I FATTI DEL 1860

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Cenni storici sulla Città di Bronte

Il 1860 raccontato dall'Arciprete Politi

I Fatti del 1860

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Durante i miei lavori di trascrizione degli antichi registri della Chiesa Madre, nel volume dei battesimi del 1828 a pagina 36-37, ho trovato
l'originale del racconto dei Fatti scritto dall'allora arciprete Salvatore Politi. Il resoconto, scritto su due pagine bianche di un registro
che gli era capitato tra le mani (precisamente il Vol. n° 3 Battesimi – Pagg. 36-37) porta il titolo “Avvenimenti dal 2 al 4 agosto 1860”.
Penso che questa sia la fonte alla quale si sono ampiamente “riforniti” gli storici, credo, senza mai citarla.
Nunzio Longhitano
Luglio 2007


I fatti di Bronte

ovvero

Avvenimenti dal due al quattro agosto 1860

I "fatti" raccontati dall'arc. PolitiEra l’anno 1800sessanta il dì otto Aprile, ed il Generale Giuseppe Garibaldi sbarcava con mille soldati in Marsala con animo di espellere il Governo Borbone.
Trovò gli animi pronti alla chiamata e dopo un piccolo combattimento impadronitosi e della piazza, e delle poche fortezze di quei dintorni, s’avvicina alla Capitale in Palermo.

L’esercito, che là si accampava a difendere i diritti della Corona del Re di Napoli e di Sicilia, dopo conchiusa una capitolazione, partiva per Messina a rinforzare la Cittadella, durò qualche combattimento in apparenza piuttosto che in realtà, e quel Generale comandante sull’orme insistendo dalla Capitale, evacua quel forte, consegnandolo al Garibaldi.

In meno di quindici giorni addivenne signore dell’Isola. Però a brevi termini insorsero partiti e guerre intestine effetti di quell’Anarchia ch’è l’effetto necessario del cambiamento de governi.
Invano si gridava all’unione, si avvicinarono i partiti, si abbracciarono in apparenza inveterati nemici, lo scoppio di una abominevole contraddizione si fe’ sentire nell’Isola. Quindi saccheggi, incendi, omicidi, persecuzioni si videro inondare da per tutto questa terra.

Bronte non fu l’ultima nelle anzidette dimostrazioni, superbo di volersi acquistare una fama, perdette quell’onore di cui da più secoli si abbelliva.

Due partiti, di comunisti e di parteggiani della duchessa Nelson, contrastavano a gara l’onorificenze, e gl’impieghi sicché ad ottenerne l’intento tramavansi dall’uno e l’altro partito mille calunnie.

Il popolo, che stassi in sulle prime indifferente si piega ad abbracciare quel partito ch’ei vede il più vantaggioso, fremeva che a vista di Adernò, Biancavilla e Centorbi la legge della divisione delle terre comunali non s’era dato attuare per Bronte, quindi nel bollore degl’interessi e nel desiderio di vendicare torti privati che diceva ricevuti dalla Borghesia, tolto ogni freno alla pazienza, si decisero finirla una volta.

ErI "fatti" raccontati dall'arc. Politi (foglio 2)a la prima di agosto e taluni spadaccini salendo sui campanili di Sant’Antonio di Padova e di Maria Santissima del Riparo, avvisarono il paese, suonando a martello nella notte le campane.

Tutto il giorno si vide assediato il paese in modo così energico che non l’avrebbe operato un Generale di Armata. Non valsero [fol. 2] al mattino preghiere dei più notevoli comunisti, era stata decretata la morte e l’eversione di tutte le famiglie.

Tentarono i più rei mutuarsi la vita colla fuga, ma non fu loro dato ottenerla.

Erano l’ore 23 della sera, ed un branco di fanciulli con a capo non più di otto malandrini gridando “Viva l’Italia”, “Morte ai sorci” cominciarono ad incendiare l’abitazione del D. Ferdinando Margaglio, D. Rosario Leotta, D. Vincenzo Saitta inteso Mò, locanda dei fratelli Lupo, D. Antonino Cannata, D. Antonino Radice, Caterina e fratello Luigi sac. Luca - Casino, D. Giuseppe Liuzzo, D. Francesco Aidala, D. Antonino Leanza, D. Giuseppe Viola, D. Lorenzo Luca, D. Nunzio Sanfilippo, D. Ignazio Cannata, D. Vito Margaglio, Mastro Gaetano Lupo - Posta, sorelle Leanza, Mastro Gregorio Venia, Antonino Saitta Noio, studio del Dott. Cannata, Farmacia D. Antonio Parrinello, D. Francesco Cimbali.

