Genealogia di famiglie brontesi

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Famiglie brontesi

a cura di Nunzio Longhitano

La famiglia Cannata

I discendenti del notaio Don Antonino Cannata e di Donna Paola Artale

Essendo un botanico di formazione e trattandosi di albero genealogico, potrei raffigurare questa Famiglia come un carrubo (Ceratonia siliqua), tipico albero mediterraneo dalla chioma rigogliosa e perfettamente ad ombrello.

Tale raffigurazione mi viene spontanea in quanto questa è la tipica famiglia di professionisti benestanti, che nel suo naturale evolversi ha stabilito contatti con quasi tutte le famiglie parigrado di Bronte e pertanto dei 944 membri presenti nel nostro Albero Genealogico, tutti hanno un legame genealogico con la famiglia Cannata.

Fin dai primi riscontri, presenta tra i suoi membri professionisti di varie attività, ma soprattutto notai e avvocati, e nel corso degli anni si è imparentata con altre famiglie di notai e avvocati.

Quasi tutti i notai brontesi o operanti in Bronte hanno stabilito legami con questa famiglia (i Battaglia, gli Zappia, i Cimbali, ecc.).

Il capostipite brontese dei Cannata noto a noi finora – anche lui notaio – è Antonino.

Lo si riscontra nel Registro dei matrimoni della chiesa della Ss. Trinità (la Matrice) del 1756 (n° 14, pag. 29, atto 43) ove è si legge che Don Vincenzo Cannata, figlio di Antonino Can­nata, notaio, e di Ortale (Artale) Paola, nato nel 1730, all’età di 26 anni il 17 Ottobre 1756 sposa la ventunenne Donna Agata Longhitano figlia di Don Modesto Longhitano e Donna Francesca De Luca.

L’altro fratello a noi noto, Ignazio (n.ro progressivo 1.2 dell’Albero genealogico), anche lui notaio, sposa l’anno successivo Anna Artale figlia di Don Filippo e Donna Nunzia.

Queste due famiglie, quella di donna Agata Longhitano e quella di donna Anna Artale, sono, a quel che risulta dai registri, le prime due che si imparentano con i Cannata.

Della discendenza di Anna Artale che sposa Ignazio il secondo figlio del capostipite, trattere­mo brevemente di seguito.

Dal loro matrimonio nascono otto figli, quattro maschi ed quattro femmine: Filippo Antonino Francesco (1758), Cesareo (1761), Rosa Margherita Giuseppa (1766), Grazia Nunzia (1768), Grazia Teresa (1769), Vincenzo Onofrio Gaetano (1775), Rosalia Paola (nata nel 1778, il 29 novembre del 1806 va in sposa al Dr. Giuseppe Galbato, n. progr. 1.2.7) e Antonino Giovanni (nato nel 1855, il 30 Gennaio 1884 sposa Angela Giuseppa Longhitano con il loro secondo figlio, Ignazio, che imparenta i Cannata con i Radice sposando Maria Nunziata nel 1919, ed il quinto, Ernesto, n. progr. 1.2.8.5, che nel 1925 si unisce in matrimonio ancora con una Artale, Biagia Eleonora).


I discendenti di Cesareo Cannata

Tralasciando gli altri sette figli di Ignazio e Anna Artale (anche perché su di loro abbiamo scarne informazioni), in questa breve disamina vogliamo parlare dei discendenti del secondo, il notaio Cesareo Cannata.

A venticinque anni, il 7 giugno del 1786, sposa la ventiseienne Maria Belisaria Stancanelli e la coppia (n. progr. 1.2.2) ha otto figli (cinque femmine e tre maschi):

- Anna Giuseppa Francesca (1787),
- Ignazio Giuseppe Maria (1790),
- Rosalia Nunzia Maria
(1792),
- Maria Biagia (1795),
- Antonino Francesco Biagio (1797),
- Rosalia Dorotea (1799)
- Antonino Emanuele (1802) e
- Giuseppa Maria Basilia (1805).

La prima figlia di Cesareo, Anna Giuseppa Francesca nata nel 1787 (n. prog. 1.2.2.1), sposa il 2 ottobre 1810 il notaio Giuseppe Battaglia.

