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Benedetto Radice

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Benedetto Radice, "Memorie storiche di Bronte"

Florilegio di Nicola Lupo

Florilegio delle Memorie storiche di Bronte - Indice

14. Nino Bixio a Bronte

Episodio della rivoluzione siciliana del 1860 con diario e documenti inediti

[la vendetta] [l'eccidio] la repressione [Saggio di L. Sciascia]


III - La Repressione

“Dopo la battaglia di Milazzo Garibaldi trovavasi in Messina per preparare lo sbarco delle truppe a Reggio. Il console inglese in Catania, sapendo minacciati gl’impiegati e la proprietà della duchessa Nelson, lo tempestava di telegrammi perché inviasse a Bronte sollevata, pronto soccorso di soldati.

Il Dittatore, e per sentimenti di umanità, e per le relazioni di amicizia tra la nuova Italia e l’ Inghilterra, […] ordinò al generale Bixio di recarsi a Bronte per soffocarvi la rivolta. […] Bixio notifica subito la sua partenza (da Giardini) al governatore di Catania; […] verso le ore 22 del giorno 4, presi con sé due battaglioni, uno dell’Etna e l’altro delle Alpi, dopo due giorni di marcia faticosa […] la mattina del giorno 6, lunedì verso le ore 10, giunse a Bronte con due aiutanti di campo, Erminio Ruspici e Luigi Leopoldo, in una carrozza, presa a nolo dal Vagliasindi in Randazzo, dove il Poulet […] gli aveva […] annunziato la sua pacifica entrata in paese. […]

Il generale Nino Bixio […] entrò nel paese quasi deserto, come se un turbine avesse ad un tratto spazzato via tutta la marmaglia. “I due battaglioni arrivarono parte la sera, parte il domani, alla spicciolata […]. Fu accolto il Bixio ed onorevolmente alloggiato nel Collegio Capizzi, a cui il Rettore Sac. Palermo cedette il proprio appartamento.

“Pubblico integralmente il diario di Nino Bixio, parte intercalato nel testo e parte a pie’ di pagina, colla corre­zione di nomi di persone, di luoghi e di alcune date omesse o sbagliate, a me noti per essere io del luogo e per confronto con altri documenti. […] Ho segnato con numero progressivo tutti i documenti (22) del diario in modo da rendere facile la ricostruzione.

I FATTI DI BRONTE

"Libertà, di Ernesto Treccani, 1988

NINO BIXIO A BRONTE

l'integrale monografia di Bene­detto Radice (tratta dal II° volume delle Memorie storiche di Bronte)
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“Senza alcun indugio, giacchè il pensare e l’agire era tutt’uno per lui, pungendolo vieppiù la fretta del ritorno, fatte venire a sé le autorità del paese, l’arciprete Politi e il Delegato Nicolò Spedalieri, i presidenti del consiglio e del municipio, ingiunse loro con minacce di confessare i nomi dei principali colpevoli.

I nemici del Lombardo, del Saitta, del Minissale, quanti patirono negli averi e nella persona dei loro cari, colta l’occasione, macchinarono la loro perdita, dicendoli aizzatori allo scompiglio, alla strage e Borboniani. Non bisognò più avanti per accendere nell’anima vulcanica del Bixio le furie.

Nino BixioAlla vista del paese arso e saccheggiato, al racconto dei fatti atroci, egli soldato della libertà, a cui aveva consacrato tutta la sua vita, ringhiò, urlò come fiera, bollò di vigliaccheria le autorità, i galantuomini; li insultò, li vilipese con le parole più roventi, quali solevano uscire dalla sua bocca negl’impetuosi e subitanei furori, onde divenne tremendo il suo nome. Ordinò subito al Poulet di occupare tutti gli sbocchi del paese e di arrestare i principali colpevoli. Questi […] non avevano pensato a fuggire […].

 Il Lombardo, confidando nei suoi sentimenti, nella sua coscienza di non avere consigliato il male, essendosi anzi adoperato e prima della venuta del Poulet e dopo a sedare il tumulto, non credeva di dover temere le ire del Bixio stimando viltà e colpa la fuga, non ascoltati i consigli degli amici, volle presentarsi da sé stesso; e recatosi al collegio la mattina stessa chiese del Generale.

Il rettore Palermo, appena lo vide lo scongiurò di fuggire all’istante, avvertendolo che andava incontro a certa morte; ma neppure questo scon­giuro rimosse dal suo proposito il Lombardo che si fece tosto annunziare al Generale.

Come il Bixio, con quel suo carattere impetuoso e coll’animo piagato e bollente abbia accolto il Lombardo, è da immaginarselo. Si narra che appena sentì essere quegli il Lombardo, fattosi in viso spaventevole e con voce che sembrò ruggito, proruppe: - Ah! Siete voi il Presidente della canaglia!

Ignorasi che cosa abbia potuto rispondere il Lombardo, e se il Bixio gli abbia dato tempo a scolparsi; certo è che subito arrestato, fu messo nella stanza di disciplina del collegio e rigorosamente custodito da sentinelle.

Bixio scrive subito al Presidente della Commissione per venire in Bronte; al governatore di telegrafare al Dittatore che rispondeva egli della tranquillità del paese; […] all’ufficiale di guardia la consegna di avvisarlo al menomo rumore; proibisce agli abitanti di andare in giro; fa pattugliare il paese con ordine di arrestare chiunque si trovi per le vie e di fucilare sul luogo chi resista, scioglie quell’ ombra di Municipio e di Guardia Nazionale; mette la Terra in stato di assedio, le impone una taglia di L. 127 l’ora ed emana il decreto.

“Tutti questi ordini, scrive il Guerzoni, furono eseguiti colla rapidità fulminea dell’uomo che li bandiva. […]

Il proclama di Bixio“Non dava tregua a nessuno. Era un inviare e ricevere corrieri. […] Ordinò subito al Poulet e agli ottanta della guardia di Catania di lasciare Bronte. Ne provò il Colonnello rincrescimento, e, prima di partire, gli mandò questo biglietto, del quale diede copia a padre Gesualdo De Luca perché lo facesse noto al paese: “Sig. Generale, quando io arrivai nelle vicinanze di Bronte trovai postato il popolo in tal terribile sito e strategico modo che poteva trucidarci tutti senza che noi avessimo potuto ferirli. Ma al risapere che noi eravamo forza pubblica del governo, abbassarono le armi e ci accolsero come in festa. Io raccomando all’Eccellenza Vostra un popolo sì docile e buono.”(1)

“Certo il Poulet, pur essendo di animo mite, non voleva sottrarre alla giustizia punitrice i colpevoli di tanto esterminio; ma si spinse a scrivere per debito di gratitudine verso la generosità rusticana e cavalleresca dei ribelli che, potendo, non vollero massacrare lui e i suoi […].

