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Il primo nucleo agricolo-industriale di Bronte

La Grangia della Ricchisgia o Cartiera Araba

La Ricchisgia (dal greco Rhiacos o Rhiax = fiume di lava, luogo devastato dalla lava) è un luogo ubertoso e ricco di acque. In questo luogo venne costruita (probabilmente dagli Arabi nei primi anni del secolo XI) una piccola cartiera.
Sorse ai piedi di uno strapiombo lavico sulle rive del Simeto, vicino ad una sorgente detta del Malpertuso, in prossimità dell’odierno ponte Passo Paglia.

La Ricchisgia, successivamente, fu trasformata in una Grangia o Grancia (dal francese antico granche, granaio), cioè una comunità agraria o masseria con a lato un piccolo convento dove i frati benedettini (e poi i frati basiliani) anche contadini, pregavano e vivevano di agricoltura e di piccole industrie ad essa connesse. Il Radice propone la fondazione della Grangia durante il periodo normanno, ma suppone un suo importante ruolo, nel territorio, solo intorno alla metà del Cinquecento.

Tale Grangia dipendeva dall'Abbazia benedettina di Santa Maria di Maniace, al quale era suffraganea e da dove, ogni anno, jus padronato, gli Abati venivano a passare l'inverno.

L’ameno luogo non ospitò più gli abati di Maniace dopo il tremendo terremoto avvenuto domenica 11 Gennaio 1693 alle ore 21 (allora, quattro ore di notte). In quel triste giorno l’Abbazia di Maniace fu rasa completamente al suolo unitamente al Coro; rimasero solo i resti delle tre navate.
A causa di quel terribile terremoto molti paesi della Sicilia scomparvero ed a Catania su 25.000 abitanti ne morirono ben 17.000 tanto che rimase il detto: "guàrdati Catania a vintun’ura" (e qualcuno ricorda ancora il ritornello "A l'undici 'i jnnaru - a vintun'ura - cu sutta i petri - cu sutta i mura").

Andata distrutta l’abbazia madre i Basiliani cercarono rifugio nella vicina Bronte, parte nel fondaco Stancanelli, proprietà dell’abate Guglielmo, e parte in una casa appigionata adiacente la chiesa di San Blandano, dopo aver sostenuto una non facile lotta contro il Clero locale che non li voleva nel centro abitato, ma relegarli nella lavica deserta contrada detta dello Sciarone, allora oltre due chilometri distante dal Centro urbano.
E' da supporre, quindi, che non dovessero trascurare la Grangia della Ricchisgia ma che anzi la ingrandirono e crearono, o potenziarono, le sue strutture produttive anche perchè la sorgente di Malpertuso, che attraverso un acquedotto alimentava le macchine idrauliche, sembra essersi prodotta dopo il 1651 a seguito di una violenta eruzione, protrattasi fino al 1654, che cancellò un ramo del Simeto.

L’amena chiesetta della Grangia della Ricchisgia dedicata a S. Benedetto, fu officiata, nel tempo dai Benedettini, (1174-1585), dai Basiliani (1585-1586), dagli eremiti di Sant’Agostino e dai conventuali di S. Francesco (1586-1593).

Infine ritornarono i Basiliani (1593-1870) non più, negli ultimi secoli, da padroni, ma solo per celebrare i sacri riti la Domenica e le altre feste comandate o di precetto.

Nella Grangia della Ricchisgia esisteva un mulino ad acqua, la fabbrica della carta paglia ed una struttura (il "paratore") per fare il drappo di lana (ruvido tessuto dal filato irregolare simile all’orbace, di storica memoria fascista) la cui rifinitura facciale veniva fatta a mano dai telai esistenti allora a Bronte.

I drappi erano venduti anche a Palermo e nei paesi circostanti, trasportati nell'autunno di ogni anno coi carretti o a dorso di carovane di muli, attraversando la Reggia trazzera che passava dal Feudo Cattaino e attraversando i boschi giungeva alla spiaggia della Capitale siciliana.

«Il viaggio - scrive Antonino Cimbali in Ricordi e Lettere ai figli - non durò meno di dieci giorni, sia perchè i carri erano stracarichi sia perchè le continue pioggie ci impedivano di proseguire regolarmente». Il Cimbali, futuro sindaco di Bronte, per recarsi a Palermo aveva trovato posto su uno dei numerosi carri carichi di drappo che nell'autunno del 1843 partivano da Bronte alla volta della capitale siciliana.

