La valle di Bolo

Visitiamo, insieme, i monumenti di Bronte

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Castelli di Bolo e Torremuzza

Nella valle di Bolo, fra Bronte e Troina, interes­santi sono i ruderi degli antichi castelli di Bolo e di Torremuzza.

I due castelli, inaccessibili roccaforti, posizio­nati in siti strate­gici, furono costruiti sulla vetta di ripi­dissime scoscese cime (rispetti­va­mente a circa 923 e 900 metri) e vigilavano sulla sicurezza dei viaggiatori e del commercio. Sono ritenuti un esempio di architettura militare del medioevo.

Eserciti, folle di pellegrini e commercianti, cor­rieri postali che dalla normanna capitale Troina o da Palermo volevano recarsi alla costa di  Ca­tania o Messina, erano costretti a passare nell'ampia vallata di Bolo, transitando anche lungo quel­l'antico ponte normanno di contrada Serravalle ancora esistente.

Era una strada obbligata, oggi come un tempo, e la principale via di collegamento tra la costa ionica e l'interno della Sicilia.

Il primo accenno dell’esistenza del Casale di Bolo è del 1139.

Nel 1392 un Diploma reale  prescriveva che i suoi abitanti dovevano rivolgersi per le loro cause al Capitano Giustiziere di Randazzo.

Successivamente, nel 1535, i due Casali di Bolo e Cattaino furono abbandonati dagli abitanti obbligati da Carlo V a riunirsi, assieme agli altri casali, per formare un unico popolo in Bronte.

Durante il periodo borbonico, la rocca di contra­da Cattaino ed il suo Castello (Torremuzza) furono trasformati in carcere e vi venivano custoditi i detenuti.

 

Valle di Bolo, fra Bronte e Troina

Uno studio di Bruna Pandolfo, partendo dall’analisi de Il ca­sa­le e l’abbazia di Santa Maria di Maniace - oltre che di altre opere di Benedetto Radice - ha messo in risalto la centralità del com­prensorio brontese nel controllo terri­toriale della pro­pag­gine nord-orientale dell’Isola.
Un’area che fu fonda­men­tale soprat­tutto in età nor­manna, con Troina eletta capi­tale e prima sede vescovile e S. Marco-Demenna sede della corte.

Questo terri­torio nel­l’Alto Medioevo ha visto l’istitu­zio­ne del­la Via Re­gia dei Nebro­di che, so­stituen­dosi alla via­bili­tà roma­na che pre­dili­geva gli assi viari costieri, fece gra­vitare la viabilità verso l’inter­no favo­rendo il potenzia­mento econo­mico dell’area.

Gesualdo De Luca nella sua "Storia della città di Bronte" (1883) parla che della Rocca di Bolo "non avanzano che due solitari muri crollanti" e che "… più volte sono state, anche di fresco trovate grandi monete d’oro e di argento ove sorgeva il Casale, e lucerne e vasi di creta".

Continua scrivendo che nel 1392 gli abitanti dei due Casali "dovessero al tribunale criminale del Capitano Giustiziere di Randazzo stare per le loro cause" e che nel 1535 "nell'epoca di Carlo V Imperatore, si riunirono a Bronte a costituire un unico popolo".

Benedetto Radice li fa risalire al periodo Greco e nel ricordare nelle "Memorie storiche di Bronte" le leggende "sui tesori nascosti nelle spelonche" dei Castelli di Bolo e Torremuzza e dei ritrovamenti di "vari ripostigli di monete siracusane, greche e romane, rinvenute nel 1901, 1902 e 1915" lamenta che la zona "non sia stata visitata mai dagli archeologi".



 

Un po' di storia

di Giorgio M. Luca

Su di un alto sperone roccioso, a strapiombo sull'ansa del fiume di Troina o Serravalle, al centro di un paesaggio particolarmente impervio e brullo, sotto le balze di Cesarò, in territorio di Bronte, c'è il Castello, o quel che ne rimane, di Torremuzza, nell'ex feudo e casale di Cattaino.

Lo stato di conservazione, è alquanto intatto nelle sue strutture murarie esterne, nelle fortificazioni, nel sistema di difesa e rappresenta un modello di architettura militare minore, diffusa nell'interno della Sicilia, nel secoli XII° e XIII°.