La mattina del 7 giunse da Adernò la commissione mista di guerra, reduce da Nicosia. Era presieduta dal maggiore Francesco Defelice e composta da 3 giudici, un avvocato fiscale, un segretario e un cancelliere sostituto. Furono in quel giorno arrestati il Dr. Luigi Saitta, Giuseppe Meli Mauro, nipote del Lombardo, D. Silvestro Minissale a Messina, e suo fratello Carmelo a Catania.

“Il Bixio intanto scrive subito al maggior Dezza, rammaricandosi della fuga degli insorti; gli dà novelle istruzioni ed ordini, e gli raccomanda caldamente di avvisarlo, se avesse sentore di operazioni a Messina, per poterlo raggiungere. Questo per lui era l’importante.
Scrive al Comandante la Guardia Nazionale di Maletto, essere quel paese il focolare degli assassini; trasmette un rapporto del colonnello Poulet al Presidente della commissione straordinaria di guerra, e al Generale Garibaldi invia una relazione su quanto aveva visto, fatto e ordinato.
“In questo nuovi moti accennavano seguire a Randazzo, a Cesarò, a Regalbuto, a Centuripe. Un’irrequietezza prende l’animo di Bixio; egli si moltiplica meravigliosamente; sembra avere il dono dell’ubiquità.
Nelle ore pomeridiane del 7 è già a Randazzo, scrive al maggiore Dezza di venire a prendere il comando della brigata, invita il governatore di Catania a venir lì per affari urgenti. La mattina del giorno 8 invia lettera al maggiore Boldrini per la sollecitazione del processo; verso mezzo­giorno è già di ritorno a Bronte. Sembrandogli lento il procedere dei commissari di guerra, li taccia di poltroni, li minaccia.

In tutti mette una febbrile attività. Messi vanno e vengono a Catania, Adernò, Regalbuto, Randazzo, Centuripe, Cesarò, Francavilla, Maletto, Linguaglossa. Con decreto dello stesso giorno crea un municipio provvisorio, eleggendo a presidente Sebastiano De Luca, e ad assessori D. Pietro Paolo Colavecchia e il Dr. Antonino Cimbali(2). Fa tosto ordinare la consegna delle cose provenienti dal saccheggio ad una deputazione, di cui è capo lo stesso De Luca.

Poveri affamati, potendo più in loro la paura e la minaccia, accorrono premurosamente a consegnare utensili, masserizie, denaro, olio, grano, quanto avevano involato alle fiamme.

“Intanto all’agitazione tempestosa dei giorni del terrore era succeduta una paurosa calma, foriera di sciagure a quanti avean preso parte al tumulto e alle stragi. Vicendevoli sospetti agitano gli animi di parenti, di amici, e più ancora di nemici, porgendosi per privati odi, facile l’occa­sione di accusare.

A molti fu imputato a delitto aver solamente veduto.
Le vie, affollate prima dalla malvagia ciurmaglia e ancora insanguinata, ora corsa da soldati e prigionieri, che dimessi, trascolorati, a centinaia, vanno alle carceri, al giudizio. Le case risuonanti prima di grida di vendetta e di morte, ora piene di desolazione di pianti. Un sordo sussurro di reazione serpeggia per le campagne, ove fuggendo avean trovato asilo i ribelli, ma la presenza di Bixio li scoraggia. Più di 350 fucili ed armi d’ogni genere sono presentati in quei giorni.
“Alla vista di tanta anarchia e desolazione, pieno l’animo di rammarichi, lampeggiando d’ira, col pensiero rivolto alla patria, scrive ai battaglioni […] un ordine del giorno col quale, dopo avere assicurato il pagamento del soldo e il rancio dall’amministrazione del collegio, li informa che Garibaldi li chiamerà in tempo per passare in Calabria.
“Ed era un ben triste dovere per lui […] onde quella lentezza del processo, ma più, lo stimolo della partenza lo rendeva febbricitante, più impe­tuoso, più nervosamente agitato. A lui, in quei momenti, tre giorni parevano tre lunghi anni, e un frullo la vita di quattro o cinque uomini che potevano essere fucilati, magari innocenti, quando era in pericolo l’unità della patria.”

Poiché c’erano tumulti a Cesarò e a Regalbuto, manda il Dezza a Cesarò e lui, scritto un proclama ai Comuni vicini, vola a Regalbuto “all’alba del 9, raccomandata alla commissione celerità e giustizia severa. Dalla lettera al Dezza sembra che la sorte di cinque fra i colpevoli fosse stata già bella e decisa prima della sua andata a Regalbuto, essendo il giudizio finito alle ore 20 dello stesso giorno, e Bixio gliene annunziava la condanna fin dalla sera del giorno 8, o dalla mattina del 9. Nelle ore pomeridiane dello stesso giorno dopo la sentenza, Bixio riappare in Bronte.(3)

La commissione di guerra intanto aveva rizzato tribunale in casa Fiorini. “Segrete denunzie, accuse manifeste dei più accaniti nemici, accusarono il Lombardo, il Saitta, i fratelli Minissale, come Borboniani, reazionarii: li dissero aizzatori ai saccheggi alle uccisioni; ma più che contro gli altri, le ire e le vendette si avventarono contro il Lombardo, temuto capo del partito avverso. Si giunse anche perfino ad infamarlo che in casa sua furono portati libri ed oggetti provenienti dal saccheggio, che promise compensi ai ladri i quali deponessero presso di lui la roba rubata.

La causa fu spedita in quattro ore. Alle 12 fu notificato agli accusati di presentare le loro discolpe infra l’improrogabile termine di un’ora, alle 13; ma presentate un’ora dopo, ven­nero rigettate dalla Commissione.

