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Nicola Lupo

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Patri u Tiszu

C'era una volta (ma non è l'inizio di una fiaba) un prete soprannominato u Tiszu forse perché era un bell'uomo dritto come un fuso, dall'andatura marziale e grande cultore della musica d'organo, per la quale almeno noi studenti di liceo classico avremmo dovuto avere rispetto e amore.

Invece proprio quella passione del sacerdote in oggetto era presa di mira da certi screanzati del paese, specialmente quando egli, tralasciando la musica sacra, si lasciava andare ad eseguire musica classica e sinfonica, che eseguiva, vista in retrospettiva, con grande passione e perizia.

Uno dei suoi pezzi preferiti erano i Preludi di Bach che richiedono foga di esecuzione e molti e repentini cambi di registro; ma proprio i movimenti del braccio destro, per effettuare i suddetti cambi, erano stati presi a caricatura per dileggiare il prete quando se ne vedeva svolazzare la veste talare mentre scantonava da qualche traversa della via Umberto.

E ciò consisteva nell'accennare poche note della sua suonata seguita da un equivoco gesto del braccio, accompa­gnato da un «zun zun, zun zun»!

Certamente la pazienza non era la virtù più radicata e praticata del nostro prete musicomane il quale, invece di far finta di niente e offrire a Dio quella immeritata offesa, dava evidenti segni di insofferenza e di reazione, al che i giovinastri rincaravano la dose di gestacci e di «zun zun».

Era evidente che il sullodato prete era capace anche di qualche violenza, per cui i suoi persecutori si guardavano bene dal farsi individuare e tanto meno dal passargli vicino.

Una volta, però, vuoi che ne avesse riconosciuto uno, vuoi che volesse dare una lezione di rappresaglia, acciuffò uno che sbadatamente gli passava davanti e, riconosciutolo per studente, tenendolo sempre per la collottola, lo trascinò dal Preside(1) il quale dovette prendere il severo provvedimento della sospensione dalle lezioni per tre giorni, anche per un particolare e doveroso riguardo di casta verso un suo confratello.

Ma guarda caso, proprio quel giovane era innocente e, quindi, il fatto suscitò la reazione della famiglia, che non solo andò a protestare dal Preside, ma minacciò anche di trascinare patri u Tiszu davanti al Pretore.

Per fortuna quest'ultimo, che si chiamava Cucuzza, era una persona di buon senso e simpatico a tutti tranne ai caprai i quali si macchiavano spesso e volentieri del reato di pascolo abusivo.

Egli riuscì a calmare sia la famiglia dello studente punito immeritatamente, sia il prete, altrettanto immeritatamente offeso da una ciurma di scalmanati che da allora dovettero non smettere, ma essere più guardinghi quando volevano suonare il loro maniacale «zun zun».

A proposito di musica bisogna dire che a quei tempi i Brontesi amavano solo le canzonette; infatti un esperimento di concerto di musica classica realizzato al Collegio Capizzi dal prof. Vittorio Adernò, insegnante di Lettere al Ginnasio Superiore e ottimo pianista, fu da questi sospeso per la cagnara sollevata da un gruppo di studenti che, del resto, non erano dei peggiori.



U zzu Luiggi

Zio chiamavamo il tabaccaio e cartolaio che aveva il suo negozio proprio di fronte al Collegio «Capizzi», sede dell'omo­nimo Liceo-Ginnasio Pareggiato, in cui hanno studiato parecchie generazioni di Brontesi, molti dei quali in seguito si sono sparsi per il mondo, cercando di non demeritare, come adesso hanno fatto certi nostri indegni concittadini.

Don Luigi apparteneva, un pò come tutti una volta, a una famiglia numerosa: infatti un fratello era prete e maestro (lo fu anche mio in quarta e quinta elementare) che viveva con due sorelle nubili; uno era comandante delle guardie comunali che aveva un figlio un pò handicappato, ma buono e facile allo scherzo; un altro direttore didattico.

Don Luigi, bell'uomo, era come gli altri fratelli, un tipo sornione e allegro, ma non aveva avuto figli dalla legittima con­sor­te, perciò alla di lei morte, in età ancora giovane, sposò la ragazza che stava a servizio da loro e che le solite malelingue accreditavano come amante del padrone già da prima, e dalla quale poi ebbe figli.

Ma perché generazioni di studenti lo chiamavamo familiarmente zio, pur non avendo alcun vincolo di parentela neppure acquisita? Il motivo è presto detto: egli, sia per carattere che per l'iniziale mancanza di figli, aveva una certa predilezione per tutti noi ragazzi che frequentavamo la scuola dirimpettaia e che del resto eravamo anche suoi buoni clienti.

