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Antonino Di Gaetano

Le antiche chiese di Santa Maria di Bronte e di Santa Maria di Maniace

«La Chiesa più antica di Bronte - più vasta di quella di Maniace - ha il vantaggio della dovuta priorità ed altro respiro ed altra misura»

Possibilità di parziali ripristini di antiche strutture architettoniche nella Chiesa Madre della SS. Trinità

La Chiesa Madre della SS. Trinità in Bronte sorge a Sud-Ovest dell’attuale Centro (Chiesa del Rosario) spostatosi dall’antico per la costruzione della rotabile occidentale etnea che da Catania raggiunge Taormina.

Il vecchio centro, lungiforme e detto lo stesso «Piazza», lambiva a sud la Chiesa Madre intitolata alla SS. Trinità, anche quando, nel sec. XVI, furono riunite le due Chiese della Trinità e di S. Maria più antica e più grande.

La striscia di colata lavica del 1651, che investì e coprì Bronte con una striscia est-ovest di poco più di un chilometro, lasciò intatta la Chiesa, essendo scesa a sinistra alla distanza di un centinaio di metri.

Altre colate laviche precedenti - quelle del 754, 822, 1170 ricordate con docu­menti - non hanno mai intaccato il corpo principale di fabbrica della Chiesa di S. Maria che è fondata su terreno argilloso.

Della facciata Sud è immaginabile l’antica parete di arenaria tenuamente calda, con le monofore e con gli archetti di coronamento.

Chiesa di architettura sobria, almeno all’esterno, ma linda e composta nei volumi, misurata nei rapporti di pieno e vuoto.

Il risveglio architettonico anteriore al mille del periodo di transizione o preroma­nico, espresso nella riedificazione di edifici specie religiosi, non poteva non influire sulla prima formazione di questa nostra Chiesa il cui titolo più antico conosciuto è quello di S. Maria.

Per i caratteri dei particolari negli elementi d’architettura oggi a vista, è da tener presente che, nel periodo di transizione, alle forme nostrane si inserirono quelle di un popolo, l’arabo, che allora aveva raggiunto un alto grado di sviluppo.

Se i saggi da effettuare sul monumento daranno i risultati che prevedo, avremo un ritrovamento e un recupero architettonico tale da superare il confronto e la prova, ahimè lunga e dura come dirò, con la chiesa egualmente intitolata a S. Maria, ma appartenente alla famosa e nota Abbazia di Maniace.

Questa nostra Chiesa potrebbe essere attribuita a Carlo Magno, cui molte chiese italiane vengono attribuite.

Tenuto conto della sua vita, il Radice, Storia di Bronte, pag. 47, lo fa presente a Messina, parlando di colate laviche nel territorio di Bronte e riporta che «quella dell’882 atterrì Carlo Magno».

Mi sembra non essere lontano dal vero nell’immaginare questa Chiesa nella sua primitiva espressione paragonandola, nella nuda e potente eleganza architettonica, all’interno del Duomo di Cefalù.

Chiesa di Santa Maria, monofora nella parete sudLa monofora sul fianco sud ha particolari di modulazione plastica, di taglio e di rapporti vuoto-pieno che sentiti nella più intima espressività dei piani moderatamente alternati e negli strombi, preannunciano la sveltezza delle dodici colonne all’interno, le linee e le forme aggraziate dei rispettivi capitelli, il tutto racchiuso tuttora nei massicci pilastri di consolidamento.

Prova che in un tempo - si crede nel sec. XVI - parve imprudente continuare a far gravare su quegli esili e snelli sostegni le agili arcate sovrastanti.

Una causa, la più attendibile, quella dei terremoti frequenti nella zona etnea, avrà determinato il provvedimento che ora ci vieta, ma ci conserva; la visione delle originarie strutture.

Alcuni particolari decorativi di un portale o di un vuoto sulle pareti della Chiesa, si vedono oggi ornare l’ingresso di una casa di Via Parrinello, posta a pochi metri dallo spigolo nord della Chiesa. Dette decorazioni sono racchiuse in quattro mezzi archi perlati a tutto sesto.

Nei pezzi di arenaria - oggi coperta da spessi e protettivi strati di calce - sono raffigurati in rilievo animali di significato religioso e rosoni, il più grande di forme classiche. Tutto è rappresentato con un senso di ampiezza e spazialità.