Dal loro matrimonio nascono dodici figli che nel corso degli anni imparentano i Battaglia con le famiglie Zappia (il primo ed il settimo figlio, Cesare Saverio e Nunzio Gioacchino, sposano ri­spet­tivamente Maria e Teresa Zappia), i Cimbali (l’ottava figlia, Rosa Vittoria n. progr. 1.2.2. 1.8, sposa Giovanni Cimbali) ed i Di Bella (la nipote Anna Annunziata Cimbali, n. progr. 1.2.2. 1.8.1, sposa nel 1877 Don Gaetano Di Bella).

Tragica la fine del secondo figlio di Cesareo, il notaio Ignazio Giuseppe Maria e del quinto figlio di quest’ultimo, Antonino Ignazio: furono barbaramente assassinati il 3 ed il 4 agosto 1860 durante la rivolta popolare meglio nota come i Fatti del 1860 che in tre giorni di follia e di atrocità fece sedici vittime ed ebbe seguito con la fucilazione voluta da Nino Bixio di cinque malcapitati ritenuti dopo un sommario processo autori della strage.

Ignazio Giuseppe Maria, notaio della ducea Nelson (proprio per questo, era diventato «uno dei più odiosi notabili di Bronte», scrive di lui Leonardo Sciascia(1)), si era sposato due volte ed ebbe una famiglia veramente numerosa, ben 18 figli.

Nel 1815 sposa in prime nozze la diciottenne Donna Francesca Mauro (n. progr. 1.2.2.2), dalla quale dal 1816 al 1834, ha nove figli (quattro maschi e cinque femmine)

1a Cesare Francesco Emanuele nato nel 1816;

2a Maria Giovanna Rosalia (nata nel 1818, n. progr. 1.2.2.2a.2) che il 24 Agosto del 1840 sposa il notaio Don Francesco Cimbali e con questo ramo la famiglia Cannata si collega anche agli Interdonato, ai Meli (Bindozzu), agli Schilirò (Leo), ai Minissale (Tri Piri).

3a Nunzia Giovanna (1820);

4a Giuseppa Maria Venera (1823, nel 1858 si unisce in matrimonio con Nunzio Leanza);

5a Antonino Ignazio (1825 – 1860, assassinato con il padre Ignazio durante i tragici fatti dell’agosto 1860, del quale tratteremo nel seguito);

6a Francesca Filippa (1827, progr. 1.2.2.2a.6, sposa un Artale, Giuseppe);

7a Anna Rosalia (1830)

8a Vincenzo Luigi (1832)

9a Nunzio Gaetano Salvatore (1834).

Rimasto vedovo, Ignazio Giuseppe Maria si risposa nel 1841 con la ventiseienne Donna Vincenza Cimbali, figlia del notaio Don Giacomo Cimbali (sindaco di Bronte nel 1821) e sorella di Antonino Cimbali, il capitano giustiziere, (anche lui sindaco di Bronte negli anni 1862, 1869, 1888 e 1890) che col suo carattere umano e generoso, la sua fermezza e la sua rettitudine dopo i sanguinosi fatti del 1860 riuscì in appena pochi anni a pacificare i brontesi.

Dal secondo matrimonio con Donna Vincenza Cimbali, dal 1841 al 1858, nascono altri 9 figli:

10b - Rosa (nata nel 1841, n. progr. 1.2.2.2b.10) che nel 1875 sposa Don Vincenzo Politi);
11b – Maria (1843)
12b – Giovanna (1844)
13b – Rosa (1846)
14b – Cesare (1848)
15b – Nunzia (1850)
16b – Francesco (1852, progr. 1.2.2.2b.16, si unisce in matrimonio con Maria Gennaro);
17b – Antonino Giovanni (1855, progr. 1.2.2.2b.17), sposa nel 1884 Angela Giuseppa Longhitano
18b - Carmela (1958, progr. 1.2.2.2b.18).

Il quinto figlio di Ignazio Giuseppe Maria e donna Francesca Mauro, Antonino Ignazio (n. progr. 1.2.2.2a.5), seguì tragicamente il padre nella morte («- Bah! egli sarebbe stato notaio, anche lui!», fa gridare Verga ad uno dei suoi carnefici nella novella "Libertà").

Fu barbaramente assassinato il 4 Agosto 1860 durante la sanguinosa rivolta dei popolani contro i «cappelli» meglio nota come i fatti di Bronte.