Perciò tutti noi avevamo in lui un confidente e un complice: infatti ci diede le prime sigarette, anche a credito, e qualche volta ci firmava le giustificazioni quando avevamo caliato la scuola, sostituendosi abusivamente, ma non senza prima averci redarguiti bonariamente, a nostro padre.

Se la firma di quest'ultimo era ben nota al Preside, allora noi dicevamo che aveva firmato in sua vece un nostro zio; ecco quindi spiegato il mistero di questa parentela affettuosamente fittizia. (A proposito di firme falsificate, ricorderò che quando frequentavo il Liceo io avevo imparato a imitare così bene la firma dell'allora preside Vincenzo Portaro che una volta questi addirittura la riconobbe come sua.)

Ma le prestazioni dello zio Luigi andavano qualche volta anche al di là di quanto abbiamo detto sopra; infatti qualche volta diventava, forse suo malgrado, mezzano d'amore, perché gli lasciavamo qualche libro o qualche quaderno in cui si nascondeva un messaggio d'amore per la ragazza che lo avrebbe ritirato.

Se qualcuno di noi, però, abusava della benevolenza di zzu Luiggi, lasciando insoluto un debito che era diventato trop­po grosso, allora lo zio era costretto, dopo inutili solleciti all'interessato, a ricorrere al padre, il quale provvedeva a saldare adeguatamente entrambi i debiti: quello con lo zio, aggiungendo come interessi un garbato, ma energico rimprovero; e quello con il figlio con una buona razione di schiaffoni, un tempo educativi.

I più grandicelli, per giunta, andavano spesso a comprare materiale di cancelleria per ammirare la servetta che a volte andava al negozio per accompagnarvi la signora che sostituiva il marito, ciò certamente, se notato dallo zio Luigi, non gli faceva piacere, in quanto egli temeva la concorrenza giovanile che avrebbe potuto portargli via l'oggetto dei suoi desideri.

Qualche volta accadeva che don Luigi, tornando in negozio, trovasse un gruppetto di giovani i quali, dopo aver fatto i propri acquisti e approfittando dell'assenza del padrone, si attardavano a parlare con qualche scusa con la ragazza; allora egli, divenendo paonazzo per la gelosia malrepressa, invitava gli importuni a lasciare il negozio con modi non proprio garbati che servivano a rinfocolare sia la maldicenza che il corteggiamento della giovane servetta.

(1) Questi era allora padre Vincenzo Portaro, rettore del collegio, professore bravo, buono e compren­sivo, specie verso i ragazzi studenti del suo Liceo.

Don Vincenzo Portaro

Don Vincenzo Portaro, Rettore del Real Collegio Capizzi dal 1916 al 1936










Luigi Salanitri ("u zzu Luiggi") in una caricatura de Il Ciclope, quindicinale pubblicato a Bronte dal 1946 al 1950.



U Tàramu

Le confraternite religiose, fra le loro finalità avevano, ed hanno ancora, quella di provvedere ai funerali dei con­fratelli e dei loro familiari a carico.

Quindi ognuna di esse disponeva di un catafalco smontabile di legno, 'u Tàramu(2), dipinto con figure adeguate, che all'occorrenza si montava dinanzi all'altare maggiore per collocarvi la bara durante la funzione funebre.

Il Concilio Vaticano II, fra le modifiche liturgiche, ha introdotto anche quella che abolisce i catafalchi, che simboleg­giavano, fra l'altro, l'augurio che il defunto fosse assunto in Paradiso, e ha stabilito che la bara di qualsiasi defunto, nobile o plebeo, sia deposta sul pavimento, per significare uguaglianza e umiltà dinanzi al giudizio di Dio.

Negli anni Trenta a Bronte i dirigenti della Confraternita Maria SS. della Misericordia e di S. Rocco, con sede alla Chiesa della «Batìa», presero l'iniziativa, contrastata per l'eventuale alto costo, di far progettare un catafalco che fosse un vero monumento ligneo di pregio per materiale, costruzione e sculture.

Fatto eseguire da un architetto catanese il progetto con relativo modellino in scala e corrispondente preventivo, il tutto fu esposto nella sala delle riunioni della Confraternita e mostrato a tutti i falegnami del paese, affinché si proponessero per la realizzazione dell'opera, partecipando alla gara d'appalto.

