I FATTI DEL 1860

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ANTEFATTI - DECRETI DI GARIBALDI - SITUAZIONE LOCALE - I FATTI DAL 2 AL 9 AGOSTO - DIBATTITI E RICOSTRUZIONI

Cenni storici sulla Città di Bronte

Un libro della storica irlandese Lucy Riall
propone nuove ipotesi sul controverso episodio del 1860

I Fatti del 1860: Argomenti correlati

Vi presentiamo una recensione scritta da Simonetta Fiori e pubblicata su La Repub­blica, R2 Cultura, del 14 novembre 2012

Rivolta e repressione

La vera storia di Bronte

Le “narrazioni” tradizionali hanno messo sotto accusa gli inglesi e Nino Bixio, mentre bisogna guardare ai rapporti di potere nella società locale

E se scoprissimo che non è vero nulla?

Se accertassimo che tutta la sterminata letteratura scaturita sulla rivolta di Bronte – da destra e da sini­stra, da nostalgici borbonici e da progressisti illuminati, da separatisti del Nord e da paladini del Meridionalismo, da registi come Florestano Vancini fino alle penne insindacabili di Carlo Levi e di Leo­nardo Sciascia – se questo impetuoso fiume di inchiostro su uno dei luoghi-simbolo della tormentata vicenda nazionale fosse alimentato per gran parte da miti e stereotipi infondati?

È quello che cerca di dirci con il consueto acume una storica inglese non nuova al nostro Risorgimento, Lucy Riall, studiosa di Garibaldi e meticolosa demolitrice di vulgate italiche, specie di quelle che si spacciano per “contro­storia” contro “i truffaldini silenzi” delle narrazioni canoniche.

Controstorie – va detto anche questo – che in Italia riscuotono grandissimo successo. Come è capitato ai bestseller di Pino Aprile, applauditi nello stesso paese pavesato col tricolore per il centocinquantesimo dell’unità nazionale.

Che cosa accadde realmente nella cittadina etnea è raccontato nel nuovo libro della Riall La rivolta. Bronte 1860, documentata ricostruzione dell’orgia di terrore che ebbe luogo sulle pendici del vulcano quando Garibaldi conquistava la Sicilia (Laterza, pagg. 354, euro 20).

Sei giorni di ferocia e distruzione, cominciati nella notte del primo agosto del 1860.
Mille insorti e fiamme ovunque. Proprietari terrieri torturati e uccisi.

Anche fegati estratti dai cadaveri e forse mangiati (ma il cannibalismo non fu mai confermato).

E, come sintetiz­zò un contem­po­raneo, «Nerone nell’in­cendio di Roma non poteva fare peggio».

La ribellione durò quasi una setti­ma­na ma la sua fama resistette molto più a lungo.

Anche perché provvide il generale Bixio – garibaldino devoto al leader biancocrinito – a stroncare con severità i rivoltosi: più di ottanta gli arresti, e cinque le condanne a morte.

Per un secolo e mezzo Bronte è destinata a rappresentare «l’atto di morte del­la promessa unificazione nazionale», una sorta di “perdita dell’innocenza” per la causa democratica, «luogo simbolo del tradimento delle plebi meri­dionali».

L’immagine più consolidata della rivolta brontese – quella che più ha resistito nella memoria pubblica – è che essa scaturì dalla lotta tra la comunità locale, desiderosa di distribuire le terre ai contadini, e la ducea inglese, paladina degli interessi feudali dei maggiori proprietari terrieri.

E fu proprio per difendere il patrimonio britannico – e i privilegi dei latifondisti – che Nino Bixio scatenò la brutale repressione.

Fu realmente così? Per dimostrare l’infondatezza di questa vulgata Lucy Riall è andata a scavare nella storia della città di Bronte e negli archivi della famiglia Nelson, destinataria della Ducea donata nel 1799 da re Ferdinando all’ammiraglio inglese.

