Abbazia di Maniace (1040)

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Cenni storici sulla Città di Bronte

LE VICENDE DI BRONTE E DEL SUO TERRITORIO

LA GRANDE LITE

Passati nel corso dei secoli da un padrone all'altro, i brontesi sono strettamente legati alla storia dell'Abbazia benedettina di Maniace.

L'ABBAZIA DI MANIACE | HORATIO NELSON

350 anni di lotte impari fra un Piccolo Comune ed i Potenti di ogni Epoca

«Che buone lane fossero i frati maniacesi - scrive lo storico brontese Bene­detto Radice - i documenti ci han conservato di loro preziose notizie; ribelli alla volontà dei re e dei papi, usurpatori dei beni finitimi del monastero, di S. Filippo di Fragalà; litiganti, congiuratori e mezzo briganti.

In varii tempi bisognò man­dar­vi abati per infrenare il mal costume e purificare il convento. Potevano quei pii monaci avere scrupolo d’invadere i beni di poveri rustici ignoranti?

Fu dunque facile a loro l’opera d’usurpazione, profittando della fede, dell'igno­ranza, delle moltitudini sparse nelle masse.

I monaci ingordi, non bastando loro i beni assegnati, agognavano l’altrui, e cre­diamo che abbian potuto, con la complicità di mal nati cittadini, usurpare le terre comuni, concedendole a loro in enfiteusi a nome del monastero; il qual sistema fu poi seguito dall’Ospedale Grande e Nuovo di Palermo, che varie volte dovette restituire al Comune, per sentenza, i mal tolti beni concessi ad altri.»

I Brontesi manifestarono le prime lagnanze contro gli Abati di Maniace, divenuti nel tempo non meno avidi e usurpatori dei funzionari fiscali di Randazzo.


1471, il Borgia

Nel 1471 l'abbazia di Maniace era in piena decadenza e Re Giovanni la affidò, in commenda, con tutto il suo territorio e con quello limitrofo di San Filippo di Fragalà, al Cardinale Roderico Lenzuoli Borgia (che di lì ad un decennio divenne papa con il nome di Alessandro VI) nominandolo abate commendatario dell'Abbazia.

Il Borgia ("di nefanda ed infausta memoria" lo definì B. Radice nelle sue Memo­rie) considerava Bronte con tutti i Casali del suo territorio posse­dimento dell'A­bbazia e fu la causa prima di questa lotta gigantesca che dovette sostenere la popolazione brontese per oltre tre secoli.

Alcuni anni prima, infatti, nel 1431, a Palermo sotto gli auspici del re Alfonso, del beato Giuliano Maiali e del Senato della Città, era sorto il Nuovo e Grande Ospedale al quale furono aggregati altri sette ospedali.

Per dotarlo ed accrescerne le rendite il Senato palermitano mise gli occhi sui beni delle due ricche abbazie di S. Maria di Maniace e di S. Filippo di Fragalà e brigò per tale cessione.

Trovo terreno fertile nell'uomo di chiesa, il Cardinale Rodrigo Borgia, futuro papa Alessandro VI, dal 1471 abate commendatario dell'Abbazia di Maniace, vice cancelliere di Innocenzo VIII.

Il Borgia (di infausta memoria, scrisse di lui B. Radice), senza alcun diritto poichè nella qualità di commendatario non era che puro usufrut­tuario ed amministratore, all’insaputa del Comune e dei contadini del luogo, nel 1491, donò il patrimonio del monastero ed il possesso di tutti i sui feudi a Papa Innocenzo VIII.

Per la popolazione brontese fu l'inizio di una secolare schiavitù ma per il cardinale fu un affare perchè riservò per sè «vita durante» l'annua pensio­ne di 700 scudi d’oro, che succes­siva­mente mercanteggiò per un una tantum di duemila scudi d’oro.

«Furono uniti - si legge in un documento rilasciato nel 1819 dall'Ospe­dale - ed incorporati perpetuamente le due Monasterj di Santa Maria de' Maniaci, e di S. Filippo di Fragalà dell'ordine di S. Benedetto, e di S. Basilio, delle Diocesi di Monreale e Messina una con tutti li di loro beni e rendite, tra le quali in forza degli atti possessori e delle Reggie visite si complette (comprese) l'antico Casale e Stato di Bronti».

«Avvenne in tal modo - scrive Antonino Radice in Risorgimento perduto - un primo fraudolento trasferimento dei beni di Bronte al nuovo Ente morale ospe­daliero. Il tutto nella più assoluta segretezza e all’insaputa dei legittimi proprie­tari che avrebbero potuto, se avvertiti, impedire quel passaggio. Una volta avvenuto il trasferimento l’Ospedale invece ottenne la convalida dei suoi effetti attraverso una esplicita bolla del Pontefice allora sedente sul trono di Pietro (papa Innocenzo VIII)».


1491, L'Ospedale Grande e Nuovo di Palermo

La donazione all'Ospedale apriva un'epoca nuova nella storia dell'abba­zia ma sopratutto di Bronte.

L'Ospedale infatti - scrive Salvo Nibali - sfrutterà le rendite dell'abbazia di Mania­ce «dal 1491 al 1799, con disinteresse, ingordigia e un'incre­dibile rapacità, con­dizionando anche la vita dei casali e dei villaggi che sorgevano nell'ampia vallata dell'alto corso del Simeto».