Il Lombardo scelse a difensore il suo acerrimo nemico e rivale l’avvocato Cesare. Parlò breve il Lombardo, protestò la sua innocenza, tacciò di menzogneri i testimoni, disse essersi adoperato al trionfo della rivoluzione ed a sedare i tumulti, che a tempo aveva scritto al comandante della Guardia Nazionale del Distretto e al Governatore, accennando al vacillamento dell’ ordine pubblico, e ne presentò le risposte, indicò testimoni a sua difesa.(4)
“Nessuna voce si levò in suo favore. Uno degli accusati D. Carmelo Minissale aggravò vieppiù la condizione di lui, dicendo a sua difesa, essergli nociuta l’ amicizia del Lombardo.

Sulle accuse dei nemici, sulle querele degli offesi e dei testimoni a carico, senza udire i testimoni a discolpa, nella sala gremita, in un silenzio pieno di aspettazione, alle ore 20, fu dalla commissione di guerra profferita la sentenza, che condannava cinque dei colpevoli alla fucilazione: D. Nicolò Lombardo, Nunzio Ciraldo Fraiunco il matto, Spitaleri Nunzio Nunno, Samperi Nunzio fu Spiridione e Longhitano Nunzio Longi; gli altri rinviava al consiglio di guerra a Messina.

L’ esecuzione doveva aver luogo alle ore 22 dello stesso giorno, ma fu differita al domani, e un avviso di Bixio indicò il piano di S. Vito per la fucilazione. La notizia corse in un baleno il paese suscitando terrore in tutti.

“Il Lombardo intanto nell’ansiosa attesa della sua sorte, pur non avendo speranza alcuna, domandava che cosa dicesse la monachella del suo destino. Era questa una sorella maggiore dell’ordine di S. Benedetto, Suor Serafina, da lui tenuta per santa, e alle cui parole egli aveva una superstiziosa credenza. Domandava spesso della vecchia madre, che pietosamente ingannata lo credeva salvo a Catania.
“Io non m’indugio a notare le contraddizioni della sentenza, […] dico però che, trattandosi di vita o di morte, non bisognava restringere nel breve spazio di un’ora, non ostante la fretta del Bixio, il diritto a difendersi, sebbene si trattasse di colpevoli grandissimi; dico che la commis­sione non doveva mandare a morte il Lombardo, ma inviarlo cogli altri, sui quali gravavano le medesime accuse, al tribunale di guerra(5).

Ma il Lombardo era già votato a morte, e le corti marziali, si sa bene, non guardano tanto pel sottile.

“Data la sentenza, l’arciprete Politi andò al collegio a comunicare al Lombardo la ferale notizia; altri corsero al carcere a darne la novella al Saitta e ai fratelli Minissale. Ascoltò tranquillo il Lombardo e disse:
- I miei nemici hanno alfine trionfato. Dieci anni prima o dopo è lo stesso. Era questo il mio destino.-

“Fu tra i pianti e le strilla di una sua donna celebrato “in articolo mortis“ il matrimonio ecclesiastico; e, avuti gli estremi conforti della religione, stoicamente si preparò al gran passo.
“I parenti del Lombardo si presentarono al Bixio per implorare da lui di poter dare l’ultimo abbraccio al condannato, ma egli fieramente li respinse; e il povero garzone, andato a portagli delle uova, fu rimandato con dure parole:
- Non ha bisogno di uova, domani avrà due palle in fronte!

La fucilazione in un murales a BronteIl domani venerdì, verso le 8, i condannati furono condotti al luogo del supplizio. Una folla immensa di popolo, nei cui occhi leggevasi lo spavento e la compassione, seguiva in ferale silenzio il corteo. L’arciprete Politi e il sac. Radice li andavano confortando.

Il Lombardo, aitante nella persona, con lo sguardo mesto, con un cappello a cencio, procedeva a passi lenti, fumando un sigaro, lisciando la sua nera e folta barba[…] invitando i compagni a rispondere alle preci degli agonizzanti. […]

Arrivati sulla piazza di S. Vito i cinque condannati furono posti a sedere in fila. Protestò di nuovo il Lombardo la sua innocenza, chiese in grazia di essere il primo fucilato […] Letta da un ufficiale la sentenza fu ordinato il fuoco. Caddero riversi un dopo l’altro tutti e cinque. […]

Stava Bixio con gli occhi fissi, vitrei, a cavallo, come l’angelo della vendetta. […] In quel solenne e funebre momento certo il suo cuore dovette sentire uno schianto. […]

Sappiamo[…] che più tardi, nei lontani mari asiatici, ove sconsolata morte lo colse, ragionando egli a volte col suo medico di bordo dottor Mariano Salluzzo dei delittuosi fatti di Bronte e della fucilazione del Lombardo, saputo che questi non era stato l’arrabbiato borboniano e l’aizzatore alle stragi, come gli era stato dipinto, sentiva come un incubo sull’animo e troncava il discorso.(6)

“Tale fine ebbe Nicolò Lombardo. Egli andò a morte per i sobillamenti dei suoi nemici, e per soddisfazione della nazione britannica. […] di lui, scriveva a me il senatore Carnazza Amari, figlio di quel Sebastiano Carnazza, che per la libertà patì torture, carceri ed esilio:
- Ricordo benissimo che Nicolò Lombardo era molto amico di mio padre, che da lui e dai contemporanei era ritenuto come il capo del partito liberale di Bronte […] fu fucilato […] perché […] ritenuto eccessivamente rivoluzionario […] e per un fatale errore del Bixio; […](7)

Tutt’ora però vi ha chi appone a lui la preparata strage e gli ascrive a gran colpa le sue relazioni coi facinorosi(8); Il colpo di grazia, nel film di F. Vancinialtri pensano che voleva disfarsi di tre o quattro nemici […] altri che egli, a studio, in pubblico parlava di pace ai contadini che poi segretamente aizzava. Altri invece lo scolpa dicendolo buono e amante del popolo.

In tanta contrarietà di pareri, di sentimenti e di giudizi, essendo la vita di ogni agitatore avvolta un po’ nel mistero, né agevole quindi penetrarne i disegni, io osservo che se egli avesse voluto disfarsi dei suoi nemici, certo ne avrebbe avuto l’occasione ed il mezzo, ma nessuno di essi fu ucciso; e il Saitta Vincenzo era fratello a Luigi suo amico e compagno,[…].

