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IL SIMETOFORRE LAVICHE,  I BOSCHI,  ROCCA CALANNAARCHITETTURA RURALE,  L'ETNALA SCIARAAI PIEDI DELL'ETNA


Un itinerario naturalistico altamente suggestivo

Sulle sponde dell'alto Simeto

di Salvatore Arcidiacono

Per “Alto Simeto” intendiamo il tratto del fiume che va da Ponte Bolo (Bronte) al Ponte dei Saraceni (Adra­no). Di questo fiume, in un precedente scritto, abbiamo trattato delle sue sorgenti, consistenti nell’incontro di tre robusti torrenti: Saracena, Martello e Cutò.

Tale confluenza avviene in località Bolo Fiorentino (1), in cui le acque vengono superate da un moderno e largo ponte (Ponte Bolo) sul quale passa la Ss 120, che congiunge Randazzo con Cesarò.

A valle di detto ponte, il Simeto assume la sua individualità; noi lo osserveremo percorrendo dapprima la strada provinciale 211 (Sp 211) che lo fiancheggia a distanza piuttosto ravvicinata; poi ritorneremo sui nostri passi movendoci lungo la strada occidentale sicula (Ss 284), che scorre alquanto discosta dal fiume, sulle colline che delimitano la sua valle.

Lungo questa strada intercetteremo due centri, Bronte ed Adrano, che, pur non attraversati dal fiume, gli sono connessi. Di contro seguendo la provinciale 211 cercheremo in vario modo di raggiungere le sponde del fiume, sfruttando tutte le diramazioni che da essa si dipartono.

Non sarà un’operazione facile, in quanto che lungo gli argini del Simeto si snodano proprietà private e pertanto i nostri tentativi saranno scoraggiati da muraglie, recinzioni e cancelli che i possidenti hanno posto in atto.

Tuttavia una diramazione libera da impedimenti si trova proprio a qualche centinaia di metri dal suddetto ponte Bolo: si tratta di una stretta e ripida carrareccia che ci porta a lambire la corrente sulla riva sinistra del Simeto.

Da lì possiamo constatare come l’alveo del fiume, in questa parte del suo corso, presenta un letto piuttosto ampio (circa 400 m) e possiede sponde alquanto basse. Inoltre possiamo rilevare come le acque scorrano su terreni sedimentari, che sappiamo essere argille eoceniche (50 milioni di anni fa) e flysch miocenici (20 milioni di anni fa).

Il nome “Bolo”, citato sopra, discende dalla denominazione della contrada, nella quale c’è anche un rilievo, alto 923 m, sulla cui cima giacciono i resti di un maniero, chiamato Castel di Bolo (2).

Questi ruderi consistono essenzialmente in due grandi muri disposti in modo parallelo, così da suggerire l’esistenza di un grande ambiente protetto. Al centro di questo ipotetico locale si trova una capace cisterna.

Bolo Fiorentino, il Simeto in due periodi dell'anno.

Volendo visitare il relitto in questione si ci deve portare fino al Ponte della Càntera (3), (di cui si dirà fra breve); dopo di che si imbocchi la Sp 165, per Cesarò, al km 4 si troverà un sentiero che si inerpica sul monte fino alla sua cima.

Ritornando a considerare il fiume che ha superato il Ponte Bolo, e che come si disse scorre su terreni sedimentari, vediamo come tale condizione geologica permane per soli tre chilometri; infatti a questo punto le sue acque incontrano un espandimento lavico proveniente dei Centri Eruttivi Antichi (200 mila anni fa), e in esso si sono insinuate attraverso una fenditura della roccia e, anno dopo anno, hanno scavato una cavernosa gola, avente pareti profonde 15-30 metri e distanti fra loro 5-20 metri.

Forre laviche del Simeto in Contrada CànteraSono queste le Forre della Càntera; un vero orrido, che si stende in lunghezza per circa 600 metri.