Scrive Vincenzo Pappalardo che con la donazione papale «secoli, mil­len­ni di fattiva operosità, di partecipazione ai riti di Bisanzio, di viva­cità agricola e commerciale arabe, di dinamismo costruttivo e militare normanno si spengono nella gestione oppressiva dell’ospedale palermitano.

Il territorio comunale viene requisito e fagocitato nella riserva feudale, i contadini perdono i tradizionali usi civici e si immiseriscono ad una dimensione di vita e di economia primordiale.» (Un destino feudale, Postfazione  di Vincenzo Pappalardo in La Ducea di Bronte di A. Nelson Hood, Bronte, 2005)

«Carità inconsulta, spoliatrice del Pontefice, - accusa un altro storico brontese, B. Radice - consumata a danno di Bronte, il quale, venuto meno Maniace, per la emigrazione dei Maniacesi e la loro fusione coi Brontesi, avea visto cresce­re il suo patrimonio comunale e cittadino!

Donazione fatale!

Da essa si originò la gran lite che per la sua libertà sostenne il Comune contro le prepotenze feudali dell’Ospedale che, sotto velo di difen­dere l’opera pia tramava insidie alla sua libertà per avvincerlo con le doppie catene feudali del mero e misto impero, farsi padrone della vita, della libertà e dei beni dei cittadini.

Lotta durata 350 anni dal 1523 al 1861, e per cui i migliori cittadini e giudici e capitani soffrirono carcere ed esilio; finita poi colla diminuizione del suo terri­torio e colla susseguente miseria dei suoi abitanti; miseria sempre più aumen­tata dall’ira devastatrice del formidabile vulcano.»

L’usurpazione segnò l’inizio di un lungo periodo di stenti e di ininterrotta crisi durante il quale Bronte, fino a quel momento feudo locale, passò sotto il dominio dei Palermitani, la cui unica preoccupazione fu sempre e per secoli solo il profitto e lo sfruttamento della popolazione e del territorio.

I brontesi, che dai vasti territori dell'abbazia di Maniace (gli unici fertili, gli altri erano solo sciara) ricavavano per gran parte il loro sostenta­mento, furono così defraudati ed impoveriti ancora di più.

Diventarono dei veri vassalli, dei servi, che l'Ospedale consi­derava di sua proprietà tanto da emanare bandi, con conseguenze anche penali, per obbligarli a continuare a prendere in gabella la terra e a non emigrare o trasferirsi nei comuni vicini.

Questo specialmente nella seconda metà del 1600, quando per le ricor­renti carestie, le eruzioni dell'Etna (1651-1654) e le pestilenze migliaia di famiglie emigrarono da Bronte.

Altre non ci riuscirono perchè l'Ospedale corse ai ripari e con denunce anche penali obbligò i conta­dini a restare nel territorio brontese ed a continuare a lavo­rare la terra.

A questo proposito, illumi­nante già nel suo titolo è un corposo volume del­l'Archivio Nelson (il n. 8 del 1636-1697, foto a destra) che contiene questi bandi, lettere, rimo­stranze e denunce: Volume di scritture con­cernenti al punto di potersi constringere ed obligare dal nostro Spedale li vassalli di Bronti a pigliarsi l’affitto dello Stato di detto Bronti e a non uscire fuori Stato.

Di fronte al trasferimento di proprietà del territorio e dei brontesi a questo nuovo padrone, il Grande e Nuovo Ospedale di Palermo, a questa palese usurpazione di ogni diritto civile, l’autorità comunale, a nome proprio e dei con­ta­dini del luogo, intraprese («con coraggio ma anche, bisogna dirlo, con ingenua fiducia», scrive A. Radi­ce), una causa legale contro l’Ospedale Maggiore di Palermo, volta a riavere la restituzione dei feudi che erano stati proprietà comunali e finanche il diritto di fare legna e di pascolare nei propri boschi.

Ma il coraggioso (e ingenuo) tentativo fu sempre inutile.

I due contendenti agivano su piani diversi di conoscenze, protezioni, pressioni diplomatiche e di possibilità di manovra e la comunità brontese priva di sostegni e di adeguate coperture risultava sempre perdente ed inappagata.

Numerosi furono nella piccola comunità brontese i difensori. Fra i tanti ricordiamo i nomi di D. Pietro Cottone, del Barone Filadelfio Papotto, di Don Liborio Papotto, Don Saverio Artale, Don Mario Sanfilippo, Don Francesco Schiros, del Vescovo Giuseppe Saitta e, soprattutto dell'eroico giureconsulto, Don Antonino Cairone, che per difendere i brontesi patì carcere, esilio e povertà.

Per toglierlo di mezzo, i Rettori dell'Ospedale lo additarono come spirito torbido ed irrequieto e colla complicità di alcuni giurati macchinarono in modo che egli fu destituito dall’ufficio di notaio, incarcerato e dal 1750 al 1754 bandito dal paese.

Incredibilmente, nelle condizioni di estremo vassallaggio della popola­zione, questa grande lite si protrasse senza interruzione per ben tre secoli trasci­nandosi fino agli ultimi anni del 1700, per poi però prose­guire, cambiando questa volta avversario, fino oltre la metà del 1900.