Molti cittadini e preti e frati convengono ch’egli non volle mai la strage; ma che la plebe briaca andò di là dalle sue intenzioni; che veri aizzatori […] furono i malfattori usciti dalle carceri, e specialmente quei venuti da Adernò, Biancavilla, Alcara li Fusi.
Egli prese partito pericoloso, perocchè è facile muovere la plebe, ma difficile il frenarla; […] Il Lombardo, accortosi delle scelleratezze della plebe, avrebbe dovuto col sacrificio di se stesso affrontare l’ira, ed avrebbe evitata a sé morte inonorata; ma gli mancò l’animo: la viltà, la paura della morte lo vinse.

“Giunto a questo punto, conviene che, io da narratore e da giudicatore imparziale, deplori come scrittori borbonici e liberali abbiano in parte alterata la verità dei fatti; quelli esagerando, questi attenuando e giustificando la violenza bixiana: gli uni e gli altri, per ignoranza, accrescendo di delitti maggiori e non commessi le colpe del popolo brontese, confondendo le notizie e attribuendo perciò a Bronte fatti più atroci di quelli da lui commessi in realtà, e consumati invece da altri nei paesi sollevati; […].”

Nino BixioIl Radice contesta due scrittori borbonici, il Buttà e il Desivo che hanno scritto cose esagerate o inesistenti sul conto del Bixio e continua: “Lascio sulla loro coscienza borbonica tutte coteste menzogne […]. Del resto sulla memoria del Bixio, il cui nome è gloriosamente legato con la storia del nostro Risorgimento, gravano non pochi di simili atti di violenza; ed è vano che i suoi biografi si studino di dissimularli.

Quello era l’uomo, che la natura, la quasi nessuna educazione di famiglia, come dice il Guezzoni, […] avevano formato. La rivoluzione gli fu propizia per salvarlo forse da una vita ignobile, e ne fece un bronzeo tipo di eroe […]
Egli era lampo e fulmine, dovunque capitava apparizione terribile. La qualità dominante in lui era l’ impeto, che lo faceva mirabile ed eroico nelle battaglie; ma spesso per eccessivo amore di disciplina, giustiziere irremovibile e tremendo.[…] tutto per la patria ei si credeva lecito di fare: Salus reipubblicae suprema lex!

“Egli stesso conoscendo il suo carattere così impetuoso, accennando alla missione di Bronte, scriveva alla moglie nel 17 agosto, dalla spiaggia di Giardini, […] - missione maledetta, dove l’ uomo della mia natura non dovrebbe mai essere destinato.-

“E in una seduta alla Camera del 3 luglio ’62, “incidentalmente dichiarava come a sua giustificazione: - Potrei citare fatti dolorosi in cui mi sono trovato nella necessità di far fucilare. Nel fatto di Bronte potrei provare che ho minacciato quelli che volevano la fucilazione, ho impedito i miei soldati col revolver alla mano di toccar la popolazione civile, ed ho minacciato i municipii e la guardia nazionale se versavano il sangue, quindi gli accusati sono stati giudicati dai tribunali del paese, a porte aperte, senza alcun militare, all’infuori della sentinella alla porta e dei soldati necessari a mantenere l’ordine, e solo quando il tribunale ebbe pronunziato, dico, furono dolorosamente fatti fucilare da me.

“Ma comunque, tutti questi suoi atti, figli dell’ indole sua fiera e dovuti a circostanze eccezionali di tempi e di cose, non diminuiscono punto la sua mirabile figura di patriota e di soldato, del prode dei prodi, come lo chiamò il Carducci; e l’Italia, che egli molto amò, a cui diede la sua giovinezza, l’avvenire suo e dei suoi, l’ha già meritatamente glorificato.

“Dei sei scrittori liberali che sono a mia conoscenza: Giovanni La Cecilia, Busetto Girolamo, Carlo Pecorini Manzoni, Cimbro Lazzarini, Giuseppe Cesare Abba e Giuseppe Guerzoni; questi due ultimi, anzicchè narrare, favoleggiarono; e più letti e più creduti perché primi scrissero, misero in mala voce la città di Bronte. Il Guerzoni(9) fantastica di reazione fratesca e borbonica, di stupri di donne, di orribili ma storici squarciamenti di bambini! E l’Abba(10) di chierici trucidati […], di monache violate […], di seni recisi[…], mentre Bixio prorompeva in piazza e caricava alla baionetta quei dementi. Di tutti questi orribili delitti nessuno è vero, nessuno fu visto dal Bixio, né potè essere narrato per la semplicissima ragione che nessuno di essi fu commesso.(11)

Che carica alla baionetta! Bixio arrivò il giorno dopo, finita la rivolta, quando già la calma cominciava a rientrare negli animi per la venuta provvidenziale del colonnello Poulet, di cui finora tutti hanno taciuto. Perché? Forse per dare a Bixio solo la gloria della repressione?

Ed è ingeneroso studiarsi di mostrare più reo che non sia un popolo ignorante, trascinato al delitto per cause e colpe non sue e per il fatale andare di umani avvenimenti, compiacendosi di narrare i fatti dietro fantastici racconti di testimoni non oculari, […] Avrebbero i parenti delle donne, dei vecchi, dei bambini trucidati, sopportata tranquillamente tanta infamia?

Se non che i volumi del processo sono lì a smentire ogni cosa. Il La Cecilia(12), da storico spassionato, narra in generale le stragi, ed anzicchè dirle effetto di reazione borbonica, afferma che furono una legittima conseguenza del precedente governo, il quale, iniquo in sé stesso, aveva corrotta ogni classe di cittadini e preparato i motivi dell’ eccidio. Il Lazzarini(13) ripete le cose dette dal Guerzoni e dall’Abba.

Ci duole che nessuno dei tanti studenti, medici, avvocati, ingegneri, artisti, garibaldini che furono a Bronte abbiano(14) lasciato un ricordo delle loro impressioni, le quali avrebbero di certo sfatate le esagerate fantasie e le menzogne.”

