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Lo scultore Nicola Dell’Erba è l’ultimo esponente dei maestri comacini, artisti e scalpellini

Nicola Dell'Erba

L’anima della pietra

L’origine di questa famiglia di “artisti-intagliatori” si perde nella notte dei tempi, addirittura all’epoca dei Maestri Comacini, “i costruttori, i muratori, gli stuccatori e gli artisti raggruppati in una corporazione di imprese edili itineranti”, che fin dal Settimo Secolo dopo Cristo operavano in Lombardia, soprattutto tra il Comasco e il Canton Ticino, “donde il cognome Dell’Erba, cioè famiglia originaria di Erba, in provincia di Como”.

Di questa dinastia, Nicola Dell’Erba, 44 anni, “etneo doc” da almeno cinque generazioni, è degno rappresentante: diversi altari, capitelli, intarsi e sculture presenti in Italia e all’estero, recano la sua firma, così come recano la firma dei suoi avi molti “ricami” sparsi in Sicilia e scolpiti nella pietra bianca di Siracusa e di Palazzolo Acreide, e nella pietra nera dell’Etna.

Troviamo Nicola nella sua azienda ubicata nella zona industriale di Bronte, mentre, come ogni giorno, da trentotto anni, è intento a dare “un’anima” alla pietra. Sì perché del trinomio pietra-anima-uomo, Nicola filosofeggia per ore.

“Un blocco di pietra non lavorato resterà per sempre un blocco di pietra”, dice.
“Ma un blocco di pietra plasmato, prende la forma di un’idea e acquisisce un’anima, la tua anima. Da quel momento la scultura vivrà in eterno. L’uomo invece muore, e però anch’egli diventa immortale grazie a quell’ opera che vivrà per sempre”.

Nicola Dell’Erba esprime questi concetti mentre assesta dei colpi potenti con lo scalpello, batte e ribatte il ferro sulla roccia forgiandola e facendo scoccare qualche scintilla, e mentre la polvere si disperde nell’ aria, è come se la pietra gemesse, come se da un momento all’altro dovesse emettere il vagito della vita.

“Sono discorsi che sento da quando, a sei anni, andai a lavorare con mio padre nella bottega di scalpellino di mio nonno Nicola.
L’artista di famiglia era lui. Le sue teorie mi lasciavano stupefatto, erano concetti che aveva appreso da suo padre, il quale, a sua volta, le aveva apprese da suo padre. Ogni pensiero originato dalla filosofia dei Maestri Comacini e trasmesso attraverso le generazioni che, qualche secolo prima, si erano trasferiti dal Nord Italia alle falde del Vulcano”.

Almeno cinque, secondo Nicola, le generazioni vissute in Sicilia: il nonno Nicola, il bisnonno Giuseppe, il trisavolo e via via a ritroso nel tempo.

Circa tre secoli che hanno segnato la vita di Chiese e piazze, di strade e fontane di questo fazzoletto di Sicilia.

A Bronte ci sono esempi dell’opera dei Dell’Erba: dalla Fontana dell’Immacolatella alle Chiese di Santa Lucia e della Madonna delle Grazie; dal pavimento del castello di Nelson all’Ippogrifo situato all’ingresso della città.
Ma da alcuni anni le sculture e i lavori di Nicola Dell’Erba sono presenti sia al Nord Italia che all’estero, soprattutto in Irlanda, in Germania e in Inghilterra. E adesso c’è il progetto di inserirle nel Parco della Scultura che sarà approntato nel Parco suburbano della: vicina Maletto, dove Nicola metterà a disposizione degli scultori giovanissimi il suo sapere e dei blocchi di pietra che verranno lavorati da loro.

“C’è nei miei lavori - seguita Nicola - l’insegnamento appreso dalla tradizione familiare, ma anche un’elabo­razione espressa attraverso la mia creatività”. Come dire, una fusione tra antico e moderno sintetizzato dalle foto dei suoi avi (mostrate con orgoglio in fotografia) e i sofisticati macchinari moderni - compreso un robot computerizzato - dislocati in azienda.