Nel loro interno le acque saltano fra cascatelle e rapide, spumeggiando con un rumore assordante. In vari punti si sono formate delle marmitte, in seguito al vorticare della corrente.

Una piccola porzione di siffatte forre (chiamate localmente “u bazu ‘a càntira”), si può intravedere dalle spallette del ponte sulla Sp 17 111, diretta a Cesarò.

Ma per avere una migliore visione occorrerebbe introdursi in un terreno accidentato che si diparte da questa strada, verso sud, e costeggia le forre per qualche centinaio di metri.

Da questo luogo però è rischioso affacciarsi sul baratro in quanto manca qualsiasi ringhiera di protezione.

In effetti, c’è un precario balconcino in ferro arrugginito, ma vi è stato impiantato non per le persone curiose, ma per calarvi una idrovora adatta a prelevare abusivamente l’acqua.

Questo insieme di strapiombi selvaggi, riteniamo che non abbia l’eguale lungo tutto il corso del Simeto e forse ne rappresenta il punto più spettacolare.

Purtroppo il luogo è scarsamente considerato dalla amministrazione preposta; mancano i cartelli che, indichino sia la sua vicinanza che la sua presenza, manca un possibile sentiero che consentirebbe di visitarlo, mancano le acconce protezioni che permetterebbero ai visitatori di affacciarsi tranquillamente sullo strapiombo; insomma, è un posto lasciato nel più completo abbandono.Ponte Serravalle, china di Mario Schiliro'

Poche centinaia di metri più avanti del ponte della Càntera, il Simeto incontra il suo più alto affluente (4): il Serravalle (o Troina) che ha una buona portata, avendo per emissario il lago Ancipa sui Nebrodi.

Anche questo fiume è scavalcato da un viadotto; il cosiddetto Ponte Normanno, che fu costruito dal Conte Ruggero nel 1121 in memoria della madre Adelasia.

È un opera arditissima, composta da piloni idrodinamici che reggono le arcate a schiena d’asino, caratterizzate dall’uso alterno di pietre vulcaniche locali con conci di tufo bianco, le quali creano un effetto bicromatico veramente piacevole alla vista. Accanto ad uno degli sbocchi del ponte sorge la Chiesetta della Placa di Serravalle (4), costruita verso l’inizio dell’Ottocento dal barone Francesco Serravalle, al margine di un suo esteso podere.

Sulla riva destra del fiume Serravalle, in contrada Pomazzita, si trovano i ruderi di un altro antico maniero: il Castello di Cattaìno, detto meglio Torremuzza (5).
Si trattava di una fortezza posta in posizione strategica sulla regia trazzera che metteva in comunicazione le zone alte dell’Etna con Enna e Palermo.

La sua costruzione risale al IX secolo e fu attiva fino all’inizio dell’Ottocento. Oggi è ridotta ad un rudere, in cui si intravedono residui della torre e di una grande masseria che l’affiancava. È raggiungibile dalla Ss 120, nel tratto fra Randazzo e Cesarò, dove, al chilometro 166,5, si incontra una carrareccia diretta verso il fiume, che deve essere attraversato su una passerella in legno oppure a guado.

Presi in considerazione i resti dei due manieri (Castel di Bolo e Torremuzza) che si trovano a dritta e manca del Serravalle, ritorniamo sul ponte della Càntera (3) ed imbocchiamo la provinciale 211 di cui si disse, dirigendoci verso il territorio di Adrano.

Dopo appena 250 metri, sulla sinistra, ci imbattiamo in un’area ricca di trivelle, tralicci, tubazioni e congegni vari (6). Si tratta di una centrale di estrazione del gas metano della Società Mediterranea Idrocarburi (Enimed) che ha trovato in Bronte un sito coltivabile. Poco più avanti, ancora sulla sinistra, incontreremo il Museo dell’antica civiltà contadina (7) (attualmente in fase di restauro).
Si tratta un complesso monumentale che nei secoli scorsi era abitato da alcuni monaci che l’avevano adibito come cartiera e come conceria; di tali attività artigianali restano ancora alcune vestigia.