“Ripiglio la narrazione. - I corpi dei giustiziati immersi nel loro sangue furono lasciati fino a sera esposti al pubblico, spettacolo miserando e ammonitore. Questa esecuzione assai la plebe sbigottì, solo agli offesi soddisfece, quella per timore di peggio, questi per vedersi vendicati del danno e delle ingiurie patite.
“Bixio scrisse subito al Governatore di Catania una lettera(15) piena di santi sdegni, bollando a ragione, di vigliaccheria civili e autorità.
“Nominato nello stesso giorno 10 il capitano Bernardo Zappalà quale commissario straordinario e Delegato del Governo per sopraintendere a tutte le operazioni governative e amministrative e affidato il comando della Guardia Nazionale agli avvocati Cesare Nunzio e Nicolò Leanza ed al sig. Giacomo Meli,(16) Bixio il giorno 11 partì da Bronte per la via di Randazzo conducendo seco fra lo stupore e la paura del popolo un centinaio di prigionieri e lasciando nel paese una compagnia a preghiera dei civili e dei preti paurosi di una reazione. Da Randazzo il giorno 12, come ricordo e solenne monito, pubblicava un […] proclama “Agli abitanti della provincia di Catania”.

“Comprese Bixio che causa prima e vera della sommossa non era stata la reazione borbonica, sognata a fin di vendetta dai consiglieri del Comune, ma la mancata divisione dei beni; onde con altra lettera, prima di imbarcarsi alla fatale conquista del Regno di Napoli, […] scriveva al Governatore di Catania, fra l’altro, il Dittatore approva completamente il fatto da noi; ma vuole che le autorità tutte comprendano che anche loro hanno dei doveri da compiere, ed intende che siano responsabili della mancanza di energia mostrata.
Farà studiare la questione della ripartizione dei beni comunali, accoglierà le domande che siano inoltrate nei modi voluti, repri­merà energica­mente chi si avvisi spingere alla violenza, in una parola non s’intende essere il Dittatore di un paese popolato da uomini metà feroci e metà codardi. […] I prigionieri li conduco meco, le commissioni che hanno fatto qualche cosa si renderanno in Messina per riferire all’Auditorato di guerra. Queste commissioni sono gran parte formate di poltroni, non giunsero in tempo e non ne compresero il valore.(17) […]

“Intanto a Bronte si pensava a restituire l’ordine turbato e a farvi ritornare la tranquillità. Il Commissario di guerra Zappalà, riunito nei giorni 11, 14 e 18 in una sala del Collegio Capizzi, il Municipio, istituì ed assoldò una compagnia di 60 individui […], nominò Delegato di Pubblica Sicurezza il sig. Gaetano Mangialardo […]. Partito lo Zappalà per altri luoghi, gli successe nella carica il sig. Michele Caudullo, al quale il Municipio diede l’ incarico di scegliere un capitano per l’istruzione delle reclute […].

“Ritornò a Bronte il Poulet con una compagnia di guardia civica e il capitano Porpora per tenere a freno i ribaldi che correvano la campagna tenendo il paese in continua ansia e spavento. Ritornarono i capitani fuggiti della Guardia Nazionale, scintillanti d’oro e di argento alle parate. Chi aveva torti da vendicare si fece denunciatore e calunniatore. La libertà e la vita dei popolani in balìa della Guardia Nazionale, nel cui arbitrio era l’arrestare o no. Il carcere rigurgitava di detenuti, rei ed innocenti. Molte famiglie di contadini e di artigiani in preda a grande agitazione, non più sicure della loro libertà, si querelavano di violato domicilio, di arbitrari arresti.

Il Governatore, a far cessare soprusi e lamenti, gravidi di nuove turbolenze, e rimettere il paese nel suo essere primiero, nominò Delegato di P. S. il Dott. Antonino Cimbali, uomo di molta autorità nel popolo. Con un patriottico e fraterno manifesto invitò il Cimbali i cittadini alla calma, promise a tutti guarentigie, diede libertà ai detenuti, che sapeva o credeva innocenti, pose le mani sui veri colpevoli, e col giudice Vasta si accinse al compimento del famoso processo.
“Il consiglio civico nella seduta del 22 agosto e del 16 settembre, sotto l’ incubo del timore di una reazione, ed incitato vieppiù da sentimenti non lodevoli di vendetta, chiedeva al Governatore della Provincia ed al Prodittatore che, a pubblico esempio, ed a maggior sicurezza dei citta­dini, venissero i colpevoli, come reazionari e borbonici, giudicati e fucilati in Bronte; fossero confiscati i loro beni a beneficio delle famiglie danneggiate; e inoltre faceva voti perché rimanesse in paese la commissione mista di Guerra.
Si oppose il governatore di Catania a tale insana proposta, che avrebbe cagionato novella guerra civile, e rituffato il paese in nuovi spargimenti di sangue; e, stimando la sommossa originata dalla mancata divisione dei beni comunali, più che da reazione borbonica, pensava i colpevoli dover essere giudicati dai tribunali ordinari ed essere meritevoli di amnistia e di grazia.

Il Consiglio protestò fortemente nella seduta del 23 novembre contro il Governatore, dicendolo caduto in scandaloso errore. Nel medesimo tem­po gli avv. Liuzzo Giuseppe e Cesare Nunzio brigavano presso le autorità in Catania, perché almeno i colpevoli non fossero compresi nell’indulto del 29 ottobre del Garibaldi. Non seppero difendersi e domandavano alle leggi protezione alla loro vendetta.(18)

“Durante questo scatenarsi e cozzare di passioni, di odii, di vendette insoddisfatte e di denunzie, Garibaldi vinceva al Volturno e Re Francesco lasciava Napoli.

“Nella votazione per l’annessione della Sicilia, Bronte rispondeva unanime con 1973 voti. Venute le elezioni pel primo Parlamento Italiano, inviava come deputato il Prof. Placido De Luca, noto per la sua dottrina(19), e nel 20 novembre, venuto a visitare la Sicilia Re Vittorio, incaricava gli avv. D. D. Emanuele Viola, Dott. Mario Lombardo da Palermo, Padre Giacomo Meli, prete dell’oratorio, il Barone Antonino Baratta e il Sig. Francesco Cimbali(20) a presentare al nuovo Re d’Italia in Palermo, un indirizzo di fedeltà e di omaggio(21).

