La ducea inglese ai piedi dell'Etna

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Cenni storici sulla Città di Bronte

La Ducea di Nelson, Bronte e i Thovez (1819-1871)

Amministratori inglesi in terra di Sicilia

di Domenico Ventura

LA DUCEA INGLESE AI PIEDI DELL'ETNA

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Intervento fatto nella "Giornata di studio", tenutasi a Bronte il 30 ottobre 2004 nel 150° anniversario della nascita di Benedetto Radice; tratto da volume “Vices Temporum - atti della...”, a cura di E. Galvagno (Edizioni Esiodo, Bronte 2005)

«La sera del 3 settembre 1799 in un solenne convegno tenuto nel real palazzo con l'inter­vento di ministri di stato, e di magnati del regno, il Grande ammiraglio [visconte Horatio Nelson](1) si ebbe un diploma(2), con cui gli venne conferito il titolo di Duca di Bronte [che in Inghilterra suona meglio che gli altri](3) con l'appannaggio dei redditi e diritti, che il nuovo e grande Ospedale di Palermo godeva su Maniace e Bronte»(4).

Ferdinando III di Borbone intese così ricompensare il vincitore di Abukir per aver salvato la sua vita e quella dei suoi familiari trasferendoli al sicuro in Sicilia, ed altresì per avergli ricon­quistato il trono reprimendo nel sangue (20 giugno 1799) la rivoluzione napoletana.

E fu tutta sua la scelta di Bronte, quando, dinanzi alle proposte del ministro Tommaso Firrao, a lui, appassionato di antichità in genere, quel lembo di terra etnea dal nome mitologico(5) parve senz'altro preferibile alla terra di Bisacquino della Chiesa di Monreale come pure alla terra di Partinico della Badia di S. Maria d'Altofonte(6).

Anzi, smanioso di sfoggiare la propria immensa e regale gratitudine al suo eroe, pensò bene di dover accrescere l'attuale rendita, calcolata in 5.500 onze, di qualche altro migliaio di onze con l'acquisizione di terre confinanti; di concedergli, altresì, facoltà di trasmetterne la proprietà anche a non congiunti e di esentarlo, infine, dal pagamento sia dei previsti diritti di investitura che dei consueti donativi.(7)

L'Ospedale Grande e Nuovo di Palermo, dal 1491 in possesso dei beni dell'Abbazia di Maniace (con conseguente totale ingerenza amministrativa ed economica sullo Stato di Bronte) e dell'Abbazia di S. Filippo di Fragalà(8), non vide nella decisione regia un'indebita sottrazione di terre con relativa perdita di una ricca rendita.

Quanto, piuttosto, la liberazione dal gravoso fardello di una gestione scandita, nel corso del tempo (1538-1784), da successivi atti di arrendamento con soggetti nobili e borghesi, spes­so in società tra di loro, che, sin dagli inizi, aveva comportato una serie infinita di liti e controversie giudiziarie con la comunità brontese(9), fino ad arrivare (6 aprile 1636) ad un tumulto sanguinoso e costoso per Bronte.

Sanguinoso perché comportò anche la condanna a morte dei due capi (il capitano d'armi Matteo Pace e un tal Luigi Terranova) e costoso perché causò alla comunità un indebita­mento per 9.000 ducati nei confronti dello stesso Ospedale, con la duplice conseguenza di un comprensibile peggioramento dei rapporti di soggezione e un inevitabile inasprimento fiscale.(10)

Per l'Ospedale, invece, ancora un vantaggio, sotto forma di un considerevole indennizzo: 5.600 onze l'anno, pari all'accertato reddito dello Stato di Bronte maggiorato di altre 100 onze derivanti dal reddito dell'esercizio del mero e misto imperio.(11)



 

Domenico Ventura, (Catania, 1949), do­cen­te di Storia econo­mica presso la Fa­col­tà di Econo­mia e Com­mercio dell’Uni­versità Cata­nia, ha effet­tuato ricerche e studi ori­ginali su fonti notarili ine­dite repe­rite in di­versi archi­vi na­zio­nali aventi per oggetto diverse realtà urbane si­ciliane e il ruolo, in ambito mediter­raneo, del­la Sicilia medievale e moderna rela­tiva­mente al set­tore com­mer­ciale e indu­stria­le e alla proble­matiche sociali e ambien­tali.

È autore dei volumi Edilizia urbanistica ed aspetti di vita economica e sociale a Cata­nia nel '400 (Cata­nia, 1984) Randazzo e il suo ter­ritorio tra medioevo e prima età mo­derna (Sal­vatore Scia­scia Editore, Cal­tanissetta-Roma 1991), L’im­presa me­tal­lurgica di Fiume­dinisi nella seconda metà del XVI secolo (1996), Palagonia, A.D. 1579. Da un anonimo registro notarile (1997), Feu­di e patrimoni in ascesa nel Sei­cento siciliano. Scordia e il principe Antonio Bran­ciforti (2004).

Fra le sue pubblicazioni anche numerosi con­tributi, apparsi in varie riviste nazionali, ine­renti la storia economica e sociale della Sicilia tardomedievale vista nel più vasto ambito medi­terraneo ed europeo, tra i quali, per bre­vità, si segnalano Sul commercio siciliano di transito nel quadro delle rela­zioni com­merciali di Venezia con le Fiandre (secc. XIV-XV) (Nuova Rivista Storica, 1986) e Grano russo nella Sicilia del '400 (Archivio Storico Italiano, 1990).

Per gli abitanti di Bronte, in tutto 9.193 anime (1798) in prevalenza contadini e pastori(12), l'elevazione della loro terra a ducato suonò invece come una campana a morto, in quanto essa significava, unitamente alla loro riduzione a sudditi feudali di uno straniero, con conse­guente perdita anche del diritto di mero e misto imperio riacquistato nel 1638 da Randazzo con grave dispendio di denaro(13), la fine delle secolari aspirazioni di reintegrazione al regio demanio.

Malinconica contropartita, il nome di Bronte varcò i confini isolani per diffondersi in Europa e oltre grazie allo stesso Nelson che da allora si compiacque di firmarsi “Nelson and Bronte”, non solo, ma grande estimatore del marsala dei Woodhouse, suggerì il nome di “Bronte Madeira” per la particolare marca da lui preferita.

«Il nome ebbe successo, e con l'andar del tempo tutto il vino bianco di Marsala fu noto in commercio con questa denominazione, ovvero con quella di "Sicily Madeira" o, più semplicemente, come "Sicily,,»(14).

Il successo, a sua volta, suggerì allo stesso John Woodhouse di chiamare Bronte una delle sue case di Liverpool, mentre molti giovani inglesi vollero spingersi fino in Sicilia per vedere non solo l'Etna ma, per l'appunto, anche Bronte(15).

Ed infine vi fu chi, come il reverendo Patrick Prunty, per ammirazione verso Nelson, volle cambiare il suo cognome in Brontë: era il padre delle future scrittrici e poetesse Charlotte (Jane Eyre), Anne ed Emily (Cime tempestose).

Il quarantenne primo Duca di Bronte non trovò il tempo, negli anni che gli rimasero da vivere fino alla gloriosa ma fatale vittoria di Trafalgar del 21 ottobre 1805(16), per venire a vedere i suoi possedimenti in terra di Sicilia.

