I FATTI DEL 1860

150 anni dal 1860, dibattiti, ricostruzioni, le opinioni...

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ANTEFATTI - DECRETI DI GARIBALDI - SITUAZIONE LOCALE - I FATTI DAL 2 AL 9 AGOSTO - DIBATTITI E RICOSTRUZIONI


 1860-2010 / La repressione della rivolta nella Sicilia dell'Unità

LE GRANDI DATE: 1860

La repressione della rivolta nella Sicilia dell’Unità

I ribelli di Bronte

Di Salvatore Falzone (La Repubblica – Edizione di Palermo – 12 Febbraio 2011)

Il 2 agosto la folla inferocita reclama le terre e assalta le case per depredarle
Lamentano di essere stati dissanguati, vogliono i beni del Comune

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Bronte, 2 agosto 1860, cinque del mattino. Tocchi di campane a morto. Fischi, urla, qualche colpo di fucile. La folla è impazzita.
Tutti gridano come disperati. Vogliono dividersi i beni del Comune, dicono che i “cappelli” hanno succhiato il loro sangue e che adesso lo devono restituire. È partita la rivolta, non c’è più niente da fare.
I dimostranti arrivano al Casino dei civili: «Vogliamo le terre!», sbraitano in dialetto. Sul bastione compare il notaio Cannata. Con la doppietta minaccia di tirare sulla folla. I fischi si fanno assordanti. Rabbia e vendetta. Piovono pietre: nessuna vittima.
La prima è Carmelo Curchiurella, guardia municipale, ma cade il giorno dopo, nei pressi del carcere, mentre sta annotando i nomi di quelli che due giorni prima hanno occupato i passi che portano fuori dal paese.
Di sera, alle 23, suonano a martello le campane dell’Annunziata. «Viva l’Italia e morte ai sorci!».
L’ira dei morti di fame esplode violenta. L’atmosfera è rovente, da giudizio universale.
La massa di ribelli avanza dal piano di San Vito verso il centro del paese.
I più pericolosi sono i carbonai, calati dalle caverne dell’Etna: non ne possono più di dare soldi a quegli usurai dei proprietari dei boschi per rifornirsi di legna. E con le accette colpiscono le porte delle case, scardinano gli usci con pali e scuri.

Dalle abitazioni, invase con furia animalesca, portano via tutto ciò che trovano: farina, vino, olio, grano, materassi di lana buoni per dormire. Ma anche sacchi imbottiti di paglia: che presto diventano fiamme. Fuoco e fumo, in paese non si respira più.

Di nuovo giorno, 3 agosto. Armata di fucili e bandiere, l’esercito dei dissidenti si accalca sotto la casa di Nicolò Lombardo: «Evviva l’avvocato!». Uomo saggio e liberale. Persona per bene. È un amico del popolo, e fin dall’inizio della sommossa ha cercato di spegnere - senza riuscirci - gli ardori dei ribelli inferociti. La folla applaude sotto il suo balcone.
L’avvocato viene acclamato a viva voce presidente del Municipio. Ancora una volta Lombardo cerca inutilmente di frenare gli animi.
Vuole evitare il peggio. Ma il peggio accade. Alle tre del pomeriggio viene ucciso il notaio Cannata: i braccianti che pascolano nelle sue terre hanno ancora la schiena segnata dalle botte dei suoi campieri. Anche il figlio del notaio, Antonino, non la scampa: non ha fatto niente, ma con un padre così merita almeno due fucilate al petto.
Un carbonaio massiccio, tutto nero di fuliggine, sta comiziando davanti al Casino dei civili.
Promette odio e vendetta: «Viva l’Italia, viva Garibaldi!». E giù morti: Nunzio Lupo viene massacrato in un orto a due passi dal Collegio Capizzi, il cassiere comunale Francesco Aidala viene freddato nel quartiere San Vito. Poi tocca a Vito Margaglio e a Vincenzo Lo Turco, quest’ultimo impiegato del Catasto. Un buon numero di civili si travestono da contadini. Qualcuno da donna. Sono ridicoli, ma riescono comunque a fuggire verso Catania aiutati dai loro massari.
Il terrore sembra destinato a non avere fine.
L’avvocato Lombardo non si ferma un attimo, parla con tutti, implora i violenti di fermare la strage. Ma proprio mentre si dà da fare, allo Scialandro, antico luogo di supplizio sotto il mero e misto imperio, vengono trucidati altri disgraziati.

Garibaldi è a Messina e ordina a Bixio di stroncare la sommossa
Finita la battaglia di Milazzo, Garibaldi si trova a Messina per preparare lo sbarco dei Mille nel Continente. Il grosso delle sue truppe invece bivacca a Giardini nella speranza di attraversare lo Stretto fuori dal tiro delle fregate borboniche. L’eroe dei due Mondi viene tempestato di telegrammi da parte del console inglese di Catania: lo prega di stroncare la rivolta dei brontesi.
Il feudo, amministrato dai fratelli Guglielmo e Franco Thovez, è in pericolo. Così Garibaldi telegrafa a Nino Bixio e gli ordina di reprimere la rivolta.
Il fedele Bixio lascia Giardini, dove si trovava con la prima brigata della quindicesima divisione Turr, e parte alla volta di Bronte. Prima però scrive una lettera a sua moglie: «Un tumulto di nuovo genere scoppia a settanta miglia da Messina. Si bruciano case, si assassinano... il generale mi spedisce sul luogo... Missione maledetta dove l’uomo della mia natura non dovrebbe mai essere destinato».

