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Lo strano diario

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Lo «strano»

Diario di Sam

di Salvatore (Sam) Di Bella

Storie di vita, ricordi, curiosità, riflessioni, …di un giovane novantenne brontese


XXV – Il bancario di Bondi Beach

Per alcuni anni avevo costruito ville nelle aree più prestigiose di Sydney e parecchi blocchi di appartamenti per medici, avvocati e investitori vari. Un giorno, quando avevo invitato il direttore della banca ANZ di Bondi Beach, (sobborgo famoso per una delle più belle spiagge del mondo), a mangiare una pizza mi dice:

- Lo sai, Sam, che tu stai facendo arricchire un sacco di persone mentre tu ti accontenti delle briciole?

- Delle briciole, rispondo, io guadagno il 10% sul costo di tutte le cose che faccio...

- Si, ma quelle sono briciole, perché non provi a costruire appartamenti per conto tuo?

- E dove vado a trovare i soldi per comprare terreni cosi cari nelle aree dove opero io?

- E noi perché ci siamo? mi rispose.

Per farla corta, la banca mi ha offerto un prestito di ben settanta mila sterline con cui comprai un terreno nell’area di Vaucluse e costruii dodici eleganti appartamenti, sei con due stanze e sei con tre stanze da letto.

Quando la costruzione era quasi completata, invitai gli agenti immobiliari dell’area a visitare gli appartamenti e a metterli in vendita. Il mio costo per un’unità di due camere si aggirava intorno a ventidue mila sterline e, per quella di tre camere, intorno a venticinque mila. Loro avevano calcolato prezzi che variavano da novanta mila a centotrenta mila. Io ero sbalordito e dissi: “Ma dove troverete compratori che paghino cosi tanti soldi?”

Carissimo Sam

durante l'ultimo weekend io e Gae­tano abbiamo parlato molto del nostro viag­gio in Italia il prossimo anno.

Lui è molto desidero­so di incon­trarti e verremo a Bronte proprio per questo!

Abbiamo anche visita­to il sito Bronteinsie­me e le tue pagine! Ci son piaciuti mol­to!

E tu dovresti essere felice di sapere che in ono­re di Bronte (e di te) ab­biamo notato con una certa emo­zione che potremo veni­re a pro­vare ogni cosa possibile che abbia a che fare con i pistac­chi!

Hahaha!! Ci è piaciuto molto muoverci intorno al vostro sito! E ci ha entusiasmati molto di veni­re a vedervi!

Gaetano e Dianna
Settembre 2013

Mi risposero che a questo ci avrebbero pensato loro. Qualche settimana dopo, mentre i pittori non avevano ancora finito di tinteggiarli, gli appartamenti erano tutti venduti. Io ero incredulo e sbalordito. Effettivamente si potevano guadagnare cifre inverosimili.

Allora la tassazione in Australia era ragionevole ed io non ho mai pensato o provato di evaderla. Anche perché in Australia quando pescano un evasore, non lo mettono in galera ma gli confiscano completamente tutto quello che possiede. In Australia tutte le spese sono deducibili anche quelle che si fanno per migliorare tutto quello che si produce. Io, per risparmiare un po’ dell’enorme volume di moneta che dovevo pagare allo Stato quando guadagnavo persino troppi soldi, avevo comprato una proprietà di mille e cinquecento ettari perché potevo cosi dedurre dalla mie tasse quello che spendevo lì per miglioramenti.

Perché in Italia non si copiano questi sistemi?

Domenica, 15 settembre 2013


XXVI - Il camioncino Vangard

Dopo circa sei mesi dal mio arrivo in Australia parlavo già un inglese, più o meno maccheronico, e, anche se in maniera stentata, riuscivo a capire una buona parte di quello che le persone mi dicevano. Avendo accumulato abbastanza soldi, pensai di comprarmi un mezzo di trasporto di seconda mano. La mia scelta cadde su un camioncino di manifattura inglese: Vangard, la cui carrozzeria era abbastanza presentabile, ma tutto il resto era in condizioni che, a chiamarli disastrose sarebbe un eufemismo.

Dovevo portare sempre con me un bidone d’acqua da aggiungere, di tanto in tanto, al radiatore perché, dopo alcuni chilometri, tutto cominciava a bollire e sbuffare come una locomotiva dell’ottocento.
Tuttavia, con questo mezzo mi presentai ad una ditta che produceva lampade fluorescenti e che cercava persone che le vendessero.
Fui ingaggiato a quindici sterline alla settimana con l’impegno di vendere almeno quindici lampade al prezzo di dodici sterline l’una. Non sono mai riuscito a venderne più di dieci o undici la settimana e mi sentivo terribilmente in colpa per questo, ma il padrone era felicissimo. Infatti, come ho appreso più tardi da un suo operaio inglese, una lampada a lui costava due sterline e pochi scellini.