Ad amministrare i quali, dalla nativa Inghilterra, vennero invece a succedersi diversi governatori, che, nel contempo, provvidero a ricostruire e ad adattare a sontuosa residenza ducale (“Castello di Maniace”) il complesso dei fabbricati del monastero annessi all'antica e preziosa chiesa di S. Maria di Maniace(17).

Il visconte John Andrew Graeffer, «architetto di giardini», raccomandato allo stesso Nelson da sir William Hamilton, ambasciatore inglese alla corte dei Borbone(18), fu il primo della serie, e certo non fu foriero di distensione e di speranze.

Non solo tentò (1802) di togliere a Bronte il diritto del mero e misto imperio, ma ema­nò bandi che rinnovavano i soliti divieti di legnatico, semina, pascolo, negò il diritto di passare per la regia trazzera e, ancora, di usare delle acque di Maniace(19).

Di qui, da parte del comune, la ripresa di un plurisecolare contenzioso fatto di recla­mi e di suppliche, non senza qualche torbido che costrinse lo stesso ammini­stratore a rivolgersi, tramite il console inglese, alle locali autorità(20).

Durante il suo governatorato, esattamente nel 1803, giunse a Bronte, inviato da Nelson per una visita ai suoi possedimenti e una probabile occhiata ai conti economici, Abraham Gibbs, noto banchiere(21).

Il 21 ottobre 1805, come s'è detto, Nelson morì a Trafalgar e gli successe, quale erede testamentario, il fratello reverendo William(22).

Nel contempo a Bronte arrivò il nuovo governatore nella persona del marchese palermitano Antonio Forcella, il quale si mosse sulla stessa scia del predecessore nel tutelare gli interessi del suo padrone(23).

Il 30 giugno 1811 venne chiamato, nella sua veste ufficiale di procuratore della famiglia Nelson, a presentare il “rivelo” dei beni della Ducea. Apprendiamo, così, che la consistenza territoriale raggiungeva le 7.996 salme, pari a 13.963 ettari e che le entrate ammontavano a poco più di 6.914 onze(24).

Immutato il numero dei feudi, immutati i diritti e le prerogative feudali, continua­mente ribadite da bandi proibitivi la cui trasgressione, rilevata da guardie (campieri) già all'opera sotto il precedente feudatario, comportava pene pecuniarie e anche detentive.

Proseguiva, ma con ritmi accelerati, il progressivo abbandono del pascolo e dei boschi - peraltro iniziato dall'Ospedale ma solo alla fine del secolo precedente - a favore del seminativo, che così diventava, con il 49,99% pari a 3.469 salme, la destinazione produttiva prevalente contro il 24%, pari a 1.964 salme, del pascolo e dei boschi.

Di qui il continuo aumento del numero dei terreni recintati (chiuse) concessi in gabelle(25) sessennali. Il che, unitamente alla sistematica opera di esclusione della manod­opera locale da contratti di subgabella a favore di coloni provenienti dalle zone vicine e di limitazione degli usi civici (pascolo, legnatico, caccia), attuata an­che su terreni in cui precedentemente gli stessi si erano pienamente esercitati, pro­vocava, da parte degli strati sociali, meno abbienti della comunità brontese, l'altret­tanta siste­matica opera di distruzione indiscriminata di alberi (castagni, cerri, roveri, querce) allo scopo di ricavarne qualche utile dalla vendita in loco od anche fuori del territorio(26).

In definitiva - è questa la logica conclusione del Lo Giudice - la nuova gestione diretta, così come lo era diventata, nell'ultimo decennio del '700, la precedente, si presentò con un «carattere decisamente statico»(27), nonostante, possiamo aggiun­gere con il Mack Smith, le disponibilità di risorse finanziarie e il possesso di maggiori competenze nello specifico settore agrario avrebbero potuto e dovuto far sperare in qualcosa di meglio(28).

Il 19 luglio 1812 la proclamata fine del feudalesimo(29) fece riacquistare, anche a Bronte, la tanto agognata libertà.

«Ma non [per questo] finirono le liti», commenta il Radice, «ché queste più feroci sorsero per lo scioglimento dei diritti promiscui sui beni posseduti in comune col duca, e si protrassero lungo tempo ancora»(30).

Nell'aprile 1819 ecco giungere i Thovez, destinati ad amministrare, ininterrotta­mente, la Ducea per oltre un cinquantennio contrassegnato da avvenimenti scon­volgenti(31).

Il capostipite, Philip, era nato a Napoli, nel 1789, da un funzionario inglese al servizio di Nelson; ritornato in Inghilterra ancora adolescente, era diventato in seguito commissario della marina inglese e, in tale carica, aveva preso dimora a Portsmouth, dove aveva conosciuto e sposato Elizabeth Paton(32).

Avuta la nomina di procuratore generale della Ducea - erano da poco deceduti sia il Forcella che la giovane moglie -, giunse a Bronte con un piccolo seguito: la madre, Marianne Nun, e i figli William, Francis ed Helen, che alcuni anni dopo, come sposa di Francesco De Cristofaro, fresco barone dell'Ingegno, si trasferirà a Scordia, dove, grazie ad una cultura non comune, che la vide distinguersi e come autrice teatrale e come disegnatrice di pregio, fu presto al centro della vita intellettuale del paese nel quale fondò un circolo di conversazione (Casino dei civili) e un circolo esoterico (Società spiritica) che dotò anche di una propria pubblicazione mensile (La voce di Dio)(33).

Subito il nostro Philip Thovez si pose al lavoro per assolvere al suo ruolo di fedele servitore degli interessi della Ducea, e tuttavia i moti del '20(34) non lo lasciarono indifferente, anzi, in più occasioni, non mancò di esporsi in prima persona per svolgere opera di mediazione e di pacificazione.

Dapprima, alla testa di «alquanti cittadini e preti e frati, come colpevoli e penitenti, in processione, col Crocifisso, si presentò al comandante [capitano Barone Gregorio Zuccaro] implorando pace, supplicandolo che ristesse» e successivamente, sempre unitamente ad altri «nobili cittadini», non indugiò a recarsi a Messina dal Luogote­nente generale per scongiurare la minacciata repressione dell'esercito(35).

Di lì a poco - correva l'anno 1824 - la mai sopita tensione tra la Ducea e il comune di Bronte si inasprì a seguito di un'iniziativa del Thovez, il quale concesse piena autoriz­zazione ai gabelloti e coloni di provvedere, ai fini del perseguito ampliamento del seminativo(36), al taglio indiscri­minato di alberi nei boschi di S. Maria di Maniace, di S. Filippo di Fragalà e negli altri ex-feudi (Mangione, Porticelli, Petrosino, Boschetto, S. Nicolò)(37).

E della conseguente richiesta, l'anno seguente, da parte del comune ai Nelson di totale ripristino dei diritti civici su tutto il territorio comunale, alla quale fece immediato seguito l'intervento del Consiglio d'Intendenza che ne consentì l'esercizio ma solo su espressa autorizza­zione della Ducea, i cui boschi continuarono ad essere riconosciuti proprietà privata(38).


 


Il feudo dato in regalo a Nelson dal Borbone, nella sua originaria estensione (in giallo ciò che rimase al piccolo Comune, uno spicchio di Etna ed un mare di sciara; in grigio il territorio di Maletto).

