Abbazia di Maniace (1040)

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Cenni storici sulla Città di Bronte

L'Abbazia di Maniace

LE VICENDE DI BRONTE E DEL SUO TERRITORIO

Il CASTELLO  |  LA GRANDE LITE  |  HORATIO NELSON

Abbazia di Maniace, Chiesa di Santa MariaIn epoca musulmana, sul nascere del Simeto, pressappoco nella località in cui confluiscono i fiumi Cutò, Martello e Saracena, sorgeva un villaggio ben popolato da una comunità araba e da indigeni, con imponente castello, conosciuto col nome di Ghiran-‘ad-Daquid (le grotte della farina).

Il casale era situato in una posizione molto favorevole, non solo dal punto di vista della disponibilità delle risorse naturali, ma anche e soprattutto per quanto concerneva il sistema della viabilità.

Era infatti in un punto di passaggio obbligato tra importanti itinerari che consentivano il collegamento tra la valle del Simeto, la valle dell’Alcantara, la costa tirrenica e l’interno dell’isola, verso la città di Troina ed oltre quella di Castrogiovanni verso Palermo.

Sappiamo (per bocca di Idrisi, geografo arabo, viaggiatore per conto della Corte normanna di Sicilia), che nel secolo XII Maniace era un prospero villaggio, in pianura, con mercato e mercanti, terre fertili e opulenza per ogni dove: «Questo, - scrive Idrisi ne Il libro di Ruggero - che si chiama altresì Ghiran-‘Ad Daqiq è villaggio in pianura, ben popolato, ed ha un mercato e dei mercatanti; (territorio) ferace e abbondanza d’ogni maniera».

La dominazione araba, infatti, aveva portato nel territorio benessere, coincise con una brillante ripresa economica della zona grazie ad innovazioni originali e decisive nel campo dell’agricoltura.

Nella nostra storia, nel complesso, considerando anche il destino feudale che avrebbe avuto Bronte nei successivi secoli, può considerarsi una delle epoche più felici. Nell’arido ed ostile terreno sciaroso, gli Arabi, buoni agricoltori, trapiantarono anche il pistacchio che, ancora oggi, rappresenta la voce di maggior peso nell’economia locale.

L’importante snodo viario fu teatro nel 1040 di un avvenimento bellico di grandi proporzioni che, insieme ad altri, determinò la cacciata degli arabi dalla Sicilia: lo scontro tra le truppe musulmane ed i soldati Normanno-Bizantini, comandati dal generale Giorgio Maniace, spedito da Bisanzio.

Gesualdo De Luca, nella sua Storia della Città di Bronte del 1883, narra che "… scagliossi con tal impeto il cristiano esercito contro il nemico, che di Saraceni ne rimasero uccisi cinquanta mila; e rotti in fuga tutti gli altri, essi ne toccarono solenne disfatta, e felicissima vittoria ne conseguì il cristiano esercito."

La leggenda racconta anche che il torrente adiacente al castello, durante la battaglia, si tinse di rosso del sangue delle migliaia di vittime saracene e che da qual giorno fu chiamato Saracena.

A ricordo della sanguinosa, vittoriosa battaglia il luogo in onore del generale che comandava le truppe cristiane fu chiamato Maniace.

Il comandante bizantino fece anche erigere una edicola in onore di s. Luca nei pressi della quale, poco tempo dopo, sorse anche un piccolo cenobio con una chiesetta alla quale fu dato il nome di Santa Maria di Maniace.

Caduto in rovina pochi decenni dopo la sua erezione, il cenobio fu ristrutturato da Ruggero I di Sicilia, il Gran Conte, e nell'ultimo decennio dell'XI secolo, concesso al monastero di S. Filippo di Fragalà, insieme ai possedimenti di Santa Maria della Gullia e di altri monasteri tutti disposti lungo l'argine sinistro del Simeto, a servire da struttura di appoggio gratuito per pellegrini e viandanti.

Ruggero perseguiva, infatti, per il Val Demone, una politica religiosa che mirava a potenziare le comunità monastiche di rito bizantino, a motivo della presenza preponderante in questa regione di popolazione di origini greche.