Un giorno mi propose di cambiare il mio camioncino con un suo furgoncino che per qualche ragione faceva tanta fatica a partire. Il furgoncino era come nuovo ed io lo avvisai che il mio mezzo non era cosi buono come appariva. Ha voluto fare lo scambio, con 100 extra sterline che io potevo dargli in due rate entro tre mesi. Gli firmai due assegni postdatati, ci siamo scambiati i documenti delle macchine e abbiamo cosi completato l’affare.

Dopo pochi giorni ha inviato un suo impiegato, con il camioncino carico di lampade fluorescenti, in un paese vicino a Sydney. Il motore del mezzo si è fuso per mancanza d’acqua ed è rimasto per strada. Non vi racconto la rabbia del padrone. Io, poco dopo, lasciai quel lavoro ma avevo convinto questo suo operaio inglese a venire a lavorare con me in un garage che avevo appena preso in affitto, dove lui montava le lampade dopo averne comperato i componenti, ed io le vendevo.

Abbiamo fatto cosi un bel po’ di soldi e in seguito abbiamo dovuto impiegare anche altri venditori poiché avevo cominciato a fare e vendere insegne luminose con corpo e lettere in plexiglas e lampade fluorescenti all’interno. Chiamai questa nuova attività Vivalight Co. e mettevo questo nome con, al di sotto, il mio numero di telefono, su tutte le tantissime insegne che vendevo.

Mi ricordo di una cosa molto strana. Molti anni dopo, quando avevo smesso persino la mia attività di costruttore, ancora mi arrivavano telefonate di costruttori di edifici commerciali perchè gli architetti che li avevano progettati avevano ordinato: Plastic lettering to be supplied by Vivalight Co (Lettere di plastica fornite da Vivalight Co)

Sabato 21 Settembre 2013


XXVII – Il medaglione della Regina Elisabetta

Nel 1952 la giovane regina Elisabetta è venuta a visitare l’Australia col suo aitante principe consorte. Parliamo di circa sessantadue anni fa. Io a quei tempi facevo modelli per la fabbrica di manichini e, nello stesso tempo, avevo appena iniziato un’altra attività: applicavo un prodotto chiamato Flock a statuette e statue sacre che, in seguito alla procedura, apparivano come vestiti con abiti di velluto. Per questo processo avevo ottenuto un brevetto provvisorio della durata di nove mesi. L’effetto visivo era meraviglioso e quando ho presentato dei campioni al più grande distributore di statue sacre di Sydney, i gestori della ditta erano entusiasti.

Gli ordini promessi, però, non furono mai dati e, avendo capito come il mio prodotto era realizzato, iniziarono a fare ricorsi contro il mio brevetto. Quando questo è scaduto, hanno cominciato a produrre statue col mio sistema. Tuttavia l’iniziativa non ebbe successo e dopo qualche anno le statue sacre con abiti di velluto sparirono completamente dalla circolazione. Io però continuavo ad applicare il Flock su statuette di animali, conigli, coala ed altro, che apparivano coperti di peli e che noi vendevamo ai gestori di bancherelle e di negozi di giocattoli.

Alcuni mesi prima dell’annunciato arrivo della giovane regina, avevo comprato un medaglione di plastica, dove era raffigurata, in bassorilievo, l’immagine della regina. Proposi al padrone della fabbrica, dove lavoravo, di riprodurre quel medaglione in gesso, che io avrei colorato e trattato col mio Flock, e che avremmo diviso in parti uguali la moneta ricavata dalle vendite. Accettò e preparammo parecchie centinaia di questi medaglioni. Il mio socio aveva un rappresentante per la vendita dei suoi manichini e gli affidò pure la vendita dei medaglioni. Era però un autentico imbroglione, ci dava meno di una sterlina per un medaglione, che lui vendeva a otto o nove ghinee l’uno, perciò ne vendeva pochissimi.

Dissi allora al mio socio che li avrei comprati e venduti tutti io. E cosi ho fatto.

Ogni mattina mi riempivo il furgoncino di medaglioni e andavo sui centri commerciali di tutti i sobborghi di Sydney a venderli a quattro o cinque sterline al pezzo, svuotando il furgone spesso durante la solo mattinata. Quando la regina è arrivata non mi era rimasto neanche un campione di quel benedetto medaglione che avevo arricchito col colore della faccia e dei vestiti della regina e con lo sfondo di quello che sembrava un velluto di un rosso sgargiante.

Mi dispiace non aver conservato almeno un esemplare, però, in quell’occasione ho guadagnato tanti, ma tanti soldi.

8 Ottobre 2013


XXVIII – Antonietta

Quando ero al primo anno di università uno dei miei più bravi amici era Gigi, quello che commentava le mie poesie e tutto quello che io scrivevo. Un giorno, passeggiando per il corso, incontrammo una signora molto alta, coperta da uno scialle nero che la copriva dalla testa alle ginocchia, con accanto due ragazze che le arrivavano alle spalle.