Praticamente, tolti i due feudi di Foresta Vecchia e del Cattaino (del marchese delle Favare) e quello del­la Placa (del duca di Carcaci) tutto il restante ter­ritorio fertile o arabile (quasi 15.000 ettari), com­presi gli abitanti di Bronte (i vassalli dell'epoca), era stato donato a Nelson ed ai suoi discendenti (di­retti ed indiretti).


 

i sette duchi di bronte


 

AMMINISTRATORI DELLA DUCEA NELSON

1799 - 1802
1802 - 1816
Mr. Giovanni Andrea Graefer
Marchese Antonio Forcella
1817 - 1818
1818 - 1819
1819 - 1839
Mr. Bryant Barret
Mrs. Martha Barret
Filippo Thovez
1839 - 1872 William Thovez, 760 onze il suo onorario nel 1860 (36 quello di un campiere o guardaboschi). Licen­ziato in tronco ed anche citato per danni a Novembre 1872.
1872 - 1874
1874 - 1908
Samuel Grisley
Monsieur Louis Fabre
1908 - 1917
1917 - 1922
1922 - 1928
1928 - 1938
1938 - 1940
Cav. Charles Beek
Mr. Edwin Hughes
Major Richard Forsyth Gray
Mr. George Dubois Woods
Mr. George Niblett
1940 Dott. Antonino Baiardi (per con­to dell'Engeli (Ente di gestione e li­qui­dazione immobiliare) Banco di Sicilia (Gestione beni di pro­prietà dei nemici).
1940 - 1943Dott. Giulio Leone (Ente di Colo­nizzazione del Latifondo Siciliano)

1943 - 1945

Cav. Luigi Modica (Allied Military Government)
1945 - 1960 Mr. Charles Lawrence Hughes
1960 - 1981 Mr. Frank Edward King

E verosimilmente, proprio in forza di questo parere favorevole, il governatore, quasi provocatoriamente, non esitò a gabellare le terre a coloni dei vicini comuni di Maletto, Tortorici e Cesarò(39).

Gli anni passarono, funestati dalla disastrosa eruzione del 2 aprile 1832, che inghiottì boschi e vigneti fermandosi un po' prima dell'abitato(40), e scanditi dalla grave questione degli usi civici che nel corso degli anni '30 conobbe un'esaltante quanto vana impennata, allorché il Comune decise di avvalersi dell'opera del giovane ma già apprezzato avvocato Placido De Luca(41), grandemente coadiuvato dallo stesso rettore del locale Collegio Capizzi, il canonico Giuseppe Saitta, «il promotore più ardito e più accanito della lite», sia pure per poco tempo(42).

Ne scaturirono (5 settembre 1833) una supplica al Duca, il reverendo William Nelson, un memoriale firmato da un centinaio di brontesi indirizzato al parlamento inglese, che, commenta il Radice, «non si commosse»(43), ed infine, nell'ottobre del 1837, l'interessamento del fratello del De Luca, l'abate, futuro cardinale, Antonio Saverio, che, recatosi a Londra, intrattenne un breve scambio epistolare con lo stesso Duca, null’altro ottenendo che una cortese quanto formale promessa d'interessamento(44).

Dal decennio successivo - nel frattempo Charlotte aveva ereditato la Ducea alla morte (1835) del padre(45) - l’irrisolta questione ebbe come protagonisti e contendenti, da una parte, Luigi Saitta, medico chirurgo, esponente di primo piano dei liberali locali e sindaco negli anni 1840-48 e, dall'altra, il trentenne William Thovez, il quale era subentrato, nel 1837, al padre, probabilmente gravemente malato (muore nell'ottobre del 1839), nella carica di governatore della Ducea, dopo essere stato, per alcuni anni, al servizio, a Marsala, del connazionale Benjarnin Ingham, noto imprenditore vinicolo(46).

Ma in quegli stessi anni, finalmente, qualcosa si mosse. Le Istruzioni dell’11 dicembre 1841, al fine di portare a soluzione la questione demaniale, avevano emanato le norme risolutive in merito alla quotizzazione dei territori demaniali comunali e alla restituzione ai comuni, da parte dei proprietari degli ex feudi, di almeno un quinto degli ex feudi stessi a titolo di indennizzo per l'abolizione degli usi civici(47). E tuttavia erano state, nel contempo, una fonte inesauribile di ordinanze dell'Intendente, di ricorsi del Thovez e di lettere del Comune, finendo col generare uno stato di estrema confusione in materia.

Ma ecco che nel 1846 l'intervento risolutore della Gran Corte dei Conti di Palermo diede uno scossone agli interessi della Ducea, in quanto, pur non recependo tutte le richieste del Comune, fece diventare quest'ultimo titolare di un cospicuo patrimonio fondiario consistente nella «metà delle terre boschive, un quarto delle terre aratorie e pascolabili ed un terzo di quelle vulcaniche con esclusione delle terre censite»(48).

Si profilava, finalmente, l'attesa quotizzazione delle terre comunali, ma a bloccare, per il momento, ogni iniziativa, ecco i moti del '48(49), che a Bronte, pur in assenza di eccidi - si registrarono solo alcune «fucilate serotine e ferimenti» -, significarono il ridestarsi di «interessi, odii» all'interno di una comunità ormai apertamente divisa in «nemiche fazioni»(50), “comunisti” e “ducali”(51).

Il 30 gennaio - la rivoluzione era scoppiata a Palermo il 12 - Bronte insorse contro il regime borbonico e, al pari di tanti altri comuni isolani, si dotò di un proprio Comitato provvisorio del quale entrarono a far parte, tra gli altri, l’avvocato Nicolò Lombardo e i fratelli Carmelo e Silvestro Minissale(52).

Il clima di libertà che si respirava in quelle giornate giunse al culmine allorché la notizia che il 12 aprile il parlamento siciliano aveva dichiarato decaduta la dinastia borbonica spinse la maggioranza della popolazione ad attuare una grandiosa manifestazione contro la Ducea allo scopo di riaffermare i propri diritti da troppo tempo contrastati.

Così «la mattina del 23 aprile,» - è lo storico locale Radice a ricostruire dettagliatamente i fatti - «suonate le campane a stormo, una folla di popolo [alla cui testa erano i fratelli Carmelo e Silvestro Minissale e il cavaliere Gennaro Baratta], al grido di viva la Rivoluzione! Viva Pio Nono! s'avviò a Maniace a dividersi le vigne contese del Boschetto e nei giorni seguenti le terre del feudo di S. Venera»(53).

«Oggi diremmo», commenta il Renda, «che si trattò di una occupazione e di una presa di possesso simbolica»(54), tanto più che il tutto si svolse senza che si registrasse alcun spargimento di sangue, alcun furto o assalto a magazzini della Ducea(55).

Ma tanto bastò perché il governatore Thovez, credendosi in gravissimo pericolo(56), la domenica del 6 maggio fuggisse da Bronte e, tramite il viceconsole inglese a Catania, inviasse al Presidente del Comitato generale di Catania una vibrata protesta riferendo di devastazioni ai beni della Ducea e additando nei fratelli Minissale dei caporioni «mali intenzionati» (e ne seguì ordinanza di arresto a loro carico)(57).

Non solo, ma alle tre compagnie della Guardia nazionale fu ritenuto opportuno, a «garanzia e difesa della Ducea», affiancarne una quarta al comando di Francis Thovez, il fratello del governatore(58).

Come dire, gli interessi della Ducea sopra tutto!