Vista la complessità dell'opera sia per materiale (legno di noce massello, scelto e stagionato), sia per tecnica costrut­tiva e per la necessità di reperire uno scultore in legno, tutti si tirarono indietro, dicendo all'unanimità: “Questo lavoro lo può eseguire solo mastro Nicola Lupo” (mio nonno).

Il quale, stipulato il contratto e provveduto al necessario quantitativo del materiale pregiato, contattò per le sculture il maestro Ronsisvalle di Adrano, il quale decise di trasferirsi a Bronte almeno per il periodo necessario alla scultura dei diversi pannelli e figure.

Questo scultore, una volta venuto a Bronte, per integrare il suo guadagno di intagliatore, ottenne di aprire in una delle aule del Collegio «Capizzi», che ospitavano la sezione staccata delle Scuole Elementari, una scuola privata di disegno dalla quale sono usciti diversi artisti, il più importante dei quali è il mio amico Nunzio Sciavarrello.

Questi, sesto figlio di artigiani, che all'epoca era apprendista falegname, si iscrisse a quella scuola dove scoprì la sua vocazione e le sue attitudini artistiche, per cui, dopo i primi risultati, andò prima a Napoli, per seguire gli studi secon­dari artistici, e poi a Roma all'Accademia di Via Ripetta dove, ai tempi del Selvaggio, si formò nella scuola di Mino Maccari. Nel 1950 fu invitato ad esporre alcune sue incisioni alla Biennale di Venezia.

In seguito, pur continuando con impegno la sua affermazione in ogni parte del mondo con dipinti e grafica, egli fece ritorno nella nostra Sicilia dove si occupò anche delle illustrazioni dedicate ai famosi pupi siciliani che altro non sono che i personaggi dei Paladini di Francia.
A Catania lo Sciavarrello è stato apprezzato Direttore dell'Accademia di Belle Arti, dando, così, incremento e lustro anche alla scuola artistica siciliana.

Il lavoro del tàramu durò parecchi mesi e, quando fu finito, fu esposto nella Chiesa della «Batìa» all'ammirazione del pubblico e degli eventuali utenti; infatti era intenzione della Confraternita di noleggiarlo ad altri, estranei alla Confraternita, per ammortizzarne più in fretta l'ingente spesa sostenuta.

Ma l'esposizione consistette nel mostrare e spiegare la tecnica costruttiva e del relativo montaggio e smontaggio; infatti l'intero manufatto era costituito da elementi solamente incollati, quindi privi di qualsiasi supporto metallico, come chiodi, viti, perni, cerniere et similia, e tutti ad incastro perfetto da durare negli anni.

Gli addetti ai lavori e gli intenditori prima ed il pubblico dopo rimasero ammirati dall'opera che faceva onore all'artigia­nato brontese e che, in seguito, avrebbe corrisposto alle aspettative per praticità e durata nel tempo.

Il giorno della presentazione del tàramu al pubblico era domenica e, come di consueto, si pranzava dal nonno il quale in quella occasione ci confermò la consapevolezza delle sue capacità di artigiano, atto ad eseguire, e a perfetta regola d'arte, qualsiasi lavoro in legno, dicendoci, a mò di testamento spirituale: «Alla mia morte questa mano (e indicava la destra) la dovete tagliare e conservare esposta in una teca».

Dimostrazione del suo smisurato orgoglio che sfiorava la superbia!

Noi non abbiamo ottemperato, ovviamente, al suo desiderio testamentario, ma, anche in suo onore, raccomande­rem­mo alla Confraternita della Misericordia e ai Beni Culturali ed artistici la conservazione di quest'opera dell'artigianato brontese.



La Filodrammatica

Da Bronte attraverso foto e cartoline d'epoca edizione 1989 a cura dell'Associazione Pro loco di Bronte, p. 91, mi si presenta una vecchia e cara immagine: anno 1925, una scena del Quo vadis? rappresentato nel teatrino del Collegio Capizzi dalla locale Filodrammatica; scena particolarmente cara perché uno dei protagonisti, e precisamente il S. Pietro, prostrato ai piedi di Gesù, era mio padre.

La filodrammatica a Bronte era nata nell'ambito del Collegio Capizzi nel cui teatrino operava e che era stata fondata da Padre Vincenzo Schilirò, professore e scrittore emerito, ed era formata nel suo nucleo fondamentale da quattro maestri elementari: Giulio Di Bella, Antonino Gaetano Lupo (detto Tano, mio padre), Alfio Reina e Francesco Sanfilippo. Occasionalmente partecipavano alle rappresentazioni collegiali o studenti esterni.