Dopo averci sorpassato, una di queste ragazze, di una bellezza singolare, si girava continuamente a guardarci con una strana insistenza. Io pensai subito che potevano essere parenti miei o di Gigi a noi del tutto sconosciute. Comunque, decidemmo di seguirli fino alla chiesa dei Cappuccini e di sederci poche file dietro di loro. La ragazza continuava a girarsi e a guardarci intensamente come prima. All’uscita della messa li abbiamo ancora seguiti fino a casa che era nelle vicinanze del Caffè Maugeri.

Io allora ho preso un pezzo di carta e ho scritto: Piccola, non so chi sei ma sono pazzo di te. Totò di bella. Andai vicino alla porta di casa sua e quando lei è apparsa, le ho mostrato la nota che lei ha accettato ed è scappata via. Tornai al caffè, dove Gigi mi aspettava ed ero rimasto un po’ deluso.

La seguente domenica la storia si è ripetuta con tutti i particolari ed dissi a Gigi: “Forse questa ragazza è più interessata a te che a me”. Cosi, Gigi andò a comprare un foglio di carta, che sembrava carta bollata, dal tabaccaio di fronte al Collegio, e cominciò a scrivere una forbita e lunga lettera d’amore con riferimenti alle classiche figure di Botticelli, di Raffaello ed altri. Va dalla ragazza che, come aveva fatto con me, accettò lo scritto. Gigi era assolutamente al settimo cielo o forse molto più in alto.

La sera seguente siamo ancora al caffè Maugeri e Gigi va su a vedere se la ragazza dà una risposta. Era in uno stato di eccitazione straordinaria mentre io ero seduto al caffè un pò incredulo e un po’ disilluso.

Dopo pochi minuti ritorna al caffè camminando come un uomo carico di guai. Gli chiedo com’era andata e lui mi offre la lettera che aveva scritto la sera prima, dicendomi: Ho posta per te! Dietro il foglio che lui aveva scritto con tanto fervore c’era: Io voglio bene a toto di bella. Tanti baci a toto di bella. Antonietta.

Non sapevo come consolare il mio amico Gigi, al quale volevo tanto bene. Cosi promisi che non avrei continuato alcuna relazione con questa ragazza che sembrava tanto bella quanto stupida. Dopo qualche settimana me ne andai a Catania e non vidi più quella ragazza ma dopo la guerra appresi che si era sposata con un ragioniere chiamato Di Bella.

Domenica, 13 Ottobre 2013


XXIX – Ero un malato immaginario

Berlusconi è decaduto. Bene. Berlusconi va ai servizi sociali. Bene. Berlusconi vota la fiducia al governo Letta.
Bene. Ma quando smetterà questa sinistra di parlare di Berlusconi? Ad ascoltare l’assordante chiacchiericcio televisivo di questi giorni, malgrado che in Italia i problemi economici, e non solo, continuino a moltiplicarsi, tutti continuano a parlare, quasi esclusivamente, di Berlusconi.

Non mi risulta che gli italiani siano tanto interessati a sapere se prevarranno gli Alfaniani, i Fittoniani o qualsiasi altri ani, ma il partito demo­cra­tico, che spesso appare più poco-pratico che democratico, dovrebbe smetterla di parlare di Berlusconi ed interessarsi, mentre ha il potere di governare, ad aiutare l’attuazione di quelle serie riforme di cui il paese ha urgente bisogno.

L’unica maniera di rimettere le cose a posto è saper tagliare le spese inutili che spesso sono anche dannose. Giacché abbiamo un parlamento verboso e improduttivo, Letta dovrebbe governare per decreti, in maniera da incidere profondamente su tutte quelle strutture statali e burocratiche che intralciano il buon andamento delle nostre imprese.

Anche l’assistenza medica, secondo me, dovrebbe essere profondamente riformata. Aver fatto, di quasi tutti i medici italiani, degli impiegati statali che non sanno fare più altro che scrivere ricette ed ordinare esami di sangue, al 99% inutili, o altri esami, spesso altrettanto inutili, è stato un errore imperdonabile. Tutto questo avrà sicuramente causato un eccessivo arricchimento per farmacie, aziende farmaceutiche e attività consi­mili, ma ha anche fatto degli italiani un popolo di ipocondriaci.

Fino all’età di 48 anni anche io ero un malato immaginario. Leggevo tanti articoli di medicina e notavo di avere sintomi di tante malattie. Mi sottomettevo a frequenti visite di controllo ed ero spesso veramente ammalato.

Un giorno, al Club delle bocce dove ero iscritto, si associò un professore dell’università di Sydney in pensione che aveva insegnato medicina tutta la vita. Continuavo a fargli domande relative ai miei malori e lui un giorno mi disse: “Sam, se vuoi stare veramente bene tieniti lontano da medici e, sopra tutto, farmacisti. Quando ti senti male, siediti su una comoda poltrona, chiudi gli occhi, pensa a qualche cosa che ti ha fatto tanto piacere e vedrai che, dopo dieci o quindici minuti, il malore sparisce. Ricordati che il migliore medico al mondo è il tuo stesso corpo.”