Le carte raccontano una vicenda un po’ più complicata rispetto alla favola corrente, non assolutoria nei confronti degli inglesi – mossi fin da principio da spocchiosa arroganza verso la comunità locale e sempre ostili alle rivendica­zioni contadine – ma certo più attenta alla persistente e feroce lotta interna all’élite cittadina.

In sostanza, nella rivolta del 1860 gli inglesi non furono il bersaglio ma piuttosto gli spettatori, e i loro possedimenti non furono preda dei contadini.

Il vero obiettivo delle violenze furono notai, contabili, esattori di canoni d’affitto, proprietari terrieri di Bronte, ossia quel potere cittadino che, pur dichiarandosi liberale, alleato di Garibaldi e favorevole alle terre per tutti, in realtà tutelava esclusivamente il proprio interesse patrimoniale e le proprie ambizioni di potere.

E il ceto contadino – in questa ricostruzione proposta da Riall – figura tutt’altro che sprovveduto, ma ben consapevole fin dal 1848 del cuore del problema. E cioè che l’amministrazione di Bronte aveva acquisito in nome dei più umili la proprietà terriera, ma la sfruttava esclusivamente a suo vantaggio.

Quanto alla violenta reazione di Nino Bixio, anche questa volta la Riall sug­gerisce un’interpretazione controcorrente.

No, non giustifica la repressione, ma esplora il contesto in cui maturò, per arrivare alla conclusione che in fondo non c’erano molte alternative.

Bronte fu in sostanza una tragedia, ma la colpa di quel che avvenne non fu né del severo garibaldino né degli algidi britannici, ma è attribuibile a una lunga storia di corruzione, di miseria, di sfruttamento, di frustrazioni, di guerre tra famiglie, di lotte per il potere sulle terre, antiche lacerazioni per la massima parte interne alla comunità brontese.

E per mettere fine alle lamentele sul Risorgimento incompiuto, basta alzare la testa dall’Italia per osservare il mondo.

Forse che il processo di costruzione nazionale fu meno violento e doloroso negli Stati Uniti o in America Latina, in Spagna o in Germania, o in parti della Francia e delle Isole Britanniche?

Viste da una prospettiva più ampia – sembra suggerirci Riall – le travagliate vicende italiane non dovrebbero più sorprenderci.

Simonetta Fiori
 


 

Lucy Riall, invitata dalla nostra Associazione, ha presentato il libro a Bronte il 1 giugno 2013. Nel video vi diamo una breve sintesi di alcuni suoi interventi

 

IL LIBRO

La rivolta. Bronte 1860
di Lucy Riall (Laterza, Collana: i Robinson - Letture, pagg. 354, euro 20).

Lucy Riall è una storica irlandese. Insegna Storia al­l’Istituto Universitario Europeo di Firenze e al Birk­beck College del­l’Uni­ver­sità di Londra.
Ha scritto sul Risorgimento italiano, sulla for­mazione dello stato italiano, sulla Sici­lia e l'unità d'Italia.

Fra i suoi libri, che trattano della storia so­ciale e poli­ti­ca del Risorgimen­to, Gari­baldi. L'inven­zione di un eroe (La­ter­za, 2007), Il Risorgi­mento. Storia e inter­pre­ta­zioni (Don­zelli, 1997), La Sicilia e l'unifica­zione italiana (Einau­di, 2004)

Del libro leggi: Indice / Prime 10 pagine

 