Dal fondatore P. Vincenzo Schilirò, insegnante d'Italiano e Latino nel locale Liceo, scrittore di varia letteratura e critico letterario, è comparso un buon profilo a cura di Franco Cimbali in «Bronte Notizie» anno X, n. 39 ottobre 1991.

Ma l'autore sorvola dichiaratamente sul fatto che lo Schilirò aveva aderito al Movimento modernista(3); ed ha fatto male, a mio avviso, tanto più che le istanze di quel movimento sono state recepite poi dal Concilio Vaticano II; perciò inviterei il Cimbali a riprendere l'argomento e, approfondendolo, portarlo a conoscenza dei giovani brontesi, perché conoscano i loro concittadini illustri in tutti i loro aspetti, anche quelli che potrebbero sembrare, ma non sono, da passare sotto silenzio.

E ciò non dispiacerebbe certamente allo Schilirò sociologo, che ho avuto il piacere di conoscere, che era sì schivo, ma di una dirittura morale tale che non avrebbe tollerato che si nascondesse nulla di sé(4).

Ritiratosi a vita privata di scrittore lo Schilirò proprio per la posizione assunta nei confronti dell'ortodossia della Chiesa, la vita della filodrammatica continuò sotto la direzione del capocomico Giulio Di Bella che era attore nato anche nella vita; infatti aveva una vis comica naturale che potrebbe avvicinarlo ad Angelo Musco, per restare nell'ambito dei comici siciliani più noti.

Famoso il suo dialogo con l'altra faccia dell'asino, portato sul palcoscenico, che gli faceva da spalla muta, ma a volte sonora per l'uso di diversi strumenti.

Don Giulio fu guida anche alla generazione successiva con i suoi ottimistici incoraggiamenti e con i suoi appropriati e utili consigli.

Se negli anni Venti la filodrammatica era quella dei nostri padri, negli anni Trenta fu quella nostra, profondamente cambiata e modernizzata. L'artefice primo di quell'ammodernamento fu mio fratello Nino (figlioccio dello Schilirò).

Egli, di ritorno da Venezia, ove aveva frequentato il primo anno di Economia e Commercio a Cà Foscari, nel 1936, volle riprendere l'attività di una filodrammatica rinnovata, ma sempre sotto la guida spirituale di don Giulio Di Bella, e propose l'introduzione di alcune novità:

1) la regia, termine e concetto nuovi per Bronte;

2) nuovo repertorio con la proposta di autori contemporanei;

3) la partecipazione delle donne, necessarie per l'interpretazione di nuove opere e nuovi ruoli;(5)

4) lo spostamento dal teatrino del «Capizzi», piccolo e sottoposto ad una censura preventiva dei lavori da eseguire, al teatro comunale, più grande, non interferente, ma costoso;

5) il ricorso alla pubblicità, nuova anch'essa per il nostro ambiente, al fine di coprire le spese per l'allestimento scenico.

La nuova filodrammatica, quindi, nacque fra i giovani, ma con la piena approvazione e il viatico degli anziani i quali diedero tutta la loro collaborazione, specie morale, per la realizzazione dei programmi ipotizzati.

Mio fratello, che a Venezia aveva visto e rivisto le interpretazioni che Memo Benassi eseguiva delle opere di Piran­dello, propose la messa in scena di Così è, se vi pare di cui fu regista e protagonista, riuscendo a darne una versione che entusiasmò tutto il pubblico.
Come secondo autore fu proposto Dario Nicodemi con La Maestrina, di cui fu protagonista la indimenticabile e compianta Ninetta Aidala, la quale interessò principalmente il pubblico femminile.

Di quel lavoro fui comprimario anch'io, ma ricordo che la cosa che mi assillò per tutto il tempo delle prove e poi anche nel debutto fu la scena del bacio che avrei dovuto dare alla protagonista, ma che, per il moralismo dell'epoca, era impossibile; perciò mimarlo risultò goffo e poco convincente, con grave disappunto mio e di tutta la compagnia.

Il costo del noleggio del teatro, che non poteva essere coperto dalla vendita dei biglietti (altra novità per i brontesi i quali al Capizzi andavano per invito) fu ripianato con i proventi della pubblicità che fu realizzata artigianalmente applicando dei cartelli al sipario.