“Ristorato l’ordine e la sicurezza pubblica, rassicurate le famiglie, il consiglio civico nel 31 gennaio 1861 deliberava voti di plauso e di gratitudine al Dr. Antonino Cimbali per l’ opera sua intelligente e patriottica, e con lettera ufficiale al Governatore della Provincia e al Consigliere di Luogote­nenza, chiedeva la conferma di lui nella carica di delegato. Ad eliminare intanto una delle principali cause che avevano generato la sommossa, nel 18 giugno 1861, per opera del Cimbali, […] mediante una transazione con il Governatore della Ducea fu appianata la lite che da 350 anni aveva travagliato ed immiserito Comune e popolo; ma vennero rispettate nella transazione le usurpazioni fatte.(22)

Dopo tre anni di ambasce, nel 12 agosto 1863, la Corte di Assise di Catania condannava agli ergastoli a vita, 37 dei principali delinquenti. Il Dottor Luigi Saitta, D. Carmelo Minissale, i fratelli Lombardo Dr. Placido e il Sac. Giuseppe, e il nipote Giuseppe Meli Mauro erano stati assolti dalla R. Procura, nel 17 e 19 Dic. 1860.

“[…] Il danno che patì il Comune ammontò a più di duecentomila lire, compresa la perdita delle 100 mila lire che erano in potere dell’ucciso cas­siere Aidala; senza calcolare i danni dell’incendio dell’Archivio comunale, che dovette in parte essere rifatto per gli usi civili della vita, mante­nendo per molto tempo numeroso stuolo d’impiegati a Catania.

“Giunti finalmente al termine della dolorosa narrazione crediamo utile ricordare, sebbene né l’inesperienza degli altri, né la propria giovi mai del tutto ad alcuno, che è pericoloso fare affidanza con la plebe e stancarne la pazienza; che qualunque diritto alla vita sociale si acquista solo per mezzo di una costante e lunga preparazione; che la violenza raramente lo assicura e che le rivolte, anche mosse da giusta causa, tornano quasi sempre a danno di chi le fa. Le ribellioni non sono che conclusioni avanzate e feroci di un sillogismo: espiatorie vendette.

“Vicende delle umane cose! La plebe che s’ era fieramente sollevata per la mancata ripartizione dei beni comunali, vendette poi per poche lire quel pezzo di terra che aveva reclamato con tante stragi e spargimento di sangue. Appena sorteggiate le quote, circuita da ingordi speculatori, cedette ognuno la propria per L. 40 o 50, dichiarando nei contratti anticretici(23) di avere ricevuto lire 300,400 che sarebbe stato il prezzo reale di ogni campicello. A questo modo legalizzando la spoliazione, ingrassarono a spese dei proletari le nuove e cupide genti.

Così ebbe fine questa sanguinosa sommossa, che ira cumulata di generazioni per soprusi e ingiustizie, mal governo del Comune, pochezza di senno e di animo nelle autorità e nei cittadini, discordia e cupidigia di potere in tutti, fruttò al paese tanto esterminio e tanta morte!

Et haec olim meminisse iuvabit!

Palermo, 8 Marzo 1910 (24)

Da pag. 509 a pag. 519 delle "Memorie storiche di Bronte" seguono cinque documenti:

Il primo è Lettera dell’avv. Placido De Luca, datata Palermo, 24 agosto, al fratello Antonino, Arcivescovo di Tarso e nunzio apostolico a Vienna. In essa è fatta relazione esagerata della sommossa di Bronte da parte di un partito di minoranza capeggiato da “un tal Nicola Lombardo, adontato che non era stato proposto a giudice.” Dice che le vittime “tra i galantuomini e pochi maestri giunsero a 26 […] 36 case bruciate e devastate, tra le quali la nostra e quella che abitava nostra sorella Caterina […]” indicando i danni subiti e quello che egli aveva potuto salvare prima. E concludendo aggiunge: “Per danno di persone tra i nostri parenti non abbiamo cosa a deplorare. Quel Lombardo è stato fucilato con altri; il povero Luigi Saitta è in arresto con molti altri. […]

Il secondo è Processo Penale di Bronte. - Volume I foglio 83 in cui […] La commissione mista eccezionale di Guerra all’uopo eretta. Visti gli atti a carico di Nicolò Lombardo ecc. […], intesi nelle forme di rito tanto i testimoni a carico, che a discarico (sic) e il Radice aggiunge con la nota (119) che recita: “Spudorata menzogna. I testimoni a discarico non furono intesi, giusta l ordinanza di un’ora prima della stessa commissione di guerra. La verità anzitutto.” […]
Segue la ricostruzione dei fatti da parte del Presidente nella quale, fra l’altro, si dice “cominciarono ad incendiare la locanda dei fratelli Lupo,(25) e saccheggiarla, […] si assodarono eziandio ed in modo principale gl’incendi di 46 case avvenuti in quei giorni funesti(26). […] e infine “La Commissione colla medesima unanimità di voti, Ordina: di prendersi una più ampia istruzione sul conto dei suddetti Saitta e Minissale, rimanendo sotto lo stesso modo di custodia; condanna Nicolò Lombardo, Nunzio Samperi Spiridione, Nunzio Ciraldo Fraiunco, Nunzio Longhitano Longi e Nunzio Spitaleri Nunno alla pena di morte da eseguirsi colla fucilazione e col 2° grado di pubblico esempio nel giorno d’oggi alle ore 22 d’Italia. […]
“Fatto, deciso e pubblicato in Bronte oggi il nove agosto 1860 alle ore 20, in continuazione dell’ ultimo atto della pubblica discussione.
De Felice, Presidente; Biagio Cormagi, Alfio Castro, Ignazio Cragnotto, Giudici; Nicolò Boscarini, Segretario Com.; Visto l’ Avv. Fiscale: Michelangelo Guarnaccia.”

Il terzo contiene il resoconto della riunione del “Consiglio civico il giorno 23 novembre in Bronte” che decreta la divisione in lotti dei terreni comunali e giudica che “i misfatti ed eccidi in Bronte sono l’effetto di una reazione […]”(27)

Il quarto è la lettera dell’avv. fiscale M. Guarnaccia con la quale trasmette al Municipio di Bronte il certificato di morte dei 5 fucilati, rilasciato dal segretario cancelliere N. Boscarini.

Il quinto contiene l’elenco delle “case saccheggiate ed incendiate,” che sono 34, fra le quali figurano “la locanda dei fratelli Lupo e la casa di Mastro Gaetano Lupo.” Seguono “Nome e Cognome delle persone dalle quali ho raccolto i particolari narrati” che sono 37.
 