“Nell’arte ci vuole un pizzico di follia e di ribellione - dice -. Bisogna avere il coraggio di mettere tutto in discussione. Mio nonno lo fece. Durante il ventennio gli fu negato un cospicuo premio in danaro, vinto ad un concorso, perché si era rifiutato di prendere la tessera del partito fascista.
Sì, è proprio vero, l’arte non conosce regole, né padroni”.

(L’articolo a firma di Luciano Mirone è stato pubblicato da L’Informazione, Maggio-Giugno 2014)

Sunday, una scultura di Nicola Dell'Erba posta nel 2003 a Bronte nel viale Catania nelle vici­nanze del­l'ex Par­cheggio Multi­piano in oc­ca­sione del­la Domenica ecolo­gica organiz­zata da Legam­biente.





Illuminato Màcula

Barbiere-tenore

di Nicola Lupo

L'antivigilia di Natale volevo fare gli auguri per le prossime festività ai miei cugini materni d'America e chiamai prima Tony a New York e poi Illuminato a Mendoza.
Al numero di quest'ultimo rispose una voce femminile giovane la quale, sentendo una voce dall'Italia, chiamò, presumibilmente, la madre. Questa, sentendo il mio nome e che chiedevo di Illuminato Màcula, in uno spagnolo abbastanza comprensibile, mi rispose che Màcula aveva cambiato numero e che avrei potuto conoscerne il nuovo dall'operatore telefonico, visto che "il tenore era conosciuto in tutto il mondo".

"Graziel", risposi io riattaccando e pensando che, o io avessi capito male, o che la signora avesse esagerato, come spesso fanno i discendenti degli Spagnoli.

Mentre cercavo, attraverso il 176, di avere il nuovo numero di mio cugino, o per mezzo del 170 avere la comunicazione, cose entrambe difficili in quei giorni e a quell'ora, suona il mio telefono e, caso non raro di telepatia, era proprio Illuminato che chiamava per farmi gli auguri di Natale.

Esauriti i saluti e le richieste reciproche sulla salute di tutti i familiari suoi e miei, gli raccontai la storia della mia telefonata precedente e della risposta della gentile signora argentina; al che mio cugino chiarì la frase, per me esagerata, che era spiegabile con il fatto che il suo nome compare anche su Internet.

E allora permettete che vi racconti chi è questo signor Illuminato Màcula (cognome latino di Bronte, che corrisponde all'italiano Macchia) e il nostro rapporto di parentela: egli è il primogenito della sorella maggiore di mia madre: quindi mio cugino di primo grado; è nato a Bronte (CT), come me, l'8 gennaio 1907 e quindi ha già compiuto 92 anni e lavora: ancora, come mi ha confessato nella succitata telefonata.

Visse a Bronte i suoi primi quattro anni di vita, poi due anni a Mendoza e quindi ancora a Bronte fino a quindici anni, imparando il mestiere di barbiere e dimostrando sia a scuola (dove vinse un premio cantando l'Inno di Mameli), che per la strada, di avere una bella voce e un certo innato talento artistico. Nel 1922 il padre, panettiere, decise di ritornare con tutta la famiglia in Argentina, a Mendoza, zona che, nell'altro emisfero, trovasi nella fascia temperata, che presenta perciò le stesse caratteristiche climatiche del nostro meridione.
Mio padre, maestro elementare, conoscendo le qualità del nipote acquisito, aveva proposto ai genitori di lasciare Illuminato in Sicilia, dove egli lo avrebbe avviato allo studio della musica e del canto, sicuro della sua riuscita. Ma la famiglia voleva restare, finalmente, unita, contando anche sul futuro aiuto del primogenito: e così declinò, forse a malincuore, l'offerta del cognato.
Il giovane Illuminato, arrivato in Argentina, cerca un lavoro sicuro di barbiere, che era quello che sapeva già fare e, a 17 anni, entra nel Club Gimnasia y Esgrima, dove tuttora lavora, ma segue lezioni di musica e di violino nonché di canto con il Maestro Ageo Ascolese.