Nella sezione museale sono esposti manufatti relativi alla pastorizia e alla agricoltura; nonché masserizie, attrezzi di lavoro, abiti ed arredi varii, propri dei tempi passati.

Poco distante, del sopra accennato Museo, si apre, sulla destra, l’imbocco di una strada che porta al Ponte Passo Paglia (8); il suo accesso presenta il segnale stradale di via senza uscita (T); ma è erroneo, in quanto conduce a destra alla contrada dell’Aquila e a sinistra alla Masseria Longhitano.

Dalle spallette di questo ponte potremo intravedere un’interessante manife­stazione naturalistica: le Bancate Laviche del Simeto.

Con questo termine si intendono pareti di lava, alte da 10 a 50 m, che si sono rese esposte e verticalizzate ad opera delle acque del fiume.

Si tratta di colate emesse dai Centri Eruttivi Antichi (ca. 200 mila anni fa) che si sono riversate dentro vecchie valli sedimentarie nelle quali già fluiva l’arcaico Simeto. Quest’ultimo, scorrendo nella linea di contatto fra le rocce vulcaniche resistenti e il terreno sedimentario erodibile, ha eliminato quest’ultimo e scal­zato al piede la massa lavica, rimuovendone la crosta scoriacea e mettendone a nudo il nucleo compatto.

Quest’ultimo, essendosi raffreddato molto lentamente, ha dato origine a colonnari che possono essere prismi esagonali, pilastri quadrangolari o semplicemente spicchi informi.
Si hanno bancate sia lungo l’asse principale del Simeto, nelle vicinanze di Bronte (dove ora immaginiamo di trovarci) sia nei pressi di Adrano oppure lungo il Salso, che è un importante suo affluente.

Il paesaggio e la storia. Natura incontaminata, ambienti lacustri, agricol­tu­ra, ponti costruiti dagli arabi e dai normanni, edifici rurali e antiche chiese: il Simeto attraversa un territorio molto vario e ricco di particolari emergenze na­tu­ralistiche ed architettoniche. A Maniace sfiora l'antica Abbazia benedettina, a sud-ovest di Bronte, in contrada Fontanelle, su un poggio ai piedi del Monte Barca, si può notare una torre di guardia raro esempio di difesa dalle scorrerie dei briganti, più giù i resti di due cartiere costruite dagli arabi.

Bronte, colonnato basaltico in Contrada BarriliLe bancate presenti nel Brontese iniziano dalle Gole della Càntira (3), precedentemente citate, e si snodano lungo la sponda sinistra del fiume. Sul principio si trovano sotto il piano stradale che stiamo percorrendo, sicché non possiamo apprezzarle nella loro interezza, ma ne abbiamo potuto scorgere, a distanza, un campione dal Ponte Passo Paglia (8), precedentemente citato.

Tuttavia se riprendiamo a percorrere la Sp 211 nella direzione intrapresa, accade che, in Contrada Barrili (9), le bancate si sono allontanate dal letto del fiume e noi potremo osservarle con tutta tranquillità sulla sinistra della strada.

Nella Contrada Barrili (9), appena citata, ed anche un po’ prima nell’incrocio con il Ponte Passo Paglia (8), se volgiamo lo sguardo a destra e a manca scorgeremo terreni fortemente aspri ed impervi (sciara), sui quali sembra impossibile che possa crescere qualsiasi pianta; viceversa vi notiamo numerosi alberelli che sembrano prosperare a meraviglia. Si tratta delle piante di Pistacchio (Pistacia vera), detto localmente Frastùca; una pianta da frutto che rende Bronte famoso nel mondo.