L'indagine di Lucy Riall su un episodio emblematico del nostro Risorgimento

La rivolta di Bronte è stato un episodio marginale del nostro Risorgimento, ma dal grandissimo si­gni­ficato simbolico. Una sommossa contro i baro­ni e i loro latifondi è stata letta come la ragione del di­stacco delle masse popolari dal processo di uni­fica­zione nazionale. Secondo questa lettura i garibal­dini, guidati da Nino Bixio, si opposero alle spe­ran­ze dei contadini di trasformare radical­mente le loro condizioni di vita.
Lucy Riall mostra come in realtà questa vicenda, sem­pre letta all'interno del contesto italiano, ha un significato politico che supera i confini naziona­li e si inserisce direttamente nella com­plessa e più vasta dimensione degli equilibri europei.
Infatti il feudo di Bronte era proprietà della fami­glia Nelson, dono dei Borbone per l'opera dell'am­mira­glio britannico nella repressione della rivolu­zione na­poletana del 1799. Più in gene­rale, all'in­terno dell'Impero britannico, la Sicilia rappre­sen­tava un possedimento centrale per il controllo del Mediter­raneo e dei traffici da e verso l'India.
E molto rilevanti erano gli investimenti inglesi nel­l'isola. Ecco allora che Garibaldi, sbarcato in Sicilia con il benestare della marina inglese, si trova sot­topo­sto a fortissime pressioni diret­te a salvaguar­dare i "le­gittimi" interessi dei sudditi britannici pur di mante­nere il sostegno della corona al progetto di un'Italia unita.

 

Ma Garibaldi non era un liberatore?

Allora, perché i plotoni di esecuzione? Perché sono proprio i garibaldini a opporsi alle speran­ze contadine di ottenere terra e miglio­re quali­tà di vita?

«La rivolta di Bronte durò non più di sei giorni, dal 1° al 6 agosto 1860, ma la sua fama le so­pravvisse molto a lungo». Le è stato at­tribuito un grande valore sim­bolico ed è stata narrata in libri, artico­li, romanzi, sceneggiati, perfino un film.

Eppure ancora non la si conosce veramente.

«Se consideriamo quanto profondamente Bron­te sia collegata ai miti e ai contromiti di Giu­sep­pe Garibaldi e dell’ammiraglio Nelson, al Risorgi­mento italiano, alla questione meridio­nale e al­l’Impero britan­nico, stu­pi­sce che la sua storia non sia stata oggetto di analisi più appro­fondite»: Bronte ha ancora molto da dire sulla Sicilia, sul­l’Italia e sul resto del mondo.

«All’epoca, l’intervento di Bixio venne da molte parti applaudito, e la sua determinazione nello "schiacciare" quella che un osser­vatore definì "una piccola scintilla di comunismo che era sta­ta accesa a Bronte" venne salutata con favore.
Ma le generazioni successive videro le cose in modo assai diverso. Infatti, a causa di quella triste vicenda, avvenuta in un momento al­tri­menti caratterizzato dal trionfo dei progressi liberali, Bronte ac­qui­sì un peculiare rilievo nel contesto di una narrazione antieroica dell’uni­ficazione italiana, nella quale a Nino Bixio spet­tava il ruolo di protagonista negativo.»

“La Rivolta. Bronte 1860”

il libro della sto­rica irlandese Lucy Riall, rove­scia molti luoghi co­muni e inse­risce la vicen­da locale nella pro­spettiva più ampia della storia globale

Bixio e il microcosmo siciliano che riflette l’età delle rivoluzioni

Una combinazione intricata conferì al paese etneo il suo esplosivo potenziale
Leggi la recensione di Salvatore Scalia

Riflessioni critiche su un libro recente
Il saggio di N. Dell’Erba

Lucy Riall a Bronte

Premio Speciale Sila 2013

Lucy Riall con La rivolta. Bronte 1860, edito da Laterza, vince il Premio Speciale Sila "Saggio in traduzione sul Mezzogiorno".

«Sulla “strage di Bronte” il libro offre una prospettiva del tutto nuova. La Ducea di Bronte fu regalata dal Re di Napoli Ferdinando IV all’Ammiraglio Horace Nelson e ai suoi discendenti in segno di gratitudine per aver “salvato” il regno nel 1799, ed entrò da allora a far parte dell’Impero Britannico.

Riall mostra come la presenza nel territorio di Bronte dell’”altro”, il ricco e ar­ro­gante straniero protetto dalla mitica po­tenza britannica, abbia condizio­na­to la vi­ta della comunità ottocentesca tanto dei contadini che dei notabili, co­me abbia influito sulla formazione delle alleanze, sul carattere della fazio­sità locale e sul­l’immaginario locale relativo alla nazione, alla rivolta e alla rivolu­zione.»