Illuminato Macula, in una foto giovanile
«Illuminato Macula vive an­cora ed ha 98 anni e "pedala" per i cento che gli auguro di vero cuore!» (Nicola Lupo, Aprile 1999)

Ma seguiamo la sua carriera lavorativa e artistica attraverso le sue interviste rilasciate nel 1991 al giornale Los Andes e nel 1994 ad Avvenimenti, entrambi di Mendoza.

Los Andes presenta Don Illuminato Màcula come "illustre protagonista e memoria vivente della cultura di Mendoza" e lo definisce "noto cantante lirico delle nostre emittenti", e "cronista vivente di gran parte della storia del XX secolo della nostra provincia" e anche "un concentrato di signorilità e buon umore"; e aggiunge che "la sua figura serena e il suo incedere impeccabile danno un'immagine inscindibile dal Club di Ginnastica e Scherma di Mendoza." E segue dicendo: "Don Illuminato è stato uno dei membri del gruppo di coloro che hanno dato vita alla cultura di Mendoza... è stato, e lo è tuttora (1991), un grande tenore."

"Un uomo veramente formidabile" è stata la presentazione che ne ha fatto a Los Andes il Dott. Berardo Simonovich, Presidente del Club Ginnastica e Scherma, aggiungendo che il Màcula è "vero gentiluomo, dai modi franchi, abituato a gesti d'altri tempi."

L'intervista a Los Andes, dopo la succitata presentazione, con le sue domande, dà a Illuminato Màcula l'opportunità di citare le tappe più importanti della sua vita dalla nativa Bronte a Mendoza: ma ancora meglio lo invoglia a fare la cronistoria del Club Ginnastica e Scherma, dove tuttora lavora, fin dal lontano 1924, ricordandone tutti i Presidenti, da Edoardo Evans, all'attuale Berardo Simonovich; tutti i cambiamenti subiti e gli ampliamenti e ammodernamenti realizzati.

Il Club, chiamato prima della Pelata (sport tipico hispano-americano, n.d.t.), era riservato ai soli uomini, e anche se ha subito l'influenza dei tempi, ha conservato "lo spirito essenziale e le basi principali", restando sempre "il club più importante dell'elite di Mendoza" di cui Illuminato Màcula è stato ed è ancora il barbiere. All'inizio, quando per le donne si usava il taglio corto dei capelli, chiamato alla Tutankamon, Illuminato si recava nelle case dei vari soci a tagliare i capelli alle signore, ma dopo poco vi rinunziò "perché stanco delle pignolerie delle clienti”, anche se ora rimpiange i maggiori guadagni che ne avrebbe potuto trarre. "Ma allora, aggiunge Illuminato, ero troppo giovane, ed ero molto lirico al riguardo degli argomenti economici."

Poi passa a parlare delle feste che si facevano al Club, alle quali partecipavano naturalmente le donne, e Illuminato cantava per loro, come faceva anche nelle loro case e nelle riunioni di amici. Ma le sue principali esibizioni canore avvenivano alle Radio locali, come all'Acongua, dove aveva un suo programma: Illuminato Màcula 13,05, due volte la settimana. La sua ultima esibizione è stata nel 1970 alla Radio Nazionale, dove cantò "Otto pezzi: tre canzoni popolari italiane, una romanza della Tosca di Puccini e alcune canzoni messicane, come Estrellita", registrate in una cassetta donata allo zio Giò, che era andato a trovarlo da New York.

Alle domande dei giornalisti risponde ricordando i cantanti che ha conosciuto e cita il tenore spagnolo Juan Diaz Andres, il baritono Carmona del teatro Colon, Hugo Romano, Lalo Yarke e Daniel Riolobos, e fra gl'Italiani Tito Schipa, per il quale cantò nel '34, a Mendoza nella Casa d'Italia. In quella occasione il grande tenore italiano gli disse che avrebbe dovuto andare in Italia per cantare; ma Illuminato non cita che lo zio Tano aveva proposto ai suoi genitori di lasciarlo in Sicilia perché studiasse musica e canto.

