I FATTI DEL 1860

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Antefatti - Decreti di Garibaldi - Situazione locale - I Fatti dal  2 al 9 Agosto - DIBATTITI E RICOSTRUZIONI

Cenni storici sulla Città di Bronte

Il drammatico agosto del 1860 in Sicilia

Una ventata di follia passò su Bronte e provocò la dura reazione di Bixio

di Santi Correnti

I Fatti del 1860
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La primavera e l'estate del 1860 furono dominate in Sicilia, da una fervente passione di patria: le notizie dello sbarco di Garibaldi, della sua vittoria di Calatafimi, del suo prodi­gioso ingresso in Palermo, percorrevano fulmineamente tutta l'isola elettriz­zandone la popolazione, che si abbandonava a deliranti manifestazioni di giubilo, e di incontenibile odio contro il Borbone.

In provincia di Catania, sebbene ancora il dominio effettivo fosse in mano ai borbo­nici, furono parecchi i centri che inalberarono il tricolore.

Come ricorda Francesco Guardione nella sua opera Il dominio dei Borboni in Sicilia (vol. II, p. 376), il principe di Fitalia, don Pietro Settimo, che fu l'ultimo intendente borbonico di Catania, scriveva a Napoli, in data 26 maggio 1860 - e cioè un giorno prima che Garibaldi entrasse in Palermo - che il tricolore italiano sventolava già ad Adrano (allora Adernò), a Biancavilla, a Bronte, a Nicosia ed in altri centri minori della provincia (o «valle», come si diceva allora).


Fermenti popolari

La situazione era particolarmente grave a Bronte, per via della soggezione feudale in cui era tenuto il paese.

Il popolo brontese, infatti, non poteva esercitare i propri diritti sull'esteso territorio della Ducea, donata nel 1799 da Ferdinando IV di Borbone all'ammiraglio inglese Orazio Nelson. Questo contrasto aveva già determinato lunghe liti giudiziarie tra il Comune di Bronte e l'amministrazione della Ducea, ed era degenerato in violente manifestazioni durante le precedenti rivoluzioni siciliane del 1820 e del 1848; sicchè era da prevedere che gli umori del popolo, dopo una lunga compressione, sarebbero scoppiati con rinnovato vigore alla prima occasione.

E quale occasione poteva essere più allettante di quella offerta dall'impresa dei Mille, che parlava un linguaggio di giustizia sociale, di redenzione delle plebi meri­dionali oppresse e sfruttate, di riparazioni di torti secolari ingiustamente subiti dal popolo di Sicilia?

A Bronte il tricolore sventolò il 17 maggio, quarantotto ore dopo la vittoria di Calatafimi.

Lo inalberarono i patrioti brontesi, capitanati da Giuseppe Meli, che il 29 giugno inviarono un fervido messaggio a Garibaldi in Palermo; parecchi furono i brontesi che si arruolarono(1) nella brigata garibaldina di Nicola Fabrizi, ed i loro nomi sono elen­cati da Benedetto Radice, nelle sue Memorie storiche di Bronte (vol. II, p. 108).

Ma il popolo di Bronte, passati i primi entusiasmi patriottici, non si accontentava più di belle parole e di promesse lusinghiere: voleva le terre del comune, quelle terre che papa Innocenzo VIII nel 1491 aveva assegnato all'abbazia di Maniace, e nel 1799 Ferdinando IV di Borbone aveva donato al Nelson.

Si voleva anche l'abolizione della tassa sul macinato, che sebbene soppressa uffi­cialmente il 2 giugno da Garibaldi, la povera gente era ancora costretta a pagare.

Ad esasperare gli animi contribuì il fatto che alle cariche comunali vennero chiamati i soliti elementi conservatori, e non il beniamino del popolo, avvocato Nicolò Lombar­do, che con i suoi infuocati discorsi aveva infiammato gli animi dei contadini e dei popolani brontesi.

Discorsi che avevano però non solo il fondamento dell'innegabile diritto popolare sulle terre comunali, ma che venivano avvalorati dalle notizie che giungevano da Adrano, da Biancavilla e da Regalbuto, le cui rinnovate amministrazioni comunali, diversamente da quanto avveniva a Bronte, avevano già provveduto a distribuire ai proletari locali le terre comunali.