L’albero del Pistacchio trova su questi terreni inospitali condizioni alti metriche (400-700 m s.l.m.), meteorologiche e pedologiche perfettamente confacenti al suo sviluppo. La specie è dioica, presentando soggetti maschili e femminili che i coltivatori distribuiscono nel rapporto di 1 a 10.
Viene innestato su soggetti di una specie affine (Pistacia terebinthus), che cresce spontanea fra gli anfratti della lava; la marza che si sviluppa da questi innesti possiede un’impalcatura bassa, che si ramifica a breve distanza dal terreno. I frutti, riuniti in vistosi grappoli, sono drupe con mallo rossastro carnoso, il suo endocarpo legnoso (buccia) ricopre il seme che è la parte commestibile. Essi maturano in anni alterni, creando un florido commercio assai redditizio. Trovano infatti larghissimo uso in pasticceria.

Il ponte di Pietra Rossa sul SimetoPercorsi altri due chilometri e mezzo sulla Sp 211, affiancati da ambo le parti, dai contorti, ma preziosi pistacchieti, giungeremo alle Pietre Rosse. Si tratta di due enormi macigni, collocati sulla sponda destra del fiume che non hanno alcuna relazione con le rocce circostanti.

Accanto ad esse si apre l’imbocco del Ponte Pietre Rosse (10), un viadotto di fresca fattura, largo più di 10m, asfaltato a dovere e munito di efficienti spallette.

Il Simeto a Pietre RossePercorrendolo fino alla sua fine si osserverà, con sorpresa, che si apre su una stretta ed accidentata carrareccia che si inerpica per più di 2 chilometri sui desolati terreni agricoli della Contrada Cugno; stradella per altro accessibile, solo ai proprietari di quegli appezzamenti di terra, come indica una perentoria tabella.

Trovandoci al cospetto di questa stramberia architettonica dobbiamo concludere che si tratta un’opera sovradimensionata costruita con incosciente sperpero del denaro pubblico.

Concluse le nostre amare considerazioni sulla encomiabile efficienza dei nostri amministratori, andremo avanti fino alla contrada Saragoddìo. Qui, nelle lave dei Centri Erutivi Antichi, esiste una grande grotta che si apre sul fianco sinistro del fiume.
La sua apertura non si scorge dalla strada che stiamo percorrendo, occorre imboccare una strettissima stradella che conduce al fiume, la quale dista dalle Pietre Rosse (10) 1900 metri esatti. Incamminateci in questo angusto passaggio sbucheremo sul greto del fiume; sul quale procederemo per qualche centinaio di metri verso sinistra. Da lì si osserverà la grotta, accanto ad una articolata masseria. Essa possiede un’ampissima apertura (circa 10 metri), nel cui interno (profondo solo una cinquantina di metri) si intravede una stalla, un capace magazzino e un altare per dire messa.

Siamo quasi giunti al termine del percorso intrapreso sulla strada che fiancheggia il fiume; la quale all’altezza delle Pietre Rosse muta qualifica; divenendo una strada statale (Ss 121). Ci dirigeremo ora verso il Ponte dei Saraceni (11) nel comune di Adrano, imboccando una deviazione laterale (Sp 94) che reca la chiara indicazione turistica del monumento (questa deviazione dista 4.080 m dalla stradella che porta alla Grotta di Saragoddio).
La si imbocchi e si vada avanti per 1,4 km, giungeremo così al cospetto del già detto Ponte.

Si tratta di un monumento in pietra policroma portante archi a sesto acuto e a tutto sesto, costruito originariamente dai romani nel I e Il secolo d.C. e successivamente rimaneggiato dagli arabi e dai normanni. In ogni caso faceva parte di una antichissima ed importante strada che collegava la Sicilia nord-orientale con la piana di Catania. Esso scavalca una porzione del Simeto in cui affiorano rocce basaltiche chiare, prodotte dal Mongibello Recente, mentre sulle sponde sono presenti vulcaniti scuri dei Centri Eruttivi Antichi.

 In corrispondenza delle rocce chiare il fiume si inabissa fra profonde pareti, estese per un centinaio di metri; fra le quali la corrente sottostante salta e si contorce fra rapide e marmitte.
Ponte dei Saraceni (IX sec.)Siamo nelle cosiddette Forre laviche di Adrano, che, dall’anno 2000, sono state incluse in un Sito di Interesse Comunitario.

