I FATTI DEL 1860

Dibattiti, ricostruzioni, le opinioni ...

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ANTEFATTI - DECRETI DI GARIBALDI - SITUAZIONE LOCALE - I FATTI DAL 2 AL 9 AGOSTO - DIBATTITI E RICOSTRUZIONI


Cenni storici sulla Città di Bronte

I dibattiti e le ricostruzioni dei Fatti di Bronte

Studi, ricerche, approfondimenti, commemorazioni, ricostruzioni

I Fatti di Bronte sotto la lente degli storici

I Fatti hanno appassionato storici, giuristi e scrittori di ogni genere ma anche artisti:

Benedetto Radice - Leonardo Sciascia - Giovanni Verga - Antonino Radice - M. Sofia Messana Virga - Gino Longhi­tano - Salvatore Lupo - Matteo Collura - 1863, il processo di Catania - 1985, Bronte processa Bixio - 1972, il film di Florestano Vancini - Mostre, dipinti, sculture, ... - Monu­menti e lapidi - Musical, Teatro, Canzoni (Chi dici Nicò, Gasparazzo 3D) - Fumetti - La rivista filatelica


Benedetto Radice

Una nuova luce sui Fatti nella ricostruzione dello storico brontese

Benedetto RadiceUna minuziosa, attenta ricostru­zione dei sanguinosi episodi avvenuti a Bron­te nell'Agosto del 1860 è stata fatta dallo storico brontese Benedetto Radi­ce, ancora bambino quando scoppia­rono, nei suoi due libri "Memorie Stori­che di Bronte" e "Nino Bixio a Bronte", quest’ultimo ripubblicato nel 1963 con prefazione di Leonardo Sciascia dal­l’editore Salvatore Sciascia (vedi la recensione fattane da Franco Antonicelli).

Il Radice, traendo spunto da ricordi suoi personali, da attestazioni di attori e testimoni, da documenti originali compulsati e trascritti con ammirevole diligenza, con una narrazione colorita e particolareggiata, mette una nuova luce sui "Fatti", reintegrando  quei dolorosi avvenimenti nelle giuste proporzioni, sine ira, senza attenuare, ma anche senza esagerare, con serena obiettività.

«Di questi fatti - scrisse il Radice - narrerò quanto s’impresse nella mia mente di fanciullo: avevo allora cinque anni e mezzo, quanto ho potuto raccogliere dalla bocca di superstiti d’ogni partito, che furono dei fatti attori e testimoni, e quanto ho desunto dalla lettura del processo dei colpevoli, che si dibattè in Catania nell’agosto del 1863».

E, nella nota (1) della pagina 427 delle sue Memorie storiche di Bronte, chiarisce quanto segue:

“Debbo alla benevolenza ed autorità del compianto Cav. Giuseppe Lodi, che fu segretario ed anima della Società di Storia Patria in Palermo, incoraggiatore degli studiosi e protettore, e alla gentilezza del sig. Vincenzo Percolla, archivista nell’archivio provinciale di Catania, se mi fu dato leggere i 19 volumi del processo.

I fatti ivi descritti ho potuto confrontare con quelli narratimi, e nulla vi ho trovato che io non sapessi o che non rispondesse al vero, se ne togli qualche dimenticanza, qualche documento, qualche data che han dato maggior luce alla conoscenza del tragico avvenimento. Così le notizie da me raccolte e quelle ricavate dal processo completano interamente la narrazione di quelle memorande e sanguinose giornate.”

Leonardo Sciascia parla di uno "scheletro nell’armadio" di cui tutti cono­scevano l’esistenza, ma di cui nessuno parlava e che Benedetto Radice, attraverso uno studio minuzioso ed attento delle fonti storiche scopre e rivela, spinto dall’amore del "natio loco", ma anche dal desiderio di restituire dignità e giustizia al liberale avvocato Lombardo, che Bixio aveva troppo sbrigativamente fatto fucilare come capo della rivolta.

Lo stesso editore Salvatore Sciascia, nel 1985, ha pubblicato "Il Processo di Bronte", che riporta integralmente gli atti del primo sommario processo svoltosi nella cittadina etnea.

L'arringa dell'avvocato Michele Tenerelli Contessa, che difese davanti alla Corte d'assise di Catania gli imputati del secondo processo per i fatti di Bronte (quelli scampati alle fucilazioni sommarie ordinate tre anni prima da Nino Bixio), è stata pubblicata dalla "C.u.e.c.m." (Catania, 1989) con una introduzione del  prof. Gino Longhitano.