Fattosi giorno era il tre agosto, li videro ammonticchiate sulle pubbliche strade le maceria di fabriche infrante. Residui delle più belle suppellettili, oggetti preziosi. Era uno squarcio di giudizio.

Ad ore sei del giorno stesso una mano di facinorosi assaltando una stalla ritrovarono il notaio Cannata e dopo di averlo vergognosamente maltrattato lo freddarono con revolver e trascinandolo per le pubbliche vie, vanno a gettarlo sopra di un rogo, che dappiù tempo bruciava sotto i finestroni del figlio D. Antonino Cannata.

A 21 ora cominciò ad infuriarsi più terribile la tempesta e soggiacquero all’istessa sorte del Notaio Cannata i seguenti individui: D. Francesco Aidala, cassiere comunale, D. Vincenzo Lo Turco, D. Mariano Zappia, D. Mariano Mauro, D. Vito Margaglio, D. Nunzio e D. Giacomo, fratelli Battaglia, mastro Nunzio Lupo.

Il quattro agosto si attendeva la forza da Catania per pacificarsi il paese ma invece portò la destruzione dappoiché gente collettizia pensando di arricchirsi, aizzando i malvaggi ad altre straggi si mossero a catturare i signori D. Rosario Leotta, D. Giovannino Spedalieri, D. Vincenzo Chierico Saitta e il signor D. Vincenzo Martinez usciere, i quali tradotti a 22 ore del 4 agosto per le strade furono fatti in pezzi pria di arrivare al luogo del destino allo Scialandro.

Il 5 agosto spuntò l’alba della pace ed il Generale Poulet capitanando una buona squadra di guardia nazionale arrivò nel tempo che dai ribelli stavasi macchinando l’assalto del monistero e di altre famiglie, quando si macchinava la morte de’ preti e de’ regolari.

Il 6 di agosto mille e duecento soldati di linea comandati dal Generale Nino Bixio vennero a tranquillare il paese ed alzatosi Tribunale, così detta Commissione mista di guerra, si passò a condannare alla fucilazione i seguenti individui: D. Nicolò Lombardo, Nunzio Samperi, Nunzio Spitaleri Nunno, Nunzio Longhitano Longi, Nunzio Ciraldo. Così fu castigata la caparbietà degl’iniqui.

Ecco in succinto i successi del 1860, visti da me stesso.

Bronte, lì 4 agosto 1860
Salvatore Arciprete Parroco Politi

(trascrizione dall'italiano antico dell’arciprete Politi a cura di Adolfo e Nunzio Longhitano)

 

Un testimone d'eccezione

Il sac. don Salvatore Politi,
uomo indipendente, col­to ed erudito, era sta­to nominato, ad appena ventinove anni, arciprete e parroco di Bronte il 19 novembre 1859, un anno prima dei tragici Fatti.

Ma l’incarico non gli por­tò affatto una vita tran­quilla; era troppo giova­ne per essere accettato da una parte del clero e la sua nomina fu aspramente contesta­ta da alcuni preti capeg­giati dal cinquantenne frate cappuccino Gesualdo De Luca, che non si risparmiarono nell’utilizzare pressioni, mezzi e modi per­chè fosse annullata.

Il De Luca stesso ne fa un cenno («a nor­ma dei posteri per qual­che altro simile caso»), per niente equili­brato ed equidi­stan­te (facendo anche «sinceri voti che non av­ven­ga mai») nel­la sua Storia della Città di Bron­te ed ed in un altro libello di 22 pagine "Un gran fatto intorno alla suprema libertà natu­rale" (Ca­tania Tip. Galatola, 1863, riprodotto anche nel Vol. 297-I dell'Ar­chivio Nelson) nel quale il buon frate cappuccino non si rispar­mia insul­ti, ingiurie e contumelie vari (fra l'altro lo definisce "un uomo fatto pel male, vera ignominia del clero").

In considerazione anche del carattere e delle tendenze anticon­for­miste del Politi, i suoi avversari l'ebbero vinta cinque anni dopo, il 25 giugno del 1864, quando la Sagra Congre­gazione del Concilio dichiarò nulla la nomina.