A normalizzazione avvenuta - nel frattempo il Thovez denunciava spostamenti di confini, avvenuti durante i moti, a danno della Ducea sotto lo sguardo compiacente degli agenti comunali(59), e di contro l'intraprendente sindaco Saitta notificava anni di abusi perpetrati dagli ammini­stratori dei Nelson(60) in una pubblica memoria che gli sarebbe costato l'esonero dalla carica nel corso della sua seconda sindacatura(61) -, si potè procedere alla sospirata quotizzazione, che, però, si risolse, per dirla con il Romeo, in «una colossale spoliazione a danno dei contadini»(62). I quali, oltre a perdere definitivamente i loro diritti inalienabili all'esercizio degli usi civici, si videro esclusi dalle assegnazioni che andarono tutte a favore e della nobiltà e della borghesia.

Alcuni esempi significativi: l'ex-feudo Pezzo venne gabellato a Don Antonio Spitaleri, l'ex-feudo Grappidà a Don Nicolò Spitaleri, l'ex-feudo Petrosino ad Antonio Minissale(63). E relativamente alla destinazione produttiva ciò valse a riaffermare, come chiaramente si evince dai dati del Catasto provvisorio del 1853 - che fra l'altro assegna al cosiddetto “terzo stato” appena un quarto del territorio comunale calcolato (compresa la Ducea) in 30.136 ha. - il netto predominio della coltura estensiva, il seminativo semplice (ha. 12.780), seguito, ma a netta distanza, dal pascolo (ha. 6.557) e dal bosco (ha. 5.525), mentre il pistacchieto occupa appena ha. 103(64).

L'11 maggio 1860 Garibaldi sbarcò a Marsala e il 14, da Salemi, lanciò il suo proclama ai siciliani incitandoli ad impugnare le armi contro il Borbone. Due giorni dopo Bronte aderì alla causa rivoluzionaria(65).

Questa volta forte era, nel popolo, alimentata peraltro dal decreto del 2 giugno sulla divisione dei demani comunali(66), la convinzione che, una volta caduto il regime borbonico, il nuovo governo rivoluzionario avrebbe dato la terra ai contadini siciliani e, quindi, nel caso specifico di Bronte, avrebbe proceduto al sequestro dei beni della Ducea a beneficio della comunità. Cocente fu, quindi, la delusione quando, alle elezioni comunali, la vittoria elettorale toccò ai “ducali”.

Cominciò così a crescere e a dilagare la rabbia, l'odio non più soltanto contro i “ducali”, imbaldanziti del resto dal successo elettorale, ma anche contro il Comune che negli anni trascorsi non si era attivato concretamente nella distribuzione delle terre.

Pienamente informato degli umori del paese, il Thovez, dal chiuso del castello ducale, scrisse tempestivamente al suo console generale, John Goodwin, manifestandogli «forti timori di disordini, che possono aver luogo per parte di alcuni mal intenzionati»(67), il più pericoloso dei quali veniva individuato proprio nell'ex-sindaco Nicolò Lombardo(68), borghese ma “comunista”. Nel contempo si affrettò a convincere il governatore di Catania a far affiggere, sui muri di Bronte, manifesti invitanti al rispetto dei beni della Ducea(69) e, ancora, a portare da quattro a dieci il numero dei guardiaboschi(70).

Puntualmente, il 2 agosto, il popolo, così come alcuni giorni prima ad Alcara Li Fusi e Biancavilla(71) insorse e per diversi giorni il paese fu in preda a violenze, saccheggi, incendi(72) e assassinii.

Vennero barbaramente uccisi 15 notabili, tra i quali il notaio Ignazio Cannata, il contabile Rosario Leotta(73) e l'avvocato Luigi Spedalieri, tutti al servizio della Ducea, e, tra i funzionari comunali, il cassiere Francesco Aidala e l'impiegato al catasto Vincenzo Lo Turco(74).

Non era più tempo d'indugiare: il Thovez, come già nel 1848, fuggi nuovamente con la famiglia e, nel contempo, spedì il fratello Francis, che ritroviamo ancora una volta al comando di una compagnia della Guardia Nazionale(75), dallo stesso Garibaldi(76).

La risposta alle pressanti richieste, avvalorate e amplificate dallo stesso console inglese, fu immediata: Nino Bixio giunse prontamente (6 agosto) nel paese già pacificato e, speditamente, procedette ad arresti e all'allestimento (7 agosto) di un processo(77) che si concluse (9 agosto) con la condanna a morte, eseguita appena il giorno dopo, di cinque cittadini, tra i quali l'avvocato Nicolò Lombardo, proditoriamente accusato, da più parti(78), di essere il responsabile della rivolta(79).

Sembrava proprio che il destino si accanisse contro il popolo Bronte condannandolo, ancora una volta, a soffrire sotto una condizione di servitù feudale, mentre intanto la popolazione cresceva fino a raggiungere, nel 1861, le 12.092 unità(80). E tuttavia non passò neanche un anno da quei fatti che tra il Comune e la Ducea - «Maniace, invece rimase abbandonato al suo destino»(81) - si venne ad un accordo del definitivo sul problema della terra.

Auspice il dottore Antonio Cimbali, tenuto in grande considerazione dalla cittadinanza, il 1° giugno 1861, nonostante che i fratelli Minissale e l'ex sindaco Luigi Saitta incitassero pubblicamente contro il progetto(82), le due parti, il Consiglio comunale e William Thovez nella sua veste di procuratore della famiglia Nelson, redassero, presso il notaio Giuseppe Gatto, formale atto di transazione(83).

In base ad esso al Comune andò una cospicua parte delle terre contese, in tutto 1.003 salme, costituita dagli interi feudi Floritta e Nave, dalla metà dei feudi S. Nicolò, Semantile, Pezzo, S. Andrea, Petrosino, Boschetto, Grappidà, Porticelli, Mangione, da un quarto dei demani del Roccaro dalle intere terre vulcaniche.

Era tempo ormai, per l'amministrazione comunale, di gestire il patrimonio terriero acquisito.

L'anno successivo una commissione di ingegneri, appositamente nominata, «con molto zelo», procedette alla divisione(84), e questo fu certamente gradito alla popolazione.

Ma subito le aspettative si tramutarono in una cocente e amara delusione, allorché fu chiaro che l'amministrazione comunale aveva proceduto con l'assegnare quote di terra minuscole e per di più poste in zone inadatte alla coltura e distanti dal centro abitato, il che portò, in molti casi, all'abbandono delle stesse da parte degli assegnatari. Mentre intanto le zone boschive continuavano ad essere oggetto di tagli indiscriminati e per far posto al vigneto(85) e per la produzione di legname e carbone, e gli ex feudi venivano concessi in subaffitto a nobili e borghesi che disponevano dei capitali necessari(86).

E nella Ducea, che si ritrovò ridotta alla metà della sua estensione originaria, cioè da 13.963 a 6574 ha.(87)?

Franco ThovezCome appare dalla documentazione notarile relativamente agli anni 1861-66(88), Guglielmo (così ormai per tutti) Thovez riprese, in tutta tranquillità, la sua consueta attività di amministratore, ritornando a concedere in gabella le terre di proprietà della Ducea (Porticelli, Fioritta, Pozzo, S. Andrea, Masseria delli Balzi Soprani, Masseria di S. Venera, Masseria Edera) al consueto uso di seminativo e pascolo (6 anni) ovvero di solo pascolo (3 anni)(89).