Gli elementi della parete nord, lasciati a vista nonostante il processo di ingran­dimento della fabbrica compiuto nel sec. XVI, sono i soli generalmente noti, ma non riconosciuti nel loro effettivo interesse storico.

Sono stati sempre detti «antichi» quando, in tempi in cui sarebbe stato risolu­tivo documentare la priorità di nascita rispetto ad altra Chiesa, ciò avrebbe deciso una diversa e favorevole soluzione di interessi civici.

Gli arditi e tradizionali sostenitori d’essi, non pensando di avere dalle testimo­nianze dell’architettura locale l’aiuto e le prove necessarie, in un tempo e pre­cisamente quando coprirono le strutture, ora da rimettere in luce, preoccupati o dalle condizioni statiche della Chiesa o dalle ragioni di solo culto, ossia di ampliamento della stessa, non seppero vedere ed intendere l’architettura del loro maggiore e più significativo edificio.

Oggi questo tema è affidato al restauro che, per le modifiche dei vari secoli scorsi, ritengo perseguibile solo parzialmente.

Dovendo inoltre rispettare elementi di architettura cinquecentesca, si tratterà saperla accostare a quella più antica ed a quella di qualche epoca intermedia.

Gli elementi sulla parete nord - dimenticati fors’anche per la loro ubicazione secondaria, grigia e di tramon­tana - sono stati per me i più indicativi.

Sulla scorta della monofora che corrisponde al pieno del pilastro, e non al vuoto della prima arcata di de­stra, posi la mia attenzione alla superficie d’intonaco, corrispondente ed opposta, della parete sud.

Il ritrovamento di quest’altra monofora fu non difficile e sulle orme di questa mi mossi al tentativo di ritrovamento di una seconda sulla sinistra: risultato negativo, ed invece, spostata a destra, una finestra cinquecentesca.

Giudico che la monofora ricercata sia stata asportata per la breccia aperta sulla parete ove inserire il portale cinquecentesco in arenaria verde.

Quella del sec. XVI, e che ritroviamo nel campanile, dovette sostituire - reputo fino al tempo delle grandi luci aperte più tardi fra le lunette delle volte settecentesche della navata maggiore - la funzione di quella ricercata.

Corrisponde al vuoto e circa al centro dell’arcata.

Tale asimmetria mi conferma, in limiti adeguati, che in quel tempo la copertura all’interno della Chiesa doveva essere a cassettoni ed a travi, successiva all’altra originaria.

Altro elemento della parete nord - escluso il portale che è evidente nel suo valore - è lo spigolo dell’antica chiesa. Penso che questo limite appartenga alla parte absidale di S. Maria.

La primitiva chiesa verrebbe così a voltare le spalle all’attuale Centro ed a mostrarsi di fianco e da mezzogiorno oltrechè con la fronte su la prima positura della cittadina che era a sud-est.

Due motivi in ogni modo giustificano l’ipotesi che l’abside fosse stata dalla parte di nord-est: l’orientamento - di norma, secondo il costume liturgico del tempo, ad est e in casi come a Firenze di SS. Apostoli, di S. Miniato al Monte a sud-est - ed alcune caratteristiche planimetriche del monumento che denunciano un lieve restringimento verso l’attuale ingresso principale.

Circa l’orientamento, secondo assi intermedi, con al centro quello di levante, ho già accennato con esempi.

L’uso non è quindi nuovo e l’orientamento di un complesso quale il «castrum» di Pesaro orientato secondo le diagonali o gli intermedi, dà altra conferma più antica e più estesa.

La chiesa è ora costituita dalle tre navate appartenenti a S. Maria, da un transetto, con una cappella maggiore e due altre laterali, appartenenti alla zona o all’area prima occupata dalla vecchia chiesa della SS. Trinità.

Questa denominazione è quella prevalsa su i due titoli delle due chiese riunite. Il transetto è chiuso nei lati corti da due altari barocchi (1655).

Due cappelle per parte - sec. XVI - fiancheggiano le due navate minori. Le arcate su le antiche 12 colonne presentano l’intradosso a tutto sesto.

Avevo iniziato i saggi per il ritrovamento della arcate. Riuscii, dato il breve tempo a mia disposizione, ad accertare la loro presenza – in pietra arenaria - all’imposta.