Il professor Benedetto Radice

di Vincenzo Pappalardo

(...) La strage del 1860 del professor Radice non è un episodio dei tanti della storia di Bronte: esso è il culmine di una sinfonia, il do di petto di un crescendo serrato che esplode nella tragedia di quell’atto.

La Bronte ricostruita dal Radice è un mec­canismo perfetto di ingiustizie feudali, di abusi signorili, di scellerate senten­ze, di sordidi interessi locali che dovevano rompersi in quella tragedia; inevitabil­mente, immancabil­mente, con la rigorosa necessità dell’orologio della storia.

L’opzione storicista apre una prospettiva nuova, forte.

“Erano trecento cinquanta anni che Bronte lottava”, dalla sciagurata manomissione del monastero di Maniace di Rodrigo Borgia, con la perdita del territorio e la soggezione all’Ospedale di Palermo, alle dispute per l’autono­mia civile con la città di Randazzo, alle logoranti usurpazioni feudali del demanio, alle rinnovate pretese feudali del nuovo padrone inglese.

Tutta la storia della città, che gli archivi sollevano dalla polvere sotto cui è rimasta sotterrata, assume un vorticoso moto circolare che irrepara­bil­mente sprofonda nel buco nero del ‘60.

Il ritmo del movimento è dettato dal tamburo sordo delle ragioni economi­che, a Bronte come altrove: “ond’è che ogni rivoluzione e rivolta politica in fondo non è che rivoluzione sociale ed economica”.

Tutte le altre interpretazioni, le contese nella classe dirigente, le ambizioni personali, impallidiscono dinanzi alla forza di questo motore potente delle vicende umane.

Così, i protagonisti della vicenda scolorano nell’ingranaggio ineluttabile messo in moto dalla storia, maschere sofoclee di una tragedia che passa sopra i loro destini, le loro scelte consapevoli, le loro responsabilità effettive.

C’è un maestro indubitabile del professor Radice, un compagno di discussione virtuale alla cui lezione si schiarisce la prospettiva più illuminante e convincente di quei terribili fatti: l’avvocato Michele Tenerelli Contessa aveva difeso con passione alcuni degli imputati sottoposti al tribunale della Corte d’Assise di Catania, introducendo per la prima volta una categoria di interpretazione storica ed economica di quei fatti; un’analisi lucida, intelligente, straordinariamente penetrante, che non era bastata ad assolver quegli uomini ma che costituirà un punto irrinunciabile della lettura dei fatti diventando una interlocuzione fondamentale nel processo di acquisizione dell’identità civile e storica della comunità di Bronte.





 

I FATTI DEL 1860 - ARGOMENTI CORRELATI

I Testimoni

  - Il resoconto dell'arciprete Salvatore Politi
  - La testimonianza del frate padre Gesualdo De Luca
  - Il diario di Nino Bixio
  - Il diario di un soldato cronista
  - I ricordi di Antonino Cimbali
  - Il resoconto de "La Civiltà Cattolica"
  - La ricostruzione dello storico B. Radice

7-9 Agosto 1860: Il Processo

  - Gli atti processuali
  - La sentenza

Gli Scritti e le Opinioni

Gli scritti di G. Verga, C. Abba e G. Guerzoni
I Fatti di Bronte visti da Leonardo Sciascia
Verga e la libertà, commento di Leonardo Sciascia
  -  Una voce contro: G. Falzone
Verga, il Risorgimento, i Fatti e il clero di Bronte
"Terra" e ambiente all'epoca dei Fatti
"Risorgimento perduto", un'analisi dello storico A. Radice
I fatti di Bronte nel Risorgimento italiano
I Fatti di Bronte, Bixio, l'Inghilterra
Il drammatico Agosto del 1860 a Bronte (di S. Correnti)
Garibaldi, i mille e il revisionismo storico (di G. Barletta)
La Sicilia spogliata dai «Savoiardi» (di P. Rizzo)
Contadini contro galantuomini, così il Sud condannò l'Unità
La rivolta dei contadini siciliani (di Franco Antonicelli)
1956: La vittoriosa marcia dei contadini sulla Ducea
Ottobre 1985: Bronte processa Bixio, la Sentenza
La strage del 1860: L'identità e la macchia
Nino Bixio, personaggio controverso
Bixio, una vendetta commissionata
L'eccidio ad opera di Bixio, sicario di Garibaldi
La Ducea arrabbiata
La rivolta di Bronte (di N. Dell'Erba)
La strage insensata, di G. Bonina
Rivolta e repressione. Le nuove ipotesi di Lucy Riall