A usufruirne furono tutti soggetti locali, nella gran parte borghesi e possidenti(90), tra i quali lo stesso fratello Franco(91, foto a destra). Il quale, a sua volta, non esitò a farsi gabelloto di due proprietari brontesi(92), ad acquisire, in società con altri due soggetti, l'intera produzione di olive dell'ex feudo Placa Baiana di proprietà della Duchessa di Carcaci Fernanda Grifeo, vedova di Gaetano Paternò Castello(93). Come pure ad investire nell'acquisto di terra(94), mostrando, così, come in altri campi la sorella Elena a Scordia, di essere ormai un inglese perfettamente ambientato nella vita di un piccolo e sperduto paese siciliano, nel quale figurava appartenere al ceto dei proprietari.

A modo suo anche Guglielmo aveva tentato di inserirsi nell'ambiente: la prima moglie (1841) era stata la siciliana Rosaria Fragalà, mentre una delle due figlie, Clorinde, aveva sposato l'avvocato brontese Mariano Fiorini, destinato ad essere sindaco della vicina Maletto dal 1882 al 1884(95).

Ma la sua attività di amministratore si concluse nel peggiore dei modi nel 1871, letteralmente messo alla porta dagli eredi Nelson, stanchi di aver a che fare con un amministratore che, godendo di ampi poteri, aveva creduto di poter «fare di testa sua, per cui aveva finito per considerarsi il vero, padrone, risentendosi di ogni interferenza»(96).

Quanto, infine, alla sua vita terrena, questa si concluse due anni dopo, il 13 aprile 1873, all'età di 66 anni(97), e le sue spoglie mortali riposano oggi non già accanto a quelle del padre, dell’ava paterna e della moglie siciliana, cioè all’interno della chiesa di S. Maria di Maniace, ma nel cimitero inglese di Messina(98), lontano da quella Bronte che non lo aveva dimenticato.