Lucy Rial scrive di Bronte Insieme

Ne La rivolta, Bronte 1860, oltre ad innumerevoli citazioni la scrit­trice irlandese dedica anche un paragrafo alle attività della nostra Asso­ciazione (Epilogo - Il lungo addio, pag. 267):

«(…) A Bronte esiste una memoria ufficiale riferita alla «Ducea maledet­ta», che prende le parti di coloro che furono giu­stiziati da Bixio. Il sito web della città contiene alcune consistenti se­zioni de­dicate alla storia della ducea e agli eventi del 1860.

Un sito dai contenuti ancor più ampi e aggiornati è quello di un'associa­zione culturale che cerca di ricostruire in modo più proficuamente ana­litico tutti i fatti, gli episodi e le storie perso­nali dell'area, ancora una volta dando particolare rilievo al 1860.

La stessa associazione ha ripubblicato, rendendoli disponibili in rete, gli scritti di Radice e molte altre opere relative a Bronte, e organizza anche convegni e mostre, cercando di promuovere una più meditata cono­scen­za della città, della sua storia e del suo ambiente fra un più ampio pub­blico (e fra i brontesi che vivono in altre parti del mondo).

Il suo logo è "Bronte insieme: per chi ama ancora Bronte e non l'ha di­menticata". Non sorprende che siano ancora vivi molti richiami alla ri­vol­ta del 1860 (...)»

Il 1 giugno 2013, invitata nella nostra Città dall'Associazione Bronte In­sieme Onlus, Lucy Riall ha presentato il suo libro nella "Pinacoteca Nun­zio Sciavarrello" in una folta cornice di pubblico e di illustri studiosi e sto­rici.




La Ducea arrabbiata

di Alessandra Mangano

Ducea di Maniace, croce celtica in onore di Horatio Nelson«Con noi poche parole; o voi restate tranquilli, o noi, in nome della giustizia e della patria nostra, vi struggiamo come nemici dell’umanità».
Così Nino Bixio, luogotenente di Garibaldi, firmava una delle pagine più cruente del Risorgimento siciliano: la repressione dei moti di Bronte dell’agosto 1860. La caduta dei Borboni dava la possibilità ai brontesi di riaprire l’antica questione relativa all’autonomia politica e amministrativa del comune. (...)

La rivolta del 1860 è stata interpretata in modo diverso a seconda dell’ottica politica con la quale è stata osservata. Già Verga e Sciascia avevano manifestato un differente approccio alla realtà del moto: il primo, nella novella dal titolo Libertà, dipingeva il popolo brontese in modo sprezzante. Palese la condanna dello scrittore verso chi, in modo del tutto illusorio, pensava di sovvertire l’ordine dettato da madre natura e pertanto destinato a permanere intatto: «I galantuomini non potevano lavorare le loro terre colle proprie mani, e la povera gente non poteva vivere senza i galantuomini».

Una lettura contestata da Leonardo Sciascia, il quale nel saggio su Verga e la libertà, accusava lo scrittore di parteggiare apertamente per Bixio, utilizzando in modo fazioso le informazioni in suo possesso: il nano fucilato dal luogotenente di Garibaldi, non era, infatti, un pericoloso ribelle, ma soltanto il pazzo del paese.

I rapporti degli amministratori inglesi con i brontesi, comunque, non erano idilliaci. Le lettere scritte al duca sono permeate di un misto di paura, odio e disprezzo, sentimenti ampiamente ricambiati dai brontesi. Non poche erano le denunce relative alle minacce subite da parte dei cittadini del comune catanese.
Il 7 luglio del 1825, ad esempio, Mr. Thovez scriveva al duca William Nelson informandolo «dei grandi saccheggi commessi dai brontesi nei boschi». Anche il procuratore Barrett - che amministrò la ducea per un anno (1817-1818) - fu costretto più volte ad allontanarsi dal comune per mettersi in salvo assieme alla sua famiglia. In una sua lettera al duca del 1818, faceva riferimento ad una «cospirazione volta alla distruzione mia e della mia famiglia, di un assalto durante la notte» e che lo spingeva a mettersi in contatto con Palermo visto che «non mi aspettavo assistenza a Bronte».