Scrive il Radice che «… il Politi continuò a difendere il suo di­rit­to. Fu mandato in esilio a Catania, e la S. Sede nominò un eco­nomo curato. Una specie di scissura seguì fra i fedeli.
Chi era contro, chi tene­va pel Politi, il quale forte dell'appoggio del Governo italiano non smise la lotta, e sperando aiuti e con­forti e­bbe il coraggio, in un carme latino in onore del musico Pie­tro Coppola, d'inneg­giare a Roma capitale d’Italia.

Quel car­me fu il colpo di grazia.

Nel 18 giugno del 1867 scrisse al Sommo Pontefice e nel con­tempo al Cardinale De Luca perchè gli ottenesse dal Papa la li­cenza di presentarsi a Lui a dire le sue discolpe, per avere fatta giustizia, se in­nocente, piangere le sue colpe, se reo. […]

Ma nè pentimenti né versi gli giovarono, come non giova­ro­no al povero Ovidio Nasone. Stanco, sfinito dall’immane lotta, in una solenne accademia in onore di Monsignore Dusmet, nella spe­ran­za d'ingraziarsi il clero e il Prelato, in una ovidiana elegia con­fessò, ma fremendo, di aver pec­ca­to, cioè di avere resi­stito.»

Il povero sacerdote che aveva osato inneggiare alla nuova Italia, sospeso dalla dignità e dall’ufficio di arciprete e par­roco «uscì di senno e di vita» all’età di 46 anni, il 6 aprile 1877. Fu sepolto nella chiesa di S. Vito.

Era dunque fresco di nomina il trentenne arciprete Politi al­l’epo­ca dei Fatti e, da uomo d’azione colto ed indipen­dente, fu sem­pre presente ed attivo nel cercare di evitare o quanto meno miti­gare gli orrori che sarebbero accaduti.

Fu lui, la mattina di sabato 4 agosto, unitamente a «molti buoni popolani», l'avv. Nicolò Lombardo e il dott. Saitta Luigi, ad acco­gliere a Fiteni, 3 chilometri circa da Bronte, i tanto reclamati e promessi aiuti: il questore De Angelis con una compagnia di ottanta militi della Guardia Nazionale di Catania.
E lo stesso giorno, accompagnando il questore, girava per il pae­se cercando di persuadere i contadini a ritornare nelle loro case.

Accorreva dove era necessaria la sua opera e, presente in molte uccisioni, «…in mezzo ai pianti, e alle preghiere, che risuona­vano intorno, in quell’aere senza pietà» consolava con gli estre­mi conforti della religione quei morituri, assol­vendoli in articulo mortis.

Al suo arrivo a Bronte, Bixio fece venire a sé le autorità del pae­se, chiamando anche l’arciprete e, continua il Radi­ce, è sem­pre lui, dopo la sentenza di condanna ad andare «… al Collegio a comunicare al Lombardo la ferale notizia…» e l’indomani, ve­nerdì 10 agosto, a confortare i cin­que condannati mentre veni­vano trascinati davanti S. Vito per essere lì fucilati.

Ed è sempre l'arciprete Politi ad unire in matrimonio "in articulo mortis", prima di essere fucilato nelle prime ore del 10 agosto 1860, l'avv. Nicolò Lombardo con la trentot­tenne Maria Schilirò.

(aL)




La Civiltà Cattolica del 13 settembre 1860«Ecco i frutti più certi della libertà procacciata dalla rivoluzione alla Sicilia». «Quaranta persone delle più cospicue per probità e per natali furono crudelissimamente straziate ed uccise; le case loro messe a ruba e a sacco, poi date alle fiamme, ardendovi i cadaveri de’ trucidati; né havvi luogo a dubitare che alcuni di que’ mostri selvaggi diedero di morso a divorarne le carni mezzo abbrustolite»

I atti nel resoconto de La Civiltà Cattolica

(La Civiltà Cattolica, anno undecimo, Quaderno 252 di tutta la collezione, Serie IV. Vol. VII, Roma 15 Settembre 1860, pagg. 749 - 731)

Cronaca contemporanea

Roma 7 Settembre 1860

I. Cose italiane - Regno delle due Sicilie. (…) 3. I fatti di Calabria narrati dal diario ufficiale - 4. Frutti della libertà in Sicilia – 5. Caduta di Reggio (…)