Come sempre accade nei piccoli centri, il personalismo ci mise lo zampino; e all'av­vo­cato Nicolò Lombardo, capo riconosciuto dei popolari, si contrappose un altro avvocato, il liberale Nunzio Cesare, che capeggiava il partito favorevole agli interes­si della Ducea; e perfino nella Guardia nazionale di Bronte, che avrebbe dovuto essere il palladio della riconquistata libertà comune, sfociarono violenti i contrastanti interessi.

Come sempre accade in tempi di torbidi, la situazione si inquinò perché intriganti e mestatori, nonché alcuni delinquenti comuni, scappati dalle carceri in quei frangenti, si mischiarono nella faccenda.

Per evitare che la situazione degenerasse, i «civili» decisero di adoperare la maniera forte, e con l'aiuto della Guardia nazionale loro favorevole, operarono alcuni arresti di popolani.

Di ciò il Lombardo, capo dei popolani, si lagnò per lettera col marchese di Casalotto, comandante provinciale della Guardia nazionale in Catania; il quale l'11 luglio rispon­deva che la responsabilità degli avvenimenti si doveva addebitare proprio a lui, al Lombardo, che aveva sobillato gli animi.


 

Santi CorrentiL'articolo a firma di Santi Correnti è stato pubblicato dal giornale "La Sicilia" di Domenica 16 Agosto 1962, cento anni dopo lo svolgimento dei "Fatti".

Correnti, nato a Riposto nel 1924, è uno dei più conosciuti storici siciliani, autore di oltre cento opere sulla storia della Sicilia. Dal 1970 al 1996 è stato profes­sore di Storia moderna nella Facoltà di Magistero dell'Università di Catania.

Il suo nome è legato, da oltre quarant'anni, a libri, grazie ai quali ha sempre offerto ai lettori "un quadro della Sicilia tra i più completi e interessanti scritti finora", che egli ha voluto scrivere e publicare per “la valorizzazione morale” della terra natia.




LA GRANDE LITE

L'immenso feudo assegnato nel 1494 all'Ospedale Grande e Nuovo di Palermo da Innocenzo III e, nel 1799, dato in regalo a Nelson dal Borbone. In colore giallo ciò che rimase al piccolo Comune: uno spicchio di Etna ed un mare di sciara; in grigio il territorio di Maletto.

Praticamente, tolti i due Feudi del Cattaino (del marchese del­le Favare) e quello della Placa (del duca di Carcaci) tutto il re­stante territorio fertile o arabile (quasi 15.000 ettari, compre­si gli abitanti di Bronte, i vassalli dell'epoca) era stato donato a Nelson ed ai suoi discendenti.

Vedi  "Nino Bixio a Bronte", la monografia di Benedetto Radice (tratta dal II° volume delle Memorie storiche di Bronte) in formato

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(100 pagine, 803 Kb)

Tuttavia, per non complicare ulteriormente le cose, gli arrestati furono fatti evadere, o addirittura ufficialmente liberati. Questa debolezza delle autorità fece rizzare il capo ai popolani, che decisero una sommossa per il 5 agosto, giorno della festa di Santa Maria della Catena, solennità che avrebbe permesso ai contadini di riunirsi più facilmente.


L'insurrezione

I monelli simularono funerali dei nobili; sotto le case dei «civili» si cantavano minacciose serenate; gli animi erano sempre più in fermento.

La mattina del 31 luglio il Lombardo, pregato da alcuni benpensanti, arringò la folla tumultuante, promettendo una legale distribuzione dei beni comunali, ed invitando alla calma. Ma la folla rispose minacciosa; e saputosi, il 1. agosto, che da Catania sarebbero venuti reparti della Guardia nazionale per il mantenimento dell'ordine pubblico, i popolani decisero, sembra all'insaputa del Lombardo, di anticipare la rivoluzione all'indomani 2 agosto.
La mattina del 2 agosto, al grido di «Abbasso i sorci!» (sorci erano chiamati allora i borbonici), i brontesi insorti bloccarono tutte le vie di accesso al paese. Invano il Lombardo cercò di frenare la plebe; essa ormai si era scatenata, e si diede al saccheggio e alla strage.