A Bronte, la lavorazione di questa grossa stoffa di lana da contadini, il drappo, aveva tradizioni molto antiche legate all’esercizio della pastorizia. Si produceva fin dalla riunione dei Casali voluta da Carlo V nel 1535 come vuole una leggenda che narra del baratto della statua della nostra Patrona, l’Annunziata, con varie pezze di drappo di lana; la continuità di questa tradizione laniera è poi confermata dai riveli del 1714.

Tale attività non riuscì tuttavia a evolversi in una vera produzione industriale. E’ indicativo il fatto che nella Grangia della Ricchisgia tale arte manifatturiera non fosse praticata in modo esclusivo, ma insieme ad altre attività, come la fabbricazione della carta o la produzione della seta e del lino.

Limitrofo al convento dei monaci della Ricchisgia, nella tenuta di Marotta, tutta coltivata a melograni, i Baroni di Pisciagrò (feudo in quel di Randazzo) fecero costruire pure un palmento (le cui rovine ancora esistono) che, con la preziosa collaborazione dei vicini frati contadini, estraeva dai frutti un vino liquoroso che era pure esportato.


Un po di storia

La Grangia della Ricchisgia dipendeva dall’Abbazia benedettina di Santa Maria di Maniace, e ne seguì nei secoli tutte le ingiuste e travagliate sorti: nel 1494, Papa Innocenzo VIII la diede in dotazione a titolo gratuito all’erigendo "Ospedale Grande e Nuovo dei Poveri" di Palermo.

Tre secoli dopo, nel 1799, l’Abbazia subì un secondo illecito trasferimento (questa volta sotto forma di donativo regale) ad opera del sovrano borbonico del momento, re Ferdinando I delle Due Sicilie, a favore di Horatio Nelson quale premio per aver soffocato nel sangue la nascente "Repubblica Partenopea".

Il convento fu eretto, su una struttura esistente di probabile origine araba, a spese dell’Ospedale Grande e Nuovo di Palermo, che era proprietario in Bronte, oltre dell'abbazia di Maniace, di ben 13.963 ettari di terreni, dei beni dell’abbazia di S. Filippo di Fragalà, come pure dei feudi di Grappidà, Gollia, Masseria di S. Giovanni ed altri, tutti nel territorio di Bronte.

Nel tempo la tenuta Ricchisgia l’ebbe in gabella il barone di Pisciagrò, don Vincenzo Meli Papotto, il quale vantando anche lui secolari diritti di proprietà, si rifiutò di pagare il canone (gabella) sia all’Ospedale di Palermo come pure alla Ducea Nelson che  - come scrive il V° Duca nel suo "The Duchy of Bronte" - vi aveva piantato circa 23.000 piante di arance.

Ne nacque così una lunga lite che finì con la vittoria dei Nelson, i quali espropriarono agli eredi pure i beni del "mafioso" Barone: l’agrumeto nel feudo Marotta, il palazzo baronale in via Scafiti, il palazzo di via Manzoni (un tempo sede della Caserma dei Carabinieri) costruito nel 1642, altre case urbane, un esteso vigneto in contrada Serra-Stivala, molti feudi di cui uno alle falde dell’Etna.

La causa, come risulta dalle centinaia di atti giudiziari raccolti in decine di faldoni dell'archivio Nelson, si trascinò per quasi un secolo ma i Nelson alla fine, principalmente per la firma del Re borbone nella donazione del 1799 ad Horatio Nelson, l'ebbero vinta.

Il povero barone di Pisciagrò, ed anche i suoi discendenti compresi i pronipoti, ora assolti ora condannati nei vari gradi di giudizio, alla fine furono ridotti in miseria.

Il Barone Don Vincenzo era ben conosciuto a Bronte dove, fra l'altro, faceva anche parte della Deputazione che reggeva le sorti del Real Collegio Capizzi.

Dall'aspetto signorile, portava baffi e pizzetto ed amava vestire con giacca di pelle, stivali fino   alla coscia, cilindro e guanti. Così è stato ritrovato quando, nel Convento dei pp. Cap­puc­cini, è stata rimossa nel 1960 la sua tomba.

Giova, infine, ricordare, con le parole del compianto studioso e amante della storia brontese Francesco Longhitano Checco (morto nel 1984, negli anni '50 sovrintendente onorario delle biblioteche brontesi), che l'antica cartiera sul fiume Simeto di contrada Ricchisgia oggi è di proprietà del sig. Giuseppe Carastro, "il quale con tanta passione cerca di strappare, dall’oblio del tempo, tutto ciò che in quel pio e laborioso luogo, posto sulle rive dello scrosciante Simeto, fra il fruscio degli annosi salici, è ancora testimone della storia del passato".