Domenico Ventura



Note

(1) Ecco l'efficace e colorita descrizione fisica resa dal nobile palermitano Michele Palmieri di Micciché che ebbe modo di conoscere personalmente l'"eroe del Nilo": «Lord Nelson era un uomo di statura non elevata, di poche parole, che portava ripiegata la manica del braccio che gli mancava, tutto coperto di ferite, con un' enorme cicatrice sulla fronte, a parte le altre, e privo di un occhio, se i miei ricordi non mi ingannano; ma che svelava, con la vivacità di quello che gli rimaneva, il suo sangue freddo e il suo eroismo intrepido. Considero, del resto, Lord Nelson come il condensato di ciò che vi è di più nobile e di più deplorevole nell'uomo...» (M. Palmieri di Micciché, Costumi della corte e dei popoli delle Due Sicilie, a cura di E. Sciacca, Milano 1987, p. 106). Una recente biografia del personaggio in E. Bradford, Horatio Nelson (L'uomo e l'eroe), Milano 1981.
(2) Vedi il testo integrale in G. Spata, Le pergamene greche esistenti nel grande Archivio di Palermo, Palermo 1862, pp. 401-403. In data 13 ottobre 1801 seguì un altro diploma che, nel riconfermare la concessione regia, ne indicava dettagliatamente feudi e diritti, precisando trattarsi degli stessi (Stato di Bronte e beni delle due Abbazie di Maniace e di S. Filippo di Fragalà) già goduti dall'Ospedale di Palermo (G. De Luca, Storia della città di Bronte, Milano 1884 (rist. an. Bologna 1987), pp. 173-174; B. Radice, Memorie storiche di Bronte, Bronte 1928 (rist. an., Adrano 1984), p. 342.
(3) È l'autorevole parere dello stesso Ferdinando III (Radice, Memorie ..., cit., p. 341).
(4) De Luca, op. cit., p. 173.
(5) Secondo la mitologia greca, infatti, Bronte, Sterope e Piracmon erano i ciclopi, nati da Nettuno e Gea, che avevano aiutato Giove a sconfiggere i giganti che avevano osato dare la scalata al cielo; in caverne situate attorno all'Etna esercitavano il duro e prodigioso mestiere di fabbri al servizio degli dei.
(6) Radice, Memorie…, cit., pp. 340-341.
(7) Ibidem, pp. 341-342.
(8) Vedi il testo integrale della bolla di papa Innocenzo VIII in Radice, Il casale e l’abbazia di S. Maria di Maniace. Appunti storici, in «Archivio storico siciliano», n. s., XXXIII, 1909, pp. 98-100. Sul monastero di S. Filippo di Fragalà vedi S. Nibali, Il Castello Nelson ovvero l'abbazia di Santa Maria di Maniace nei secoli, Gravina 1985, pp. 115-124.
(9) In proposito, cfr. De Luca, op. cit., pp. 155-163 e 176-179; Radice, Memorie ..., cit., pp. 175-184. Vedi anche G. Lo Giudice, Comunità rurali della Sicilia moderna. Bronte (1747-1853), Catania 1969, pp. 131 ss.
(10) Cfr. De Luca, op. cit., pp. 160-162; Radice, Memorie ..., cit., pp. 158-159 e 180- 181; Lo Giudice, op. cit., pp. 69-71. Ad inasprire la tensione fu anche la dipendenza giudiziaria dalla vicina Randazzo, sulla cui legittima validità vedi i dubbi espressi dallo storico brontese Radice in una lunga e dotta dissertazione (Memorie ..., cit., pp. 145 e ss.).
(11) Radice, Memorie..., cit., p. 349.
(12) Giornale di Statistica, vol. I, Palermo 1836, p. 83; G. Longhitano, Studi di storia della popolazione siciliana, I, Riveli, numerazioni, censimenti (1569-1861), Catania 1988, p. 149.
(13) Radice, Memorie ..., cit., p. 161. Vedi anche S. C. Virzì, Il Castello della Ducea di Maniace, Catania 1992.
(14) R.Trevelyan, Principi sotto il vulcano, Milano 1977, p. 27. Vedi anche J. White Mario, Prodotti del suolo e viticoltura in Sicilia, in «Nuova Antologia», vol. LI, s. III, fasc. XII, 15 giugno 1894, p. 654.
(15) Trevelyan, op. cit., pp. 27 e 69. E ciò nonostante, alcuni anni prima, un autorevole personaggio, il vescovo anglicano Joseph Hall, in un'opera destinata proprio ai gentiluomini inglesi smaniosi di viaggi in Europa, e particolarmente in Italia, avesse espresso un giudizio negativo in merito alla possibilità di trarre vantaggi per l'educazione dalla pratica del viaggio. Cfr. J. Hall, «Quo vadis?» ou censure de voyages qu'ils son ordinairement entrepris par les Seigneurs et Gentilshommes d’Angleterre, cit. in V. Bernardi, Del viaggiare. Turismi, culture, cucine, musei open air, Milano 1997, p. 10.
(16) “Heroi immortali Nili” recita l'iscrizione incisa su una imponente croce celtica in pietra lavica che nel 1888 l'erede Alexander Nelson Bridporth Hood fece collocare al centro del grande cortile d'ingresso del complesso ducale.
(17) Sulle origini e le vicende del casale e della sua chiesa, oltre ai citati Radice, Il casale ..., cit. e Nibali, op. cit., vedi anche N. Galati, Maniace. L'ex Ducea di Nelson, Catania 1988 e Virzì, op.cit.
(18) Trevelyan, op. cit., p. 412, nota 10.
(19) Radice, Memorie ..., cit., p. 350; F. Renda, Breve storia della ducea di Nelson, in Id., , La Sicilia degli anni '50. Studi e testimonianze, Napoli 1987, p. 353.
(20) De Luca, op. cit., p. 180; Radice, Memorie ..., cit., p. 350.
(21) Nato nel 1758, era stato socio della banca Gibbs, Falconet & Noble, quindi titolare dell'omonima banca Gibbs & Co. ed anche banchiere della corte napoletana, sia borbonica che francese. Morì suicida, inseguito a bancarotta, nel 1816 (Trevelyan, op. cit., pp. 40 e 414, nota 1).
(22) Radice, Memorie..., cit., p. 350
(23) De Luca, op. cìt., p. 180.
(24) Spata, op. cit., pp. 404-407.
(25) Il gabelloto, solitamente nobile o borghese benestante, assumeva, dietro pagamento di un canone annuo, la gestione della terra che poi subgabellava ai coloni, fornendo loro anche anticipazioni di capitali, sementi od anche qualche capo di bestiame necessario ai lavori, per un periodo corrispondente alla durata del proprio contratto. In proposito, cfr. M. Rossi Doria, L’evoluzione del!e campagne meridionali e ì contratti agrari, in “Nord e Sud”, II (l955), pp. 6-22; G. Giorgetti, Contadini e proprietari nell’Italia moderna. Rapporti di produzione e contratti agrari dal sec. XVI ad oggi, Torino 1974, pp. 210 e ss.; A. Placanica, Il mondo agricolo meridionale: usure, caparre, contratti, in Storia del!'agricoltura italiana in età contemporanea,II, Uomini e classi, a cura di P. Bevilacqua, Venezia 1990, pp. 291-299.
(26) Cfr. Lo Giudice, op. cit., pp. 131-164 e 226-230.
(27) Ibidem, p. 227.
(28) D. Mack Smith, Storia della Sicilia medievale e moderna, vol. II, Roma-Bari 1976, p. 482. All'inizio del '900 il Vacirca, nel segnalare numerosi esempi di trasformazione del latifondo siciliano [ma a quali costi!] ad opera di proprietari o amministratori competenti, ricorda anche quello di due inglesi, il comm. Eathon a Buccheri e, per l'appunto, il duca Nelson a Bronte (A. Vacirca, Il problema agrario in Sicilia, Palermo 1903, pp. 105 e ss.). A proposito degli Eathon vedasi anche M. Romano, Ipotesi di rifunzionalizzazione economico-tecnica della masseria «Belvedere» nel territorio di Buccheri, in Il messaggio della memoria. Per la valutazione economico- sociale dei beni culturali ed ambientali, a cura di G. Amata, Catania 1991, pp. 109-161.
(29) In realtà così i feudi diventavano beni di proprietà privata (ex feudi) e alle popolazioni veniva negato, su di essi, l'esercizio dei loro secolari diritti di usi civici. Sulla complessa problematica degli usi civici vedi A. Pupillo Barresi, Gli usi civici in Sicilia. Ricerche di storia del diritto, Catania 1903; L. Genuardi, Terre comuni ed usi civici in Sicilia prima dell'abolizione della feudalità. Studi e documenti, Palermo 1911; R. Trifone, Feudi e demani. Eversione della feudalità nelle province meridionali, Napoli 1924; G. I. Cassandro, Storia delle terre comuni e degli usi civici nell'Italia meridionale, Bari 1943.
(30) Radice, Memorie .., cit., p. 351.
(31) Per la cronologia dei vari amministratori vedi R. A. H. Nelson, The Duchy Booklet, s. 1., 1973.