Bixio arriva in paese, dopo due giorni di marcia faticosa la mattina del 6 agosto. Lo seguono due battaglioni di camicie rosse. Viene accolto dal colonnello Poulet e dal Rettore del Collegio Capizzi, monsignor Palermo, che gli mette a disposizione il proprio appartamento. Immediatamente parte l’ordine di cattura dell’avvocato Lombardo, indicato quale agitatore della rivolta.
L’avvocato, al quale gli amici consigliano di svignarsela, decide di restare lì dov’è: dice di avere la coscienza pulita. E addirittura va a bussare alle porte del Collegio Capizzi e chiede di potere parlare direttamente con Bixio. Che subito lo fa rinchiudere nella stanza di disciplina del Collegio, sorvegliato a vista da un picchetto armato di garibaldini.

La stessa mattina il piemontese emette due decreti. Colloca due sentinelle alle porte del quartier generale, manda una pattuglia di otto uomini con un sergente a percorrere il paese, impedisce la circolazione e vieta l’ingresso in paese. Se viene trovato qualcuno, ordina, bisogna arrestarlo; se resiste, fucilarlo. Così pure chi è armato. Inoltre decreta il paese di Bronte colpevole di lesa umanità e lo dichiara in stato d’assedio. Gli abitanti - stabilisce ancora - hanno tre ore di tempo a partire dalle 13 per consegnare le armi da fuoco e da taglio, pena la fucilazione. Il Municipio è sciolto. Anche la Guardia nazionale. Gli autori dei delitti saranno consegnati all’autorità militare per essere giudicati dalla commissione speciale. Al paese è imposta una tassa di guerra di onze dieci all’ora à partire dalle 22 del 4, giorno e ora della mobilitazione delle forze.

Mentre le guardie affiggono gli ordini di Bixio, i carbonai fanno in tempo a rifugiarsi nelle grotte inaccessibili dei boschi dell’Etna. Sulla base di alcune denunce vengono arrestati quattro presunti autori dei crimini: Nunzio Samperi, Nunzio Ciraldo Fraiunco, Nunzio Longhitano Longi e Nunzio Spitaleri Nunno.

L’avvocato che aveva fatto da paciere viene condannato a morte

È il 7 agosto: si insedia il tribunale di guerra. Nessun collegio di difesa per gli imputati.

L’avvocato Lombardo chiede che vengano ascoltati testimoni a sua discolpa. Tutti confermano la sua estraneità ai fatti criminosi e sottolineano la sua opera pacificatrice.
Ma la sentenza è già stata decisa. Alle otto di sera del 9 agosto, in nome di Vittorio Emanuele re d’Italia, il tribunale militare condanna a morte Lombardo e gli altri quattro imputati.

I parenti dell’avvocato si presentano a Bixio per chiedere di vederlo l’ultima volta. Richiesta respinta. Uno dei condannati, Nunzio Ciraldo Fraiunco, piange e si lamenta tutta la notte, baciando uno scapolare della Madonna che porta al collo.

Il 10 agosto i condannati vengono avviati al piano di San Vito per l’esecuzione: l’avvocato Lombardo in testa, a passi lenti, fumando un sigaro, la barba lunga e nera, gli altri dietro, a piangere e disperarsi, recitando le preghiere degli agonizzanti.
Solo uno di loro ride: un pazzo, con la testa fasciata da uno straccio tricolore. Arrivati sul piano, i condannati vengono posti a sedere infila; Bixio sta a cavallo. Un ufficiale legge la sentenza e ordina il fuoco. Cadono in quattro, riversi l’uno sull’altro.
Solo il matto viene risparmiato, per errore. E s’inginocchia ai piedi di Bixio: chiede la grazia. Bixio ordina di dargli il colpo di grazia, e l’ufficiale gli spara in testa.
Bronte è stata punita.

(Salvatore Falzone, La Repubblica – Edizione di Palermo – 12 Febbraio 2011)

LA SCHEDA
La lotta di classe contro i “cappelli”
La rivolta di Bronte, piccolo paese sulle falde dell’Etna (compreso nei possedimenti che l’am­miraglio inglese Orazio Nelson aveva ricevuto in dono da Ferdinando III) scoppiò il 2 agosto 1860. Esasperati dalla mancata divisione delle terre demaniali promessa da Garibaldi il 2 giugno di quell’anno, i contadini insorsero con­tro la parte più reazionaria dei borghesi locali (i cosiddetti “cappelli”), ucci­den­done una quindicina.
Ragioni di politica generale indussero Gari­baldi a intervenire per bloccare sul nascere ogni rivendicazione e mantenere la propria im­presa nell’ambito della rivoluzione borghe­se.
Garibaldi affidò la repressione a Nino Bixio, che pose fine ai tumulti con estrema du­rezza, nonostante al suo arrivo la sommossa fosse già sedata.
Fece arrestare centocinquanta persone, istituì un tribunale militare, fece processare i princi­pali responsabili degli accadimenti con­dan­nandoli alla fucilazione.
Ai fatti di Bronte, di cui si è occupato anche Leonardo Sciascia ne “La corda pazza”, è ispi­rata la novella “Libertà” di Giovanni Ver­ga (1882) e il film di Florestano Vancini, del 1972, intitolato “Bronte”. (s. f.) 

«Bronte, cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato»
di Florestano Vancini (1972)

La fucilazione dei 5 condannati all'alba del 5 Agosto 1860 "col secondo grado di pubblico esempio"


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