Tribunali e Corti, in parte, ora affermavano, ora negavano, ora differi­vano, lasciando sempre il paese in miseria ed in grande agitazione.

Solo nel 1774, dopo tre secoli, l’Università di Bronte riusciva ad affran­carsi finalmente dall’Ospedale Grande e Nuovo di Palermo e metteva finalmente fine alla propria condizione di feudalità dallo stesso.

O almeno così credeva.


1799, i Nelson

L'emancipazione della comunità brontese durava infatti solo pochi decenni.

Venticinque anni dopo, nel Dicembre 1799, un secondo illecito trasfe­rimento degli stessi beni (questa volta sotto forma di donativo regale) fu compiuto ad opera del sovrano borbo­nico del momento, re Ferdinando I, che, per offrire una testimonianza perenne della sua gratitudine e ricambiare la devozione ed i servizi resigli dall'ammiraglio Horatio Nelson nel salvargli la vita e fargli riconquistare il trono, gli concesse in perpetuo il territorio e la Città di Bronte compresi i suoi abitanti «con ogni giurisdizione civile e criminale, incluse la possibilità di comminare la pena di morte».

Per altro con la beffa di tener in nessun conto l’affrancamento dal­l’Ospe­dale del 1774 e l’acquisto proprio del "mero e misto impero" del 1638, raggiunti con incredibili sacrifici dai cittadini brontesi.

L'antica Abbazia, diventata la casa signorile di Nelson e dei suoi eredi, prese il nome di Ducea di Bronte e, ancora una volta, diventò la spina nel fianco dei cittadini brontesi ed uno dei due grandi mali (oltre all'Etna con le sue deva­stanti eruzioni) del piccolo comune etneo.

«Con queste regie disposizioni - scrive padre Gesualdo De Luca nella sua Sto­ria della Città di Bronte - rimase chiuso il campo delle giudizia­rie battaglie con l’Ospedale di Palermo, e non andò guari che un altro se ne aprì con la Ducea, in cui furono raccolte tutte le armi offensive palermi­tane.»

Come era avvenuto nei due secoli passati anche con i Nelson, infatti, la situa­zione non cambiò.

La sostituzione del nuovo feudatario all'Ospedale dava inizio a nuove innume­revoli liti giudiziarie ed anche ad una nuova fase della storia di Bronte, le cui condizioni di vassallaggio, triste eredità dei secoli prece­denti, erano destinate a protrarsi ed a dissanguare ancora per secoli la popolazione.

«Ogni Collegio Giudiziario ed amministrativo risuona delle voci del Duca, che chiede di esser mantenuto nel possesso delle cose sue, e di esse­re espulsi i brontesi pertubatori» scriveva in una sua memoria legale Lady Carlotta Nelson (3° duca di Bronte) nel 1840.

Per la duchessa, che viveva nel suo dorato soggiorno londinese, erano i brontesi che dovevano essere allontanati dal loro territorio lasciandole campo libero.

E, purtroppo per Bronte, nelle aule dei Tribunali si agiva sempre su piani diversi di conoscen­ze, pressioni diplomatiche e di possibilità di manovra e la comunità locale priva di sostegni e di adeguate coperture risultava quasi sempre perdente.

Ancora una volta Tribunali e Corti, in parte, ora affermavano, ora nega­vano, ora differi­vano, lasciando sempre il paese in miseria ed in grande agitazione.

Ed «il popolo - scrive il Radice - imprecava al mare che con una tem­pesta non aveva inghiottita la nave ammiraglia; se la pigliava con la Sicilia che non aveva proclamata la Repubblica come Napoli, e in ogni rivoluzione cercava pretesti e subbugli per spartire la ducea».

Solo con i regi decreti del 1841 una parte delle terre ducali, probabil­mente quelle attorno a Bronte e quelle più distanti (Semantile, Pezzo) venne asse­gnata alle classi meno abbienti del paese.

La Ducea cominciava a perdere qualche pezzo.

Ma la popolazione era sempre più povera ed affamata e la vertenza continuava sempre più violenta e, specie per l'esauste casse comunali, sempre più dispendiosa.

Nel febbraio del 1854 interviene il Re borbone Ferdinando II, nipote di quel Ferdinando I che aveva donato a Nelson ducato, terre e vassalli brontesi.

Con un Real Rescritto il Borbone nominava il dott. Don Carmelo Marto­rana, consigliere presidente della Gran Corte Civile di Catania, arbitro di tutte le vertenze tra la signora Duchessa Lady Carlotta Nelson e il Comune di Bronte, rivestito di ampli e pieni poteri.

Alcuni mesi dopo, a giugno, con un altro Reale Rescritto disponeva che l'arbitramento per cui fa oggetto il precedente atto sovrano sia defini­tivo ed inappellabile.

Si riapriva la speranza di avere giustizia o quanto meno di chiudere la secolare vertenza.

Il Comune si rivolgeva con fiducia al Presidente Martorana scrivendo che «l'arbitro è stato dal Re N. S. dispensato delle formalità di proce­dura nei giudizi civili; l'arbitro sta di mezzo ai collitiganti come al padre di fami­glia, per accorciare i litigi, e renderli il meno possibile dispendiosi». Parole al vento.