1860/2010 - 150° dei Fatti di Bronte

- La ferita aperta di Bronte, quando Bixio fucilò i contadini
- Memoria e revisione dei Fatti di Bronte
- Bronte e Roma allo specchio
- Bronte, una strage e due verità
- Ma perché a Bronte il popolo fu così violento?
- Ma insomma, chi aveva ragione, i garibaldini o le «coppole»?
- Bronte 1860, pagina nera dell’epopea garibaldina
- Le grandi date, 1860: I ribelli di Bronte
- Un annullo postale per i Fatti di Bronte


 

I MILLE SUL CARRETTO

La sbarco dei Mille in Sicilia ha trovato spazio anche sui carretti sici­liani raffigu­rato accanto a poemi caval­lereschi, immagini di santi, morte e pas­sione di Cri­sto, saghe paesane e scene tradi­zionali sici­liane, epiche e bibliche.

Sotto, i moti di Bronte in una trasmissione di Rai1.
 

Prof. Benedetto RadiceBenedetto Radice, che lo conosce e lo gratifica di una citazione, da lì trarrà i criteri fondamentali per l’impianto complessivo della sua opera.

Nonostante dei testimoni oculari della strage il Radice sia il meno attendibile, per la giovanissima età e per il tempo trascorso prima della stesura, il suo racconto appare tuttavia il più ricco di informazioni e il più credibile nel dettaglio dei particolari, per la profondità della ricerca e per lo scrupolo della verifica; così, tutte le volte che si accertano discrepanze con i racconti degli altri testimoni, l’ora degli omicidi per dirne una, tendiamo ad accogliere come più convincente e documentata la sua versione.

Il quadro caravaggesco che prende colore nella narrazione dei fatti punta sul fuoco della contesa irrisolta tra il Comune e la Ducea, dei diritti promiscui non sciolti, delle terre demaniali contese, delle lacerazioni nel tessuto politico della città, con i due partiti barricati su antagonismi irriducibili.

Al Radice non sfugge l’importanza dell’elemento personale nel crescere parossistico della tragedia; ma questo non viene abbandonato a se stesso o, peggio, liquidato nella riserva del giudizio morale: tutta la ricostruzione della storia secolare, dell’esito frustrante del moto del ‘48, della dinamica tamburellante di quei giorni garibaldini scolpisce l’ambiente psicologico entro cui si muovono i personaggi.

L’ansia pavida dei civili, il nervoso farsi liberali dei ducali, il batticuore alterno tra la speranza e la delusione dei comunisti: un pathos drammatico, nel quale anche il lettore sprofonda, che non è finzione letteraria ma terribile eco di morte della storia che cammina verso l’abisso.

La rappresentazione che il Radice mette in scena ha però un protagonista indiscusso, il popolo di Bronte, l’eroe tragico che consuma fino in fondo il destino che non ha scelto e che gli tocca portare sino al compimento inevitabile, assumendo la barbarie, la riprovazione e la condanna: “la plebe non vedeva solo nel Garibaldi il liberatore della tirannide borbonica, ma il liberatore della più pura tirannide, la miseria [...] per sentenza di iniqui giudici aveva sofferto di fresco la perdita degli antichi usi civici [...] aveva in odio gli uomini del Comune e della Ducea, e non avendo più fede nel tribunali, credeva poter fare giustizia da sé, profittando dello scompiglio che naturalmente portava seco la rivoluzione politica”.

E così “la libertà proruppe come vendetta [e] l’ira cumulata di tante generazioni” rompeva gli argini e precipitava nella sua voragine.

L’economia diventa la chiave d’interpretazione del fatto particolare; ma l’opzione del Radice non è specifica e assume la consistenza del criterio generale degli eventi umani. Perciò egli cita il Machiavelli delle Deche di Tito Livio: “ ... le cose che hanno in sé l’utilità, quando l’uomo ne è privo, non le dimentica mai, ed ogni minima necessità te ne fa ricordare e perché le necessità vengono ogni giorno, tu te ne ricordi ogni giorno”. Perciò a Bronte la rivoluzione non poteva non esprimersi che nel linguaggio del bisogno, e per il popolo dello sventurato paese” ... tutto l’ideale ... si concretava nella bramata divisione”.