Esprimendo le sue preferenze per i cantanti italiani Illuminato Màcula comincia con Caruso e segue con Gigli, Schipa, Di Sfefano e Murolo; mentre fra gli argentini cita Claudia Musio e Isabel Marengo.

Interrogato sulle autorità italiane da lui conosciute, Macula parla del Principe Umberto, del Presidente Gronchi, dell'Ambasciatore Arpesari per i quali cantò in diverse occasioni e in vari luoghi, come il Teatro Indipendenza, dove si esibì nella Bohéme di Puccini, nella Norma di Bellini, nell'anniversario della morte del compositore catanese, nel Rigoletto e nella Cavalleria Rusticana, nonché in diverse romanze. Delle autorità argentine ricorda Peron, quando questi era giovane comandante della guarnigione militare a Mendoza. E lo ricorda democratico e gioviale.

A proposito dei suoi due fratelli nati a Mendoza, richiesto se egli si sentisse più italiano o argenti no, "Io mi sento cosmopolita: è una sensazione che mi piace" risponde con "la grande dolcezza unita alla signorilità" che lo contradistinguono.

lo l'ho rivisto nel 1974 a Roma, in occasione di una sua visita in Italia dove ha voluto visitare Bronte (e le tombe dei suoi nonni e zii) e poi i cugini sparsi fra la Calabria e Roma, in compagnia della cugina Matilde Sanfilippo, anch'essa di Mendoza, e lo zio Giò Sanfilippo di New York. In quella occasione in casa mia cantò Oh sole mio! che, purtroppo, non ho potuto registrare.

Bravo, Illuminato, e tanti auguri!

Nicola Lupo

Aprile 1999




Gino Castiglione detto "Ginu suggi"

Quell'autostrada lunga una vita

di Giuseppe Longhitano (detto "Bastuni")

Gino Castiglione, detto "Ginu suggi"Lasciamo la vecchia e sontuosa casa vittoriana di Pougkeepsie, nel nord dello stato di New York, alle nove del mattino; la strada da percorrere è lunga, sì proprio lunga, lunga una vita. Siamo diretti a nord, nello stato del Massachussets, nella Baia di Cape Cod e qui nella città di Sandiwch sulla riva dell'oceano Atlantico: per chi arriva dall'Europa è la prima terra che s’intravede dagli oblò dell'aereo.
Franco sonnecchia seduto con me sul sedile posteriore dell'enorme Yukon, Gino è alla guida, Maria gli siede accanto; percorreremo per sette ore quella autostrada costruita in mezzo ai boschi di conifere e sequoie. Ogni tanto qualche cervo ci corre accanto; il panorama è monotono anche se avvincente. All'improvviso si apre una radura e compare dal nulla una città in mezzo ai boschi, si prosegue la corsa, si incontra qualche pattuglia di polizia che sorveglia il traffico di quell'enorme serpentone di autovetture che scorre e non si ferma mai.

Siamo nell’autostrada dei Vip, una lunga arteria che porta "le persone che contano" nelle lussuose residenze della “Montecarlo del Nord America”, la Baia di Capo Cod. Si chiacchiera del più e del meno, Gino e Maria sono felicemente loquaci e si torna ai tempi andati e si ricordano le giornate calde e polverose dell'estate brontese.