4. Frutti della libertà in Sicilia

Questi cenni vaghi e scarsi, ricavati dal Diario ufficiale di Napoli, non basterebbero certamente per satisfare alla curiosità di qualsiasi discretissimo lettore che d’altra parte avesse già qualche sentore dei gravissimi fatti occorsi negli Stati delle Due Sicilie in queste ultime settimane. Pertanto riferiremo succintamente quel di più che dagli altri giornali napolitani e stranieri venne accertato rispetto alle cose militari ed alle rivolture politiche del Regno. Cominceremo dalle cose dell’isola di Sicilia.
Sventuratamente in molti luoghi di essa la ritirata dei regii fu come il segnale dello scioglimento di tutti gli ordini, non solo politici, ma civili. I magistrati, perduta ogni autorità, cessarono dal far valere leggi che guardavansi come annullate.
Chiusi i tribunali, abolita la polizia, cercati a morte, poi barbaramente uccisi gli ufficiali di sicurezza pubblica, si ruppe il freno ad ogni scelleratezza. Bande di ladroni e d’assassini corsero le terre, mandarono sossopra le città, e commisero tali enormi nefandezze, che non è d’uopo andare in Siria per vedere a che trabocchi una plebe, a cui sotto nome di libertà si è infuso il veleno del comunismo.

In prova di che basti accennare essersi in Bronte perpetrati delitti da cannibale e così orrendi, che un luogotenente di Garibaldi, il Nino Bixio vi dovette accorrere con 2000 uomini e, dichiarando che gli abitanti di Bronte erano rei di lesa umanità, porre mano a mezzi di repressione e di castigo tanto severi, che trovano ragione di giustizia soltanto nella grandezza dei delitti che doveansi punire. Il che si parrà da quanto stiamo per riferire, traendolo da lettere di persona degnissima di fede, e che ne fu testimonio da vicino.

«I fatti di Bronte mettono raccapriccio. Quaranta persone delle più cospicue per probità e per natali furono crudelissimamente straziate ed uccise; le case loro messe a ruba e a sacco, poi date alle fiamme, ardendovi i cadaveri de’ trucidati; né havvi luogo a dubitare che alcuni di que’ mostri selvaggi diedero di morso a divorarne le carni mezzo abbrustolite.
Quella città conta non più di 8000 abitanti. Vi si mandò dapprima una compagnia di soldati per frenare quegli assassini; ma non vi potè entrare.
Se ne spedirono altre sei compagnie e non bastarono.

Finalmente accorse da Taormina il Nino Bixio con 2000 uomini; circondò la terra; vi bandì lo stato d’assedio; ordinò il disarmo generale nel termine di tre ore sotto pena di morte a chi non obbedisse; ed impose una multa di onze 10 per ogni ora che trascorresse prima del compiuto ristauramento dell’ordine, cominciando dal momento che le truppe si mossero per recarvelo colla punta delle baionette. Quindi arresti in grandissimo numero, sciolto il Municipio e la Guardia Nazionale, e d’ora in ora eseguita la sentenza di morte sopra gli assassini riconosciuti».

«Somiglianti fatti avvennero in Biancavilla, dove il minuto popolo, aizzato e capitanato da un cotal Biondi, parve aver proposto di mettere a morte chiunque fosse in voce di persona agiata ed onesta; poichè non meno di 7 furono gli omicidi commessi in pochi giorni. Di che atterriti i paesani di condizione più civile, messi giù i panni da cittadino ed il cappello, non uscivano più di casa altrimenti che in abiti grossolani col berretto da campagnuolo in capo. Ma questo non valse a salvarli.
I sicarii, adocchiato taluno di costoro che non si mostrasse uno dei loro, gli si faceano d’allato e chiestogli dove fosse indirizzata una lettera che gli metteano sott’occhio, se il disgraziato ne leggeva l’indirizzo, da questo il riconoscevano per Signore e barbaramente l’uccideano.