La paura era il sentimento più ricorrente nei confronti del popolo brontese. Ecco cos’altro diceva Thovez al duca: «è orribile essere obbligati a vivere tra selvaggi perché la vita di uno non è mai al sicuro tra loro».

L’arrivo di Garibaldi, all’inizio fonte di grandi speranze e aspettative, si sarebbe ben presto trasformata in ragione di malcontento. La situazione precipita, infatti, quando i rivoltosi minacciano di occupare i poderi del duca Nelson.
Permettere che gli interessi economici inglesi in Sicilia andassero in fumo e fossero stroncati da una rivolta di popolo era molto rischioso sia per Garibaldi che per Cavour i quali, facevano affidamento sul sostegno economico britannico per realizzare il loro progetto unitario. Che la presenza inglese fosse aborrita al popolo brontese sembra ormai essere un dato di fatto. Le carte dell’Archivio Nelson faranno emergere nuovi spunti di riflessione che permetteranno di ridisegnare la storia di Bronte e della sua anomalia di ducea inglese la quale sopravvive nel contesto di una Sicilia che entra a far parte del Regno d’ Italia.

(Alessandra Mangano, La Repubblica, 14 ottobre 2006, pagina 12, sezione: Palermo)




Verga, il Risorgimento e il clero di Bronte

di Nunzio Galati

Una pagina di storia legata al Risorgimento e all'epoca garibaldina

I preti brontesi riuscirono ad evitare, e nel 1860, stragi ben più grandi

Esiste un mezzo per manipolare la verità dei fatti allo scopo di trarne vantaggi di parte. È la disin­formazione, con la quale vengono fornite verità "addomesticate", "dimezzate", "taciute", "altera­te", "false".
È un'arma immateriale usata dall'uomo nei diversi campi del suo operare. [....]

Della disinforma­zione spesso e facilmente ha fatto le spese la Chiesa. È stata usata contro di essa, fin dalle sue origini, da parte degli intellettuali pagani, politologi, giuristi, filosofi, retori che hanno contribuito ad alimentare, così, il fuoco della persecuzione e a fare esplodere nei suoi confronti i pogrom e i furori popolari. [....]

E c'è, poi la letteratura. Dalla penna di non pochi scrittori, cosiddetti laici, è venuta fuori un'im­ma­gine inquietante della Chiesa e soprattutto del suo clero, dei preti: solo figure meschine e a volte riprovevoli, persino ripugnanti.

E se di qualcuno si parla bene lo si fa per erigere un isolato contraltare alla Chiesa ufficiale. Nel loro repertorio clericale, dunque, non trovano posto preti che hanno consumato la loro vita alla ricerca e al recupero dell'uomo emarginato, povero, indifeso.

Qualcuno di questi scrittori riflettendo che la Chiesa con la genìa di preti usciti da tale letteratura non avrebbe fatto molta strada, mentre è ancora florida, arriva a sofisticare che il segreto della sua tenuta nei secoli si deve, proprio, "ai preti cattivi ché ai buoni"!
Io, ultimo uomo di chiesa e ultimo prete siciliano, mi sento provocato.
Le parole di questi grandi nomi della letteratura, soprattutto di quella siciliana, mi giungono come pietre taglienti.
Una di queste pietre intendo, però, raccoglierla. Giovanni Verga, tra le sue "Novelle Rusticane" ne scrive una, "Libertà", ispirata ai noti fatti di Bronte, accaduti nell'agosto 1860, e collegati al Risor­gimento italiano.
Verga non intende, naturalmente, fare il cronista di quei fatti; non cita espressamente la citta­dina etnea quasi a dare un significato universale agli episodi che si sarebbero potuti verificare ovunque e tanti particolari non rispondono, volutamente, alla cronaca di quei giorni della quale, tuttavia, il novelliere è bene informato; se ne serve, invece, liberamente, esclusivamente a fini letterari, artistici e così ci ha lasciato una mirabile e drammatica pagina di prosa che dalla cronaca degli eventi ha attinto solo la semplice ispirazione.