L’ultima fabbrica della carta

La fabbrica della carta di Contrada Ricchisgia o Malpertuso fu ripresa, nella vecchia cartiera araba, attorno al secondo decennio del 1800.

Il processo di lavorazione iniziava attraverso il riciclaggio di stracci (o cenci di cotono, lino, canapa) che venivano gettati entro capienti recipienti, perlopiù scavati nella roccia lavica, o appositamente costruiti e incorniciati con cemento, malta e altri leganti atti ad impermeabilizzare le pareti come pure le basi.
Le vasche, o tini, erano riempiti d’acqua che aveva la funzione di far macerare il tutto grazie al moto assicurato dai folloni (specie di grossi martelli lignei) che battevano in continuazione con movimenti cadenzati e rendevano il tutto una pasta omogenea, completamente sbriciolata, pronta per la successiva lavorazione.

A questo punto veniva aggiunto del collante che dava all’impasto un certo grado di consistenza ed impermeabilità. L’impasto così ottenuto, nella giusta consistenza, era posto dentro crivelli finemente bucherellati ed aventi lo scopo di fare colare i liquidi, e formare uno strato (un foglio) di spessore e dimensioni variabili.
Per ottenere lo spessore voluto i fogli venivano pressati e successivamente messi ad essiccare, allo stesso modo del bucato steso al sole. Per l’imbiancatura degli stracci potevano usare calce o "liscivia" di cenere.

Spesso per una carta più corposa e ruvida si aggiungeva la paglia che le dava un colore giallino (la cosiddetta cartapaglia, utilizzata ancora fino agli anni cinquanta dai negozianti brontesi ("i buticari") per avvolgere carne, pasta, conserve varie, ecc.).

Naturalmente il processo sopra descritto, assieme alle altre fasi di lavorazione, erano veri e propri "segreti industriali" celati ai più, tramandati da padre in figlio e da non divulgare, assolutamente ad altri.


Com'è oggi

Negli ultimi decenni, metà del primo piano ed il loggiato (dove veniva messa ad asciugare la carta) è andato in rovina e sono rimaste una decina di cellette, alcune trasformate in servizi igienici. Nello spiazzale antistante è stata costruita una tettoia (collegata al tetto dell'antica chiesetta) e, accanto, una rimessa. Le finestre delle celle sono state trasformate in porte.

L'antica grangia basiliana ha poi subito continui furti, devastazioni e veri atti vandalici e si era ridotta in stato di quasi completo abbandono.

Si deve alla dedizione ed al lavoro dell'ing. Mario, figlio di Giuseppe Carastro, che ha continuato «con tanta passione» il lavoro del padre cercando anche lui di «strappare, dall’oblio del tempo, tutto ciò che in quel pio e laborioso luogo, è ancora testimone della storia del passato».
Il luogo, che i frati trasformarono nella prima zona agricola-industriale di Bronte, conserva infatti ancora un grande fascino.

Facilmente il ricordo va agli umili, laboriosi, fraticelli, salmodianti in quella chiesetta, immersa nel verde, ed in quelle or vuote cellette, che vivevano accanto allo scrosciare del Simeto delle loro multiformi attività.


Così era alcuni decenni fa

(Il brano è tratto da Artigianato e industria a Catania dal Settecento al Novecento, di Giuseppe Arcidiacono, pagg. 75-89, Manifatture ed industrie miste; edito dall’Amministrazione provinciale di Catania)

«La Cartiera Nelson era un’antica grangia dipendente dal vicino Monastero di S. Maria di Maniace, nella quale i monaci benedettini esercitavano accanto all’agricoltura anche piccole attività artigianali.

Il complesso risulta composto da una chiesa e da un convento, un tempo separati. Il convento è un edificio a sviluppo longitudinale: costituito da una serie di stanze giustapposte, talvolta in comunicazione tra di loro, secondo una tradizione costruttiva frequente nel territorio di Bronte.
Al piano terra trovavano posto la grande cucina, separata dal refettorio per mezzo di una scala che conduceva alle celle del piano superiore, ed una serie di stanze di lavoro attraversate da due grandi vasche sotterranee comunicanti.