La comprensione e la solidarietà per il suo popolo non impediscono, però, l’ottica moderata del vecchio gentiluomo dei primi del Novecento e il giudizio sospettoso nei confronti delle masse rivoluzionarie e delle loro capacità politiche: “Le idee di libertà giungono alla conoscenza delle plebi travisate in licenza, ed attutendosi nel petto i sentimenti di umanità, si svegliano in essa gli antichi istinti di belva, e dalla malvagità della natura e dal ricordo delle offese i più sono spinti agli atti più crudeli e più feroci: allora viene a galla tutta la feccia plebea, bramosa di saccheggi e di rapine”.

Perciò il moto era destinato a fallire: “ciò che non si può ottenere in tempi ordinari e per via di leggi, si è soliti tentar di ottenere colla violenza nelle rivoluzioni, credendo come spesso accade, che queste sanzionino e ratifichino il fatto compiuto”; e i contadini di Bronte, condotti dalla loro storia a quella condizione selvaggia e brutale, fanno quasi tenerezza nell’ineluttabilità del loro precipitare senza speranza.

La musicalità incalzante, wagneriana, che accompagna il racconto dell’ebbrezza orgiastica del massacro si rompe nell’angosciante crescendo dei notturni che segnano l’arrivo dei garibaldini in città.

L’atmosfera, cupa di lutto e di terrore, gela con l’improvvisa coscienza dell’orrore e si riempie dell’attesa per il terribile castigo che incombe. Il dramma rotola verso la scena conclusiva; anche questa già scritta nella logica stringente dell’evento.

Di Bixio, Radice ha un’opinione ambigua, incapace di rinunziare all’aureola eroica risorgimentale eppure critica dell’agire frettoloso e del carattere burrascoso dell’uomo. Quando scrive, il luogotenente di Garibaldi è già morto da tempo e la storiografia si è fatta ormai un’idea della sua azione; Radice la conosce, come conosce il giudizio del suo agire a Bronte che veniva non solo dai tanti confusi storici della campagna garibaldina ma anche dalle arringhe e dalle discussioni che s’erano fatte in tribunale, al momento del giudizio di quei tragici fatti.

Non si accontentò; e cercò testimonianze e conferme del suo agire, sperando di trovare, nei suoi occhi, una lacrima di compassione e di pentimento che assolvesse tutti, gli sventurati fucilati di San Vito e il generale eroe dei Mille, cui una maledetta missione aveva imposto un ruolo comprimario di quella tragedia.

Sciascia lodò comunque la sua presa di distanza dal Generale.

A Nicola Lombardo il Radice dedica la commozione più grande, svestendo una delle poche volte l’abito rigoroso dello storico e assumendo la parte del cittadino. Non mancano nel libro le. riserve sul suo agire, sulle ambizioni dell’uomo, sulla dappocaggine politica del fidarsi della folla; e infatti lo scrittore pensa che l’avvocato meritasse un processo ragionato e sereno.

Tuttavia Radice sentì a fondo la tragedia che si muoveva nel personaggio, la sua consapevolezza dell’ingiuria storica che feriva quel territorio, la carica utopica di liberazione e modernizzazione di quella gente disgraziata: comunque lo si volesse considerare, con le sue debolezze e le sue ambiguità, il Lombardo era un padre della comunità, che aveva visto la meta del cammino civile di Bronte e aveva pagato, con il sacrificio della vita, il non esserci saputo arrivare e il non aver saputo tenere per mano quella massa di disperati che a lui aveva consegnato le redini del proprio destino.

“Giunto a questo punto, conviene che, io da narratore e da giudicatore imparziale, deplori come scrittori borbonici e liberali abbiano in parte alterata la verità dei fatti”: alla fine della splendida ricostruzione storica, anche Benedetto Radice deve confrontarsi col bisogno comunitario di riabilitarsi e liberarsi dalle calunnie.
La sua prospettiva spazia ormai su una larga letteratura pubblicistica e storica, che da decenni infama il nome della città nel pubblico dei lettori italiani e in quello degli studiosi europei del Risorgimento italiano. Gli storici di nostalgia borbonica Buttà e De Sivo, quelli filogaribaldini Abba e Guerzoni; ma anche La Cecilia, Busetto, Lazzaroni, Pecorini Manzoni: per la prima volta l’auto coscienza di Bronte si confrontava con questi giudizi e cercava di definirsi reagendo ad essi.