Si era sposato nove anni prima, il 12 Giugno 1851, con Rosa Spedalieri (o Spitaleri) nipote del notaio Giuseppe. Singolare il fatto che testimone dello sposo fu l’avv. Nicola Lombardo, il liberale «comunista» (difensore degli interessi del Comune in contrap­posizione con i «ducali») ritenuto da Bixio uno dei capi dei moti del 1860, condannato dalla Commissione mista di guerra alla fucilazione.

Dal suo matrimonio erano nati quattro figli:

- Ignazio (1850-1928, farmacista, nel 1876 si sposa con Teresa Ascheri),
- Giuseppe (1854-1927),
- Francesca (1857, sposa Antonino Artale) ed
- Enrico
(12 aprile 1860).

Il secondo figlio, Giuseppe, il 21 ottobre 1876 sposa la diciassettenne donna Scolastica Artale figlia di don Antonino Artale che aveva sposato in seconde nozze Francesca Filippa Cannata (n. progr. 1.2.2.2a.6).

Dieci i figli nati dal matrimonio di Giuseppe e Scolastica Artale (progr. 1.2.2.2a.5.2): Maria Rosa, Antonino, Teresa, Edoardo, Rosa, Maria, Ignazio, Concetta (sposa Giuseppe Prestianni), Carmela ed Enrico Pietro Giuseppe.

Il settimo figlio, Ignazio (1.2.2.2a.5.2.7), insegnante, a venticinque anni sposa ad ottobre del 1919 la diciassettenne Maria Mazzucco e dal matrimonio nascono i figli:

- Antonino (n. progr. 1.2.2.2a.5.2.7.1), avvocato, che nel 1945 sposa Angela Cimbali (i loro figli: Roberto, Franco e Claudio) e per molti anni collabora con il suocero notaio Francesco Cimbali.

- Giuseppe, anche lui avvocato (nel 1948 sposa Renata Ferraro, n. progr. 1.2.2.2a.5.2.7.2)

- Enrico (1.2.2.2a.5.2.7.3), responsabile dell’Ufficio Anagrafe, ora in pensione e con il quale m’intrattengo con piacere in ricordo della gioventù, quando io bambino abitavo sotto casa Cannata in Corso Umberto al numero 161. Enrico ha sposato Maria Prestianni e con i nipoti delle loro due figlie, Marisa e Gabriella, i Cannata giungono alla decima generazione dai capostipiti Antonino Cannata e Paola Artale.

- Ultimo, ma non per questo meno importante, il dottor Romolo (1.2.2.2a.5.2.7.4), medico stimato, che nel 1962 sposa l’insegnante Maria Reitano e che per primo ci ha lasciato nel 2004.

Nunzio Longhitano
Settembre 2009



La tragica fine del notaio Ignazio Cannata e del figlio Antonino

Nella rivolta dell’agosto 1860 furono saccheggiati ed incendiati a Bronte l’ufficio postale, il Casino dei civili, il teatro, l’archivio comunale, farmacie e locande, l’archivio notarile del notaio Ignazio Cannata e, fra le case, anche la sua, quella del figlio Antonino e del genero Francesco Cimbali.

Il notaio Ignazio Giuseppe Maria ed figlio Antonino Ignazio furono tra le sedici vittime della cruenta rivolta.

Verga nella sua novella "Libertà" così descrive il tragico momento dell'assassinio:

«Ma il peggio avvenne appena cadde il figliuolo del notaio, un ragazzo di undici anni, biondo come l'oro, non si sa come, travolto nella folla. Suo padre si era rialzato due o tre volte prima di trascinarsi a finire nel mondezzaio, gridandogli:

- Neddu! Neddu! - Neddu fuggiva, dal terrore, cogli occhi e la bocca spalancati senza poter gridare.

Lo rovesciarono; si rizzò anch'esso su di un ginocchio come suo padre; il torrente gli passò disopra; uno gli aveva messo lo scarpone sulla guancia e gliel'aveva sfracellata; nonostante il ragazzo chiedeva ancora grazia colle mani. - Non voleva morire, no, come aveva visto ammazzare suo padre; - strappava il cuore! - Il taglialegna, dalla pietà, gli menò un gran colpo di scure colle due mani, quasi avesse dovuto abbattere un rovere di cinquant'anni - e tremava come una foglia. - Un altro gridò: -Bah! egli sarebbe stato notaio, anche lui!»