Si torna indietro nel tempo: correva l'anno 1946 ed era appena finita la guerra. Quella mattina per Maria era fredda: in compagnia del padre, Luigi Longhitano, della madre Carmela Sciacca e dei fratelli Giuseppe (detto Peppinello) e Signorino lasciavano per un lungo viaggio la loro casa, al posto di Lo Vecchio, oggi Piazza Luigi Cadorna. Si trovava proprio dietro l’attuale distributore di benzina ed era immersa nel verde: alberi da frutta, un gelso secolare, fichidindia ed il fondo che i suoi nonni avevano sempre coltivato sin da quando erano tornati dagli Stati Uniti (oggi di quella casa e del piccolo terreno non resta più nulla, solo moderni palazzi).
Negli States i nonni di Maria avevano cercato e trovato fortuna agli inizi del 900, nel Bronx erano nate le loro figlie, e Carmela era ancora cittadina americana. Ciò le consentiva di tornare in America ove portava con se tre dei suoi cinque figli. Lasciava a Bronte il marito, Luigi Longhitano, ed i due figli più piccoli, Francesco e Ignazio; la avrebbero raggiunta successivamente, il tempo di "sbrigare le carte".
Ricorda Maria i quindici giorni della lunga traversata; quindici giorni allucinanti, fino a quando una mattina dalla bruma del fiume Udson che si sollevava, vide presentarsi davanti ai suoi occhi uno spettacolo che non ha uguali: la statua della libertà
alla loro sinistra con la lugubre Ellis Island.

Là arrivavano i nostri emigranti che venivano fermati per le visite mediche: chi riusciva e superare l'esame era successivamente sbarcato, chi veniva trovato affetto da malattie guaribili era trattenuto in quarantena, per coloro che avevano la mala ventura di essere trovati affetti da malattie infettive vigeva il crudele rito del rimpatrio.
I grattacieli tanto sospirati sembravano un miraggio fino a quando le porte dell'isola, oggi museo degli emigranti, si aprirono: Maria, sua madre ed i fratelli potevano finalmente abbracciare sulle banchine del porto i parenti che li attendevano dai quali venivano ospitati in attesa di migliore sistemazione.

La nostra chiacchierata viene interrotta da una pattuglia di polizia per un normale controllo, solo pochi minuti e si prosegue. Il condizionatore dell'aria ha un bel daffare, all'esterno, infatti, la temperatura supera i quaranta gradi. Quel mese di agosto era veramente infernale.

Circa sei mesi dopo, continua Maria nel suo racconto, anche il padre, Luigi, ed i fratelli più piccoli sbarcavano in America. Mamma Carmela, nelle more, aveva trovato lavoro ed avevano preso in affitto una casa. I tempi erano un pò duri ma con l'arrivo del padre mutavano le condizioni: uomo versatile ed intelligente, riusciva a trasformare in oro qualsiasi attività intraprendesse. Cominciava l'era del benessere, si cominciava a sognare di poter un giorno percorrere quella autostrada che dallo stato di New York porta a Cape Cod nel Massachussets.
Anni di fatica e di sacrifici ma anche di lavoro e soddisfazioni, e di anni, da quel lontano 1946, ne passano dodici.
A Bronte gli ultimi giorni del 1958 scorrono lenti e freddi, era il tempo in cui si sentivano ancora le cornamuse, l'atmosfera era quella della festa. Il Natale era appena passato da due giorni e si aspettava di festeggiare il nuovo anno. In attesa della notte di San Silvestro, l'unico svago per i giovani brontesi era “’a passiata”, il gioco delle carte nei circoli e l'attesa del veglione nei locali del Cinema comunale.
Per i giovani studenti, se la serata era buona, anche la passeggiata lungo il Corso Umberto (‘a chiazza) con le vetrine dei negozi illuminate era un piacevole diversivo (come si diceva allora lo svago era “contare le balate” di pietra lavica).
All'improvviso apparve lungo il corso una figura mai vista prima, si accompagnava al padre e ad una cugina. Avvolta nel suo stupendo visone grigio, una ragazza di appena diciannove anni, passava lungo il corso. Il gruppo di studenti liceali dediti allo struscio si fermò affascinato. Uno di essi diventò categoricamente pazzo: frequentava la terza liceo al Collegio Capizzi.