Ma perché quei fatti lo hanno ispirato in un senso piuttosto che in un altro?

Intendo riferirmi alla descrizione che egli fa dei preti "di quel paesetto lassù". Descrizione pesante­mente negativa.

Descrizione divenuta comune, poi, anche ad altri scrittori, soprattutto siciliani come L. Sciascia, che sembrano quasi obbedire ad un cliché, ai canoni di una scuola che sul prete impone un luogo letterario fisso: il solito prete grassone, usuraio, poco colto, lontano dai problemi della gente, sudicio moralmente.

In questa novella Verga accomuna i preti alle figure odiate a morte dal popolo, come il barone, vittime, pertanto, della sua rivolta e vendetta, aggrediti da una folla inferocita per i soprusi da loro subìti.

A te...” , così viene assalito con la scure un prete del paese.

"A te, prete del diavolo che ci hai succhiato l'anima!"

E più avanti su un altro reverendo, che “predicava l'inferno per chi rubava il pane" e che stava per tornare "dal dir messa con l'ostia consacrata nel pancione e gridava "Non mi ammazzate, che sono in peccato mortale!", anche su di lui si abbatte il colpo di scure:

"Tè, tu pure!"

"E quella carne di cane", dice il Verga, finisce sbrandellata "sugli usci delle case e sui ciottoli della strada" da altri colpi di scure in balia, ormai, di una folla che come "il lupo, allorché capita affamato in una mandria, non pensa a riempirsi il ventre, e sgozza dalla rabbia".

A quali preti si ispirò lo scrittore per questa drammatica novella?

O non c'è, dietro il Verga artista, l'uomo con le sue passioni, le sue visioni personali, a volte par­tigiane, delle cose? Se conosceva bene i fatti, come pare, non avrà forse ceduto alla loro mistifi­cazione in dipendenza del suo bagaglio culturale e di una visione rigidamente precostituita e generalizzata, cui si sentiva tenuto?

A Bronte i fatti andarono molto diversamente e forse è mancata l’occasione buona per offrire ugualmente, prima di tutto ai siciliani, una bella pagina di letteratura, una volta tanto non pessimista.

I preti, infatti, "di quel paesetto lassù", scrissero col loro coraggio, determinazione, saggezza e, anche, genialità una mirabile pagina di storia cittadina che poteva assurgere, anch'essa, a significato universale.

Il Radice, lo storico di Bronte, di quei sanguinosi eventi fu spettatore bambino, anzi drammati­camente coinvolto insieme alla famiglia rimasta viva per miracolo. Adulto ne tramandò memoria "sine ira", con "indipendente giudizio" col distacco proprio dello storico. "La cultura italiana gli deve tanto per una più esatta visione e giudizio dei fatti risorgimentali". (L Sciascia).

Orbene, le sue pagine di storia, non meno drammatiche della novella verghiana, ci informano che il clero brontese in quei giorni di vendetta non venne affatto accomunato ai baroni o alle figure odiate dal popolo.
A nessuno dei rivoltosi - e ce n'erano di feroci e barbari! - passò minimamente per la testa il pensiero di alzare un dito sul clero, venerato dai "buoni" e rispettato dai "cattivi".

I preti che ebbero direttamente un qualche ruolo, piccolo o grande, in quelle calde giornate agostane, furono molti, non meno di dodici. Presagendo il temporale che stava per abbattersi sulla loro comunità non esitarono a uscire allo scoperto, sulle piazze, sulle strade, battendo agli usci delle case per interporre i loro buoni uffici, per scongiurare i dolori, le atrocità e i lutti che si preannunciavano. Girarono per il paese andando nei posti a rischio, nei covi, per persuadere e distogliere i malintenzionati dai loro terribili propositi di vendetta e qualche prete non temette di arringarli.