NOTE:

(1) Ibidem cit. pag. 478/9 passim - e nella nota (72) il Radice precisa: “De Luca, Op. cit. pag. 200 (211 della nuova edizione) Questa lettera però non si trova fra le carte del padre Gesualdo. Nessuno dei superstiti mi ha saputo confermarne l’ esistenza.”

(2) Ibidem cit. pagg. 482/3 passim - A. Cimbali, nei suoi Ricordi cit. a pag. 79, così racconta i fatti: “Sistemata la posizione di Bronte, il generale Bixio in furia e in fretta […] partiva per Milazzo, dove […] lo aspettava il generale Garibaldi per la continuazione delle loro gloriose e patriottiche imprese. Intanto, con apposito decreto, fattomi partecipare in Catania a mezzo di quel governatore, mi chiamava alla reggenza dell’ azienda comunale in dissesto e manomessa, facendo adesione al voto pubblico in mio favore in quelle circostanze manifestato. Per fermo, il nome di colui che, per i servizi resi al paese, gode una grande popolarità, viene sempre in mente nelle circostanze difficili e delicate malgrado egli siasi ritirato dalla vita pubblica. Chiamato dal governatore, fui pregato anche ad assumere le funzioni di delegato di pubblica sicurezza siccome continuazione dell’ incarico da me ben disimpegnato nel 1848 di capitano giustiziere. Mi negai recisamente, facendogli conoscere l’ ingratitudine e la perfidia di taluni del mio paese, che l’aver salvato Bronte nelle tristi vicende del 1848 era stato la mia rovina, che perciò non avrebbe potuto dubitarsi della ragionevolezza del mio rifiuto. I fatti di Bronte dal giornalismo erano stati dipinti con colori così tetri da far venire la pelle d’oca a tutti coloro, che erano chiamati ad esercitare una funzione pubblica qualunque. Nel mentre il governatore curava col maggiore impegno a provvedere alle tristi esigenze di Bronte, taluni del paese, e tra questi dei miei nemici in resipiscenza, invocando il mio ajuto, mi chiamavano in Bronte per ridare un sistema al paese e a loro la pace tanto desiderata dopo sì dolorosissimi trambusti sofferti.Il governatore, non trovando chi volesse assumersi quell’incarico […] mi sollecitò una seconda volta perché io accettassi; ed io, commosso dalla sventura del paese che avevo sempre amato, e più dall’ invito che la catastrofe aveva consigliato ai miei stessi nemici e ritenendo che il perdonare i nemici e salvare la patria sia la migliore gloria del vero cittadino, finalmente accettai, e fornito del decreto di nomina, mi recai a Bronte per provarmi all’ adempimento dell’ incarico ricevutomi.[…]

(3) Ibidem cit. pag. 486 - Nella nota ( 78 ) il Radice chiarisce : “Che il Bixio sia andato a Regalbuto il girono 9, rilevasi dalla sua lettera al Governatore di Catania, in cui gli scrive dell’esecuzione eseguita, che fu nel giorno 10; dal conto dello stallaggio presentato dal locandiere Lupo. Vedi doc. n. 14 1860 Arch. Com. Bronte.” E nella nota (79) dice: “Vedi Diario, Lettera a Dezza 8 agosto ?” - Documenti 19/22.

(4) Ibidem cit. pagg. 487/ 89 passim - Nella nota (82) viene riportata la “Posizione a discolpa di Nicolò Lombardo (Archivio Provinciale di Catania )” nella quale vengono elencati i 7 testimoni: “1) Sac. D. Gaetano Rizzo; 2) Sac. D. Gaetano Palermo; 3) Maestro Carmelo Petralìa e Cav. Mariano Meli; 4) Agata Imbrosiano, Maestro Nunzio Costa, ferraio, Donna Vittoria Castiglione; 5) Delegato; 6) Delegato D. Nicolò Spedalieri, D. Giuseppe Radice, Sac. D. Giuseppe Di Bella, Sac. D. Vincenzo Leanza; 7) Sac. D. Luigi Radice, Sac. D. Antonino Zappìa;” con le accuse da contestare.

(5) Ibidem cit. pagg. 490/91 passim - Nella nota (85) il Radice osserva: “Fa meraviglia che il maggiore De Felice estensore della sentenza nel suo diario dal 1837 al 1860, tuttora inedito, non faccia cenno alcuno della sua dolorosa missione in Bronte. Ciò mi hanno assicurato l’egregio amico avv. Vincenzo Finocchiaro che ha scorso il diario e il figlio del Defelice. Perché? L’animo suo rifuggiva forse dal ricordarlo?” Curioso come nello spazio di poche righe lo stesso cognome sia stato scritto in due modi diversi! Refuso tipografico?

(6) Ibidem cit. pag. 492 - Il Radice nella nota (87) precisa: “IL dottor Salluzzo raccontava ciò all’ avv. Placido De Luca. Richiesto da me il Salluzzo con cartolina del 3 ottobre 1905 mi rispondeva che dopo tanti anni, non ricordava bene. Il Salluzzo nel passaggio da Messina s’imbarcò con Bixio il 5 agosto sul vapore Maddaloni.” Come è possibile quella data se il Bixio fino al 10 mattina era a Bronte?

(7) Ibidem cit. pag. 493 - Nota (89) “Lettera del 14 marzo 1906 al prof. Benedetto Radice.”