Caduta ben presto in rovina, Santa Maria di Maniace subì ancora una volta un repentino tracollo tanto da essere abbandonata dagli stessi monaci, che si portarono nel vicino cenobio di Santa Maria della Gullia.

Rimase abbandonata sino al 1170, quando Guglielmo II° il Buono, per espresso desiderio della madre, la regina Margherita di Navarra, sulle rovine del vecchio monastero fece costruire negli stessi anni in cui era costruita quella di Monreale, una Abbazia insediandovi una comunità benedettina ed  assoggettandola all’abbazia di Santa Maria la Nuova di Monreale.

Furono erette anche due torri, la cui funzione difensiva denotava l’in­tenzione della regina Margherita di rendere Santa Maria di Maniace un luogo provveduto di difese, preposto anche, insieme ai casali fortificati di Torremuzza e Bolo costruiti nell’omonina valle, al controllo del luogo, divenuto un importante snodo viario.

Partendo da Palermo, infatti, eserciti, folle di pellegrini e commercianti, corrieri postali per raggiungere Catania, Taormina e Messina, erano costretti a passare da Petralia e da Gangi e, dopo altre 24 miglia, sempre a dorso di mulo, passando dalla capitale normanna, Troina, potevano raggiungere Bronte e le città dello Ionio transitando anche lungo quell'antico ponte di contrada Serravalle ancora esistente.

La regina, non sappiamo precisamente per quale ragione, volle anche che i monaci di Santa Maria di Maniace e tutta la zona circostante, compresa Bronte, passassero dalla giurisdizione di Messina a quella dell'arcivescovo di Monreale.

Il vescovo di Messina rinunciò alle sue prerogative giurisdizionali sul cenobio ed anche alle decime annesse.

«Nicolò I, arcivescovo di Messina, - scrive Benedetto Radice - nella cui diocesi trovavasi il territorio di Maniace, avendo la regina sottoposto il monastero a quello di Monreale, nel 1 marzo del 1174, a preghiera di lei, cedeva la sua giurisdizione sul nascente cenobio e colla giurisdizione i beni appartenenti alle chiese e le decime ecclesiastiche.
Questa cessione veniva confermata da papa Alessandro III nel 30 dicembre 1174, da Lucio III nel 16 novembre 1184, da Clemente III nel 28 ottobre del 1188».

«Così si crearono i titoli di proprietà e Bronte fu di fatto e di dritto infeu­dato al monastero e i cittadini divenuti vassalli e l’abate si disse Abas Maniaci et Brontis

Scrive padre G. De Luca che «furono allora rese soggette alla spirituale giurisdizione dell’Abate di Maniace venticinque Chiese; e concesse allo stesso Abate le decime, che il Vescovo di Messina esigeva da tali Chiese e da tutto il territorio di Militello Valdemone. A queste Chiese, ag­giungendo quelle del Borgo di S. Leone, dei Casali di S. Para­sceve, del Corvo e di Rotolo: compu­tan­done due per luogo innominate, sarebbero otto per lo meno: e cosi l’Abate di Maniace gode­va giurisdizione spirituale sopra trentaquattro Chiese, compresavi l’Abbaziale di sua residenza; e ne ritraeva le decime ecclesiastiche.»

L'abbazia di Santa Maria di Maniace divenne ben presto uno dei più importanti centri di religiosità benedettina della Sicilia e tale durò per alcuni secoli.

Fino al 1491 ressero il Monastero 23 abati.

Il primo Abate del monastero benedettino fu il francese Guglielmo di Blois, poeta latino e uomo al suo tempo famoso ovunque per la sua grande e raffinata cultura.

La sua decadenza inizia attorno al 1392 con gli Abati commendatari nominati dai vari Re del tempo: l'amministrazione dell'Abbazia veniva tolta dalle mani dei monaci ed affidata all'Abate commendatario che disponeva di tutte le proprietà dell'abbazia e forniva ai monaci solo una piccola rendita annua per il loro sostentamento.