Riprendono lo struscio ma quel giovane non ha più pace. Fu un amore a prima vista: si informa, chiede, contatta lo zio della bella ragazza. Della scuola non gli importava più niente, era il figlio unico di genitori facoltosi, con palazzo e proprietà. Non gliene importava nulla.
Circa un anno dopo Gino Castiglione detto "Gino Suggi" sposa nella chiesa del Rosario Maria Longhitano, mette su famiglia e sei mesi dopo sbarca a New York.
Va ad abitare in un palazzo di proprietà del suocero, nel Bronx.

Nelle due foto Gino Castiglione è ritratto per le strade di New York in compagnia del cugino Franco Lon­ghitano e (sotto) din­nanzi alla sua bellissima casa di Sandwich sulla baia di Cape Cod nel Massa­schussets in com­pa­gnia della moglie e del cugino Franco Lon­ghitano.

Anche per lui inizia la vita del padre di famiglia: mettono al mondo quattro figlie. Ma anche per lui iniziava il sogno della traversata di quella autostrada alla quale ci si avvicina lentamente: comincia il suocero che si trasferisce in quella che è considerata un delle città più "in" dello stato, Scarsdale, i cognati (di cui parleremo successivamente) vanno ancora più a nord, qualcuno si stabilisce ad Happewl Yunction, uno a Bridport nel Connectickut.

Gino dopo alcuni anni va ad abitare a Pougkeepsie nella sua bellissima casa di stile vittoriano.

La città in cui va ad abitare è vicina a quella famosa autostrada ma Gino si strugge per la nostalgia maledetta del suo paese natale: ogni tanto lo vediamo spuntare a Bronte. Prima di arrivare mi chiede sempre di mettere da parte le "sparacogne", dopo di che è un continuo chiedere del professore Gino Saitta, ricorda sempre con grande affetto Gino Isola, suo grande amico e compagno di caccia, chiede dell'insegnante Nunzio Lupo ed è sempre una gioia per lui incontrare i vecchi amici.

Oggi, trascorsi quarantacinque anni, Gino e Maria sono dei pensionati di lusso: svernano a Naples in Florida, in primavera vanno ad aprire la loro bella casa a Sandwich nella baia di Cape Cod, tornano a Pougkeepsie perché in quella città abitano le figlie.

Imprenditore di successo nel campo dell'edilizia ha completato il tragitto New York-Cape Cod, ha percorso quell’autostrada lunga una vita. Tutti gli uomini di successo sognano in quella baia la loro casa, si dice che sia la Montecarlo del Nord America e lungo la sua costa si ammirano Yannis (città dei Kennedy), Sandwich, Provence Town (città dove tutto è permesso), Plymout (città dove sono sbarcati per la prima volta gli Inglesi).

Gino Castiglione detto "Gino Suggi" ha completato tutto il tragitto anche se la nostalgia della piccola Bronte lo rode dentro, sempre.

Anche gli amici di Bronte Insieme lo ricordano e gli dedicano una pagina per ricordargli che da queste parti di "Gino Suggi" ci si ricorda ancora con affetto.

Giuseppe Longhitano

Novembre 2005




E’ stato il primo avvocato italiano in Sydney

Leo (Illuminato) D’Aquino

”Un vero gentiluomo dal cuore d’oro”