Il tutto fu accolto dal pubblico ovviamente con molti consensi, ma anche con critiche, avendo rotto il vecchio cliché di filodrammatica a circolo chiuso e solo per uomini che dovevano rappresentare opere teatrali senza interpreti femminili e riservate al teatrino e al pubblico del collegio.
Questo nuovo clima di avanguardia durò, purtroppo, solo fino al primo marzo 1938, chiuso con un grande Veglione di Carnevale, all'uscita del quale apprendemmo la morte di Gabriele D'Annunzio, e con i primi venti di guerra.
 

Commemorazione manzoniana
nel Teatrino del Collegio Capizzi

La sera del 23 corrente nell'ampia ed elegante sala del teatrino i del Collegio, di fronte ad un numeroso ed eletto uditorio, il valente ora­tore Padre Semeria commemorò il Cinquantennario della morte del Manzoni. Dopo una breve critica, fatta con quella fine competenza e profondità di concetti che sono il pregio e l'arma di padre Semeria, sul mate­rialismo storico imperante fino ieri nelle sfere ufficiali, in rapporto alla rinascita dei sentimenti patriottici e al rifiorire dell'idealismo tra­scendentale di oggi, l'oratore dimostra l'inesistenza di quella incompatibilità che i vecchi anticlericali vogliono trovare tra il sentimento religioso e quello patriottico.
Il Manzoni fu uno dei pionieri del nostro risorgimento, e la religione, come per tanti patriotti fu la sua vera ispiratrice e propulsiva del sen­timento di italianità. L'oratore citando alcuni versi del Manzoni scritti fin dal 1815, ci mostra quanto vivo e grande fosse in questo poeta religioso, l'amore alla patria e la reale concezione dell'Unità italiana.
La figura del Manzoni non poteva essere meglio illustrata. Il pubblico che gremiva la sala ha ascoltato con vivissimo piacere la brillante conferenza, applaudendo entusiasticamente.
La stessa sera, diligentemente preparata dal Sac. Dottor V. Schilirò, la filodrammatica locale tenne un gradito trattenimento con “I promessi sposi” in sette quadri.
Se si toglie l'ultimo quadro: che fu alquanto freddo e monotono per certi atteggiamenti poco naturali, il resto andò benissimo, anche per l'abilità delle Signorine Lupo, Di Bella e Salanitri che seppero interpetrare le loro parti con la più grande naturalezza. Dall’egr. Avv. Vin­cenzo De Luca furono cantati con vero sentimento vari intermezzi.

(L'articolo è tratto dalla rubrica "Vita cittadina" del quindicinale brontese "Bandiera Bianca", anno III, n. 5 del 29 Aprile 1923)



(2) Tàramu = talamo nel senso di catafalco



Simone Ronsisvalle, scultore

Simone Ronsisvalle

L'antico catafalco della Batìa
U Tàramu della "Batìa" e (sotto) un particolare.
Alcune iscrizioni documen­tarie pre­senti nel fram­mento rimastoci ri­cor­da­no l’opera: sul lato sini­stro “Scultore Ronsisvalle Simo­ne” - in basso al cen­tro “Con­gregatio matris miseri­cordiae e “Nico­la Lupo fu Gae­tano dires­se e costrui' a(nno) d(omini) MCMXXX”
Catafalco della Batìa (particolare)

Catafalco della Matrice (1914)
11 Settembre 1914:
il catafalco della chiesa della Matrice.


"La filodrammatica" del Real Collegio Capizzi posa con Vincenzo Schilirò (al centro).


Rappresentazione del "Quo Vadis" (1925)


(3) Vedi: N. Lupo, Antonino De Stefano: uomo, eretico e storico, in «La Forbice» nn. 84-86, Castellana-Grotte (Bari).


(4) Di Vincenzo Schilirò, anche drammaturgo, ri­cordo la rappresentazione del suo «Il carroccio», che non aveva certo nessuna premonizione di cosa il ter­mine avrebbe signifi­ca­to per Bossi ed i suoi «leghisti».


(5) Facendo delle ricerche sul Sac. Vincenzo Schilirò, anche per la testimonian­za, di Titina Lupo ved. Del­l'Erba, ho scoperto che nella filodrammatica del Real Collegio Capizzi erano state introdotte le donne, in particolare nei Promessi Sposi, nell'adattamento dello stesso Schilirò, in cui la Lupo interpretava la parte di Agnese, madre di Lucia. Detta rappresen­ta­zione si svolse nel 1922 alla presenza di P. Giovan­ni Semeria, come ricorda lo stesso Autore nel suo ricordo intitolato "Prima­vera di cielo” pubblicato su "Nova Juventus" bol­lettino del Real Collegio Capizzi, del 1931

Nicola Lupo: "Fantasmi"
     

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