L’ultimo abate "commendatario" (dal 1471 al 1491) fu il cardinale Roderico Borgia (il futuro papa Alessandro VI) che, senza averne alcun titolo essendo i commendatari puri usufruttuari, donò  l'abbazia di Maniace a Innocenzo VIII, il quale, a sua volta, generosamente, l’8 luglio 1491 diede l'Abbazia in dotazione all’Ospedale Grande e Nuovo di Palermo.

I vari commendatari non avevano avuto altro fine se non di dilapidare il patrimonio del monastero, sfruttare la popolazione locale e lasciare in abbandono le fabbriche divenute quasi spelonca di ladri.

I nuovi proprietari, i rettori dell'Ospedale palermitano, non furono da meno.

Pensavano solo a ricavarne quanto più possibile dai feudi delle Abbazie ed ad assottigliare le spese di mantenimento degli otto monaci che erano rimasti a servizio del culto.

Per circa un secolo ridussero il monastero quasi ad un albergo, una casa a pigione.

Chiesero ai papi di potervi tenere preti o frati regolari di qualunque ordine e allora sfrattavano ora questi ora quelli secondo la loro convenienza e la maggiore o minore spesa per il loro mantenimento.

Così vediamo rapidamente passare nel piccolo monastero preti e frati d’ogni religione: i primi monaci furono i padri dell'Ordine di San Benedetto, poi, nel 1535 arrivarono i preti secolari, poco dopo vi ritornarono i Benedettini ma nel 1585 cacciati via i Benedettini, il monastero fu affidato dai Rettori dell'Ospedale nuovamente ai Basiliani, quindi ai Padri minori osservanti di S. Francesco di Paola, e, espulsi questi, nel 1586 vi entra­rono i frati Eremiti di S. Agostino, che nel 1589 furono surrogati dai frati conventuali di San Francesco.

Nel 1592 la chiesa fu officiata da sacerdoti secolari ma, non compiuto l’anno, fu concessa ai frati Paolini. Nel 1593 ritornarono di nuovo i Basiliani.

Nel 1606 papa Clemente VIII volendo porre riparo a questi repentini mutamenti, pensò di aggregare il monastero al clero di Bronte, ma nel 1692 i Rettori dell’Ospedale vi fecero ritornare i frati conventuali di S. Francesco.

Fatti sgomberare questi, nel 1603 il monastero fu affidato ad altri sacer­doti; dato lo sfratto a quest'ultimi, nel 1604 venne affidato a sacerdoti secolari di Cesarò e poi nel 1609 a sacerdoti palermitani; finalmente nel 1611 in virtù del diritto di unione dei due monasteri vi tornarono i Basiliani.

Furono gli ultimi ad abitare l’abbazia: l'11 gennaio 1693, un terremoto buttò giù le già cadenti fabbriche della chiesa e del monastero, alla cui riparazione i pii Rettori dell’Ospedale non avevano mai provveduto, e i Basiliani furono costretti a trasferirsi nella vicina Bronte, vicino alla chiesa di San Blandano, dove, ben accolti dalla popolazione, eressero un nuovo piccolo monastero e dove vissero ed operarono fino alla loro soppressione (1866).

Nel 1799 l’abazia di Maniace, con tutto il suo territorio ed insieme con la città di Bronte e il mero e misto impero, fu donata da Ferdinando III all’ammiraglio Orazio Nelson come premio della soffocata Repubblica partenopea e per avergli salvato la poltrona di re.

I brontesi avevano così un nuovo padrone che sostituiva l'Ospedale Gran­de e Nuovo di Palermo e si riaccendeva ancor più la secolare lite che la popolazione aveva intrapreso secoli prima per riavere i propri diritti e le proprie terre.

La Maniace medievale. La storia di Maniace è legata intimamente a quella della Chiesa di Santa Maria fondata nel periodo della Reggenza di Margherita di Navarra (1166 - 1171). Commento del prof. Ennio Igor Mineo

La fertile vallata di Maniace

La vallata di Maniace ai piedi dei Nebrodi.

Castello Nelson, il portico interno

Il chiostro, parte dell'antico Monastero, antistante la chiesa di Santa Maria di Maniace.

Abbazia di Maniace

Una veduta dal torrente Saracena del complesso dell'Abbazia, oggi denominato Castello Nelson.

 

         Horatio Nelson, duca di Bronte

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