Orribili scene si susseguirono; figli vennero uccisi sotto gli occhi delle madri; talune donne scarmigliate, vere furie, incitavano a l'assassinio e alla violenza, e si disse persino che al notaio Cannata, particolarmente odiato dal popolo, uno dei rivoltosi, un certo Bonina, soprannominato Caino, avesse strappato e mangiato il fegato.

La notte scese su un paese terrorizzato ed illuminato sinistramente dagli incendi appiccati dai rivoltosi alle case e ai magazzini dei «sorci».

Il 3 agosto le stragi si rinnovarono e si aggravarono.

Il 4 agosto, finalmente, giunsero in vista di Bronte i reparti della Guardia nazionale di Catania; ma nè il questore Gaetano De Angelis che li comandava, nè l'avvocato Lombardo, nè l'arciprete Politi riuscirono a ristabilire la calma; anzi il popolaccio, ormai ubriaco di sangue, richiese giustizia sommaria di alcuni prigionieri politici, che infatti furono trucidati nella località detta Scialandro.

Il 5 agosto la plebaglia inferocita - i cui eccessi sono stati mirabilmente descritti da Giovanni Verga nella novella Libertà, ispirata dai luttuosi avvenimenti di Bronte - era padrone della situazione. Tanto padrona che, quando una compagnia di truppe, capitanata dal colonnello Giuseppe Poulet (il protagonista del moto catanese del 31 maggio 1860) si presentò dinanzi a Bronte per sedare la sommossa, bisognò venire a patti coi rivoltosi per entrare in paese.

Il Poulet con grande tatto e con notevole moderazione iniziò l'opera di pacificazione degli animi - una sola fu infatti la vittima della plebaglia dopo l'arrivo del Poulet - e ordinò con pubblico bando il disarmo generale.

Stavano così le cose, quando a Bronte, come dice Giovanni Verga «si udì che veniva a far giustizia il generale, quello che faceva tremare la gente».

Ed infatti, rapido come l'angelo della vendetta, piombò su Bronte Nino Bixio. Il console inglese di Catania aveva tempestato di telegrammi Garibaldi, per la tutela degli interessi della ducea dei Nelson; e Garibaldi, non solo per compiacere gli inglesi, che tanto avevano favorito l'impresa dei Mille, ma soprattutto per motivi di ordine pubblico - perchè non solo Bronte, ma anche Randazzo, Linguaglossa, Adrano, Cesarò, Regalbuto ed altri centri minori erano in rivolta - aveva, ordinato a Bixio di intervenire energicamente.


«Missione maledetta»

Alle 10 del mattino del 6 agosto Bixio fu in vista di Bronte. A chi lo esortava ad usare prudenza nell'entrare nel paese, egli rispose, alla sua maniera: «Io non sono quel minchione del Poulet!», e tirò coraggiosamente avanti. Entrò solo a Bronte: i due battaglioni che lo seguivano arrivarono infatti la sera e la mattina dopo, affranti dalla marcia forzata e dal terribile agosto siciliano.

Da solo, Bixio prese saldamente in pugno la situazione; ordinò l'arresto dei caporioni (primo fra tutti il Lombardo, da lui ritenuto, ingiustamente, il responsabile della situazione); impose alla città una taglia militare di 127 lire l’ora; destituì le autorità locali che si erano rivelate inette; rimandò a Catania, senza neppure dirgli grazie, il Poulet; fece venire da Adrano Il tribunale di guerra, presieduto dal maggiore Francesco De Felice.

Date queste disposizioni, che vennero immediatamente eseguite, quest'uomo di straordinaria energia il 7 si recò a Randazzo; assestata rapidamente anche colà la situazione, l'8 fu di ritorno a Bronte, pieno di sdegno per questi «abitanti che si trucidano per la pancia»; stimolò i giudici a dare subito la sentenza; montato dl nuovo a cavallo, si recò il 9 a Regalbuto, e la stessa sera, dopo avere domato la rivolta colà, fu di ritorno a Bronte, dove trovò che, secondo le sue istruzioni, cinque dei capi della rivoluzione, con in testa l'avvocato Lombardo, erano stati condannati a morte. La sentenza, in presenza di Bixio, venne eseguita l'indomani 10 agosto.