Ho seguito questo consiglio per 45 anni e, stranamente, sono ancora quì, non solo, ma riesco ancora a giocare a scacchi, navigare su internet per parecchie ore al giorno e trovare anche il tempo di scrivere queste sciocchezze.

11 Ottobre 2013


XXX - Mio padre in America

Nel 1968 mio padre aveva 86 anni. Ero ritornato in Italia per fargli visita e non l’ho trovato in buone condizioni. La perdita di sua moglie, un paio di mesi prima, aveva, in qualche modo, affievolito il suo abituale buonumore. Mi sembrava persino rimpicciolito, lui che era un metro e ottanta e molto robusto.

Quando mi ha visto e abbracciato mi ha detto: “Grazie per essere venuto, ma, sicuramente, io non vedrò più tuo fratello Zino”.
“E perchè no?” rispondo io,” Se non viene qua lui, andremo noi a trovarlo in America”.

Sorrise incredulo e disse: “Tu hai sempre voglia di scherzare...”. Ma io non scherzavo affatto e nei giorni a seguire gli ho fatto rilasciare dal Comune un passaporto e prenotai un volo da Palermo a New York per me e mio padre.

Arrivati all’aeroporto di Palermo siamo saliti sull’aereo e mentre aspettavamo di decollare mio padre, stanco del viaggio in macchina, si addor­mentò profondamente. L’aereo partì e dopo circa un’ora mio padre si sveglia e mi chiede: “Ma quando partiamo?” Io gli rispondo che stiamo già volando da circa un’ora, ma lui fa:”Tu hai sempre voglia di scherzare. Perchè non scendiamo un pò per sgranchirci le gambe?”.

Tutte le giovani assistenti di volo indossavano minigonne che allora cominciavano ad essere di gran moda. Quando una di loro si avvicina a mio padre per controllare la cintura di sicurezza, mio padre mi dice: “Queste ragazze la zoccolatura molto alta ce l’hanno!”

Mio fratello e sua moglie, ci aspettavano all’aeroporto. Dopo i consueti abbracci, ci hanno portati a casa loro, dove mio padre, che ancora non riusciva a credere di essere in America, ha voluto mettersi a letto per raccapezzarsi su quello che gli stava succedendo.

La casa di mio fratello Zino era composta da due piani più un attico che mio fratello aveva dato in affitto ad una piuttosto simpatica signora di mezza età che viveva da sola. Dopo alcuni giorni di conoscenza fra lei e mio padre si era stabilito, per così dire, un flusso reciproco di simpatia. La signora, quasi accarezzando mio padre, diceva: “What a lovely old man! (che simpatico vecchietto). E mio padre rispondeva: “Vossia fa cascàri l’occhi malati” (Lei è così smagliante da far male agli occhi).

Intanto aveva già dimenticato che la mia mamma era morta e, di tanto in tanto, mi chiedeva: “Ma quando torniamo a casa? A quest’ora tua mamma…”

Mio padre era conosciuto da tantissime persone a Bronte per cui, quando si è sparsa la voce, fra i brontesi di Brooklyn e Long Island, che Don Alessandro si trovava in America, la casa di mio fratello è diventata meta di tutti questi paesani che venivano a rendere omaggio a mio padre.

Lui non conosceva assolutamente nessuno di loro, quindi accoglieva tutti, col suo naturale calore, chiedendo loro notizie di eventuali parenti a Bronte e così via. Ma quando i visitatori se ne andavano, ci chiedeva: “Ma chi erano queste persone?”. Lui non ne aveva la minima idea.

Dopo alcune settimane io dovetti ritornare a Sydney per impegni di lavoro, ma mio padre rimase in America con mio fratello per circa tre anni e, mi dicono che, quando è tornado a casa, cercava sua moglie e appena gli ricordarono che era morta da più di tre anni, lui piangendo chiedeva: “Ma come mai nessuno me lo ha detto..”

Da allora non si è più ripreso. Prima della sua morte sono tornato ancora in Italia a rivederlo, ma lui non mi ha riconosciuto. Mi ha guardato a lungo e mi ha chiesto: “Scusi, chi è lei?”

Mio padre era un grande uomo. Benvoluto da tutti per la sua bontà, correttezza e amabilità verso chiunque.

15 Ottobre 2013


XXXI – La cazzuola di 40 cm

Io confesso di non capire molto della produttività degli operai italiani. Però ho avuto modo, nella mia azienda australiana, di osservare alcuni casi che potrebbero mettere in luce le ragioni per cui molti lavoratori italiani potrebbero apparire improduttivi.