Il vecchio professore dà voce alla ponderata indignazione del sentimento brontese più maturo, dinanzi alle calunniose fantasie di bambini squartati, monache violentate, seni recisi: “ ... è ingeneroso studiarsi di mostrare più reo che sia un popolo ignorante, trascinato al delitto per causa e colpe non sue e per il fatale andare di umani avvenimenti, compiacendosi di narrare i fatti dietro fantastici racconti ... sapendo che lo squartare vecchi e bambini, il violare e uccidere donne, dilaniandone le carni, sono delitti atrocissimi che rivelano in chi li commette non l’ira d’un nemico per quanto furibondo, ma una ferocia e una crudeltà bestiale propria dei più selvaggi cannibali”.

Non bestie dunque, ma vittime di un meccanismo diabolico che si era nei secoli ingarbugliato a Bronte, trascinando nella colpa una generazione disgraziata su cui s’era scaricato il filo insopportabile di mille ingiustizie, nel momento in cui la tensione arrivava al limite e spezzava tutte le resistenze.

La comunità di Bronte trovava così l’immagine più compiuta e matura della sua identità.

Priva di un passato aristocratico in cui specchiarsi e di un primitivo progetto civile nel cui sviluppo riconoscersi, Bronte recuperava il suo senso di appartenenza nella sofferenza secolare dei mille abusi che si erano su di essa consumati. Abusi portati da fuori, ripetuti a ogni pagina da feudatari sempre più lontani e ottusi, che avevano dilaniato le carni della città, condannandola ad una miseria senza fine e alla frattura della sua debole società, forzata a sbranarsi per sopravvivere degli avanzi.
Una comune condanna all’abiezione che legava tutti i cittadini, i cappeddi meschini e i contadini assassini; e che alla fine si nobilitava e purificava nella sofferenza della tragedia, che aveva messo in fila tutti, i civili e il popolo, a piangere il lutto dei morti di ciascuno e a interrogarsi su come voltar pagina e ricominciare a vivere insieme.

La vergogna del 1860, elaborata la macchia e messa sullo sfondo la storia lunga di soprusi e vessazioni che l’avevano determinata, poteva diventare così il battesimo civile della comunità di Bronte, che risorgeva da quelle ceneri e si avviava a percorrere il faticoso cammino chiesto alle società che entravano nel nuovo secolo e nelle sfide difficili della modernità.

(Vincenzo Pappalardo, L’identità e la macchia, Il battesimo della co­scienza civile a Bronte nel dibattito sulla strage del 1860, Maimone Editore, Catania, 2009, pagg. 63-64, edizione fuori commercio)

 

Leonardo Sciascia

Quel bagno di sangue per un pezzo di sciara

Leonardo SciasciaLa fame di terra, di queste sciare aride e nere che con indicibile pazienza e travaglio l'uomo sa mutare in giardini, qui ha generato sanguinose rivolte contadine: come quella che nell'agosto del 1860 ciecamente fu repressa da Nino Bixio a Biancavilla, Randazzo, Cesarò, Maletto, Bronte; e a Bronte con particolare rigore, poiché della fame dei contadini era oggetto anche il feudo che il re Borbone aveva donato nel 1799 all'ammiraglio Nelson, la famosa ducea di Bronte che solo ora è stata, come si dice con termine legale, “scorporata” dall'antica usurpazione (prima che dal re Borbone era stata usurpata nel 1491, dal Papa; e per secoli i cittadini di Bronte hanno lottato per i diritti del Comune sul feudo, giudiziariamente e con tragiche rivolte).

A Bronte la parola “comunisti” suona da secoli ad indicare il partito, la fazione popolare, che invocava e perseguiva il ritorno al Comune delle terre usurpate e la divisione di esse; in contrapposizione al partito “ducale”, in cui la classe degli abbienti, sostenendo la grande usurpazione, rappresentata dalla ducea, faceva schermo alle piccole usurpazioni proprie.

E' una storia municipale quanto mai interessante: e per i fatti dell'agosto 1860 attinge a caso di coscienza dello Stato italiano, della nazione; dice quel che il Risorgimento non è stato, idea non realizzata; speranza dolorosamente delusa; e ancora ne portiamo pena e remora.

Le sciare “scorporate” dalla ducea (restano al duro erede di Nelson ancora qualche centinaio di ettari) ora sono abbandonate come dovunque in Sicilia sono abbandonate le terre.

Allo stesso contadino di Bronte che in paese torna dal nord d'Italia, dalla Germania, dal Belgio per trascorrervi le ferie, sembrerà inverosimile e assurdo che gente della sua condizione, se non addirittura del suo sangue, abbia ucciso e si sia fatta uccidere per un pezzo di sciara.