Con le loro implorazioni e lacrime riuscirono a strappare dalla morte alcuni dei concittadini che stavano per essere condannati da un improvvisato tribunale del popolo. Consolarono, coi conforti religiosi, i morituri e impedirono, con forza, ai più violenti di eccedere in vendette e crudeltà.

Ma l'opera geniale di quel clero si ebbe la domenica del cinque agosto quando a Bronte da Catania stava per giungere una compagnia di soldati al comando del colonnello Giuseppe Poulet con l'ordine di reprimere la rivolta.

I ribelli, numerosissimi, tenendo sotto assedio il paese, avevano architettato nei particolari il loro piano di battaglia per affrontare l'esercito. Si erano appostati con le armi nei posti strategici, soprattutto sul monte San Marco che dominava la strada di accesso al paese.

Il popolo era nella paura: il pericolo di morte, adesso, incombeva su tutti. Il clero che fino allora non si era dato tregua nel tentativo di calmare gli insorti, accesisi di più alla notizia dell'approssi­marsi dell'esercito, ebbe una trovata semplice, eppure geniale. In sacra processione, col croci­fisso in testa, portato dall'arciprete Politi, con stendardi e bandiere, partì dalla chiesa San Vito per andare incontro, in segno di pace, al colonnello.

Il popolo "buono" non tardò ad unirvisi e dai balconi cominciarono a pendere le immagini della Madonna Annunziata, segno rassicurante per i brontesi, mentre le strade, percorse dal corteo, risuonarono del canto delle litanie.

Ad un tratto, però, quando improvvisamente si sentirono delle fucilate e le campane del paese suonare - era il segnale convenuto dell'approssimarsi dei soldati alle porte del paese - gli insorti più esagitati irrompendo nel corteo si diedero a grida ''Tradimento, tradimento!”.

La processione si scompigliò in un fuggi fuggi generale. Ma il padre Gesualdo De Luca, cappuc­cino, si fece avanti agli esagitati insorti, parlò loro, li abbracciò anche e riuscì a rassicurarli sulla missione pacifica dei soldati. La processione si ricompose e riprese a procedere verso lo Scialan­dro, porta del paese verso Catania.

Di tanto in tanto i ribelli, ancora sospettosi per un nonnulla, ricominciavano a gridare al "tradi­mento", ma dal clero e dalla processione che man mano si era ingrossata si levava ancora più forte il grido: "Pace! Vogliamo la pace!", fino a quando si giunse alle porte del paese.
Ivi, popolo e clero attesero in preghiera l'arrivo dell'esercito che ormai era a due passi. I soldati avanzando, sulla provinciale, volgevano gli sguardi al monte sovrastante che formicolava di uomini armati di fucili e sassi, pronti all’assalto.

 

Nunzio GalatiL'articolo, a firma di padre Nunzio Galati, è stato trat­to dal settimanale cattolico regionale d’attualità "Pro­spettive", del 20 Ottobre 2002.

L’autore, (mons. Nunzio Galati, nato a Tortorici (Me) nel 1939, ordinato sacerdo­te nel 64, parroco di Mania­ce dal 1967) è stato fra i pro­motori dell’autonomia municipale di Maniace, raggiunta nel 1981.

Intense anche le sue lotte per la rinascita culturale e per il riscatto sociale della comunità e altrettanto prolifica la sua attività di scrittore.

Ha già al suo attivo varie opere fra le quali “Mania­ce, L’ex Ducea Nelson", Catania 1988, Giu­seppe Maimone Editore; Maniace un itinerario lungo la valle del fiume Saracena, Catania 1988; La vita e i fioretti del venerabile Ignazio Capizzi, Catania 1997; Maniace in I luoghi della Ducea dei Nelson attraverso foto e cartoline d'epoca, Cata­nia, 1998; Il Castello dei Nelson, Dall'abazia di Santa Maria di Maniace alla Ducea di Bronte, Un angolo d’In­ghilterra tra l'Etna e i Nebrodi, Catania, 2006.