Altrove, come a Trecastagni ed in alcuni paeselli presso S. Filippo d’Agira e Castiglione e a Noto, si cominciò a fare il somigliante, ma finì presto. Dove per contrario a Biancavilla il terrorismo dura da più di due mesi ed il sig. Biondi, che ne è riguardato come autore precipuo, passeggia trionfalmente le vie di Palermo e di Catania. Un cotale La Porta il 5 di Aprile scorso avea spiegata la bandiera tricolore in un paesello della provincia di Palermo, e sua prima cura era stata di armare una squadra e gravare di fortissime taglie le primarie famiglie, in pena, diceva egli, dell’essere realisti. Di lì passò a Ventimiglia sua patria, e la trattò come appena tratterebbesi un luogo preso d’assalto, sbrigliando i suoi scherani ad ogni disonestà, alle brutali violenze ed al saccheggio. Il fatto levò tanto rumore che da Palermo uno stuolo di truppe regio mosse a snidare di là quei banditi, quali si dispersero.
Il La Porta gittò voce che s’era imbarcato, e sostituì al comando della sua squadra, che poco stante si rannodò, un tal Santo Meli famigerato assassino.
Questi continuò le prodezze del suo predecessore correndo di terra in terra, e superandolo nella ferocia del rubare e dell’opprimere donne e fanciulle che poi erano uccise, appunto come i Drusi fecero in Siria.
Dove incontrò resistenza, si sfogò col saccheggio e coll’incendio. Intanto il La Porta fu nominato Ministro, ed il Meli che finalmente era stato arrestato, per opera del suo potente patrono fu rimesso in libertà.

Risulta dal processo ch’egli avea commesso rapine e furti per la somma di niente meno che trecento cinquanta mila ducati.
Volete sapere come io n’ebbi certa contezza? Vel dico subito, e mi smentisca chi può. Dal processo medesimo, che io ebbi sott’occhio e lessi a mio bell’agio, e che fu compilato accuratissimamente da un Maggiore delle schiere del Garibaldi, che, inorridito al vedere scarcerato il Meli, non si potè temperare dall’inveire contro tanta nequizia».

Elezioni generali del 1892, manifestazione per l'elezione di Francesco Cimbali

Le «squadracce siciliane» de La Civiltà Cattolica

Una manifestazione della popolazione brontese trent'anni dopo i tra­gici fatti del 1860. Questa volta però trattavasi di una pacifica sfilata lungo il Corso Um­berto (allora Strada nazionale da Bronte a Randazzo) in occasione della venu­ta a Bronte della Commissione per l'elezione a Deputato di Montecitorio di Francesco Cimbali.

Così il nostro Corrispondente. E noi aggiungiamo che le scelleratezze a cui si sfrenarono in moltissimi luoghi le squadracce siciliane, furono tante che non pure mossero a sdegno il La Farina, ma strapparono parole di biasimo anche ai Mazziniani dell’Unità italiana.
Ecco i frutti più certi della libertà procacciata dalla rivoluzione alla Sicilia.

I giornali della fazione Garibaldina non tralasciano di imputare questi eccessi a'preti, alla reazione, ai nemici della libertà ecc. Ma non si ricordano poi di spiegarci come siano appunto questi le vittime che soccombono, e come gli autori di questi eccessi possano trovare qualche vantaggio in farsi derubare, saccheggiare ed uccidere. Il vero si è che in Sicilia e nella stessa Palermo comincia a serpeggiare molto mal umore sì contro quelli che la vogliono costringere a voto unanime di annessione immediata al Piemonte, e sì ancora contro i loro liberatori in camicia rossa; tantochè un cotale Saia ebbe a dire in faccia al prodittatore Depretis: il vostro Governo ci fa oggimai desiderare quello di Maniscalco! E tutti sanno che il sig. Maniscalco, già Direttore della polizia in Sicilia, si avea meritate le maledizioni e l'odio di tutti i liberali. Fuvvi anzi in Palermo qualche timore o sospetto di efficace reazione pel Governo borbonico, sicchè di fretta vi si doverono rimandare da Messina un buon nerbo di camiciotti rossi per inspirare al popolo la virtù della perseveranza, aiutandone il proposito con molti arresti di nobili e sospetti.

5. Caduta di Reggio
Per ciò che spetta gli Stati di terraferma, i nostri lettori sanno che buona parte di essi è in preda alla rivoluzione ed il resto in potere del Garibaldi. Questi, che già avea mandato innanzi varii eletti drappelli de'suoi, sferrò dalla Sicilia, e, a quanto pare, da Taormina la domenica 19 Agosto alle ore 8 antimeridiane. Alle 4½ pomeridiane prese terra a Melito (…).