Il giudice Martorana nel 1956 era intanto promosso Presidente della Gran Corte di Palermo ed il Comu­ne, per non perdere le speranze di una soluzione finale, era costretto a continuare la causa nel lonta­nis­simo capoluogo siciliano con dispendio di ulteriori notevoli risorse legali ed organizzative.

Ma non era tutto. Ecco cosa scriveva a Guglielmo Thovez il 30 novem­bre 1855 un legale della Ducea, A. Zevega, amico comune del Duca e di Martorana: «Più volte mi sono trattenuto a lungo con lui parlando dei nostri interessi e delle vedute sempre disoneste, e astute dei Comu­nisti. Il Sig. Marto­rana mi ha amichevolmente confidato (...).

«Da alcuni particolari - continuava Zevega - che non è conveniente affidare allo scritto, io debbo presumere che il Presidente Martorana sarebbe ben disposto, molto più che non saprei trovare ragione alcuna che egli possa simulare e non dire il vero; anzi io credo che egli sia interamente poco favorevole ai Comunisti».

Consigliava poi il più asso­luto silenzio «sopra questi dati» e «di non fare confidenze nemmeno a persone che possono reputarsi come le più sicure dappoichè i Comu­nisti potrebbero insospettirsi.» (Archivio Nelson, vol. 214-A, pag. 478).

Nel 1862 un dipendente della Ducea, l'avvocato Giuseppe Liuzzo, a giudizio ormai concluso si vantava in una lettera con la quale chiedeva al Duca un adeguato compenso per «aver avuto il destro di non far pervenire nelle mani dei Comunisti, sottraendoli alla loro ricerca, tutt'i documenti, che avrebbero in buona parte sostenuto le loro pretese». (215-C, pag. 341)

C'è veramente poco da commentare. La secolare lite sembrava già decisa prima ancora della sentenza definitiva ed inappellabile del giu­dice-arbitro inappellabile nominato dal Re.

Martorana emanò diverse sentenze arbitramentali del 10 Ottobre e 29 dicembre 1857, del 15 maggio e 25 ottobre 1858.

Ma ancora nel 1859, cinque anni dopo la nomina emetteva ordinanze, nominava periti, riceveva monta­gne di documenti e di dichia­ratorie e continue memorie e suppliche per infine definire il 17 febbraio 1859 (secon­do le parole dell'avv. Liuzzo, impiegato della Ducea) "favo­revol­mente alla Sig.ra Duchessa le quistioni della Demanialità univer­sale e rivendica de' diritti di pa­scere e legnare».

Ma non fu capace di concludere il mandato ricevuto nè di giudicare in modo definitivo la secolare vertenza e nemmeno di farsi pagare(1).

Un anno dopo la spedizione del Mille ed i decreti garibaldini fecero infatti saltare tutto, e furono anche la scintilla che fece scoppiare la rabbia e l'odio repressi in una sanguinosa rivolta dei popolani brontesi contro i cap­pelli e l'entourage dell'odiata Ducea.


1861, la Transazione

Dopo 62 anni dall'illecita infeduazione a Nelson del territorio di Bronte e dei brontesi, nel giugno del 1861, dopo gli oltre tre secoli che avevano trava­gliato ed immiserito Comune e popolazione, Antonino Cimbali, De­le­gato di pubblica sicurezza, di grande autorità presso il popolo, sulla scia di una delle tante sommosse questa volta sanguinosa, quella del­l'ago­sto 1860, concluse con William Thovez governatore della Ducea una transazione generale che sembrò riappacificare gli animi.

Oltre agli ostacoli frapposti dal "partito dei ducali" il Cimbali dovette superare anche quelli «più tremendi che venivano da parte dei "padri della patria" (i tanti avvocati che difendevano gli interessi del Comune, fra i quali anche il prof. De Luca): trattavasi per molti di loro della lotta per la loro sussistenza e, quindi, si rendevano feroci».

Con l'atto di transazione, avvenuto sotto il 3° Duca Charlotte Mary Nelson (1787-1873), nipote dell'Ammiraglio Nelson, Bronte si riappro­priava di ulteriori territori anche se metà dei quali era costituita da deserti lavici. La parte più fertile del territorio (circa 7 mila ettari) restava ancora proprietà della Ducea.

Poi è la volta della chiesa di Santa Maria di Maniace che, per effetto delle leggi del 1866 e 1867, considerata un bene eccle­siastico in quanto facente parte dell'ex monastero benedet­tino, fu incamerata dallo Stato e la Ducea, che ne conservava l'uso, fu ob­bligata a pagare un canone annuo al Fondo per il culto.

Ricorsero i Nelson contro questi provvedimenti sostenendo un'altra lunga vertenza con il Demanio e il Fondo per il Culto al fine di farsi esentare da obblighi ed oneri nei confronti del Fondo.

Ma la Corte d'Appello di Catania, con sen­tenza del 1900, ribadiva la natura originaria di beneficio eccle­sia­stico, e successi­va­mente, nel­l’aprile 1901, la Corte di Cassazione confermava la sentenza del Tribunale.

Con la transazione del 1861 fu in qualche modo troncata la secolare lire «ma, - scriveva il Radice nel 1920 - rimasero però degli appiccagnoli; e come da un albero annoso, nono­stante la pota, ven­gon su nuovi polloni, cosi dal vecchio tronco della lite seco­lare ne nacquero altre delle quali, attore princi­pale ai nostri giorni è stato il duca Alessandro Bridporth Lord Nelson, pronipote del grande Ammiraglio.»