di Bruno Spedalieri

L'avv. Illuminato (Leo) D'AquinoIl 22 giugno è stata una giornata di lutto per la cittadina di Griffith nello Stato del Nuovo Galles del Sud in Australia.
Quel giorno si celebravano i funerali dell’Avvocato Leo D’Aquino. La chiesa straripava di gente, si calcolavano ad oltre mille i presenti.
Leo d’Aquino (il suo vero nome era Illuminato), era figlio di brontesi. Il padre, Carmelo, era giunto in Australia il 22 settembre 1926 con la nave “Caprera”. Nel 1931 Carmelo tornò a Bronte dove sposò l’amica d’infanzia Antonina Liuzzo. I novelli sposi si trasferirono quindi definitivamente in Australia a Sydney, dove nel 1935 nacque Vincenzina (Zina) e il 21 maggio del 1937 nacque Illuminato (Leo). Nel 1946 la famigliola andò a stabilirsi nella cittadina di Orange, 250 kilometri ad ovest di Sydney.
Ad Orange Carmelo mise su piede un’azienda di frutta e verdura; e l’Azienda D’aquino fu il primo edificio privato costruito in muratura in quella cittadina. Nel 1952 diede inizio ad un’impresa che lo renderà noto in tutta l’Australia e pure in vari paesi asiatici: “Vini e Liquori D’Aquino”. L’azienda non solo coltivava un vasto vigneto, ma produceva del vino che fu presto apprezzato e ben venduto.
Il giovane Leo intanto studiava a Sydney ospite degli zii Mario (fratello di Carmelo) e Nancy d’Aquino. Nel 1962 prese la Laurea in Giurisprudenza con alta lode e fu durante la cerimonia di conferimento della laurea che i legali della compagnia Conway Maccallum avvicinarono il neo laureato per invitarlo ad andare ad esercitare la sua professione a Griffith a 700 chilometri da Sydney.
Il padre e la madre lo incoraggiarono e Leo andó a Griffith dove intraprese una vita di solitario totalmente dedicato al lavoro.
A quell’epoca Leo era il primo avvocato italiano in Sydney, il solo che potesse trattare con gli emigrati Italiani senza bisogno di interpreti.
Griffith contava all’epoca 12.000 abitanti e più della metà erano italiani. Quell’avvocatino si rivelò un vero tesoro per la Ditta Legale Noyce & Salmon; presto ne divenne associato e la Ditta prese nome Noyce, Salmon & D’Aquino.
“Leo trovava tempo per tutti. Era un avvocato veramente competente.” ebbe a dire il suo associato, “Ascoltava con attenzione e pazienza e sapeva dare consigli saggi senza peraltro forzare la sua opinione.” L’Avvocato Leo non era fatto per le arringhe di corte, la sua vocazione era quella di consigliere legale, di notaio e la sua straordinaria memoria lo aiutava a navigare, diciamo, da un caso all’altro senza confondersi. Non gli piacevano l’ordinatore e la dattilografica, preferiva fare tutto a mano e ritenere tutto nella sua mente. A casa vi andava solo per i pasti, la sua vita era il lavoro e lo si trovava in ufficio spesso fino alle undici di notte.

Un’altra caratteristica di Leo era il suo sorriso.

Era sempre sorridente e scherzevole ed affrontava col sorriso anche le situazioni più difficili e scabrose. Gli piaceva divertirsi e nelle feste invitava a casa sua amici e conoscenti ed era come un vero festival. Gli piacevano pure le partite di caccia al coniglio e lo scantinato di casa sua era diventato un vero arsenale di fucili da caccia e di cartucce da lui stesso preparate e ben catalogate.
L’Avvocato D’aquino si iscrisse tra i membri del Lyon Club e subito ne divenne l’ispiratore ed l’animatore devolvendo generosamente i proventi in favore dei ciechi.

Un giorno fu avvicinato dal Provinciale dei Padri Scalabriniani. La Direzione di quella Congregazione Religiosa dedicata alla assistenza degli immigrati, aveva deciso di aprire a Griffith un casa di riposo per gli anziani. Leo fu scelto, dai Padri Scalabriniani, come Legale ufficiale e l’avvocato sbrigò tutte le pratiche legali necessarie alla compera dei lotti di terreno, alla pianificazione e alla costruzione di quell’opera che fa oggi l’onore degli Italiani di Griffith che oggi conta 26.000 abitanti.
Leo è stato uno dei piú accesi sostenitori di quell’opera ed un generoso benefattore. Fu nominato Segretario Onorario della Casa di Riposo degli Scalabrini di Griffith.
Leo D’Aquino non sposó. Nel 1970 i genitori, ceduta l’azienda vinicola alla figlia Zina, dal 1955 sposa di Illuminato D’Aquino (nipote di Carmelo), si trasferirono a Griffith.
Zina e Illuminato ebbero due figli Rex e Charles. Nel 1988 Rex, laureato in Scienze Enologiche, e Charles presero le redini dell’azienda dandole un nuovo slancio con l’aggiunta, al complesso, di un ristorante, di una sala d’assaggio e di una sala di conferenze. Il nome ufficiale dell’azienda oggi è “Highland Eritage Estate”. Rex sposato con Jacky ha tre figli: Sam, Luke e Niky, Charles e Fiona hanno pure tre figli: Chris, Cathy ed Emily.
Leo ovviamente era il legale ed il consigliere di famiglia e dell’azienda e si rivelò prezioso nell’ampliamento della stessa, per sbrogliare le ingarbugliate matasse burocratiche e risolvere i problemi che immancabilmente si presentano in opere del genere.