Delle altezze delle singole navate e della posizione del coronamento ad archetti nulla ora posso dire. Sarà possibile ritrovare le prime.

I secondi, penso, siano esistiti fino al tempo in cui fu decisa la trasformazione consecutiva alla riunione delle due Chiese.

Quelli che oggi si vedono coronare la navata maggiore, sono una riproduzione, nel loro tempo, degli altri originari scomparsi. Anche le monofore del campanile e quella ritrovata a fianco del portale a sud, ripetono nello schema quelle di cinque o sei secoli prima.

Saggi opportuni dovrebbero permettere di trovare almeno le tracce degli archetti scomparsi.

Egualmente non ho potuto accertare l’esistenza di alcuna monofora al di sopra delle arcate. Del loro ritrovamento mi fa sperare la posizione delle ampie finestre del sec. XVIII aperte sulla navata principale.

Se le antiche monofore avessero avuto la loro posizione in corrispondenza dei vuoto delle arcate, le attuali avrebbero inghiottito le più piccole e delusa prematuramente la speranza del ritrovamento nei pieni di muro lasciati fra le grandi finestre.

In breve, come mi è consentito, ho accennato agli elementi a vista ed esposto alcuni giudizi e ipotesi.

Secondo una premessa ed un cenno iniziale, occorre ora porre e fare un confronto.

E se la mia tesi di una chiesa di S. Maria in Bronte più antica o almeno precedente a quella di Maniace, darà risultati positivi, la storia dell’architettura, consentendo il recupero, criticamente scientifico e praticamente concreto, di una parte almeno del monumento, avrà contribuito a risolvere delle questioni di storia civile, dando la possibilità di una chiara e definitiva interpretazione di documenti e scritti.

 

Antonino Di Gaetano, architetto bronteseRelazione tenuta dall’Arch. Anto­nino Di Gaetano al VII Congresso nazionale di Sto­ria dell’Architettura tenutosi a Pa­lermo dal 24 al 30 settembre 1950.

E’ stata tratta dagli atti del Congresso pub­blicati a cura del Comitato presso la So­printendenza ai monu­menti (Pa­lermo 1956), che racchiudono relazioni generali e comu­ni­cazioni particolari sui problemi del­la tutela monumen­tale e paesaggisti­ca, su quelli della metodologia e dello studio della storia urbanistica e soprat­tut­to del­la pro­blematica del­la storia archi­tet­tonica sici­lia­na in tutti i suoi periodi.
Una copia della pub­blicazione può essere consultata presso la biblio­teca del Real Collegio Capizzi.

Antonino Di Gaetano fu un insigne archi­tetto, professore alla Facol­tà d’Architettura dell’Università degli studi di Firenze (nel­l’Anno Acca­demico 1936/'37, subito dopo la laurea, era "as­si­stente volontario" in Restauro dei monumenti).

Era nato a Bronte il 2 gennaio 1906 ed il 15 giugno 1938 con il numero d'or­dine 28 fu uno dei primi architetti che si iscrisse all'Ordine degli Architetti di Firenze. In questa città svolse la sua attività (le finestre del suo studio e del­la casa dove abitava, prospettavano su Piazza della Signoria) ed a Firenze morì il 13 luglio 1989.

Nel 1935, Di Gaetano aveva donato alla nostra città la sua tesi di lau­rea dal titolo Il Piano Regolatore Generale di Bronte (qualcosa ancora è in parte conservata nella Biblioteca del Real Collegio Ca­pizzi). «Nulla d’eccezionale, - afferma oggi l'arch. Luigi Longhitano - se non fosse che i piani regolatori furono istituiti solo nel 1942».

La relazione dell’Arch. Antonino Di Gaetano è stata anche presentata dal­l’Arch. Luigi Longhitano il 30 ottobre 2004 in occasione di una Gior­nata di studio nel 150° anniversario della nascita di Benedetto Radice (“Antonino Di Gaetano e le chiese di S. Maria di Bronte e di S. Ma­ria di Maniace”), i cui atti sono stati pubblicati in un volumetto a cura di Emilio Galvagno (“Vices Temporum", Edizioni Esiodo, Bronte 2005).

«La relazione - affermò Longhitano - offre spunti per rivisitare la no­stra sto­ria cittadina in un’ottica del tutto nuova, anche per i non ad­detti ai lavori. Il tema trattato dà anche la dimensione del grande amore che l’architetto Di Gaetano aveva per la sua città natale.