Per sostenere le secolari liti «un tempo, la Ducea doveva mante­nere cinque avvocati a Catania, due a Palermo, uno a Messina, uno a Roma, uno a Torto­rici, ol­tre ad un notaio a Bronte», scri­veva nel 1924 il V° Duca Alexan­der Nelson nel suo "memo­riale per la famiglia", The Duchy of Bronte".

Altrettanti legali figu­rano nel Li­bro dei conti del 1815: due a Mes­sina (Scarcella e Quat­troc­chi) ed uno a Bronte (Saitta), Catania (Barra­co), Torto­rici  (Lomonaco) e Patti (Galvagno).

E, nello stesso memoriale, il poeta scozzese William Sharp, ospite del Duca così descri­veva - bontà sua! - il popolo brontese:

«Il suono della campana nel gran­de cortile mi informa che è tempo di partire per il lungo viaggio alla volta di Bronte, dove il mio ospite dovrà presenziare ad una delle sue eterne cause legali, poiché in questo immobile paese solo parzialmente civiliz­za­to, tormen­tato dalla mafia, infestato dai briganti, la gente, sul piano individuale, comunale e regionale è straordina­riamente combattiva, sia nell’aggredire che nel difen­dersi da soprusi reali o immaginari».

L'unica cosa che Sharp concede a Bronte è che i soprusi potrebbero essere reali.

Il Duca intanto - scrive Franca Spatafora (Notabili e lotte politiche a Bronte 1860-1914, T. L. 1991) - cerca di avere sempre meno contatti con i fieri bron­tesi; per coltivare e dissodare i terreni di Maniace ven­gono chia­mati i contadini di Tortorici, (un paese della provincia di Messina) perchè ritenuti, a ragione, più malleabili e più adatti alle dure condizioni lavorative imposte dagli amministratori della Ducea.

Il feudo costituì così quasi una appendice naturale del limitrofo ter­rito­rio di Tortorici ed una sorta di grande serbatoio di scorta per l'occupa­zione della sua manodopera».


1950, le Lotte Contadine

L’immensa Ducea continuò ancora per decenni ad esse­re la causa di lunghe e con­tinue liti e sempre al centro di rivendi­ca­zioni e di dure lotte con­ta­dine ancora per lungo tempo («il più as­surdo anacro­nismo storico», lo definì Carlo Levi, nel 1952 quando accompa­gnato da Michele Pantaleone visitò Bronte e la Ducea).

Ducea di Nelson, croce celtica e bandiera ingleseNemmeno la mussoliniana Azien­da Agricola Maniace, creata nel 1941 dall'Ente di Colonizza­zione del latifondo Siciliano dopo il sequestro della Ducea o la legge di riforma agraria promulgata dalla Regione siciliana nel 1952 riusci­rono a scalfire il dominio inglese.

Il duca con le sue amicizie influenti e l'intervento anche della diplo­mazia inglese riuscì sempre e ancora una volta a calpestare la legge e a tenersi il feudo.

«I braccianti in Bronte,  - scriveva Carlo Levi - migliaia di contadini senza terra, che aspettano le terre della riforma agraria, che da un secolo e mezzo combattono per vivere contro la Ducea feudale di Nelson, che si muovono ogni tanto per occupare le terre come nel 1848 e in questo dopoguerra, che ne sono scacciati e ci ritornano pazienti e tenaci e pieni, malgrado tutto, di umana vitalità, e riescono ancora, nei loro fetidi Cortili, a sperare nel futuro.»

Solo negli anni 1963 - 65 le terre ducali furono assegnate ai contadini ed il Comune di Bronte, che già a seguito della costituzione del 1812 aveva otte­nuto l’emancipazione dal vassallaggio ducale, ottenne la reintegra di quasi tutti i suoi beni.


1981, la Vendita

Nel 1981 l’odiata Ducea inglese del "boia di Caracciolo" (così lo stori­co Benedetto Radice definì la Ducea e l’ammiraglio Nelson(2) cessò di esistere.

Il VII duca, Alexander Nelson Hood, che nei dodici anni di "regno" aveva prov­ve­duto gradualmente a vendere tutte le proprietà rimaste, ha venduto al Comune anche il complesso dell'antica abbazia.

Il piccolo cimitero inglese sito a pochi passi dalla Ducea rappresenta oggi l'unica proprietà che gli eredi dei Nelson continuano a possedere a Bronte oltre, natural­mente, al titolo regale di Duca di Bronte concesso nel 1799 dal re "Lazzarone" Ferdinando I.
(nL)
Maggio 2008




Ducea di Bronte, il Castello Nelson
 

Il feudo donato dal Borbone a Oratio Nelson

L'IMMENSO FEUDO DONATO A NELSON DAL BORBONE, nella sua origi­naria esten­sio­ne secondo l'atto di donazione (in giallo ciò che rimase al pic­colo Comune, uno spicchio di Etna ed un mare di sciara; in grigio il ter­ri­to­rio di Malet­to).
Praticamente, tolti i due Feudi di Foresta Vecchia e del Cattaino (del marche­se delle Favare) e quello della Placa (del duca di Carcaci) tutto il restante territorio fertile o arabile (quasi 15.000 ettari) era stato dona­to, compresi gli abitanti di Bronte (i vassalli dell'epoca).