 
La fucilazione (murales in via Madonna di Loreto)

 NINO BIXIO A BRONTE
la monografia di Benedetto Radice (tratta dal II° volume delle Memorie storiche di Bronte)
in formato

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(100 pagine, 803 Kb)



 

La spedizione dei Mille ebbe, come elemento de­cisivo del successo, non soltanto la parteci­pa­zione diretta di insorti siciliani alla lotta ar­ma­ta, ma anche e soprattutto il generale clima rivolu­zio­nario che si creò immediatamente in tutta l'isola e che Garibaldi comprese e valo­rizzò.
Le più diverse speranze crearono attorno a Gari­baldi un'atmosfera di fiducia e di entusiasmo; le masse contadine vedevano in lui il vendicatore di tanti torti ed ingiustizie, l'uomo che avrebbe gui­dato la riscossa dei poveri contro i potenti. Gari­baldi trovò un altro valido alleato nel clero.
Altrove la maggior parte di esso fu avverso al movimento liberale unitario.
In Sicilia, il basso clero, a differenza dell'alto di cui s'era avvalso il governo per tentare di repri­mere lo spirito rivoluzionario delle popola­zioni, per buona parte osteggiava il regime bor­bo­nico e la sua collabo­razione, scaltra­mente sfruttata da Garibaldi, fu certamente un fattore di rilievo della rivolu­zio­ne: i frati ed i preti del­la campagna furono i più efficaci interpreti di essa e, in molti casi, i suoi antesi­gnani; il loro ascendente sul popolo diede alla rivoluzione un colore quasi religioso.
La disap­provazione di Roma non raffreddò que­sta adesione entusiasta.
Bixio scriveva alla mo­glie: «Qui a Palermo come in tutta la Sicilia il clero è veramente nazionale; che differenza col nostro. Se Carlo vedesse i frati di qui ne sareb­be sorpreso»(*).
Questo atteggiamento era motivato soprattutto dalla stessa ansia sociale che animava il popolo: al di là della sperequazione economica tra alto e basso clero, c'era la miseria della povera gente, le ingiustizie perpetrate ai suoi danni, di cui il basso clero era il testimone più diretto.”

(*) Epistolario di Nino Bixio (a cura di E. Morelli), v. I (1847-1860), Roma 1939, 347

(Tratto da "G. De Luca, Teologo del sacramento del Matrimonio”, di Salvatore Paternò, Edizioni Deho­nia­ne, 1979)

Ma esercito e rivoltosi aspettavano prima la mossa dell'avversario e mentre i due fronti si guardavano tesi e incerti apparve il clero con la croce, seguito da un fiume di folla. Il padre Gesualdo diede il benvenuto di pace al meravigliato e sorpreso colonnello cui non parve vera quella scena e l'inaspettato aiuto di quel frate "angelo di pace".

Ma quando il comandante chiese al cappuccino di far scendere gli armati dal monte, la richiesta insospettì uno dei rivoltosi che protestò, gridò al "tradimento" e si inerpicò sul monte per raggiungere i ribelli e incitarli all'assalto. Subito il cappuccino e altri due preti gli corsero dietro, arrancando con fatica, e giunsero in tempo prima che partisse l'ordine di carica.

Alla vista dei sacerdoti, alle parole di pace di padre Gesualdo, i ribelli guardarono il loro capo che, dopo un attimo di esitazione, ordinò risoluto: "Picciotti i sacerdoti non ci ingannano! Scendiamo al paese!". Non fu versata una sola goccia di sangue, non fu sparato un colpo. Il popolo, tirato finalmente un sospiro di sollievo, accompagnò Poulet e l'esercito in paese. Il giorno seguente il colonnello ordinò la consegna delle armi e si accinse a riportare la giustizia.
Quel clero evitò un bagno di sangue; risparmiò una pagina nera alla storia di Bronte e del Risorgimento.


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