Al Congresso parteciparono i maestri della storia dell’ar­chitettura italiana di allora, tra cui, solo per citare i più noti, Sa­ve­rio Muratori, Giuseppe Lugli, Giuseppe Samonà, Bruno Zevi. Sarebbe perciò auspi­cio che la nostra città tributi tutti gli onori, anche se postumi, alla figu­ra di questo suo figlio, ingiu­stamente dimenticata.»

Dopo aver presentato il documento l’arch. Longhitano ha voluto porre l’ac­cento su alcune questioni sollevate dall’architetto Di Gaetano, parlando pri­ma delle origini della Città di Bronte e poi illustrando gli input del documento Di Gaetano, attraverso la lettura dell’impianto urbanistico:

«Dai pochi brani di architettura rimasti, sempre in rapporto al tessuto urbano, si può affermare che l’unica chiesa risalente al primo impianto della città di Bronte è la parte più antica della chiesa Maggiore, cioè la chiesa di S. Maria, che riunita con quella della SS. Trinità formano l’attuale chiesa Madre. (vedi figura)

Le architetture residue dell’edificio presentano dei caratteri architettonici tipici del periodo Normanno-Siculo del secolo XI-XII, sicuramente contem­poranei all’Abbazia di Maniace.
Ciò indurrebbe a supporre che il primo nucleo di Bronte sia sorto attorno alla prima chiesa di S. Maria riunita con quella della SS. Trinità che formano l’attuale Chiesa Madre.

Importante per tale ricostruzione è il parallelo con la chiesa di S. Maria dell’Abbazia di Maniace costruita contemporaneamente a quella del duomo di Monreale, cioè nel periodo di massimo splendore del regno normanno, quando la Sicilia si trovò al culmine del suo sviluppo culturale, politico, economico e sociale.

Leggendo graficamente alla stessa scala le planimetrie di S. Maria di Maniace e di S. Maria di Bronte, appare evidente che molti punti presentano delle caratteristiche identiche (vedi figura).

Non prendendo in considerazione né la parte absidale, né il transetto dell’attuale chiesa Madre, poiché frutto della fusione della chiesa della SS. Trinità con l’antica chiesa, si nota che dalla forma planimetrica, dalla modularità della dimensione e dal numero delle colonne le affinità sono evidenti.

Nel 1957, in seguito al rifacimento del pavi­mento della chiesa Madre, parallelamente al transetto fu rinvenuto un lastricato in pietra lavica a modo di pavimentazione stradale. Prendendo in considerazione il sito e la posi­zione del tessuto urbano della parte bassa dell’attuale Via Santi (ex Via Annunziata) si può concludere che l’ingresso della chiesa di S. Maria doveva trovarsi dalla parte opposta a quella attuale.

In questa, invece, si doveva trovare il complesso absidale della chiesa, che, a seguito della fusione dei due edifici, e conseguente al cambiamento della viabilità del casale e alla sua relativa espansione, ha assunto la configura­zione attuale.

Questa ipotesi contenuta nell’analisi storica del Piano di Recupero del Cen­tro Storico, redatto nel 1989 dagli architetti, Giuseppe Paparo, Aldo Meli e Luigi Longhitano, offre un’idea della possibile configurazione del primo nu­cleo della città di Bronte e, in particolare, della Matrice.
Ciò permetterebbe di ridisegnare la mappa originaria di questo centro, per­ché nel futuro le nuove generazioni non perdano memoria. Ciò aprirebbe nuove prospettive alle ipotesi che storici, architetti e urbanisti, hanno fatto nel passato fornendo un ulteriore momento di dibattito culturale.»

Immagini della Chiesa della SS. Trinità.

Nelle tre foto sopra si vedono le antiche colonne, il pregevole arco ed altri elementi ar­chitetto­nici in pietra arenaria; la porta con architrave e semico­lonne di pietra verdogno­la visi­bile sulla parete sud e la por­ta ogivale, composta da conci di pie­tra calcarea, sormon­tata da un piccolo maschero­ne rappresen­tante un volto umano.

A destra l'interno della Matrice. Un recente restauro ha riportato al­la luce antichi ele­menti archi­tettonici delle due chiese che l'hanno for­mata.