Seguendo quanto aveva già fatto il Papa Innocenzo VII nel 1491, il Bor­bone aveva graziosamente regalato «… in perpe­tuo la terra e la stessa città di Bronte, … con tutte le sue tenute e i distretti, insieme ai feu­di, alle marche, alle fortifi­cazioni, ai cittadini vassalli, ai redditi dei vas­salli, ai censi, ai servizi, alle servitù, alle gabelle …».

Sotto, il territorio della Ducea (in giallo) dopo la transazione del 1 giu­gno 1861 presso Notar Gatto, ratificata il 17 ottobre stesso anno e sanzionata dal Re. Con questo atto, concordato da Antonino Cimbali e dagli ammi­nistratori del 3° Duca Charlotte Ma­ry Nelson, Bronte si riappro­priava di ulteriori suoi ter­ritori; la parte più fertile (circa 7 mila ettari, comprese le due isole di Marotta e Ric­chisgia) restava però ancora proprietà della Ducea.

Nel 1976 il territorio del­la Ducea si ridurrà a soli 248 ettari; cinque anni dopo il Duca venderà tutto lasciando definitivamente Maniace.

Prima della riunificazione dell'abazie di Maniace e di S. Filippo di Fra­galà e della do­na­zione fatta da Papa Innocenzo VIII all’Ospedale Gran­de e Nuovo di Palermo (1491) il territorio brontese era così sud­diviso:

I beni dell’Abbazia di Maniace erano: Feudi di S. Andrea, di Samperi e Pe­trosino, del­la Saracina, di Fioritta. La metà del feudo Ilichito (o Ilicito, Lu­chito, Ilichino, Iliceto) sito in territorio loci de Bronte, l’altra metà appar­te­neva ad un privato. Que­sto feu­do era denominato bosco di Bronte e al­cu­ne memorie manoscritte dicono che esso si protendeva fino alla Chiesa Ma­trice.

I beni del monastero di Fragalà erano: i feudi di S. Nicolò de Petra oggi Santa Nico­lella, di Semantile, di S. Giorgio Agrappidà e di Gollìa.

I beni che componevano lo Stato di Bronte: compresi i casali erano il Feudo di Porti­celli, con Fioritta e Mangione, il Feudo del Roccaro con Tartaracì, Nave, masseria di S. Giovanni, Casitta, Marullo, Balzi, Bazitti, Ellera, Sorge, Santa Vene­ra; il Feudo del Corvo, di S. Pietro dell’Ilichito, cioè il Bosco So­prano, che «con­fina a Levante colla cima del Mongibello, da Bronte col fiume e feudo di Spanò, a mezzogiorno col territorio di Adernò, a tra­mon­tana colla masseria del Corvo e Cirasa».


 

La Ducea di Bronte ed i Fatti del 1860

LA DUCEA «MALEDETTA»

di Michele Pantaleone (1983)

«A Bronte non fu una guerra contro i Borboni ma era una lotta degli op­pressi contro gli oppressori e gli oppressori, grandi e piccoli, erano i no­tabili paesani al servizio della Ducea "maledetta"». Intervento di Michele Pantaleone al convegno sul film di Florestano Van­cini "Bronte, cronaca di un massacro che i libri di storia non han­no rac­contato" (Bronte, 1983)


 

1636

Nè con gli ufficiali di Randazzo, nè coi rettori dell’Ospedale Grande e Nuo­vo di Palermo, nè col duca Nelson Bronte ha avuto mai pace

Il tumulto del 1636

Matteo Pace e Luigi Terranova, due sconosciuti patrioti brontesi, condan­nati a morte, altri condannati a vita alle galere, altri a tempo, tutti ad esse­re fru­stati su muli e portati per berlina in giro per la città.

1734

Antonino Cairone

Il giureconsulto Antonino Cairone, strenuo ed eroico difensore dei di­ritti del Comune. Per le sue idee ed il suo agire patì ingiurie e calunnie di ogni ge­ne­re, la destituzione dall’ufficio di notaro per opera di alcuni giurati di Bronte venduti all’Ospedale, l'esilio ed il carcere. Morì in miseria.

1883

Gli avvocati del Comune

«Gli Avvocati del Comune con gravi spese radunarono grande copia di do­cumenti, stam­parono storiche difese, consumarono gran danaro: ma di assistenza presso l’Ar­bitro ne fu poca.
Uno ben pagato se ne stava altro­ve, gli altri davano poco se­gno di vita. I rivali, gli astuti, i malevoli sono usi dire che gli aventi interesse contro i Co­muni, e massime i Baroni sanno guada­gnarsi coi mezzi di parentele, di amicizie e di oro l’animo dei Comu­nisti a chiuder gli occhi, sonnacchiare in difesa degli interessi delle Univer­sità, o sbraitare in pubblico, e farne nulla.

Non così i difensori dei privati e dei Baroni contro i Comuni. San giuocare di tutto, per guadagnarsi il pane di lor famiglia.»