Perchè tanta fretta?

Per due motivi: non solo perchè bisognava dare subito una punizione esemplare, ma perché Bixio temeva di non fare in tempo a raggiungere Garibaldi, per passare con lui sul continente.
Però l'animo di Bixio non fu lieto di assolvere quella trista missione.

Scrive l'Abba, nella Vita di Nino Bixio, che il generale garibaldino, nel momento di ordinare il fuoco contro i capi della rivoluzione brontese del 1860, aveva gli occhi pieni di lagrime; e lo stesso Bixio, scrivendo alla moglie Adelaide da Giardini, il 17 agosto 1860, chiama la missione di Bronte «missione maledetta, dove l'uomo della mia natura non dovrebbe mai essere destinato».

Il comportamento di Bixio non poteva, del resto, essere diverso.

E con la consueta energia, lasciando la provincia di Catania, lanciò da Randazzo il 12 agosto un proclama, in cui, mentre ricordava che «gli assassini e i ladri di Bronte sono stati severa­mente puniti», ammoniva i capi «a stare al loro posto», e a non fare come le autorità locali di Bronte che al momento del pericolo si erano dissolte come neve al sole, senza tentare una benchè minima resistenza ai moti incomposti della plebaglia.

Il processo per i fatti di Bronte proseguì poi alla Corte di Assise di Catania, che con sentenza del 12 agosto 1863 comminò l'ergastolo a trentasette imputati. Alcuni di essi si erano arruolati nell'esercito garibaldino per sfuggire alla probabile punizione ma furono raggiunti ugualmente dalla inesorabile mano della giustizia.

Murales,oggi quasi scom­par­si, di­pinti sulle pareti di al­cu­ne case nelle adia­cen­ze del caratteristico "Catoio" (via Madonna di Loreto), ri­cor­dano lo sbarco dei ga­ribaldini ed i sangui­nosi fatti di Bronte.

Ma ben più triste fu l'esito di questa sanguinosa lotta di classe, quando si pensa che i contadini brontesi, dopo aver ricevuto la loro parte delle terre comunali, la cui ripartizione tanto sangue fraterno era costata, si affrettarono a vendere per cifre irrisorie le quote loro spettanti. Come spesso avviene nelle vicende umane: ingordi speculatori ebbero in definitiva ad avvantaggiarsi di una conquista sociale che era stata pagata a prezzo di numerose vite umane e di indescrivibili orrori.

Santi Correnti


Note
:

(1) Così scrive il Radice: «Furono Garibaldini: Sebastiano Casella, Schiros Vincenzo, Giovanni Longhitano Cazzitta, Luigi Mangiovì, Nunzio Meli fu Antonino, capraio, Pasquale Pettinato, Vincenzo Mazzeo fabbro, Nunzio Pinzone, Giuseppe Lombardo Emanuele, Placido Gangi, Giuseppe Gangi, Salvatore Zappia Biuso fu Giovanni, che, ferito alla battaglia del Volturno, mutò la camicia rossa nel saio del Cappuccino. I fratelli Mariano ed Arcangelo Sanfilippo che si erano già arruolati a Palermo e gli altri due fratelli Pietro e Filippo, che, cercati quali promotori del tumulto, trovarono asilo sotto la bandiera. Si arruolarono pure a Messina i caporioni delle stragi dell’agosto; Giosuè Gangi, Ignazio Quartuccio, Arcangelo Attinà Citarrella, Giuseppe Attinà Citarrella, Nunzio Meli Fallaro, ma la camicia rossa non li salvò dalla galera.» (B.I.)




Non è una missione militare, e non sosterrà nessuna battaglia, né affronterà nessuna resistenza

Bixio, una vendetta commissionata

Deve solo risolvere la resa dei conti di due fazioni

... «Travolsero ogni ostacolo; appiccarono il fuoco ad alcune case, al teatro e all’archivio comunale; uccisero chi vi si opponeva, soddisfarono vendette personali, e con spietata ferocia ristabilirono il diritto avito.