Durante il mio viaggio verso l’Australia ho incontrato un muratore che, al suo paese in Sicilia, era considerato un eccellente artigiano, molto capace nel suo mestiere. Ebbene, arrivati in Australia, lui era ospite di un suo cognato che stava costruendo un immobile e fu ingaggiato come muratore. Aveva portato con sé una piccolissima cazzuola italiana e non riusciva, in un giorno di lavoro, a collocare più di tre o quattrocento mattoni al giorno. La sera era stanchissimo e si lagnava del suo duro lavoro.

Un giorno, suo cognato gli disse: “Senti, amico mio, tu non guadagni nemmeno l’acqua che bevi”. Non l’avesse mai detto. Il muratore comin­cia a scalmanarsi e rispose: “Se tu trovi qualcuno che può fare più di me lavorerò gratis per te per un mese.” “Ti darò questa soddisfazione”, gli rispose subito suo cognato.

Il giorno dopo fa venire tre muratori locali di cui uno era italiano, da molti anni in Australia, e gli altri di origine irlandese. Queste persone ave­vano cazzuole lunghe circa 40 centimetri e, su muri continui, riuscivano a mettere in posa fino a duemila mattoni al giorno, perfettamente allineati e senza manco stancarsi troppo. Il muratore siciliano era rimasto di stucco e fungeva solo da manovale. Però anche lui, quando andò a lavorare con quella squadra, dopo pochi mesi, riuscì a mettere in posa 2000 mattoni al giorno su muri continui.

Un’altra simile esperienza l’ho fatta con un ottimo ebanista di Bronte, mio coetaneo. Quando questo artigiano è arrivato, con la sua famiglia, in Australia, forse intorno alla fine degli anni sessanta o i primi anni settanta, venne a cercarmi e a chiedermi un lavoro. In quel tempo avevo un carpentiere di origine friulana che stava ultimando l’installazione di porte, finestre e battiscopa su un blocco di appartamenti che avevo appena costruito. Ho pensato di farlo lavorare lì per ovviare a problemi di lingua.

Dopo un giorno di lavoro il carpentiere friulano aveva installato sei porte, a regola d’arte, mentre il mio paesano ne aveva installata solo una. La ragione era che lui non sapeva usare gli aiuti disponibili e adatti a velocizzare l’operazione.

Il problema degli operai o artigiani, specialmente del meridione d’Italia, secondo me, non è quello di non volere essere produttivi ma di non sapere come esserlo.

18 Ottobre 2013


XXXII –  Le celle frigorifere di Leicchardt

Quando avevo smesso di costruire e mi dedicavo solamente a comprare e vendere delle proprietà un mio cognato è venuto a chiedermi di visitare un immobile che lui stava pensando di comprare in società con un suo amico.

L’immobile consisteva di numerose camere refrigeranti ed uffici in una molto vasta proprietà di Leicchardt. Apparteneva ad una ditta America­na che produceva e distribuiva torte ed altri dolciumi.

Le condizioni del reparto refrigerante non erano in buone condizioni e dal condensatore del gas uscivano fumi d’ammoniaca che ammorbavano l’aria e disturbavano gli abitanti vicini. Gli consigliai di comprarlo subito perchè il sito era molto promettente. Dopo due o tre settimane, quando ho saputo che loro non intendevano più acquistare l’immobile, gli ho comunicato che ero disposto a comprarlo io.

Andai a trovare il gestore Americano della proprietà e gli chiesi qual’era l’ultimo prezzo che lui avrebbe accettato. Mi chiese, quasi timida­mente, 250.000 dollari. Senza pensarci due volte, gli ho fatto un assegno di venticinque mila dollari e abbiamo proseguito nel contratto di vendita nella maniera più veloce possibile.

Appena venuto in possesso dell’immobile, ho chiamato tecnici della refrigerazione, i quali mi hanno consigliato di cambiare immediatamente il condensatore dell’ammoniaca. Questo elemento era terribilmente vecchio e arrugginito e aveva piccole perdite di gas, il che causava tutti i problemi con il Comune e i vicini. Con uno di questi tecnici sono andato a comprare per 2000 dollari un condensatore di seconda mano, ma molto più moderno e in ottime condizioni. Un raccoglitore di ferro vecchio demolì e portò via il vecchio condensatore e sullo stesso posto abbiamo installato il nuovo. Questa sola operazione ha eliminato tutte le proteste del Comune e di tutto il vicinato.

Comunque, continuai ad effettuare tutte le riparazioni necessarie agli elementi di refrigerazione e il completo rinnovo dell’impianto elettrico. Per farla corta, spesi in tutto circa 70.000 dollari e con l’aiuto di un impiegato, avendo in seguito affittato tutte le camere refrigeranti per i succes­sivi tre o quattro anni, questo complesso mi ha dato un eccellente reddito annuale.