”Vogliamo le sciarelle”, il grido dall'affocata rivolta, è lontano e irreale, quasi ridicolo, il feudo è come un deserto paesaggio lunare, ma è sorprendente tro­varsi d'improvviso, nel cuore di esso, di fronte al castello di Maniace circondato da alberi alti, circonfuso da un suono d'acqua.

E gli alberi e l'acqua sembrano evocare nebbia: e si ha l'illusione di stare dentro un pezzo di campagna inglese.

Ché dovunque l'uomo porta l'immagine della propria patria: e gli amministratori inglesi della ducea, forse anche senza averne coscienza, qui hanno ricreato gli elementi della loro terra lontana.

E ad entrare nel castello, che è poi l'antica abbazia di Santa Maria di Maniace, la suggestione si fa più profonda: nel cortile è una croce di pietra lavica, ma di forma da noi inconsueta, borchiata, in memoria di Nelson; nella chiesa sono sepolti gli amministratori inglesi del feudo e i loro familiari; e chi sappia qualcosa dei fatti del 1860 è colpito dal nome Thovez, ché Guglielmo e Franco Thovez erano allora gli amministratori.

E si può dire che come essi, e i loro predecessori e successori nell'ammini­stra­zione del feudo, sono riusciti a ricreare un paesaggio inglese intorno al castello, la realtà siciliana è riuscita a fare di loro dei siciliani della peggiore estrazione: gretti, furbi, tortuosi, abilissimi nel gioco delle parti.

Qui, dove il greco Giorgio Maniace sconfisse nel 1040 i saraceni, nel feudo chiama­to appunto della Saracina, la gloria di Orazio Nelson e di Nino Bixio scende nel san­gue e nell'ingiustizia: Nelson ha accettato questa terra come compenso di un tradimento e di un massacro, Bixio si è fatto apostolo del terrore invece che della giustizia.

(Tratto da Opere 1971-1983, a cura di Claude Ambrosie, Classici Bompiani)

«Sui fatti di Bronte dell'estate 1860, sul­la verità dei fatti, gravò la testimo­nianza del­la letteratura garibal­dina e il com­pli­ce silenzio di una storio­gra­fia che s'av­vol­ge­va nel mito di Garibal­di, dei Mille, del popolo sici­liano libera­to: fin­ché uno stu­dioso di Bronte, il profes­sor Bene­detto Radice, non pubblicò nel­l'Ar­chivio Stori­co per la Sicilia Orien­tale (anno VII, fasci­co­lo I, 1910) una mo­no­grafia inti­tolata Nino Bixio a Bron­te; e già, a dar ragione delle cause remote della rivolta, aveva pub­blicato (1906, Archivio Sto­rico Siciliano) il saggio Bron­te nella rivolu­zione del 1820.

E non è che non si sapesse dell'ingiustizia e della ferocia che contrassegna­ro­no la repressione: ma era come una specie di «scheletro nel­l'armadio»; tutti sapevano che c'era, solo che non biso­gnava par­larne: per prudenza, per deli­catezza, perché i panni spor­chi, non che lavar­si in famiglia, non si lavano addirit­tura.»

NINO BIXIO A BRONTE
la monografia di Benedetto Radice
(tratta dal 2° volume delle Memorie storiche di Bronte)

SCARICA IL FILE
(PDF, 100 pagg., 803 Kb)

(Leonardo Sciascia, Nino Bixio a Bronte, 1963)

 

leggi gli ATTI PROCESSUALI DELL'AGOSTO 1860

del processo istruito dalla Commissione Mista Eccezionale di Guerra per i sanguinosi Fatti di Bronte dell'Agosto 1860

1985, BRONTE PROCESSA BIXIO
Gli atti del convegno, il dibattimento e la sentenza della Corte sono stati da noi pubblicati in una

 edizione digitale liberamente scaricabile

 

Un piccolo murales nella via Madonna di Loreto
ricorda e racconta ancor oggi ai passanti la fucilazione dei
 5 brontesi davanti al Convento di S. Vito.

Fatti del 1860, murales (foto di A. Semplici)


Giovanni Verga

"Libertà"

Oltre a Giuseppe Cesare Abba e Guerzoni, anche un grande narratore della statura di Giovanni Verga, che all’epoca dei fatti aveva 20 anni, ha dedicato alla drammatica rivolta conta­dina di Bronte una sua novella, "Libertà".

Libertà pagata a carissimo prezzo, tra­gico epilogo del secolare vassallaggio nutrito e cresciuto all’ombra dei Nelson, nella ricca Ducea dal 1799 allogata nel castello.