Vendette perpetrate con spietata perizia chirurgica, e spiegate dalle cariche pubbliche delle vittime: il notaio della ducea, il segretario della ducea, l’impiegato del catasto, il cassiere comunale, l’usciere, la guardia rurale. (...).

A Brunti nun c’è tempu,
lo storia tucculia,
lo rabbia
è ‘na ciumara,
ca scinni
e rutulia.
Scinni di ao Muntagna
sunannu la campana;
e satunu i “cappeddi”
ccu ‘i petri di lo chiana.

La reazione della ducea fu immediata, affidata al console britannico John Goodwin e da lui intimata al prodittatore Garibaldi che subito incaricò il generale Bixio della spedizione punitiva con la quale la rivoluzione italiana - per incontrovertibile logica - avrebbe ripristinato l’ordine pubblico.

E con l’ordine restituito la piena proprietà delle terre alla ducea inglese, resa ancor più piena per la decadenza delle leggi del Borbone che ancora tutelavano parte degli antichi privilegi pubblici.

Bronte: intricato intarsio di case inerpicate sul ripido declivio lavico, labirinto di vicoli e cortili, inespugnabile fortezza affacciata sulla valle del Simeto. Bixio vi giunge con un battaglione di 400 unità, quasi la metà dei fantomatici mille che occorsero per conquistare la Sicilia intera.

Malgrado il numero, se solo avesse voluto Bronte avrebbe inghiottito nel suo ventre quella masnada mercenaria.

Invece l’accoglie offrendosi fiduciosa alle speranze d’italia. Subito si insediò un tribunale militare, che in mancanza dei colpevoli che nel frattempo s’eran dileguati sui monti, non esitò a condannare gli innocenti.

Bronte non teme Bixio; Bixio non teme Bronte. Bronte ha ricevuto la sua avanguardia, guidata da Poulet, e Poulet ha riferito a Bixio della situazione tornata alla tranquillità. I ribelli scesi dalle montagne avevano soddisfatto la propria vendetta, e alle montagne erano risaliti, lasciando che alla devastazione subentrasse l’ordine.

Bixio, risalendo la valle, non giunge perciò a Bronte per ripristinare un ordine già ripristinato, ma - come già i ribelli - per adempiere alla vendetta commissionatagli: la sua non è una missione militare, e non sosterrà nessuna battaglia, né affronterà nessuna resistenza. Deve solo risolvere la resa dei conti di due fazioni dello stesso partito, indipendentista nel ‘48 e italiano nel ‘60.

Bixio fu solo il sicario incaricato a risolverla. Non senza premurarsi di rispettare tutte le forme del rito processuale, fin’anco presentandosi la Corte come “commissione mista” civile-militare, e ammettendo il diritto per gli imputati di eleggere un difensore che per loro presentasse le eccezioni e le difese scagionanti depositandole presso il cancelliere preposto.

Tale diritto fu ammesso alle ore 12,00 del 9 agosto, fissandone la scadenza dei termini di presentazione delle istanze di difesa alle ore 13,00 del medesimo giorno. Quelle presentate dall’avvocato Cesare - forse le uniche che affannosamente si riuscirono a presentare -, incaricato della difesa di Lombardo e di altri tre imputati, pervennero alle ore 14,00. Pertanto furono dichiarate dal tribunale irrecettibili perchè prodotte fuori termine.

Alle ore 20,00 di quello stesso giorno il tribunale, ai sensi e per le disposizioni dell’art. 129 del codice penale del Regno delle due Sicilie - per aver eccitato la guerra civile tra sudditi del Regno -, emise la sentenza di morte “in nome di Vittorio Emanuele II, Re d’Italia”.

Una legge decaduta applicata in nome di un re di una Italia non ancora proclamata condannò proprio quel Nicolò Lombardo che da avvocato quella legge conosceva, infrangeva e combatteva proprio per dare l’Italia a quel re . E quel re di una Italia che ancora non c’era lo condannava con le leggi del re del Regno che lui stesso aveva rinnegato e combattuto.

Nicola Lombardo, deputato del parlamento rivoluzionario del 1848, liberale, e fieramente “italiano”, e da un paio di giorni sindaco per supplire l’assenza del sindaco fuggiasco De Luca, e dallo stesso De Luca indicato come ispiratore e capo della rivolta.