(32) I dati biografici sono tratti da un necrologio manoscritto anonimo, datato 24 agosto 1897 e intitolato Su la vita della Baronessa Elena Thovez De Cristofaro, la cui visione mi è stata resa possibile per la cortesia dell'amico Nuccio Gambera, fondatore e attuale direttore del Museo Civico Etno-Antropologico ed Archivio Storico "Mario De Mauro" di Scordia. Ulteriori notizie sono reperibili dalla lapide funeraria fatta erigere dal figlio William all'interno della chiesa di S. Maria di Maniace, che così recita: Filippo Thovez / commissario nella marineria inglese / governatore generale della Ducea di Bronte / qui giace /con la diletta madre Marianna Nun / ebbe virtù ad unica sua guida / amò beneficò gli uomini / della consorte dei figli fu tenerissimo / dopo aver vissuto L anni / meritò la pace dei giusti nell'ottobre MDCCCXXXIX / Guglielmo Thovez figlio / disioso d'eternare la memoria delle virtù paterne / fe' erigere questo monumento.
(33) Nata a Portsmouth nel 1815, morì a Scordia nel 1896. V. Salvo Basso, Reliquiae seu de iis quae supersunt, Scordia 1924 (rist. an. in “AmpeloScordia. Bollettino di Storia e Cultura”, IV, 2, Scordia 2003, pp. 82-83); N. Gambera, Aria d'Europa a Scordia nel XIX secolo. Elena Thovez e la cultura aristocratico-borghese, in “Nella Città”, Organo ufficiale del Comune di Scordia, I, 4, Scordia 1989, pp. 6-7; Id., Il teatro di Elena Thovez De Cristofaro e l'attività letteraria a Scordia tra '800 e '900, in “Società Calatina di Storia Patria e Cultura. Bollettino”, 3 (1994), pp. 17-31. Quanto al fondatore della recente (1818) baronia vedi il contributo di F. P. Di Vita, Giuseppe De Cristofaro: da amministratore solerte a barone dell'Ingegno, in “AmpeloScordia. Bollettino di Storia e Cultura”, III, l (2002), pp. 15-25.
(34) Sulle premesse e sullo svolgimento S. F. Romano, Momenti del Risorgimento in Sicilia, Messina-Firenze 1952; F. Renda, Risorgimento e classi popolari in Sicilia, 1820-1821, Milano 1968; R. Romeo, Il Risorgimento in Sicilia, Roma-Bari 1973, pp. 161-170. Quanto a Bronte, si rinvia a De Luca, op. cit., pp. 193-198 e a Radice, Memorie ..., cit., pp. 259-379.
(35) Radice, Memorie ..., cit., pp. 369 e 375.
(36) Una perizia tecnica del 6.11.1861 appurò che, sempre al fine di allargare il coltivo, la Ducea aveva proceduto anche alla privatizzazione di tratti di terreno delle trazzere riducendo, di conseguenza, la larghezza delle stesse. Cfr. Galati, op. cit., p. 51.
(37) «Il procuratore di Nelson facoltava [...] moltissimi coloni [...] a recidere qualunque legno verde fruttifero e infruttifero, cingerlo di materia combustibile e incendiarlo» (citasi da G. Canciullo, Terra e potere. Gli usi civici nella Sicilia dell'Ottocento, Catania 2002, p. 118). In proposito, cfr. Lo Giudice, op. cit., p. 248.
(38) Lo Giudice, op. cit., p. 263.
(39) Ibidem, p. 264. Su questa costante immigrazione di forza lavoro a basso costo vedi R. Schifani, L'emigrazione stagionale dei Tortoriciani, in “Atti della Società Peloritana”, 1955-56, pp. 27-50 e Galati, op. cit., pp. 55-57.
(40) «Tale fu lo stadio di questa eruzione, che in quindici giorni percorse circa dieci miglia, incusse spavento ad una popolosa Comune; coprì una fonte di limpidissime acque sopra Monte Lepre, che sollevava la pastorizia di quei luoghi; distrusse più di quattro miglia quadrate di terreni boschivi, e più di tre altre di vigneti [contrade Musa e Zucca] e terre bonificate; fece saltare in aria con fragorosissimo scoppio, che sembrò un nuovo vulcano immediatamente aperto, un serbatoio di neve vicino all'abitato; e fermossi prodigiosamente quasi ad un miglio ed un quarto da Bronte» (M. Musumeci, Memoria sopra l'eruzione apparsa nella plaga occidentale dell'Etna nelle notti del 31.10 e 1-3.11 dell'anno 1832 per cui fu in pericolo il comune di Bronte, in “Atti dell'Accademia Gioenia di Scienze Naturali”, t. IX, Catania 1835, pp. 215-216).
(41) B. Radice, Due glorie siciliane. I fratelli De Luca. Placido Prof. d'economia politica. Antonio Saverio Cardinale, Bronte 1926, p. 8.
(42) In merito, cfr. ibidem, p. 10.
(43) “Bissniss is bissniss” è l'amaro commento in proposito del Radice (ibidem, p. 316).
(44) Ibidem, pp. 10-14 e 315-316.
(45) Trevelyan, op. cit., p. 187. Prima esponente dei Nelson a visitare i suoi possedimenti, nei quali non tornerà mai più per non dover riaffrontare i forti disagi sofferti durante il breve viaggio da Messina (ibidem, p. 70), sposò Samuel Hood, secondo visconte Bridporth, da cui Nelson-Bridporth. Sul deplorevole stato della viabilità isolana in quegli anni vedi G. Perez, La Sicilia e le sue strade, in V. E. Sergio-G. Perez, Un secolo di politica stradale in Sicilia, a cura di C. Trasselli, Caltanissetta- Roma 1962, p. 107: la strada Sant'Agata (di Militello) - Bronte, prevista nel 1852 e poi non realizzata per problemi finanziari, dovrà attendere gli anni postunitari.
(46) Nativo di Portsmouth, sposò, nel 1841, la siciliana Rosaria Fragalà, la quale poi mori il 20 settembre 1856, come si ricava dall'iscrizione da lui fatta incidere sulla lapide funebre all'interno della chiesa di S. Maria di Maniace: Rosaria Fragalà / qui giace / sposa e madre amorosissima / affettuosa coi parenti officiosa cogli amici / misericordiosa coi poveri / vissuta anni quarantotto / morta li 20 settembre 1856/ Guglielmo Thovez marito inconsolabile / ai cari avanzi di tanta perdita / altro non potendo / questo monumento pose. Due anni dopo volò a seconde nozze con la connazionale Annah Arnold, lontana parente dei Whitaker (Trevelyan, op. cit., pp. 118 e 421, nota 11). Una figlia, Elizabeth, sposò, nel 1868, il viceconsole inglese a Catania John Jeans, rampollo di una nota famiglia di commercianti inglesi stabilitasi in Sicilia (ibidem, p. 189).
(47) Sul riformismo borbonico di questi anni e il complesso iter legislativo cfr. Romeo, op. cit., pp. 176-187; Canciullo, op. cit., p. 27 e ss.. Una completa rassegna delle fonti giuridiche in G. Savoia, Raccolta delle leggi, decreti rescritti e ministeriali sull'abolizione della feudalità e sulla divisione de' demani, Foggia 1881.
(48) Lo Giudice, op. cit., pp. 265-267.
(49) Romano, op. cit., pp. 73 e ss.; Romeo, op. cit., pp. 317-345; A. Recupero, La Sicilia all'opposizione (1848-74), in Storia d'Italia Einaudi. Le Regioni dall'Unità a oggi. La Sicilia, a cura di M. Aymard e G. Giarrizzo, Torino 1987, pp. 41 ss.
(50) De Luca, op. cit., pp. 199-200.
(51) Per una dettagliata e documentata esposizione dei fatti, cfr. Radice, Memorie ..., cit., pp. 385 ss.
(52) Radice, Memorie..., cit., p. 385.
(53) Ibidem, p. 397.
(54) Renda, op. cit., p. 355.
(55) Radice, Memorie ..., cit., p. 397.
(56) A tal proposito giova ricordare che durante il processo per i fatti dell'agosto 1860 un testimone, Nunzio Isola, di professione “trafficante”, asserì che i fratelli Carmelo e Silvestro Minissale il giorno 23 aprile 1848, dopo aver guidato il popolo all'occupazione delle terre, «opinavano ritornare in Bronte ed assalire la casa ed assassinare la famiglia Thovez come amministratore della Duchessa Nelson nonché tutti gli impiegati e Thoveziani». M. Sofia Messana Virga, Bronte 1860. Il contesto interno e internazionale della repressione, Caltanissetta-Roma 1989, p. 254.
(57) Costretti a fuggire dal paese perché minacciati dai “ducali” e per sfuggire all'arresto decretato dal Comitato rivoluzionario, in seguito tornarono a Bronte «come in trionfo», quindi partirono, sotto scorta, per Palermo al fine di discolparsi dinanzi al Presidente del governo rivoluzionario (Radice, Memorie ..., cit., pp. 397-402). Il 18 settembre il parlamento rivoluzionario decideva, a maggioranza, di vietare ogni procedimento penale per i fatti avvenuti a Bronte dal 23 aprile al 3 maggio relativi ai disturbi di possesso già cessati [il corsivo è nostro] (ibidem, p. 403).
(58) Ibidem, p. 388.
(59) Lo Giudice, op. cit., p. 268.