Il castello dominava il casale del Cattaino, nel cui sito già nei tempi antichi c'era stata la presenza umana, attestata da ritrovamenti del IV° - III° secolo a.C., probabilmente del periodo greco e greco-ellenistico, convalidati dalla esistenza del più consistente vicino sito archeologico di Bolo.

Di questo casale ne parlano vari studiosi: V. Amico, Plumari, Mandalari, De Luca e soprattutto B. Radice, i quali, più o meno concordano nel dire che lo stesso esisteva nel secolo XIII.

Era sottoposto al mero e misto impero di Randazzo, cioè alla giurisdizione civile e penale, in virtù del privilegio del 1348 del re Federico III d'Aragona, con altri undici casali della zona, cioè: Spanò, Carcaci, Bolo, Cutò, Pulicello, Santa Lucia, Floresta, S. Teodoro, Cesarò, Maniace e Bronte.

Come feudo, invece, appartenne a diverse famiglie baronali: nel 1296 ai De Manna, baroni di Santa Lucia e di San Pietro; nel 14O8 ai Crisafi; nel 1453 ai Sant'Angelo; nel 1500 ai Tornabene; dal 1789 agli Ugo delle Favare.

Durante la guerra del Vespro, a seguito della richiesta del re Pietro d'Aragona, giunto a Randazzo nel mese di settembre 1282 per soccorrere Messina assediata dagli angioini, il casale Cattaino, soggetto alla servitù militare, invia arcieri, fanti e vettovaglie agli aragonesi.

Secondo il De Luca, il casale Cattaino scomparve a seguito della forzata unione a Bronte dei 24 casali, ordinata nel 1535 dall'imperatore Carlo V. Di diverso avviso è B. Radice, che elencando le borgate o masse obbligate a riunirsi tutte nel casale di Bronte, sotto pena di distruzione delle case o capanne, non vi comprende il casale Cattaino in quanto apparteneva al proprio barone feudale.

Probabilmente, il casale scomparve per qualche evento naturale o per il venire meno di adeguate condizioni economiche e sociali nel corso dei secoli XV o XVI, come avvenne per Maniace e per altri casali della zona.

I baroni del Cattaino abitavano per lo più in Randazzo, soggiornando anche nel castello di Torremuzza, che venne ingrandito e fortificato a più riprese.

Come dice il Radice, il nome "Cattaino" potrebbe derivare dalla voce araba "Calat", che significa castello o fortezza munita da natura anziché dall'opera dell'uomo. Ed infatti l'alta ed impervia rocca su cui sorge potrebbe dare credito a tale ipotesi.

Inaccessibile da tre lati, sia per la presenza del fiume, che della parete rocciosa verticale, consente l'accesso solo dal lato ove è ubicato l'ingresso, a sua volta protetto da una duplice cortina muraria, dotata di feritoie angolate per dirigere il tiro delle balestre in direzione della porta di accesso.

Il castello è detto di "Torremuzza", perché la torre originaria, di probabile epoca bizantina o araba, venne spaccata in due da un fulmine, e quel che oggi resta, è una metà di essa.

Durante il periodo normanno- svevo-aragonese, attorno alla torre fu costruita una prima cinta muraria, dotata di merlatura e caditoie.

In questo periodo la torre faceva parte di quella catena di torri e fortificazioni interne della Sicilia che servivano per la trasmissione delle notizie mediante segnalazioni ottiche o con fuochi, nonchè per la vigilanza della regia trazzera Giardini-Termini che passava nelle vicinanze.

In questo tratto, verosimilmente, avevano la stessa funzione il castello di Bolo, e quello di Maletto detto "la torre del Fano".

In seguito, sotto gli spagnoli, mancando il casale, il castello probabilmente, trasformato in una masseria fortificata, con la costruzione della seconda cinta muraria.

Successivamente fu trasformato in un tetro carcere del comune di Bronte, divenendo luogo di orribile detenzione anche per prigionieri politici.

Si raccontavano, dice il Radice, "strane" leggende, forse di torture, morti e fantasmi.

Oggi i resti del Castello, completamente abbandonati a se stessi, sono preda delle intemperie, recinto per le mandrie bovine ed ovine, nonchè luogo di appostamento per i cacciatori.