Concluso con il Ponte Saraceno il percorso che da vicino affianca il corso del Simeto, portiamoci sulla strada sub parallela (Ss 284) che scorre sulle colline che fiancheggiano a distanza il corso d’acqua.
Iniziamo con recarci nella cittadina di Adrano, che dista circa 6 km dalla Forre. Posta su un altopiano di circa 600 m s.l.m., ha una origine antichissima che si connette con l’attuale suo nome, derivato dalla divinità sicula Adranos, il cui culto era vivo sulle falde meridionali dell’Etna. In epoca successiva (secolo XI) divenne vivace centro normanno (col nome di Adernò) e fece parte di un sistema difensivo destinato al controllo della valle del Simeto. In quella occasione vi fu edificato un imponente castello a base quadrata che aveva funzione di fortezza.
Attualmente il castello ospita l’Archivio storico, la Pinacoteca, il Museo dell’artigianato e, soprattutto, il Museo archeologico. Preso in considerazione l’abitato di Adrano passiamo a percorrere il sopraccennato itinerario sopraelevato che affianca il Simeto più a monte. Useremo dunque la occidentale sicula (Ss 284) che, con un balzo di 16 km, ci porta nella cittadina di Bronte.
Questo comune ha una antichissima origine, derivando dalla confluenza di 24 casali medievali, appartenenti al monastero benedettino di Maniace, e che furono accorpati nel 1520, per volere di Carlo V. Oggi è un fiorente centro agricolo specializzato, come s’è detto, nella produzione del pistacchio.

In tempi relativamente recenti il paese è divenuto famoso per la esistenza di un convitto con annessa ricchissima biblioteca; il Real Collegio Capizzi, fondato nel Settecento. Questo glorioso centro culturale, per oltre un secolo, ha formato gran parte della classe dirigente siciliana.

Accennati assai brevemente alcune requisiti urbani della cittadina di Bronte, possiamo passare a considerare una emergenza naturalistica, piuttosto singolare, posta nelle sue vicinanze: il Monte Barca (12), che è così chiamato per la sua forma allungata e bicuspidata che ricorda un natante.

Bronte  Monte BarcaPer visitarlo usciamo dal paese e ci dirigiamo verso il locale cimitero.
Quasi di fronte ad esso sorge quello che, a prima vista, sembra uno dei tanti coni avventizi che costellano i fianchi del vulcano; in effetti ha qualcosa in più: essendo uno dei pochi crateri eccentrici che sono collegati al vulcanismo etneo.

I crateri eccentrici hanno il condotto eruttivo indipendente dal condotto del cratere centrale, ma che pesca nello stesso bacino magmatico; in altri termini sono dei vulcani quasi indipendenti.
Alcuni di questi crateri eccentrici si sono aperti sopra terreni sedimentari o sopra prodotti magmatici appartenenti a edifici pre etnei; ad esempio il Monte Moio (nella Valle dell’Alcantara), il Vulcanetto di Paternò e il neck di Motta Santa Anastasia; mentre altri si sono formati sui prodotti dell’attuale Mongibello, essi sono detti “parassiti”.

Oltre ai Monti Rossi di Nicolosi, un cratere avventizio parassita è proprio il Monte Barca, formatosi circa 200 mila anni fa, su precedenti colate preistoriche. Volendo raggiungere la sua vetta ci si porti sulla statale e ci si sposti 450 m più a sud del già citato cimitero; dove troveremo una stradella asfaltata, ma strettissima, che va percorsa a piedi, fino ad affrontare una lieve salita sui fianchi del rilievo. Qui la composizione del terreno non è uguale a quella dei comuni conetti vulcanici; ma costituita di un materiale color ocra, che non sembra piroclastico; forse per la discendenza eccentrica.