Ricostruire l’organizzazione produttiva di questa struttura pre-industriale è molto difficile, a causa della trasformazione in mulino avvenuta nel 1902, che ha notevolmente alterato lo stato delle stanze e la disposizione delle vasche; questi cambiamenti costituiscono quelli più radicali, ma non gli unici, subiti dalla struttura architettonica e produttiva, in una lunga storia che va dalla fine del XVII secolo al nostro e che ha visto coesistere e talvolta privilegiare occupazioni diverse: dalla fabbricazione della carta bombicina(1), alla lavorazione del drappo di lana, alla produzione di vino liquoroso, alla macinazione del grano.

Nel 1799 la grangia passò, con la Ducea di Bronte, in proprietà di Orazio Nelson, acquistando l’appellativo di Cartiera Nelson: segno che in essa venne privilegiata la produzione della carta; produzione ancora attiva nel 1858, quando, in occasione del restauro di una diga sul Simeto(2), si menziona la «Cartiera» del Barone Meli che teneva in gabella la Ricchisgia(3).

Proprio al Barone Meli, proprietario della tenuta limitrofa di Marotta, coltivata a melograni, si deve la costruzione dentro la Cartiera di un palmento, per produrre da quei frutti un vino liquoroso ottenuto con la speciale acqua di Malpertuso ricca di zolfo. Tutte queste trasformazioni rendono oggi difficile capire i metodi della produzione del panno di lana e della fabbricazione della carta.

All’esterno dell’edificio si trovano vasche di pietra lavica piuttosto grandi, delle quali non si conosce l’antica ubicazione; all’interno, altre vasche, poste nei tre locali di lavoro del piano terra, rimandano ad un intricato sovrapporsi di funzioni.

Nella prima stanza troviamo, a sinistra una serie di piccole vasche con sezione “a caduta” (il palmento, probabilmente), e a destra una grande vasca interrata che si spinge, tagliando la muratura, fino alla seconda stanza; in quest’altro ambiente, che è molto piccolo, troviamo sulla parete sinistra un gocciolatoio in pietra lavica e, in fondo, la ruota verticale del mulino, azionata dalle acque di Malpertuso condotte per caduta dall’acquedotto esterno; nella terza stanza, infine, scopriamo una seconda grande vasca interrata, con sistema di scarico al fiume, attualmente coperta da una botola e da un banco in muratura su quale è inserita una macina di pietra.

Al primo piano si accede attraverso una scala esterna e un ballatoio di recente costruzione; ma anticamente l’elemento di collegamento verticale usato era la piccola scala, ancora esistente, tra la cucina e il refettorio.

Lo spazio è composto da una serie di piccole celle distribuite da un corridoio centrale, e da un grande loggiato usato per asciugare la carta lontano dalla polvere e terra: sono molto evidenti numerose alterazioni dovuti a crolli e a successivi interventi di riuso.
Esternamente, poco lontano dal fabbricato principale, si nota una costruzione “a torre”, di pianta quadrangolare: è un mulino più piccolo e più antico; forse quello che è denominato Ricchisci nel censimento del 1850(4).»


NOTE
:
1) La carta bombicina era fabbricata a mano dalle fibre vegetali; non sappiamo se in seguito sia stato introdotto il sistema “olandese”, a pestelli meccanici, del quale non si rinviene alcuna traccia, al momento, nella Cartiera Nelson. Per la fabbricazione della carta bombicina si adoperavano, secondo la tecnica manuale ereditata dagli arabi, i ritagli di stoffe usate, di cotone lino e canapa; selezionati secondo il colore, bagnati ed ammucchiati per lasciarli fermentare, si riducevano, mediante pesanti pestelli di legno, in poltiglia o pasta, detta sfilacciato; versato questo in un tino, si aggiungeva acqua calda, mescolando sino al voluto grado di densità.
Per formare il foglio di carta si adoperava una rete metallica tesa su un telaietto; il quale recava sopra una in- quadratura mobile, detta cascio, che regolava lo spessore del foglio.
Un operaio, prenditore, affondava nella vasca la forma, per risollevarla orizzontalmente fuori dalla pasta con un movimento oscillatorio: la pasta si distribuiva uniformemente sopra la rete metallica e vi aderiva, mentre l’acqua scolava attraverso le maglie.

 

Alcune immagini dello stato attuale della Grangia Basi­lia­na della Ricchisgia: In alto una veduta del pro­spetto prin­cipale con (foto a sinistra) il sem­plice pro­spetto della pic­cola chiesa anticamente dedicata a San Benedetto.