Per combattere i ducali aveva combattuto per l’Italia contro il proprio Regno, e adesso - vincitore - vedeva l’Italia accorrere a difesa dei ducali.

s’ambrogghiunu li carti:
cu persi è vincituri.

Placido Altimari

(Il brano è tratto da "Bronte" di Placido Altimari, 2016 - I versi sono tratti dalla canzone dedicata a Nicolò Lombardo "Chi dici Nicò" di Carlo Muratori)




Garibaldi, i Mille e il revisionismo storico

di Girolamo Barletta

Frequentavo negli anni '40 le medie inferiori. Si era ancora in regime fascista. Il mio docente di lettere, che del fascismo era entusiasta, non faceva che parlarci di Risorgimento e di Garibaldi. Ci teneva il vecchio professore a ripetere per amore di verità che non 1000 erano i gagliardi Garibaldini, ma 1089 tra cui forse anche una donna.

Per alcuni giorni il professore si assentò e a supplirlo venne una donnetta che, per doverosa rettifica o per malcelato rancore verso il collega, mormorò frasi dissacratorie del mito garibaldino. Ci capii poco, ma mi resi conto che la figura dell'eroe dei due mondi era discutibile.

Nel dopoguerra, nei momenti duri della rivolta separatista in Sicilia, i seguaci di Finocchiaro Aprile demonizzavano il nostro eroe sino a contestare l'intitolazione all'«eroe biondo» di strade e l'erezione di monumenti. Gli oratori unitari invece riscuotevano applausi scroscianti alla menzione di Garibaldi e delle sue imprese.

Giovanni Verga nella novella «Libertà» - come scrive Zino Papa in «Sicilia e oltre» - trasfigurò artisticamente i fatti di Bronte e per il processo celebrato da Bixio tramite «una commissione mista di guerra» per ordine di Garibaldi, a sua volta aizzato contro i contadini dagli inglesi, liquidò con poche parole l'operato del generale garibaldino: «Questo era l'uomo e subito ordinò che gliene fucilassero 5 o 6, Pippo, il nano, Pizzanello, i primi che gli capitarono». Una cruda repressione dei «villici» che avevano con caparbietà azzannato i «padroni» chiedendo ai liberatori le terre promesse.

Ripensai in quei giorni alla mia supplente di storia e alle sue sorprendenti riflessioni. Che Garibaldi non sia stato davvero quel fior d'eroe che mi era stato illustrato?

In una lettera scritta in francese a Cavour dopo l'incontro di Teano Vittorio Emanuele II descrive il personaggio in maniera inusuale: «Non è affatto docile come lo si dipinge e come voi stesso ritenete. Il suo talento militare è molto modesto, come prova l'affare di Capua e il male immane che è stato commesso qui; ad esempio l'infame furto di tutto il denaro dell'erario, è attribuito interamente a lui che si è circondato di canaglie, ne ha seguito i cattivi consigli e ha piombato questo infelice paese in una spaventosa situazione».

Nel processo a Bixio, celebrato a Bronte nell'ottobre 1985, per iniziativa del sindaco Pino Firrarello, la giuria presieduta da Giuseppe Alessi, primo presidente della Regione Sicilia, esamina gli avvenimenti dell'agosto 1860.

Del comandante Bixio si svelano particolari agghiaccianti. Un ragazzetto che vuol portare due uova al prigioniero Nicolò Lombardo viene respinto dal feroce generale, evidentemente certo che il poveraccio sarebbe stato l'indomani condannato a morte, in maniera sprezzante. «Altro che uova, domani avrà due palle in fronte». O forse l'episodio si verificò dopo che la condanna era stata già pronunciata?

«La sua condotta - conclude la giuria del processo - non può andare immune da censure di imprudenza e di eccessiva durezza».

Scrive del processo il curatore degli atti, Salvatore Scalia: «Nella rivolta di Bronte si scontrano due uomini con gli stessi ideali, ma su di loro si stende la maledizione della ducea di Nelson, frutto di tradimento e simbolo di oppressione. Sicché l'uno, Nino Bixio, diventa il carnefice, l'altro, Nicolò Lombardo, la vittima. Si consuma così una grande tragedia del Risorgimento e del movimento garibaldino, che sacrifica alla vittoria la componente più radicale».