(La Civiltà Cattolica, anno undecimo, Quaderno 252 di tutta la collezione, Serie IV. Vol. VII, Roma 15 Settembre 1860, pagg. 749 - 731)




IL DIBATTITO

Tradite le speranze del risorgimento italiano, la Sicilia spogliata dai «Savoiardi»

di Pietro Rizzo

Il popolo siciliano che si ribellò ai Borboni e li combatté credendo nelle promesse di giustizia e libertà di chi era venuto a «liberarlo» dalla schiavitù e miseria, dopo l’arrivo dei Piemontesi nell’isola, rimpianse il «Giglio bianco» (al peggio non c’è fine).

Nel corso di 125 anni il regno borbonico non fu sempre spregevole, ma ebbe il merito di aver alla fine del feudalesimo attuato la riforma dell’amministrazione pubblica, e non ostante la non curanza, per la morale della società, per la pubblica istruzione, per le opere di pubblica utilità, non dilapidò un patrimonio fondiario assai consistente, di oltre 300.000 ettari e beni edilizi d’equivalente valore, si può ammettere che al momento dell’unità, in Sicilia, il tesoro dello Stato era quasi esente di debito pubblico.

A «spogliare» la Sicilia, penseranno i «Savoiardi », il cui regime tirannico si manifestò subito, basti citare i fatti di Alcara Li Fusi e di Bronte e di moltissimi altri comuni siciliani dove, ai contadini che credevano fosse arrivata la libertà e, che insieme con essa, come aveva promesso Garibaldi, avrebbero avuto un pezzo di terra da coltivare, i piemontesi con i tribunali speciali, distribuirono fucilazioni e carceri.

Dopo il plebiscito, per il popolo siciliano non ci saranno altro che stati d’assedio, leggi speciali, tasse, coscrizione obbligatoria e fame (per non citare le sanguinose repressioni dei Fasci contadini del 1893/94).

Naturalmente a godere dei privilegi concessi, saranno nobili e borghesi, gli appartenenti alla classe dirigente isolana. E’ nel «tradimento della rivoluzione» e nelle sofferenze del popolo siciliano che è necessario ricercare la matrice di una delle più grosse piaghe che hanno tormentato e tormentano la Sicilia: la mafia! Che coesiste col potere governativo.

I canti popolari, veri interpreti del dolore e del pianto di tutto un popolo, abbondano di proteste che coinvolgono il governo, i Piemontesi e la classe egemone siciliana. La letteratura «ufficiale» si limita a costatare l’evidente stato di miseria materiale in cui il popolo affonda; lo scrittore siciliano, «borghese» e dedito al mercimonio, evidenzia l’ineluttabilità di quella condizione, «per il popolo non c’è speranza né via di salvezza».

Il Verga, prendendo a pretesto i fatti di Bronte, scrive che per un popolo incivile e barbarico, come il siciliano, non ci può essere libertà; poi descrive i contadini dei Fasci siciliani in «venduti per la roba».
Nel «Gattopardo», del Lampedusa, l’unica cosa cui i Siciliani aspirano sembra essere il «sonno», tanto non cambierà nulla; la tesi del Lampedusa pare essere avvalorata dall’opera del De Roberto «I vice-re». Gli aristocratici Uzeda conserveranno il potere anche in periodo post-risorgimentale, mentre, la «ciurmaglia» resterà «ciurmaglia»; il popolo ha solo diritto alla rinuncia, e anche per Pirandello, non c’è possibilità di riscatto.
Singolarità d’atteggiamenti si riscontrano, in altri siciliani: Mario Rapisardi e Aurelio Costanzo, poeti colpevoli secondo la critica crociana di aver trasformato il poema in «saggio sociologico».

Ma proprio quest’accusa mossa alla poetica dei due evidenzia l’originalità d’uomini e di poeti. La denuncia che fanno dei loro tempi, non è fine a se stessa ma si congiunge a grandi ideali: giustizia sociale, necessità di cambiamento, ribellione contro un ordine ingiusto, che simbolicamente rappresenta la classe degli umili e degli oppressi che nell’opera degli altri scrittori siciliani è solo capace di rinunce, anzi "deve" rinunciare.

Pietro Rizzo

[l'articolo è stato pubblicato su La Sicilia del 30 luglio 2007)


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