Nell'altra immagine si nota ancora il susse­guirsi delle fi­nestre che illuminavano le umili cellette dei laboriosi frati­celli.

La chiesetta, allora, era distaccata dal corpo principale del convento, che, a piano terra ave­va la cucina e il refettorio, le cantine, i granai ed altri magazzini.

In un secondo tempo tra la chiesetta ed il con­vento, furono costruiti tre vani ed inoltre una scala esterna (di legno) collegava con un ampio ballatoio a corridoio (essiccatoio della carta) so­stenuto da tre grandi arcate.

Si può benissimo affermare che gli umili, laborio­si, fraticelli costituirono il primo nucleo agri­colo-industriale di Bronte: Macinavano il grano, fab­bricavano ruvide stoffe e la carta, coltiva­vano i campi, assistevano i villici del luogo fornendoli anche di una specie di acqua sulfurea (al pre­sen­te non più esistente) che gocciolava dai bal­zi lavici sovrastanti il convento.

Di queste produzioni “miste” pre-industriali ci ri­mane un'altra interessante testimonianza archi­tettoniche nella Masseria Lombardo a Cuntarati, sotto il monte Barca.


 

La Cartiera della Ricchisgia (dal greco Rhiacos o Rhiax = fiume di lava, luogo deva­stato dalla lava) sorse ai piedi di uno strapiombo lavico sulle rive del Simeto, vicino ad una sorgente detta del Malpertuso (ancor oggi esistente).
L'acqua per il mulino e per gli impianti per la lavorazione della carta e del drappo di lana veniva portata con un antico acquedotto ancora esistente.

 

L'antico acquedotto che portava nella cartiera l'acqua della vicina sorgente Malpertuso (un tempo ricca di zolfo) e (foto a destra) due vasche in pietra lavica per la lavorazione della carta "bombicina".

Una veduta dell'antica cartiera e, a destra, resti di attrezzature per la molitura dei cereali (primi anni del '900).

La Ricchisgia fu anche palmento per produrre dai melograni un vino liquoroso ottenuto con la speciale acqua di Malpertuso  ricca di zolfo

Cartiera della Ricchisgia (vista dalla Placa)

La freccia indica la zona della Grangia di Contrada Ricchi­sgia vista dalla "Placa", subito dopo il Pon­te Passopaglia. L'antica Grangia si adagia ancora sulla riva del Simeto ai piedi di un alto costone lavico. In primo piano il Ponte Passo Paglia.
Sotto, la Grangia vista dal costone lavico che la sovrasta.



L'altra Cartiera di Contrada Cuntarati
Il patrimonio archeologico
Itinerario sulle sponde dell'Alto Simeto

Un altro operaio, ponitore, prendeva la forma e, dopo aver tolto il cascio, la rovesciava su un feltro di lana al quale aderiva il foglio.

Ottenuta una pila di fogli, veniva premuta da una pressa di legno a vite; si completava poi l’asciugamento appendendo i fogli all’aria. La carta veniva infine immersa in colla calda, molto diluita; spremuta nuovamente con la pressa e riasciugata all’aria: si ottenevano così i fogli di carta collata, per scrivere. Cfr. G. Sormani -La carta in “Il Dizionario delle Arti”, Ultra, 1955.

2) Si tratta del rinvenimento da parte del Duca di Carcaci di un fascicolo di otto carte e una mappa a colori, dell’ingegnere Francesco Colaianni, in data 11 luglio 1858: è il progetto di restauro di una diga murata a cotto nel 1851, nel fiume Simeto «poco lungi dalla cartiera del Barone Meli».

3) «Nel tempo la tenuta Ricchisgia l’ebbe in gabella Don Vincenzo Meli Papotto, Barone di Pisciagrò, il quale, vantando dei presunti diritti di proprietà, si rifiutò di pagare il canone alla Ducea Nelson. Ne nacque una lunga lite, che finì con la vittoria dei Nelson, che al barone espropriarono anche l’agrumeto Marotta, il palazzo baronale in via Scafiti, altre case urbane ed un feudo alle falde dell’Etna». F. Longhitano, La Grangia della Ricchisgia o Cattera in Bonte, Bronte 1980; pag. 5.

4) Cfr. Stato Nominativo dei Mulini del distretto di Catania - Fondo dell’Intendenza Borbonica, Num. 2889, Cat. XIII. Archivio di Stato, Catania.

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