Fu vera gloria quella di Garibaldi e dei suoi fidi scudieri? «In due vivaci saggi - annota Gianfranco Morra - Massimo Viglione demitizza l'epopea del Risorgimento, preparata e decisa da pochi uomini e sette collegate o affiliate alla massoneria. L'unificazione della Penisola ci ha dato uno Stato autoritario e centralista, ma non una Nazione unita e dotata di coscienza civica». Il revisionismo storico non dà tregua.

(Articolo pubblicato su "La Sicilia" del 29 Dicembre 2006)




1860 - La lotta tra borbonici e liberali nasconde i conflitti di classe che dividevano la comunità

(Corriere della Sera del 23 Gennaio 2002)

Contadini contro galantuomini

Così il Sud condannò l’Unità

di Paolo Macry

I contadini -ma anche una parte dell'élite locale - vogliono la divisione delle terre del demanio. I duchi e tutti coloro che utilizzano - meglio, usurpano - quelle terre, si oppongono. Finché nel 1860, sull'onda delle promesse di Garibaldi e del crollo dello stato, il conflitto esplode. Mobilitati dall'élite antifeudale, cui la situazione sfuggirà presto di mano, i brontesi massacrano, oltre alla duchessa(1) l'odiato notaio e una decina di «galantuomini».

Qualche giorno più tardi, le truppe, di Bixio ristabiliranno l'ordine; passando per le armi alcuni rivoltosi, fra cui un avvocato, il loro presunto leader. Gli altri verranno processati e, quattro anni dopo, condannati.

L’episodio smaschera una lettura canonica del Risorgimento che rimane tuttora opaca, spesso apologetica e reticente. Se i fatti di Bronte sono stati per lo più ignorati. da questa storiografia è perché rendono esplicito il debole radicamento del processo unitario la profonda incomunicabilità che, già neI1860, emerge tra Nord e Sud. A Bronte il linguaggio della nazione è assente e la lotta tra borbonici e unitari - o tra assolutisti e liberali - impallidisce di fronte ai ben più corposi conflitti di fazione che dividono la comunità.

Un quadro che rivela, già prima del brigantaggio, le ferite della lotta di classe (su cui ha insistito la storiografia gramsciana) ma anche - come rileva Paolo Pezzino - forme e motivi tipici di una guerra civile. Per parte loro, i liberatori non sembrano capirci molto.

Il Mezzogiorno, confiderà Bixio alla moglie, «è un paese che bisognerebbe distruggere, e mandarli in Africa a farsi civili».
Tanto più in una Sicilia segnata dal forte autonomismo e attraversata da quelle bande armate che sono in procinto di diventare mafia, il Risorgimento appare come una miccia che, paradossalmente, rischia di spezzare il tessuto sociale proprio nel momento dell'unificazione politica.

A Bronte, è difficile dare pagelle. I rivoltosi, per difendere la legalità, contro le usurpazioni, compiono un feroce linciaggio. I garibaldini, per restaurare la convivenza civile, organizzano esecuzioni sommarie.
La liberazione (o la conquista) del Sud è un puzzle di situazioni simili, che attende ancora di essere sviscerato in modo analitico. Fuor di retoriche e giudizi semplificati. ...

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(1)Paolo Macry qui scrive una inesattezza: Charlotte Nelson-Bridport non fu oggetto di alcuna atrocità; la "signora duchessa" in quel periodo stava infatti nella sua Inghil­terra. «A nessuno degli insorti - scrive lo storico B. Radice - venne in mente di dare il sacco al palazzo ducale; nessuna voce s’udì minacciosa contro di quello, sebbene da più di mezzo secolo gli covasse contro tanto odio di popolo. La bandiera inglese sventolante al palazzo e al Castello Maniace, il non lontano e sgradito ricordo della vana sommossa del ‘48 e più che altro il sapere che il popolo inglese aveva aiutato la rivoluzione, distolse la plebaglia dal tentarlo.»


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