(8) Nella nota (90) il Radice cita: “Antonino Cimbali, Ricordi e lettere ai figli, cap. IV pag. 31”, che nella nuova edizione è pag. 76, in cui si dice: “Alla sua presenza e sotto i suoi ordini, (il Bixio) fece eseguire la fucilazione di quanti faziosi potè arrestare e del loro capo, certo Nicolò Lombardo, avvocato, che, sia per ingenita nequizia, sia per la più sfrenata ambizione di potere, aveva a quel miserando stato ridotto il paese.” E Biagio Saitta, curatore dell’edizione 2002, nella nota [9] commenta: “Alla luce di altre testimonianze, l’opinione del Cimbali sul Lombardo appare quanto meno ingenerosa. Cfr. B. Radice, Memorie storiche di Bronte cit. p. 438 segg. Sul tema vd. Inoltre, più recentemente, B. Saitta, Per una storia di Bronte, in A. Corsaro, Il real collegio Capizzi, Catania 1994, p. 11 sgg.” Di lui conviene riportare le frasi più significative: “Su questi ultimi fatti (agosto 1860 ) ci si consenta di tornare. Una terra che è sede di un’istituzione (il Collegio Capizzi) la quale ha consentito ai suoi figli di affinarsi e di crescere, non può essere una terra “di assassini e di ladri”, colpevole di “ lesa umanità”, come sbrigativamente la bollava Bixio. […] mi pare opportuno che si debba dar conto di un fatto storico che ha pesato ingiustamente sui suoi cittadini come un macigno. Mi sembra un dovere richiamare dall’oblio l’avvocato Nicolò Lombardo e i popolani Nunzio Ciraldo Fraiunco, Nunzio Spitaleri Nunno, Nunzio Samperi Spiridione, Nunzio Longhitano Longi, caduti sotto il piombo dei fucili garibaldini, vittime di ragioni per loro non comprensibili. Ma richiamare dall’oblio significa cercare la parola chiarificatrice che faccia finalmente giustizia e restituisca alle vittime quella dignità della quale sono stati defraudate da una letteratura di parte. Compito della storia è soprattutto quello di lottare contro la disumanizzazione della stessa conoscenza storica, per cui lo storico ha il compito di cogliere […] le persone umane, con le loro mentalità e le loro passioni, con i loro ardori e il loro temperamento. […] Esposti i fatti di quei giorni drammatici e elencati i 15 nomi delle vittime, continua: “Dietro questa sequela di nomi vi sono odi mai sopiti, soprusi mai scordati ma anche ansie generose risorte di fronte a quella che appariva la splendida e rapida azione garibaldina. E la storia ha il dovere di guardare al di là della facciata, al di là della scena, onde riuscire a cogliere le motivazioni che sono alla base dei piccoli episodi come dei grandi rivolgimenti. Vi fu certamente una molla che scatenò la reazione dei cittadini brontesi; così come non banali dovettero essere le considerazioni che mossero Bixio ad assumere le gravi decisioni. Troppo riduttivo sarebbe pensare da parte del generale garibaldino ad un fatale errore determinato da iniqui sobillamenti: l’ azione imposta da Bixio ai giudici della Commissione mista di guerra operante nei locali di casa Fiorini fu frutto di scelta freddamente calcolata. Le fucilazioni volute da Bixio dettero ampia soddisfazione alla nazione britannica i cui interessi sulla Ducea erano stati minacciati dall’ondata rivoluzionaria, né sfuggiva, crediamo, al generale, che un’operazione del genere sacrificava certamente la giustizia ma rispondeva pienamente alle necessità della politica e alle dure leggi della guerra. […]”

(9) Ibidem cit. pag. 496 - “G. Guerzoni, La vita di Nino Bixio pagg. 215/225.”

(10) Idem c. s. - “G. C. Abba, Da Quarto al Volturno. Noterelle d’ uno dei Mille, pagg. 266 - 269. Vita di Nino Bixio, pagg. 109 - 123.”

(11) Ibidem c. s. - Nella nota (102) il Radice precisa: “L’Abba, a cui scrissi, mi rispondeva che aveva avuto quelle notizie da testimoni oculari, (avevano le traveggole!!) e il colonnello Sclavo afferma che era vero quanto scrissero il Guerzoni e l’Abba!!”

(12) Ibidem cit. pag. 497 - “Giovanni La Cecilia, Storia della rivoluzione siciliana, vol. I pag. 248 - Milano 1862.”

(13) Ibidem c. s. - “Cimbro Lazzarini, Nino Bixio, ricordi storici-biografici, L. Beltrami, Bologna, 1910.”

(14) Idem c. s. - Dovrebbe essere “abbia“ perché il soggetto è nessuno; ma vale l’eccezione della c. d. “concordanza a senso”.

(15) Ibidem cit. pag. 498 -Documento 24 - Nota (103) Datata dal Radice “Bronte 10 agosto 1860, […] poiché l’esecuzione della sentenza a cui accenna la lettera avvenne il 10, come rilevasi dal certificato di morte inviato dalla Commissione di guerra al Municipio di Bronte n. 51, e dal registro dei morti che si conserva nella chiesa della Matrice.”

(16) Ibidem cit. pag. 499 - Nel documento (25) riportato nella stessa pagina, unitamente ai doc. 26 e 27, al posto del Meli, figurano Arcangelo Radice e Antonino Cimbali: come mai?

(17) Ibidem cit. pagg. 500/503 passim - Nella nota (108) il Radice precisa: “Il Guerzoni pubblica la lettera senza data e luogo di provenienza. Bixio si imbarcò sul Flanklin o sul Torino il 19 agosto. Dal contesto la reputo scritta tra il 14 e il 16, e da Giardini.”

(18) Ibidem cit. pagg. 503/ 504 - Nella nota (112) il Radice specifica: “Lettera dell’ avv. Cesare al Dott. Antonino Cimbali novembre 1860. L’ originale si conserva dalla famiglia Cimbali.

(19) Ibidem cit. pag. 505 - Nella nota (113) il Nostro afferma: “In quei mesi agosto e settembre il Prof. De Luca pubblicava nel Precursore articoli dottissimi sulla statistica e sulla finanza della Sicilia. […]”

(20) Dovrebbe essere un fratello di Antonino.

(21) Segue il testo ampolloso dell’indirizzo, scritto, come specifica il Radice nella nota (114) a pag. 506, dal prof. Sac. Vincenzo Leanza.

(22) Nella nota (116) viene specificato: “Vedi atto notar Giuseppe Gatto.”

(23) Ibidem cit. pag. 507 - I contratti anticretici erano quelli che contemplavano il diritto all’ usufrutto da parte del creditore fino al saldo del debito.

(24) Questa datazione dimostra che il Nostro frequentava ancora Palermo per finire le sue ricerche e il suo lavoro, pur essendosi trasferito già a Bronte. (vedi pag. 9)

(25) Ibidem cit. pag. 512 - Il cui motto era: “Ospite, non temere di Lupo il tetto: trovi senza periglio agio e ricetto!”

(26) Ibidem cit. pag. 513 - I numeri ballano da documento a documento.

(27) Ibidem cit. pag. 517 - Il Radice nella nota (120) ribadisce: “I fatti da me fedelmente narrati smentiscono la deliberazione del Consiglio ispirata da vendetta. La sommossa fu una lotta sanguinosa di classe, non una reazione borbonica.”

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