Salendo incontreremo una biforcazione, occorre prendere il ramo di sinistra che ci conduce sulla massima cima (758 m) della cavità craterica; mentre sulla parte opposta ne esiste una seconda minore (728 m). La vasta conca vulcanica è coltivata a viti ed ulivi; sui bordi qualche pianta di Pistacchio e, particolarmente, numerosi alberelli di Bagolaro dell’Etna (Celtis aetnensis).

Salvatore Arcidiacono

(Per gentile concessione dell'Autore)

Di S. Arcidiacono vedi pure Le fave del Venerdì Santo




LE FORRE LAVICHE DEL SIMETO DI CONTRADA BARRILI

L'esperto: «Colate laviche da fare conoscere»

Basalti colonnari d'interesse nazionale

L'area lungo il letto del fiume Simeto sarà inserita dalla Regione tra i geositi attraverso un decreto. Il via libera è arrivato dopo un incontro che si è tenuto a Palermo con tecnici ed esperti, tra cui il docente di Unict Carmelo Ferlito. Il Comune etneo diventerà ente gestore

Un ambiente geologicamente unico e suggestivo riconosciuto come geosito di interesse nazionale.

Si tratta dei basalti colonnari presenti lungo il fiume Simeto, nella zona all'estremo Sud del territorio del Comune di Bronte.

L'area, che si trova in contrada Barrili (vedi punto 9 nella cartina in alto) e si può raggiungere percorrendo la strada provinciale 211, ha ricevuto l'autorizzazione al riconoscimento nei giorni scorsi, dopo un faccia a faccia che si è tenuto a Palermo, nella sede dell'assessorato al Territorio e ambiente.

Specialisti e burocrati si sono seduti attorno a un tavolo per analizzare e valutare la consulenza tecnica presentata dal geologo e vulcanologo Carmelo Ferlito e dall'ingegnere Roberto De Pietro.

«La relazione è stata discussa con il comitato scientifico ed è stata accolta favorevolmente - spiega Ferlito -. Adesso bisognerà aspettare il decreto regionale per avere l'ufficialità definitiva».

Ma cosa cambia con questo riconoscimento? L'area diventerà una zona sottoposta a vincolo paesaggistico, con il divieto di interventi per alterarne l'aspetto.

«Non sarà possibile costruire vicino ma il punto principale, oltre alla tutela, è la promozione - ci tiene a precisare Ferlito - Il Comune di Bronte diventerà formalmente l'ente gestore».

L'amministrazione adesso sarà chiamata a promuovere le rocce dalla caratteristica e casuale forma prismatica. «I prismi colonnari del corpo lavico sono molto belli esteticamente», aggiunge il vulcanologo. «In particolare durante il pomeriggio, quando il sole tramonta», gli fa eco De Pietro. E adesso potrebbero diventare fruibili anche ai turisti e agli appassionati di geologia.

«Il riconoscimento significa anche voler sensibilizzare le istituzioni per riuscire a promuovere l'area».

Il sito si estende sulla sponda del fiume per una lunghezza di un chilometro e mezzo con le pareti che raggiungono un'altezza di 50 metri. Alla base si trovano inoltre diversi spezzoni di colonne prismatiche che si sono distaccate per l'erosione.

«Questa tipologia di basalti è davvero rara nel bacino del mar Mediterraneo - analizza De Pietro - basti pensare che in Sicilia ci sono meno di 20 siti di questo genere e altri esempi si trovano nell'isola di Pantelleria e in Sardegna».

Due anni fa, la questione della tutela si era posta, sempre nel Catanese, per le formazioni laviche della Timpa di Acireale. Minacciate da un intervento di messa in sicurezza che avrebbe stravolto il paesaggio e invece anch'esse diventate geosito.

Nello specifico, rispetto alla roccia che si affaccia sul mar Ionio, i basalti brontesi hanno una caratteristica: «Sono certamente i più spettacolari e particolari con una forma prismatica disposta sia in verticale che in orizzontale». [Dario De Luca]

[Testo e foto tratti dal sito web meridionews.it del 17 aprile 2016]

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