1992: L'avv. Leo D'Aquino (in piedi assieme alla sorella Vin­cen­zina) con i genitori Carmelo D'Aquino e Antonina Liuz­zo (Marrana). A destra in una foto del 2002, Carmelo D'Aquino assistito dal figlio Leo taglia la torta dei 100 anni.

Il 16 agosto 1998 Antonina Liuzzo, la madre di Leo e di Zina morì, e Leo prese a curarsi premurosamente del padre che allora contava 96 anni e che visse fino alla bella età di 100 anni e 9 mesi.

Due anni dopo la morte del padre, negli ultimi mesi del 2004 all’avvocato Leo D’Aquino fu riscontrato un tumore alla bocca. Iniziava allora la sua lunga agonia. (Dovettero prima tagliargli la lingua, rendendolo così muto. Il morbo tuttavia non si arrestò e lo aggredì alla gola. Non poteva più nutrirsi per via orale e nell’aprile 2005 fu necessario inserirgli un tubo nello stomaco per potersi nutrire). La sorella insistette a che il fratello andasse a stabilirsi a casa sua in Orange. Leo sapeva di avere solo pochi mesi di vita e volle rimanere a Griffith.

L’ultimo mese era ospitalizzato, ma ogni giorno, da un amico, si faceva condurre in ufficio, dove si fermava fino alle quattro del pomeriggio. Voleva mettere tutte le sue pratiche in ordine. Concluse tutte quelle che era in grado di concludere, raggruppò in schede quelle che erano ancora in corso, tutte marcò e numerò e poi legò ciascuna scheda con nastro rosa.

Il sabato 18 giugno la salute dell’infermo avvocato era molto precaria, i dottori avvertirono la sorella la quale si affrettò ad affrontare le 6 ore di auto per raggiungere il fratello. Quel mattino si fece condurre a casa, scrisse le sue ultime volontà per la sorella, si lavò e stese la sua biancheria ed alla sera si fece ricondurre in ospedale. La sera di domenica 19 giugno Leo si addormentò col rantolo della morte. Morí il mattino del giorno dopo alle undici.

“Leo”, disse il suo associato “era un tipo capace di comprare un’auto nuova agli altri, ma non comprò mai una nuova per sé stesso, dava genero­samente, ma per sé si accontentava di poco.” È vero che a volte sembrava spilorcio, ma avendo conosciuto le ristrettezze nella sua infanzia, non sopportava lo spreco. Il tripudio delle centinaia di persone accorse al suo funerale é stato certo la migliore testimonianza del buon cuore di quell’av­vocato sempre paziente, gaio e sorridente.

Leo D’Aquino è inumato ad Orange vicino alla tomba dei suoi genitori Carmelo e Antonina Liuzzo.

Gli era caro un detto siciliano che spesso ripeteva: “Fa u beni e scòdditillu, fa u mali e pènsaci.” “Fai il bene e dimenticalo, fai il male e pensaci.”

Lo Scalabriniano Padre Beltrame, nell’ufficiare il funerale dell’avvocato Leo D’Aquino, diede in succinto la migliore descrizione dell’uomo scomparso: “Leo è stato un vero gentiluomo dal cuore d’oro.”

Bruno Spedalieri
26 giugno 2005

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