"Libertà" e l'esempio più significativo di novella che il Verga scris­se ispirandosi allo scontro fra ceti contrapposti ed alla violenza perenne del loro rapporto.
Nelle varie parti della novella fa corri­spondere un momento storico ed un punto di vista diversi.

La parte iniziale ha sabato, 4 Agosto, come collocazione tem­porale in cui la rivolta contro i "galantuomini" esplode in tutta la sua violenza e ferocia. Viene qui evidenziato il punto di vista dei popolani che si afferma in un crescendo di entusiasmo e di vio­lenza.

Tutto appare giusto e possibile sia l'anelito di uguaglianza econo­mica e sociale che la sete di vendetta nei confronti della classe dominante accentratrice di ricchezza e potere.

Nella parte centrale la novella descrive i fatti di domenica 5 agosto; si rafforza la visione della libertà come equa distribu­zione delle terre e da essa traspare una visione maggiormente utilitaristica ed individualistica dei fatti.

La terza parte si articola in un periodo di tre anni, dall'arrivo dei garibaldini all'emissione della sentenza della Corte di appello nei confronti dei rivoltosi.
Qui Verga fa prevalere il punto di vista borghese: "libertà" vuol dire solo violenza e turbamento di un ordine costituito. 
Gli avvenimenti scorrono lentamente, in un crescendo di disinte­resse, mentre gli imputati sono presi dal fatalismo di chi non riesce a spiegarsi i motivi della propria sconfitta.

Della sanguinosa rivolta rimane così solo la sofferenza degli accusati, mentre la vita torna a scorrere come prima.

Tutto resta uguale, tutto è stato inutile, "all'aria ci vanno i cenci".



I DIBATTITI E LE RICOSTRUZIONI DEI FATTI DI BRONTE

Antonino Radice

Risorgimento perduto

Un'analisi dei Fatti scritta con l’occhio disincantato dello storico

Un’attenta analisi dei fatti di Bronte ed altri documenti importanti ed inediti (lettere e proclami di Bixio e Garibaldi, decreti, corri­spon­denze politiche e militari, atti del pro­cesso, ecc.) sono riportati dal brontese prof. Antonino Radice nel libro "Risorgimento perduto" (De Martinis & C., Catania 1995).

Attraverso l’analisi degli atti processuali e di fitti epistolari, lo storico tenta un’inter­pretazione non convenzionale della spe­dizione garibaldina in Sicilia, ricostruendo le figure di Vittorio Emanuele II, di Bixio, il profondo dissenso fra Cavour e Garibaldi, la loro discutibile consistenza e la loro scarsa conoscenza dei problemi dell’Isola.

Gran parte di "Risorgimento perduto", quasi un libro nel libro, è dedicata ai Fatti di Bronte del 1860 con l’aggiunta di documenti storici inediti.

Interessanti, nella Appendice, le lettere, le corrispondenze e le proteste che John Goodwin, il Console inglese che coor­dinava e dirigeva tutta la rappresentanza diplomatica inglese in Sicilia, rivolse a Garibaldi ed a Crispi, Ministro dell’Interno, con pressanti inviti volti a tutelare gli interessi agricolo-patrimoniali dei Nelson.

In una delle lettere a Crispi, Goodwin indica espressamente l’Avv. Ni­cola Lombardo quale istigatore dei delitti e chiede di "…arrestare l’autore di tale assassinio onde essere giudicato dall’autorità competente e condannato...". E' Bixio si dimostro fedele esecutore dell'indicazione ricevuta.

Alcuni capitoli di Risorgimento perduto che l’Autore dedica speci­fica­tamente ai Fatti di Bronte, sua città natale sono da noi presentati in versione digitale liberamente scaricabile (70 pag. in formato Pdf, 775 Kb)

Risorgimento perduto, il "commento" di Gino Saitta


 

Chi dici Nicò

Testo e Musica del cantautore siracusano Carlo Muratori che l’ha «dedicata a Nicola Lombardo fucilato ingiustamente a Bronte su ordine di Nino Bixio nell'agosto 1860». [ascolta la canzone]

Sunannu la campana
E satunu i cappeddi
Ccu i petri di la chiana.

Di petri li palori
Di ‘ntagghiu e di timpuna
"Vulemu libbirtà
Nun semu di cartuna.

Nuatri semu cristiani
E no fumeri e fancu.
La terra è di li genti
Di cu ci jetta sancu".