(60) L. Saitta, Dimostrazione dei diritti proprii dei comunisti di Bronte sui boschi degli ex feudi di Maniaci e San Filippo di Fragalà in quel territorio, Catania 1851.
(61) Canciullo, op. cit., p. 118.
(62) Romeo, op. cit., p. 187.
(63) Lo Giudice, op. cit., p. 269.
(64) Ibidem, p. 246, tab. 70.
(65) Per gli avvenimenti si rinvia a De Luca, op. cit., pp. 200-212, ma, soprattutto, a Radice, Memorie ..., cit., pp. 427-507.
(66) Dietro la promessa della divisione delle terre ai combattenti e ai contadini meno abbienti stava, neanche tanto velato, lo scopo di far affluire volontari alle forze garibaldine. Cfr. Romano, op. cit., pp. 109 e ss.; F. Brancato, La Dittatura garibaldina nel Mezzogiorno e in Sicilia, Trapani 1965, pp. 207 e ss.; F. Renda, Storia della Sicilia dal 1860 al 1970, vol. I, Palermo 1984, pp. 160 e ss.
(67) Lettera del Console inglese a Garibaldi datata Palermo, 30 giugno 1860, in Messana Virga, op. cit., pp. 232-233.
(68) Il Lombardo, infatti, «pubblicamente riuniva i popolani e li intratteneva sul modo di sostituire gli amministratori pubblici appena insediati e dividersi le terre comunali e della Ducea» (ibidem, p. 55).
(69) Renda, Breve storia ..., cit., p. 359.
(70) Lettera del Governatore di Catania al Ministro dell'Interno [F. Crispi] datata Catania, 4 agosto 1860, pp. 234 e 235 e lettera del Ministro dell'Interno [F. Crispi] al Ministro dei Lavori Pubblici datata Palermo, 25 agosto 1860, in Messana Virga, op. cit., pp. 234-235 e 240-241.
(71) Sulla gravità di episodi analoghi avvenuti nei due comuni vedi G. Giarrizzo, Un comune rurale della Sicilia etnea (Biancavilla. 1810-1860), Catania 1963, pp, 319- 374: P Siino, Una oscura pagina della rivoluzione siciliana del 1860. I fatti di Alcara Li Fusi,Palermo 1980.
(72) Il Radice (Memorie, cit., p. 518) ricorda espressamente il teatro, l'archivio comunale, il Casino dei civili, l'ufficio postale, l'archivio del notaio Cannata, due farmacie, una locanda e oltre una ventina di case.
(73) La notizia del suo assassinio fu comunicata dal console generale inglese al Ministro dell'Interno [F, Crispi] in data 10 agosto. Cfr. Messana Virga, op cit., pp. 236- 237.
(74) Assieme a Giovannino Spedalieri era odiato dal popolo perché “dati di guide al Regio Controllore, per ordinare il nuovo catasto fondiario (1853), caddero in mille errori nell'indicare i possessori e la quantità dei fondi” (De Luca, op cit., p. 201).
(75) Radice, Memorie., cit., p. 440.
(76) Trevelyan, op. cit., pp. 188-189.
(77) Ad esso ne seguirà, nell'agosto 1863, un altro ben più grosso e celebrato, a Catania, con grande risonanza, che si concluderà con condanne all'ergastolo, ai lavori forzati e a gravi pene detentive per i venticinque imputati. In proposito, cfr. M. Tenerelli Contessa, Difesa pronunziata dinnanti la Corte d'Assise del circolo di Catania per la causa degli eccidi avvenuti nell'agosto 1860 in Bronte, in "Giornale d'Italia", Catania 1863.
(78) Dal delegato di Catania, ad esempio, ma anche dal capitano della Guardia Nazionale e, ovviamente, dal console generale inglese (Messana Virga, op. cit, pp. 126-127)
(79) Gli altri, tutti popolani, furono Nunzio Samperi, Nunzio Ciraldo Fraiunco, Nunzio Longhitano Longi; e Nunzio Spitaleri. Volutamente rimossi dalla classe politica postunitaria, i fatti di Bronte vennero alla luce, prima, con Verga (Libertà, 1882) e, successivamente, con lo storico locale Benedetto Radice (Nino Bixio a Bronte. Episodio della rivoluzione italiana del 1860 con diario e documenti inediti, in “Archivio storico per la Sicilia orientale”, VII (1910), pp. 252-294 e 412-452). Nel secondo dopoguerra, nel clima rovente delle lotte agrarie, sarà lo storico Francesco Renda (Breve storia della ducea di Bronte, in “Il Siciliano Nuovo”, 1, 8, 15 e 22 luglio 1950, nn. 23-26) a riaprire quel tema della “rivoluzione tradita” che coinvolgerà lo stesso Leonardo Sciascia, prima, con una prefazione (1963) al citato lavoro del Radice riproposto per i tipi dell'editore Sciascia e, successivamente, con la partecipazione alla sceneggiatura del film di Florestano Vancini Bronte. Cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato (1972). Di recente poi sono apparsi i contributi di E. Bettini, Rapporto sui fatti di Bronte del 1860, Palermo 1985, della citata Messana Virga e di A. Radice, Risorgimento perduto origini antiche del malessere nazionale, Catania 1995.
(80) Longhitano, op. cit., p. 149.
(81) Galati, op. cit., p. 50. Negli anni immediatamente successivi alla fine del secondo conflitto mondiale si aprirà una lunga e travagliata fase di lotte che porteranno alla nascita (1967) di un Comitato cittadino e, successivamente, il 18 aprile 1981 all'autonomia amministrativa da Bronte. In merito, cfr. ibidem, pp. 117 ss.
(82) Canciullo, op. cit., p. 123. Il Saitta sarà condannato a tre mesi di esilio.
(83) Archivio di Stato di Catania, Notarile IV Versamento, Catena 1194, Notaio Giuseppe Gatto. Vedi anche De Luca, op. cit., pp. 214-219 e Radice, Memorie…, cit., p. 353.
(84) Canciullo, op. cit., p. 130.
(85) Che avrà notevolissima espansione a partire dagli anni immediatamente successivi grazie all'intraprendenza del già citato Duca Alexander Nelson Bridporth Hood, che allo scopo destinerà 300 acri di terreno, «dissodato e livellato ad un miglio di distanza dal castello», al quale si accede attraverso «una bella foresta di querce» (White Mario, Prodotti ..., cit., p. 712). Per ulteriori, dettagliate notizie sull'impianto e la produzione del vigneto, frutto di una visita dell'A. alla Ducea e di un colloquio con lo stesso Duca, cfr. ibidem, pp. 712-715.
(86) Canciullo, op. cit., pp. 130-133.
(87) Il 4 settembre 1981 – il 18 aprile precedente Maniace aveva conquistato la sua autonomia amministrativa (vedi supra, nota 81) - con l'acquisto, per 1 miliardo 750 milioni, da parte del Comune di Bronte di quel che restava della Ducea, compreso il Castello, scompariva definitivamente quello che Carlo Levi (Le parole sono pietre, Torino 1955, pp. 112-113) non aveva esitato a definire «esempio del più assurdo anacronismo storico».
(88) Trattasi dei notai Giuseppe Zappia, Antonino Spedalieri, Nunzio Leanza, Giuseppe Gatto e Giuseppe Meli Lombardo, i cui registri, depositati presso l'Archivio di Stato di Catania, sono stati oggetto di una recente indagine da parte di M. Saitta, I contratti agrari di Sicilia: il caso di Bronte (1860-1870), tesi di laurea, Università degli Studi di Catania, Facoltà di Economia, aa. 2002-2003, 2 voll.
(89) Ibidem, vol. II, p. 6 et passim.
(90) Nella veste di gabelloti sono obbligati, nei confronti della Ducea, al regolare pagamento del canone, pena la rescissione del contratto, ed inoltre a qualche impegno particolare, quale quello di custodia degli alberi, di divieto di caccia, di consegna della metà del concime e di un paniere di funghi l'anno.
(91) Saitta, op. cit., vol. II, 17.1.1866, p. 269.
(92) Trattasi, rispettivamente, di Carmelo Pace, borghese, e del sacerdote Giovanni Artale, possidente (ibidem, vol. II, 9.11.1861, p. 94 e 17.11.1862, p. 130).
(93) I soci sono Francesco Margaglio e Angela Spedalieri, possidenti (ibidem, vol. II, 9.11.1861, p. 95).
(94) Trattasi di un fondo rustico con piante di fichipali e casamento sito in contrada “Calcare” (vedi supra, nota 91).
(95) Nato a Bronte nel 1808 e deceduto a Maletto nel 1897, fu anche amministratore comunale brontese in diversi periodi, componente del Comitato rivoluzionario di Bronte nel 1848 e comandante della Guardia Nazionale di Maletto nel luglio 1860 (www.comunemaletto.ct.it/Il Comune/AreaAmm.va/AlboSindaci).
(96) Trevelyan, op. cit., p. 421, nota 11.
(97) Ibidem.
(98) Website.lineone.net/~stephaniebidmead/messina.htm


Cenni storici su Bronte

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