(G. De Luca, Storia della Città di Bronte)

9 Luglio 1894

Interrogazione al Parlamento

«Il sottoscritto chiede d'interrogare l'on. Presidente del Consiglio, Mini­stro dell' Interno, sulle continue, gravi ed este­se usurpazioni di pub­bli­che stra­de rurali consumate dal Duca Nelson nel comune di Bronte, e sulla danno­sa lentezza dell'autorità tutoria ad ordinare gli urgenti prov­vedi­men­ti di giu­stizia insi­sten­temente reclamati dall'ammini­strazione Co­munale». (On. Francesco Cim­bali)

Interrogazione presentata alla Camera dei Deputati in relazione alle trame poco decorose, alle lungaggini ed agli atti di vero servilismo nei confronti della Ducea che si com­pivano dal Ministero dell'Interno e dalla Prefettura a danno del Comune di Bronte.

27 Dicembre 1900

«La questione Bronte-Nelson

di B. Radice

(...) Sostiene il Comune di Bronte che tal sentiero sia pubblico e quindi hanno diritto di transitarvi i cittadini che debbano recarsi alle trazzere N. 1, 3 e 4 e alle terre comunali sulla sponda destra del torrente Saracena.
Sostiene invece il Duca Nelson che il sentiero scorrente davanti il pro­prio castello sia di sua proprietà per essere necessario al Castello stes­so affinché possa comu­nicare coll’Erranteria, che esso in tempi antece­denti alla donazione a lui fatta del Ducato di Bronte, del quale il Castello un tempo Monastero fa parte, serviva anche di accesso ai vian­danti che andavano a ricoverarsi nel Monastero; ma che dopo tale donazione, e specialmente dopo la transazione del 1861 colla quale egli regolò ogni diritto col Comune di Bronte, egli altro obbligo non abbia che di rispet­tare le trazzere N. 1, 3, 4 riservate al pubblico colla surriferita transa­zione.

Fu per questo che egli nel 1891 credette di ostruire il sentiero più volte ricordato con una catena di ferro.

Ma il sindaco del tempo gli notificò ordinanza di rimuovere tanto la spranga quan­to la catena, perché fosse ristabilito il passaggio e sul sen­tiero davanti il Castello e sul ponte di proprietà del duca.
Non avendovi ottemperato bonaria­mente il du­ca, il Sindaco fece d'ufficio rimuo­vere e la spranga e la catena. (...)»

Uno dei mille motivi che trascinarono per secoli la lunga lite fra il Comu­ne e la Ducea è descritto dallo storico B. Radice in questo articolo pub­blicato Lunedì 27 Dicembre 1900, sul giornale “La Sicilia–Corriere delle Isole e del Mezzo­giorno” (Catania, anno IX, N. 353, edizione del mattino. La Direzione e Reda­zione era in Via San Benedetto n. 2). L'articolo com­pleto può leggersi a pag. 87 della nostra edizione digitale de «Il Radice sconosciuto»

15 Novembre 1909

Che cosa vuole il popolo di Bronte

«Il popolo di Bronte, che ormai per forza di tradizione nutre verso il Duca Nelson un senso di giusto odio e di rancore, che si è andato accumulando col tempo, per tanti soprusi e tante prepotenze perpetrate dal Nelson con­tro tanta povera gente per cui ha avuto e si è giovato del privilegio di pos­sedere tanto denaro quanto ce ne vuo­le per stancare con un dispen­dioso litigio le finanze modeste d'un rivale più po­vero e ridurlo all'impo­tenza.
Il popolo di Bronte, che conosce ed esecra le infinite usur­pazioni che la Du­cea ha sempre commesso in danno del Comune di Bronte che odia questo straniero venuto da zone glaciali per esercitare monopoli, privilegi e pre­potenze feudali, per imporre la sua volontà, al di sopra è contro gli inte­ressi del Comune attende con calma apparente la decisione. (...)
Che il popolo di Bronte, que­sto popolo fiero e talvolta feroce non sia disilluso nella fiducia che giustizia sia fatta ...».

Illustrazione di un ricorso alla On. Giunta Prtovinciale Amministrativa, spinto dalla cittadinanza di Bronte contro la transazione col duca Nelson votata dal Consiglio comunale di Bronte il 15 novembre 1909 (Catania, Stab. Tipografico del Popolo, 1909).


 

Nella foto (del 1885) il ponte di legno di proprietà del Duca costruito sul torrente Saracena adiacente le mura del Castello. Ancora nel 1950 il Duca che aveva alle dipendenze ben 105 guardie ducali pretendeva dai contadini il pedaggio per il transito su questo vecchio ponte .

Tre foto della Ducea Nelson pubblicate nel 1903 da The Pall Magazine, Vol. XXX, una prestigiosa rivista letteraria inglese edita tra il 1893 e il 1914, che per prima in­se­rì fra le sue pagine anche foto ed illustrazioni.


 

10 LUGLIO 1940

Il sequestro della proprietà del nemico inglese

Un mese dopo la dichiarazione di guerra alla Francia e all'In­ghilterra del 10 giugno 1940 ed al grido di Mussolini "Dio stra­maledica gli ingle­si!", la Ducea dei Nelson fu oggetto di confisca e sequestro.