Chi aspetti Nicò
S’un pugnu di surdati
Nun sentunu raggiuni
Nun hannu pietati.

Ci cridi Nicò
‘Nto chianu di san Vitu
A Nunziu lu pigghiaru
Comu ‘nu gran banditu.

Nunziu è n’angiuleddu
Nun c’è chiù riligiuni
Cascau di lu celu
Ccu l’ali di cartuni.

E la Sicilia è ‘n festa
C’havi chiù di tri misi
"Semu tutti taliani
Ma a Brunti semu ‘ngrisi”.

A Brunti nun c’è liggi
Ppi santi e tradituri
S’ambrogghiunu li carti:
Cu persi è vincituri.

E ccu vincii t’ammazza
E scava la tò fossa
Ci chianta ‘na bannera
Ca è virdi janca e russa.

Russa comu a cammisa
D’un jurici surdatu
Dicia: “Viva l’Italia”
Doppu ca n’ammazzatu.

Chi vidi Nicò
‘Na cruci pinitenti
‘Ssa cruci è comu specchiu
Distinu di ‘nnuccenti.

E’ austu Nicò
É austu e pari ‘mmernu
Ppi ‘na morti gluriusa
E’ propriu ‘nu gran jornu.

Una canzone dedicata all'avv. Nicolò Lombardo, il vecchio patriota di educa­zione liberale conosciuto in tutta la Sicilia, sostenitore e capo del partito dei «comunisti» (fautori degli interessi del Comune, in contrapposizione con il par­tito dei «ducali», sostenitori degli interessi della Ducea) fatto fucilare da Nino Bixio «per i sobillamenti dei suoi nemici, e per soddisfazione della na­zio­ne britannica». Bronte che ha dedicato una via a Bixio (nel 2010 rideno­minata via Libertà) si è sempre dimen­ticato di questo liberale che ha difeso sino alla morte gli interessi del Comune e dei brontesi.


 

Gasparazzo 3D

Rivoluzione! Brontolava Bronte

«C’è un disco che da fine febbraio naviga nei mari sempre difficili della musica indi­pendente.
Un bel disco di suoni reggae e rock con nuvole di folk. Titolo, Forastico. A dopo la tradu­zione. Il brano numero uno si intitola Gasparazzo 3D, e recita così

«Sistemàti il cielo e la terra/ L’ottavo giorno l’Etna eruttò/ Ne venne fuori la famiglia Gasparazzo/ che masticava la miseria più amara/ Rivoluzione! Brontolava Bronte/ Come brucian bene/ Le case dei signori/ L’Unità alle porte/ Ma il popolano disperato resta/ Gasparazzo si diede alla macchia/ Gasparazzo carbonaro…»

Gasparazzo 3d racchiude tre storie, tre tempi distinti, lontani ma al tempo stes­so uniti da un unico fervore, un’ inquietudine, quella mattità che batte in petto quando si vogliono cambiare le cose dal basso.

In questa canzone Gasparazzo indossa diversi abiti, mastica più accenti, attra­versa più posti, emigra più volte e maneggia diversi strumenti di lavoro.

Un trittico di storie maledettamente tutte italiane.

Nasce popolano nella Sicilia preunitaria “sfruttato e mal pagato” come uno di quei disgraziati personaggi che affollano le novelle di Giovanni Verga (tra l’al­tro è storia vera, quella di Calogero Ciraldo inteso Gasparazzo); qui per non essere fucilato è co­stretto a darsi alla macchia.

Grazie alla mano del disegnatore Roberto Zamarin, autore della striscia-fumet­to Gasparazzo nella rivista Lotta Continua, il nostro mattatore riap­pare in fab­brica in pieno boom economico nelle vesti di un insoffe­rente operaio alla ca­tena di montaggio.

Infine rieccolo ai giorni nostri con la Bandabastarda nelle vesti di suona­tore che canta storie di umili eroi, “facce storte” e verità scomode.

Avrà vita lunga questo personaggio, perché “nella storia dei tempi un ribelle ci sarà sempre”.
E’ un video amatoriale, fatto con lo scotch, oserei dire a “centimetri ze­ro”, sen­za artifici e abbellimenti di sorta, lavoro umile che nella sua sem­plicità arriva al cuore della canzone.

Il video può strappare un mezzo sorriso ma contemporaneamente nelle immagini trapela anche una sottile vena di amarezza nel guardare a ritroso come sono andate le cose …

(Zichietto)

Gasparazzo 3D

 

 

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