Dopo la mia ultima partenza per l’Italia, mio genero ha venduto questa proprietà per un milione e duecento mila dollari che io ho investito in Italia assicurandomi un reddito adeguato per tutti questi anni.

Domenica 20 ottobre 2013


XXXIII – Povera Italia!!!

Il governo Letta pare stia entrando nuovamente in fibrillazione a causa di questa nuova legge di stabilità che è riuscita solo a non piacere a nessuno. I sindacati per primi si sono affrettati a proclamare un mini sciopero generale. A che cosa questo possa servire per me è assolutamente incomprensibile e persino ridicolo.

In televisione si parla di tutto e di più e questa nuova contestazione tra Il Fatto Quotidiano e il presidente Napolitano sta diventando la barzelletta del mese. Il presidente accenna alle panzane del Fatto Quotidiano e il grande Padellaro del Fatto dice che le panzane le dice solo Napoletano. Così gli italiani si barcamenano fra una panzana e l’altra.

Tra Fitto ed Alfano non corre buon sangue e la situazione del governo Letta rischia nuovamente di andare in frantumi.

Personalmente io non so con chi stare. Questa minacciata frattura nel PDL può avere effetti deleteri sul futuro della nostra Italia. D’altra parte, il PD, che di fratture ne ha parecchie, con i quattro candidati alla presidenza e con le innumerevoli correnti congeniti alla sua dottrina, rimane impantanato in una serie di ideologie che vanno dalle democrazie cristiane al comunismo.

Nell’altro componente del governo, la scelta civica di Monti, stanno succedendo, altresì, cose inverosimili.

Monti si è dimesso accusando i più importanti componenti del suo partito addirittura di tradimento. Casini e Mauro non sanno più che pesci pigliare e tutti gli altri componenti di Scelta Civica hanno idee cosi diverse, fra di loro, da quasi annullare una qualsiasi linea politica comune in quel gruppo di parlamentari.

I grillini cominciano finalmente ad esprimersi in qualcuno dei tanti programmi televisivi, a carattere politico, che pare non sappiano ancora fare altro che parlare, o meglio, sparlare di Berlusconi e del Pd. Ma cosa ci dicono questi nuovi occupanti di poltrone parlamentari? Non molto. Forse sarebbe meglio se stessero zitti.

A questo punto non mi resta che dire: povero Letta! E povera Italia!!!

23/10/13


XXXIV - Il mio primo lavoro in Italia

Appena laureato tornai immediatamente a Milano dove un funzionario del Corriere della Sera mi aveva promesso di farmi assumere come correttore di bozze. Naturalmente, sono andato ad abitare nell’appartamento di Beppe Milazzotto, e continuavo a telefonare, quasi ogni settimana, a chiedere notizie circa la mia assunzione che, fortunatamente, non si è mai materializzata. Dico fortunatamente perchè questo avrebbe del tutto cambiato la mia vita, ed io sono cosi tanto innamorato della mia vita che, se potessi riviverla, non la cambierei di una sola virgola.

Un giorno è venuto a trovarci un nostro paesano, impiegato nella polizia di Milano. Mi dice che c’era una ditta che assumeva solo laureati o diplomati come suoi rappresentanti nell’acquisto di rottami ferrosi e vendita di ferro e lamiere di tutti i tipi. Si trattava della O.F.E.I. (Organizzazione Forniture Edili Industriali). Il mio amico poliziotto mi convince ad andare con lui ad incontrare il direttore di questa ditta, che era un certo ragioniere Contorni.

Questo signore non mi ha fatto troppe domande e dopo pochi minuti di conversazione mi ha detto che mi avrebbe dato 15,000 lire al mese più pochi centesimi su ogni chilo di rottami che io sarei stato capace di comprare in tutto il Veneto, da Verona a Trieste, e infine mi ha chiesto quando potevo cominciare. Gli comunicai che, molto probabilmente, non avrei saputo distinguere tra un pezzo di legno e un pezzo di ferro, ma mi rispose che questo non aveva importanza. Mi chiese di fare un abbonamento per tutti i treni da Milano a tutto il Veneto e mi diede una lunga lista di indirizzi di ditte che raccoglievano o disponevano di rottami e con le quali io dovevo conferire.

Alla fine ci siamo salutati ma, andando via, presi numerosi fogli con l’intestazione OFEI, che indicava filiali in quasi tutte le capitali delle regioni Italiane e si presentava come un’azienda particolarmente importante. A Milano ho fatto battere a macchina la seguente lettera e l’ho inviata a tutte le ditte di cui il Contorni mi aveva dato gli indirizzi: Egregi signori, ci pregiamo informarvi che, nei prossimi giorni o settimane, il nostro dottor Di Bella verrà a proporvi una possibile relazione commerciale fra le nostre aziende. Vi preghiamo di accoglierlo con simpatia e di ascoltare le nostre proposte. Di tanto vi ringraziamo porgendo i nostri più distinti saluti. Per O.F.E.I… e il solito scarabocchio.

