
vede il Fraiùnco la morte nei visi,
stringe l'effigie della Santa Vérgine e

«Grazia!» scongiura;

secco l'abbatte però uno sparo:
si erge fidente, ma freddo lo stende il
colpo di grazia che «Grazia» gli dona,

vera mercede.


(tratta da «Etnei», di Pasquale Spanò)

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