«Oltre l'arte, che in questa novella è grande, si sente l'evento fisico, ottico; la «cosa vista», scrive Leonardo Sciascia(1).


Questa, invece, la versione dello storico brontese Benedetto Radice (il cui padre era cugino di Antonino Cannata):

(…) «Verso le tre dopo mezzogiorno fu ucciso prima il notaio Cannata. Era l’infelice nascosto nella stalla di certo Prestianni, accovacciato dentro uno sportone da letame. Una spia lo denunziò ai caporioni, che seguiti da ribalda masnada, gli corsero sopra con furore.

Trattolo dal nascondiglio, chi gli brutta il viso di lordure, chi lo malmena in varie guise per tutta la persona, e buttatolo a terra, a lui chiedente mercé, molti rispondono con villani e osceni lazzi: «Ti porteremo ora da signor Governatore, perchè ci faccia la divisione del boschetto; ora laveremo la pezza lorda nel tuo sangue ladro» e, legatolo per i piedi e oscenamente eviratolo, fra l’erompere di atroci vituperi e bestemmie e l’agitarsi di schioppi branditi, lo trascinano sanguinante per le vie, mentre altri manigoldi lo vanno punzecchiando con coltelli, facendogli assaporare a centellini gli spasimi della morte.

Giunti sotto la casa del figlio Antonino, la quale ancora ardeva, preparatogli un rogo, semivivo lo gettarono ad arrostire sopra due cavalletti di ferro, facendo attorno a lui una ridda infernale, e vibrando colpi di stile sul cadavere.

Un Malettese affondò il coltello nelle sue viscere e ne leccò il sangue. C’è pure chi afferma che tal Bonina da Castiglione, detto Caino - il nome manifesta l’uomo - apertogli il fianco, gli strappò il fegato e lo mangiò, plaudendo la plebe al fiero pasto; altri lo nega.»(3)

(…) «Scendeva intanto dal piano della Badia un nuovo branco d’insorti, che conduceva nel mezzo Nunzio Radice Spedalieri, mio padre, bianco, tremante dalla paura, con un cencio di bandiera in mano, un crocifisso al petto e un lungo berretto di contadino in testa. Era da due giorni nascosto nella cloaca della casa paterna.

Un Biancavillese gli ordinò di togliersi le scarpe, ma su quel miserabile ribaldo si scatenò subito una tempesta di calci e di pugni che lo costrinse a fuggire.

Il sac. Luigi Radice, vicino al Palazzo Fiorini arringò quel branco e a sue istanza calorosa venne fuori dalla sua casa con bandiera Antonino Cannata figlio del trucidato notaio.

La moglie discinta e pallida lo raccomandava esclamando; Ricordatevi che è padre di due figli(4); quando gl’insorti, giunti sotto la casa Margaglio, udirono da un altro aggruppamento levarsi una voce: largo! largo! morte ai sorci! Si sbandò la folla.

In mezzo a quello scompiglio, mio padre con suo cugino Cannata, rifugiaronsi nella bottega di una fruttivendola, sottostante alla casa Leotta. Mio padre, udendo gridare il suo nome, si fece primo sulla soglia della bottega: Eccomi, se ho fatto male, uccidetemi, disse.

Il Cannata ginocchioni, chiedeva grazia. Che grazia! urlarono alcuni insorti e nello stesso tempo balenarono due schioppettate, e in odio al padre, cadeva vittima innocente l’infelice figlio. Cadde pure mio padre, come corpo morto, ma nè ucciso, nè ferito.

Amici popolani e il di lui fratello Giuseppe, col figlio Vincenzo, strappatolo alla folla, sano e salvo lo portarono a casa. Il cadavere intanto dell’infelice vittima fu portato ad ardere sullo stesso rogo nel quale era stato arso vivo il padre.» (5)


DAGLI ATTI DEL PROCESSO DEL 1860(6)

«L'Anno Milleottocentosessanta il giorno sette Agosto in Bronte.
Innanzi Noi Francesco de Felice Maggiore Presidente, Biaggio Cormagi ed Alfio Castro Giudici della Commissione mista eccezionale di guerra all'uopo eretta, assistiti dal Segretario Cancelliere Nicolò Boscarini, sono comparse le qui sotto persone, le quali han detto volere rapportare alla giustizia gli eccidi, incendi e furti in loro danno avvenuti che dietro le analoghe domande la prima ha detto chiamarsi:

1. Vincenza Cimbali vedova Cannata figlia del fu Don Giacomo di anni 46 civile da Bronte.
R. Signori. In questo Comune si era congiurato contro la classe dei civili tendente alla vita, al saccheggio ed all'incendio. I promotori si furono Don Nicolò e Don Placido fratelli Lom­bar­do, Dr. Don Luigi Saitta, Don Carmelo e Don Silvestro fratelli Minissale, Don Filippo San­fìlippo, di questa ed altri a me ignoti, poiché volevano abbasso il presidente del Con­siglio Civico Baronello Don Giuseppe Meli e crearsi a Presidente Don Nicolò Lombardo, perciò suscitarono i villici ad armarsi sotto l'idea di uccidersi i Realisti e dividersi le terre demaniali che finora i detti Realisti non avevano fatto dividere.
Diffatti nel giorno o a dir meglio la sera del Giovedì 2 andante verso le ore tre vennero in casa mia varj villici fra quali Ignazio Ballone Cannistraro, Salvatore inteso Spezzalaterra, Francesco Babalacchio, Salvatore Tascozza Carbonajo di questa, i quali aperto il portone con colpi di scuri salirono nella mia casa, la spogliarono intieramente ed il mobile lo con­dus­sero fuori dandolo alle fiamme e poi era rimasta una giarra con oleo ed il Canni­straro Ballone si trasportava detto oleo, tutto il mobile che esisteva in detta mia casa poteve ascendere circa onze trecento.
La dimani poi un gran numero di gente si portò nella pagliera ove era nascosto mio marito Notar Don Ignazio Cannata e con due fucilate lo uccisero, indi lo trasportarono per le vie, e giunti nella piazza lo brugiarono in mezzo alla strage; i ribaldi gridavano morte ai Capelli, che non avevano voluto finora far dividere le terre, appellandoli Realisti, per tali reati mi querelo chiedendo la punizione dei rei complici e fautori. (...)»

2. Donna Rosina Spedaleri vedova Cannata del fu Don Giuseppe di anni 30 Civile da Bronte.
«R. Signori. Nel giorno Venerdì corrente mese mio marito Don Antonino Cannata rappreso da timore erasi nascosto di unita a mio fratello Arcangelo in una stalla perché dicevasi doversi uccidere tutti i galantuomini del paese.
Indi si sparse la voce di grazia per taluni fra degli altri per mio marito. In effetti una quantità di amici vennero in casa da mia madre a farlo uscire per fargli ottenere la promessa grazia e lo consegnarono agl'insorti colla bandiera tricolore in mano.
Cammin facendo giunti sotto la casa del Sig. Don Rosario Leotta il nominato Francesco inteso Tizzonello provocò quella masnada di assassini dicendogli di uccidere detto mio marito perché figlio dell'interfetto Notar Cannata, e di fatti il secondogenito di Francesco Portella detto il naschino gli vibrò un colpo di fucile ed altri colpi gli furono vibrati da altre persone, che non posso precisare, ma tutto sull'assunto può dichiarare Antonio Fragaro la di lui moglie Maria nella di cui casa fu ucciso l'infelice mio consorte.» (aL)


Note:

(1) Introduzione di Leonardo Sciascia al libro di Benedetto Radice, Nino Bixio a Bronte, Edizioni Salvatore Sciascia, Caltanissetta, 1963.
(2) Leonardo Sciascia, Verga e la libertà in La corda pazza, scrittori e cose di Sicilia, Adelfi Edizioni, Milano 1991, pagg. 89-106.
(3) Benedetto Radice, Memorie storiche di Bronte, pag. 384 (nostra edizione digitale).

(4) L'implorazione del Radice si riferisce al fatto che la madre aveva con se il più grande e l'ultimo nato in braccio, e quindi era spontaneo dire è padre di due figli. In ogni caso il registro non mente e quindi le cose stanno come le abbiamo trascritte.
(5) Benedetto Radice, Memorie storiche di Bronte, pag. 385 (nostra edizione digitale).
(6) Il processo di Bronte, Salvatore Sciascia Editore, Caltanissetta 1985.