Dal castello di Torremuzza, guardando verso Bronte e l'Etna, si scorgono i ruderi del castello di Bolo, più importante, non tanto per i resti, quanto per la funzione e posizione, posto alla sommità dell'omonima collina e contrada, a vedetta dell'ampia vallata situata tra Bronte, Maniace e la Placa.

Questo castello ebbe una funzione primaria e centrale per l'economia dell'intera zona.

Sorvegliando dall'alto la strada consolare sottostante, dominava anche il ponte normanno detto dagli arabi della "Cantera", fatto costruire nell'anno 1121 dal re Ruggero II in memoria della madre, la contessa Adelasia, punto strategico di attraversamento del Simeto, nei pressi del quale ancora esiste un mulino ad acqua del periodo medioevale.

E' evidente la grande importanza culturale del castello di Torremuzza, collocato all'interno della zona, ben visibile dalla statale 120 che sale a Cesarò e quindi a Troina e il ruolo che potrebbe avere quale naturale continuazione dell'itinerario turistico già esistente verso il castello Nelson a Maniace.

Oltre alla giusta conoscenza e tutela di un tale monumento, testimonianza della nostra storia, è doveroso da parte di chi di competenza intervenire per consentirne la fruizione da parte della collettività.

Giorgio Michele Luca
Gennaio 2006

 

Resti e ruderi dell'antichissimo Castello di Torremuzza in contrada Cattaino nella val­le di Bolo.

La torre risale al periodo Bizantino (VI -VII secolo).
 Fu ampliata prima dai Normanni, succes­sivamente dagli Spagnoli ed infine adibita a prigione. Oggi delle due fortezze rimangono purtrop­po pochi ruderi; tuttavia è ancora possibile ricostruirne l'originaria struttura.

Quello di Bolo, costruito con pietre locali mala­mente squadrate, era di forma stretta ed allungata ed occupava tutto lo spazio posto sulla sommità del colle; del gruppo di case (il Casale di Bolo) che sorgeva at­torno al Castello, i cui abitanti su ordine di Carlo V si trasferirono nel 1535 Casale Bron­te, non resta nessuna traccia.

Torremuzza, innalzato alle pendici di Serra di Vito o di Caginia (1242 mt.), sorgeva su uno sperone di roccia accessibile solo da un lato; alti strapiombi, difficilmente prati­cabili, rendevano sicuri gli altri lati.
La for­tezza, seguendo l'andamento della roccia, si articolava su due piani.

VIA DI COMUNICAZIONE

I castelli di Bolo e di Torremuzza domina­va­no e proteggevano anche l'antica via di comunicazioni epistolari che da Palermo attraverso Nicosia e Troina conduceva a Messina.
Già fin dalla dominazione araba Manyag (l'odierna Maniace) era stata inserita nella "via montana" che com­pren­deva sette "marhalah" (distanza fra una sta­zione di po­sta e la successiva) per complessive 180 miglia.

«La "4a maralah" - scrive il palermitano Vin­cenzo Fardella De Quernfort - (da Nico­sia a Maniaci), secondo la descrizione la­sciataci dal geografo arabo Edrisi, attraver­sava Niqusin (Nicosia), Garami (Cerami), Qual'at-at-Targinis (Troina) per giungere a Manyag.
Da qui partiva la "5a marhalah", che con­giun­geva Randag (Randazzo), al 'Mudd (Mojo) e Qastallun (Castiglione)».

Anche in epoca medievale il cammino prin­cipale da Palermo a Messina - la "via mon­ta­na" - comprendeva ancora la valle di Bo­lo ai piedi di Bronte.

«Secondo testimonianze notarili, partendo da Palermo, si passava da Petralia e da Gangi e, dopo altre 24 miglia, sempre a dor­so di mulo, passando da Troina si rag­giungeva Bronte.
Da qui, in 12 miglia, di cam­mino partico­larmente difficoltoso per le pietra laviche che affioravano dal terreno, si transitava da Francavilla e, dopo aver at­traversato Taor­mi­na, Sant'Alessio e La Sca­letta, si pote­va arrivare agevolmente a Messina».

("Breve storia postale di Bronte" in Nebrodi 2004, a cura del Circolo Filatelico Numisma­tico Sampietrino)


Il patrimonio archeologico

Dal Castello Nelson a Torremuzza

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