Così, quando andavo a bussare alla porta di una di quelle ditte e mi presentavo, loro, non solo mi accoglievano con gentilezza, ma mi porta­vano immediatamente a parlare col principale dell’azienda. A questi proponevo di comprare non solo il rottame che avevano subito disponibile ma anche quello che avrebbero avuto in futuro. In qualche modo, riuscivo, sin dal primo incontro, a stabilire un rapporto di amicizia con queste persone che mi garantiva l’acquisto del loro prodotto con inspiegabile facilità.

La nostra azienda, ho appreso in seguito, aveva un contratto di scambio con l’Acciaierie Elettriche o la Falk, non ricordo bene. Contro cinque chili di rottami, poteva avere in cambio un chilo di ferro per edilizia e poteva ottenere scambi con vari altri tipi di prodotti ferrosi.

In brevissimo tempo son riuscito a fare affluire alla OFEI vagoni e vagoni di rottami e far crescere l’ammontare delle mie provvigioni fino a circa centomila lire al mese. Per il ragioniere Contorni diventai così il suo rappresentante preferito e quando c’era qualche problema in una delle sue filiali lui inviava me a risolverli.

30/10/2013


XXXV – La casa sulla spiaggia di Bronte

Nell’ufficio della mia società di costruzioni eravamo in cinque: un eccellente contabile, due impiegati che seguivano i lavori e conferivano coi capi cantieri, un giovane indonesiano, laureando in scienze delle costruzioni che si occupava particolarmente di piani di fattibilità e contratti ed io per controllare il tutto.

Un giorno, un agente immobiliare dell’area di Bronte, un quartiere piuttosto squallido di Waverley, venne a proporci l’acquisto di una vecchia casa di legno in Murray road, a Bronte che, secondo lui, sarebbe stata per noi un buon affare. Io gli dissi che non ero per niente interessato e lo licenziai. Ritornò il giorno insistendo perché andassi a vedere quello che lui proponeva. Per levarmelo di torno, mandai con lui il mio giovane impiegato indonesiano che tornò subito dopo e mi costrinse addirittura ad andare a vedere il terreno che conteneva quella vecchia casa.

Giunto sul posto, vidi un enorme appezzamento di terreno, un pò scosceso ma con vedute sulla spiaggia di Bronte e con evidenti possibilità di sviluppo. Visto che il prezzo era più che ragionevole, comprai immediatamente il terreno demolendo la casa.

In seguito col municipio di Waverley concordai la cessione di parte del terreno in cambio del permesso di costruire sul sito un edificio di dieci piani di cui otto di appartamenti e due di parcheggi. Disegnai io stesso un abbozzo del piano e l’ho diedi ad un architetto, per il quale avevo costrui­to molte ville, chiedendogli di preparare il progetto per il municipio e di migliorare l’abbozzo che gli avevo dato.

Dopo due settimane lui mi dice che non riusciva a trovare un layout migliore di quello che io avevo preparato.

Abbiamo così iniziato a costruire l’immobile affidando la supervisione a quel giovane indonesiano che mi aveva convinto a comprare la proprietà e che si era dimostrato capace ed efficiente. Il blocco consisteva di sedici appartamenti con tre camere da letto e ottime vedute del mare e della spiaggia di Bronte, e altri sedici con due camere. Tutte le unità, oltre alle camere, avevano ampie cucine e servizi e un vasto soggiorno con balcone. Peccato che il mio giovane impiegato indonesiano non ha potuto vedere l’opera completata perchè suo padre, un industriale di Singapore, lo ha richiamato a casa. Ma lui continuò a scrivermi per qualche anno e facendomi anche sapere che, in società col padre, aveva cominciato a costruire grattacieli a Singapore e città vicine.

Intanto, io, con l’aiuto dell’immobiliarista Salvatore Paino, mio grande amico per il quale ho costruito l’hotel Gemini di Randwick, diedi in affitto tutti gli appartamenti e potevo benissimo ripagare il debito con la banca ottenendo inoltre una ragguardevole rendita.

Tuttavia, stupidamente, (di stupidate ne ho fatte tante), dopo qualche anno, visto che dovevo ancora alla banca circa trecentomila dollari e questo mi dava fastidio, mi son fatto convincere a vendere la proprietà in blocco, poichè in quel modo avrei potuto usufruire di una legge che mi esentava dalle tasse. L’ho venduta per un milione e ottocentomila dollari. Una bella somma a quei tempi, ma briciole come avrebbe detto il mio amico banchiere.

E vi dico perchè: circa dodici anni fà, mentre scendevo dal terrazzo del Circolo di Cultura un signore a me sconosciuto mi dice: “Hello, mr Di Bella”. Io rispondo: “Do you know me?” (Mi conoscete?) e quello continua a dirmi in inglese che lui abitava in Murray road, proprio di fronte al mio immobile e mi vedeva quasi tutti i giorni durante la costruzione dello stesso. Era venuto a Bronte per portare i saluti ai signori Meli, di una loro zia, che viveva in Sydney da tanti anni. E infine mi ha informato che era stato appena venduto uno degli appartamenti di due camere senza particolari vedute, per un milione di dollari.