 

La famiglia di  Giuseppe Cannata e Artale Scolastica:
(da sinistra) Enrico (1851-1921), Giuseppe (1855-1927) con la moglie Scolastica (1859-1925) ed i figli Maria (1890-1967) ed Ignazio (1894-1967); in alto (da sinistra) due persone di servizio, ed altri cinque figli: Con­cetta (1896-1981), Teresina (1880-1963), Edoar­do (1883-1942), Rosina (1885-1920) e Carmela (1899-1969).

Giuseppe Cannata (1855-1927) e la moglie donna Sco­lastica Artale (1859-1925), n. progr. 1.1.2a.5.2 dell'Al­bero Genealogico. Sotto, cinque dei dieci figli avuti: Concetta (1896-1981), Teresa (1880-1963), Edoardo (1883-1942), Rosa (1885-1920) e Carmela (1899-1969). A destra Enrico (1851-1921).

 

Nella foto a sinistra Ignazio Cannata (1894- 1967,  n. progr. 1.2.2.2a.5.2.7). Nella foto in alto a destra con la moglie Maria Mazzucco (1902-1982) e, sotto, in cattedra.

Ignazio Cannata posa con il terzo figlio Enrico (primo a sinistra), il nipote Guido Prestianni  (al centro) figlio di Giuseppe e Concetta Cannata (n. pr.  1.2.2.2a.5.2. 8) e l'altro figlio Romolo.

 

L'avv. Antonino Cannata (n. progr. 1.2.2.2a.5.2.7.1), figlio di Ignazio, con la madre sig.ra Maria Mazzurco, la moglie Angela Cimbali ed i figli Roberto e Franco. Con i figli di quest'ultimi si giunge  dopo tre secoli alla decima generazione dagli avi Antonino Cannata e Paola Artale.

Enrico Cannata, figlio di Ignazio, con la moglie Maria Prestianni  (n. 1.2.2.2a.5.3.7.3) festeg­giano un compleanno della figlia Marisa.

I "nonni" Maria ed Enrico attorniati dalla figlia Gabriella, il genero Salvatore Moschetto e dai nipoti.

L'avv. Giuseppe (Peppino) Cannata (1.2.2.2a.5.3.7.2) e la moglie Renata Ferraro.

Concetta Cannata Prestianni (1.2.2.2a.5.3.8), sulla si­nistra, Teresa Cannata (1.2.2.2a.5.3.3) e Maria Can­nata (1.2.2.2a.5.3.6).

Nella foto a destra il dott. Romolo Cannata (1929-2004) con il figlio Corrado e la moglie Maria Reitano.
(n. progr. 1.2.2.2a.5.2.7.4 dell'Albero Genealogico)

27 Luglio 1996 - I quattro figli di Ignazio Cannata e Ma­ria Mazzurco (n. progr. 1.2.2.2a.5.2.7) con (alle spalle) le rispettive mogli: (da sx) Maria Prestianni ed Enrico, Renata Ferraro e Giuseppe, Angela Cimbali e Antonino e Maria Reitano con Romolo.

Ferruccio Can­na­ta (figlio dell'avv. Giuseppe e di Re­nata Ferraro, la moglie Liliana Cal­derino ed i tre figli:  Luca, Simo­netta e Massimo.

Con loro  (n. progr. 1.2.2.2a.5.2.7.2.1.1-2-3) si è giunti alla decima generazione dal matrimonio del notaio Vincenzo Cannata con donna Agata Longhitano (17 ottobre 1756).

 

Atto dotale del 18 aprile 1851

L'atto dotale del 18 aprile 1851 a favore di «Donna Ro­sa Spedalieri figlia del Dr. Giuseppe, sposa, e del Sig. Don Antonino Cannata figlio del Sig. Notar Don Ignazio, sposo,...». Testimone fu «D. Nicolò Lombar­do del fu Notaro D. Francesco..., domiciliato nella Sezione dell'Annunziata...».
Nella foto sotto, le firme degli sposi Rosa e Antonino, dei rispettivi genitori e del testimone Nicolò Lombar­do. Il Lombardo, accusato di essere uno dei capi del­la rivolta dell'agosto 1860, durante la quale furono an­che uccisi Antonino Cannata ed il padre Ignazio, fu fatto fucilare da Nino Bixio.

La firma di Nicolò Lombardo
 


 

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