Nella prima foto destra, l'ampio arco in pietra arenaria che un tempo immetteva nel presbi­terio dell’antica chiesa di Santa Maria ed oggi so­vrasta l'ingresso e (foto a destra) e, sotto, una colonna in pietra arena­ria prima racchiusa nel pilastro di consolidamento.

S. Maria di Maniace è la Chiesa dell’Abbazia omonima. Dista otto chilometri da Bronte e sorge nel suo territorio comunale avendo attorno una vasta e fertile zona posta nel versante sud dei Nebrodi. Questa tenuta costituisce la Ducea Nelson.

Giorgio Maniace, il generale bizantino vincitore dei Saraceni in tale località, avendo con sè una immagine della Madonna, che la tradizione vuole dipinta da allievi di S. Luca Evangelista, desidera che resti sul posto a memoria della sua vittoria.

A tale scopo, accanto al fiume Simeto, ad un chilometro dal casale Maniace, costruisce una Cappella con la Sacra immagine che viene affidata alle cure del Monastero di S. Filippo di Fragalà. Tale immagine aveva molti fedeli ed in continuo aumento.

Nel 1173 il re Guglielmo e la sua sposa Margherita determinano di costruire in Maniace una più grande chiesa intitolata a S. Maria ed un annesso Monastero benedettino.

Nel 1174 lo stesso re consacrava il Chiostro di Monreale, anch’esso, dell’ordine benedettino; Bronte e Maniace appartenevano alla stessa diocesi dell’Arcivescovo di Monreale. (Radice, Storia di Bronte, pag. 398). Il primo Abate di S. M. di Maniace fu il Beato Guglielmo di Bois, fratello di Pietro vescovo di Londra; un altro fu Rodrigo Borgia poi Papa Alessandro VI.

La Chiesa lambita dal torrente Saraceno è a tre navate con archi ad ogiva poggianti su otto colonne a testata sagomata più che capitello. Esse sono alternativamente a sezione circolare ed esagonale ed in pietra basaltica. Un terremoto del 1693 distrusse l’abside con la quale terminava a levante: quindi orientata. La sua sistemazione attuale è del tempo immediatamente successivo.

Molto interessante e ben conservato è il portale principale, a ponente, a gruppi di colonne di cinque per parte, ornate di ricchi capitelli con personaggi e simboli biblici.

La Chiesa ha inoltre dieci grandi finestre ogivali, una per arcata, ora murate. Esse non presentano dettagli rimarchevoli. L’interno è illuminato da tre finestre alte della navata maggiore. A tutte le navate manca il coronamento nè se ne scorgono tracce.

La copertura in legname è sostenuta da cavalletti, correnti e travi. È discretamente conservata ed è stata restaurata nel 1862.

Ed ora alcuni confronti, fra elementi a vista, con la Chiesa di Bronte.

Le monofore di questa hanno il davanzale e l’arco a monoblocco, due pezzi per parte come stipiti della stessa finestra, proporzioni geometriche frontali e modulazione della sezione di un «preromanico» garbato e semplice, e tali che le finestre di S. Maria di Maniace appaiono costruite distanti nel tempo e marcatamente evolute nello sviluppo.

Delle arcate d’ambedue le Chiese quelle di una sono documentabili; dell’altra, pur coperte da stucchi e ingrossati dai rivestimenti di consolidamento, se ne intravedono le forme geometriche. Più raccolte, più classiche, non meno svelte delle ogivali di Maniace.

Basta osservare le proporzioni al collarino o alla base del capitello di S. Maria in Bronte, oggi nell’orto del Prof. Sac. Biagio Calanna, per avere conferma dell’agile sviluppo del fusto delle dodici colonne che ritengo tutte a sezione circolare.

S. Maria di Maniace non ha veri e propri capitelli.

Le caratteristiche decorative del portale riadoperato in Via Parrinello in Bronte, non sono ritrovabili in nessun elemento decorativo in Maniace, neanche fra la ricchezza di motivi dei capitelli del portale.

Nell’attesa fiduciosa di altri risultati, credo che quelli noti possano bastare per riconoscere a S. Maria di Bronte il vantaggio della dovuta priorità. Ne consegue che il portale ad ogiva sulla parete nord, vi è stato collocato più tardi.

La Chiesa più antica di Bronte - più vasta di quella di Maniace - ha difatti altro respiro ed altra misura.

(Arch. Antonino Di Gaetano)

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