Molto probabilmente quel blocco di appartamenti a Bronte è stato uno dei motivi per cui tutti i terreni e le case di tutta la zona sono diventati in seguito altrettanto costosi, quanto le aree più ricercate della città di Sydney.

31/10/2013


XXXVI – Un filosofare da quattro soldi

Una mia cara amica australiana, una ragazza che ho conosciuto quando era bambina e giocava con le mie figliole sue coetanee, mi chiede di scrivere qualcosa sui segreti della vita.

Bella richiesta! A dirvi la verità sono incerto da dove cominciare. Secondo me, la vita è uno dei risultati della continua e inarrestabile trasfor­mazione di ciò che è la natura, la cui essenza non può essere altro che energia eterna e onnipotente. Credo che il motore dell’universo sia qualcosa al di fuori della possibilità di concepimento delle nostre limitate intelligenze. Tutti i fondatori di religioni hanno dato ai loro creatori caratteristiche umane. La terra è solo uno sparuto granellino di polvere nell’infinito spazio universale ed io trovo piuttosto presuntuoso da parte dell’uomo, mettersi al centro e al controllo dell’universo.

Credo pure che prima di cercare di scrutare i segreti della vita dovremmo chiederci che cosa sia la vita. Sul nostro pianeta essa è un’aggre­gazione di cellule organiche che compongono gli esseri viventi di fauna e flora. Nessuno veramente sa cosa abbia potuto sviluppare questo processo e nessuno sa se processi di questo genere possano esistere in pianeti di altri sistemi solari.

Spesso ho sentito dire che tutto quello che si può immaginare è anche possibile. Sarà vero? Si dicono cosi tante stupidaggini su questo pianeta, che anche questa potrà essere accettata come incontrovertibile verità.

Nel corso della mia lunga vita io ho sempre considerato l’importanza della curiosità, quella voglia inestinguibile di scoprire il perché della nostra esistenza, il perché di tutte le cose. Di scoprire cosa siamo e dove andiamo e se c’è un motivo preciso del procedere verso un futuro di cui si percepisce l’essenza solo come visione onirica. Possibilmente è stata la mia curiosità a determinare il mio profilo psicologico.

Da ragazzo leggevo tutto quello che mi capitava e amavo sperimentare su qualunque cosa. Già all’età di dodici anni cominciavo a dipingere, creando i miei colori con le cose che trovavo nella bottega di mio fratello Nunzio. Polveri colorate che mescolavo con delle colle o olio di lino e anche con olio di ulivo o qualunque altro mezzo che potevo usare. Dipingevo su piccoli ritagli di compensato. Piccoli paesaggi, terribili figure di cani, asini, uccelli… il disegno era pessimo ma l’accoppiamento dei colori era tale da indurre l’eccellente scultore Simone Ronsisvalle che per anni lavorava nella bottega di mio fratello, a dirmi un giorno: “Turillo, se io avessi avuto i tuoi occhi sarei diventato un milionario”.

Lui era un maestro nel disegno e nella scultura in legno, riusciva con pochi colpi di sgorbia a trasformare un pezzo legno in meravigliose decorazioni con rose che si potevano quasi cogliere, ma non era bravo a mettere insieme colori. Per me, invece, si trattava di una cosa spontanea che nessuno mi aveva insegnato.

Sperimentavo pure con dell’argilla a modellare cose piuttosto strane e avevo da ragazzo una voglia matta di fare delle cose con l’energia elettrica. Quando, negli afosi pomeriggi estivi tutti i miei andavano a riposarsi, io andavo giù in una camera che noi chiamavamo magazzino e mi davo da fare con fil di ferro, fili per corrente elettrica ed altro e quasi tutti i giorni facevo saltare il salvavita dell’impianto elettrico di casa mia, spesso parecchie volte al giorno. Mi ero messo in testa di poter inventare un campo magnetico che riuscisse a combattere la forza di gravità. Naturalmente questo è stato un sogno che indubbiamente ha coinvolto intere generazioni ma io sono ancora convinto che in futuro qualcuno riuscirà a realizzare questo sogno.

Comincio a stancarmi di questo filosofare da quattro soldi. Di una sola cosa son sicuro. Della morte che, nel mio caso, si dimostra piuttosto ritardataria.

Comunque la si guardi, la vita è normalmente una piacevole esperienza, ma quando si è ammalati o quando si è affetti da questo maledetto prurito senile che trasforma la notte in un incubo continuativo, di questa esperienza se ne potrebbe francamente fare a meno. Naturalmente questo è un pensiero strettamente personale.

07/11/2013

(segue)

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