Il Prefetto della provincia di Catania emet­te un de­creto col quale, ritenuta l’appli­cabi­lità della leg­ge di guerra per quanto riguarda la «Ducea Nel­son», del­l’esten­sione di 6500 ettari coltivati a pistacchi, vigneti, agrumeti e altro, appar­tenente a Arthur Her­bert Nelson-Hood, visconte di Bridport, VI duca di Bronte da consi­derarsi di nazionalità nemica, ne dispone il sequestro.

Ecco il dispositivo:

1) Sono sottoposte a sequestro la «Ducea Wood Nelson » e tutte le sue attinen­ze e pertinenze esistenti nel territorio della provincia di Catania; del sequestro formano oggetto anche i crediti, le opere, le provviste e i materiali in genere;

2) l’Ente gestioni e liquidazioni immobiliari con sede in Roma (via Sabini 7) è no­minato sequestratario dei beni indicati nell’articolo precedente;

3) dall’Ente sequestratario verranno esercitate le attribuzioni demandate dall’ar­ticolo 299 e seguenti della legge di guerra approvata con il R. D. 8 luglio 1938-XVI. n. 1415;

4) il detentore dei beni predetti sarà invitato a consegnare i beni stessi al seque­stra­tario entro un breve termine e, in mancanza di consegna da parte del deten­tore, il sequestratario è autorizzato a immettersi diret­tamente nel possesso ri­chie­dendo l’intervento della forza pubblica. Il sequestro ha effetto dalla data del decreto che verrà pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del Regno a cura dell’Inten­denza di Finanza, che curerà a norma della legge gli ulteriori adempimenti.

La Ducea all'epoca amministrata con procura dal dott. Luigi Mo­dica, pas­sò nelle mani del­l'Ente di colonizzazione del lati­fondo sici­liano, che, nel giro di qualche anno, as­se­gnò le terre ai con­tadini, proget­tò e costruì un nuovo tipo di casa colonica e, fra le altre opere, nel­l'am­pio par­co anti­stante l'ingresso della resi­denza dei duchi realizzò un borgo contadino.

Ad agosto del 1943 le Forze Alleate sbarcate in Sicilia prende­vano pos­ses­so del Ca­stello; un anno dopo, il 25 febbraio 1944 fu revo­cato il decre­to di sequestro, permettendo ai Nelson Bridport di ritor­nare ad impos­sessarsi nel 1945 del Castello e della Ducea.


 

4 SETTEMBRE 1981

La vendita

L'attuale Duca di BronteIl 4 Settembre 1981, l’ultimo ad aver ereditato la Ducea dell’Am­miraglio Nelson, il VII Duca, Alexander Nelson Hood visconte Bridport, ha ven­du­to al Comune di Bronte tutto il com­ples­so architettonico com­prendente l'antica Abbazia.

La Ducea Nelson con la  Chiesa di Santa Maria di Maniace, gli ap­par­tamenti signorili dei Nelson (oggi tra­sformati nel Museo Nel­son), l’an­tica Abbazia benedet­tina, ed il Par­co (con lo straor­dinario Museo di scultura all'aperto) sono diventati un centro di grande attrattiva turistica di particolare interesse.

L'immenso feudo, dopo la legge di riforma agraria promulgata nel '50 dalla Regione Siciliana (e per oltre dieci anni mai appl­icata a Mania­ce), ed una dura lotta dei contadini, solo negli anni '63 - '65 era stato quotizzato ed assegnato ai contadini di Bronte, Maniace, Ma­let­to e Tortorici, segnando così la fine della Ducea generosamente donata dal Borbone ad Horatio Nelson.


Vedi pure

L'Archivio Privato Nelson | La Ducea inglese ai piedi dell'Etna

La donazione di Ferdinando I di Borbone

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Note:

(1) Il giudice Carmelo Martorana morì il 28 agosto 1872 ma non ricevette una lira per il lavoro svolto fino al 1859. Le controversie per le quali era stato stabilito l'arbitramento - sosteneva la Ducea - non erano state totalmente decise. Ed ancora dodici anni dopo la morte del giudice era in corso una lite per il paga­mento di onorari, spese e compensi vari. Il 31 luglio 1876 un atto di transazione chiuse la vicenda tra la Ducea ed i suoi eredi: la Ducea corrispose loro L. 1.340 (€ 5.508,03) «senza interessi da pagarsi dall'attuale Duca di Bronte Sig. Alessandro Nelson Hood Visconte Bridport qual'unico figlio ed erede della Duchessa Nelson» (cfr. Archivio Nelson, vol. 345-C, p. 52). Ci sbaglieremo ma non ci risulta che il Comune abbia pagato qualcosa al Martorana.

(2) Anche lo scrittore inglese D. H. Lawrence (1885-1930), che nel mese di aprile del 1920 fu ospite a Maniace del Duca Alexander Nelson-Hood, in una lettera del 7 maggio 1920 inviata a Lady Cinthia Asquith, si esprimeva in termini consimili: «…Avete mai sentito parlare di un cer­to Duca di Bronte – Mr Nelson Hood - discen­dente di Lord Nelson (Horatio) che i Napoletani fecero Duca di Bronte perché aveva impiccato alcuni di loro – Bene, Bronte si trova alla base dell’Etna e questo Mr Nelson-Hood possiede lì – la sua Ducea...»

 

         Horatio Nelson, duca di Bronte

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