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«La mia esperienza ecumenica è un cantiere che è rimasto sempre aperto ed attivo»

Mons. Antonino Minissale, 50 anni di cultura biblica

Antonino MinissaleMons. Antonino Minissale, nato a Bronte il 7 maggio 1935, è entrato nel Seminario arcivescovile di Catania nel 1950 ed è stato ordinato presbitero il 15 dicembre 1957 a Roma dall'arcivescovo Luigi Traglia, vicegerente e poi cardinal vicario.

Ha studiato Esegesi biblica, in particolare dell'Antico Testamento, presso l'Università Gregoriana e il P. Istituto Biblico e a Gerusalemme (Università Ebraica), e quindi in Germania (Facoltà luterana di Teologia di Gottinga e di Heidelberg e di Teologia cattolica di Munster).

Ha preso più volte parte ad Oxford ad un corso d'aggiornamento biblico nel quale ha avuto modo di conoscere i più noti biblisti protestanti d'Inghilterra, soprattutto anglicani.

A Washington ha frequentato il Seminario nazionale metodista.

Prelato d'onore di Sua Santità dal 9 agosto 1995, ha insegnato esegesi, dal 1962, nel corso teologico del nostro Seminario e poi Antico Testamento e Lingua ebraica nello Studio “S. Paolo” (1970-2005) e nell'I.S.S.R. “S. Luca” (1987-2000).
Si è dedicato in particolare allo studio del libro del Siracide sul quale ha pubblicato:

“Il Siracide/Ecclesiastico”, Roma, 1980;
“Siracide. Le radici nella tradizione”, Brescia, 1988;
“La versione greca del Siradice. Confronto con il testo ebraico alla luce dell'attività midrascica e del metodo tergumico”, Roma, 1995, tesi dottorale discussa al P.I.B. nel 1992.
Ha pubblicato inoltre “All'origine dell'universo e dell'uomo (Genesi l-11). Interrogativi esistenziali dell'antico Israele” (Cinisello Balsamo 2002).

Ha curato traduzioni di opere esegetiche dal tedesco (Ed. Queriniana, Paoline, Jaca Book) e dall'ebraico moderno (Ed. Paideia).

A proposito della sua esperienza ecumenica, lo studioso afferma: «Ancor prima del Concilio Vaticano II sono state le esperienze ecumeniche degli inizi con le quali si è aperto nel mio spirito un cantiere che da allora è rimasto sempre aperto ed attivo soprattutto sul fronte ebraico-gerosolimitano e su quello tedesco-luterano, i due poli che hanno costituito il contesto permanente dei miei studi di Antico Testamento e che a poco a poco si sono caricati di una dimensione simbolica per il ricordo dell'Olocausto, del quale mi facevo idealmente carico studiando con uguale passione sia l'ebraico e sia il tedesco, che son diventate alternativamente la mia seconda lingua dopo l'italiano».

Il volume "Bibbia e dintorni” rappresenta una sintesi bio-bibliografica dell'insigne biblista e raccoglie alcuni dei suoi scritti più significativi: 34 articoli, pubblicati dal 1958 al 2006; 20 “Saggi esegetici” e 14 “Scritti d'occasione”. La I sezione accoglie articoli scientifici di carattere esegetico-biblico su testi del Vecchio Testamento, soprattutto del libro del Siracide. La II è riservata a varie tematiche: è possibile ripercorrere le strade della sua vita attraverso l'Italia, la Germania, gli USA, il Regno Unito, la Francia e Israele per conoscere i luoghi, gli eventi e la personalità che ne hanno segnato la formazione intellettuale e umana.

Bibbia e dintorni, di A. Minissale"Bibbia e dintorni, Saggi esegetici e scritti d'occa­sione", raccoglie alcuni degli scritti più significativi di mons. Minissale.
Una miscellanea che contiene trentaquattro articoli, pubblicati dal 1958 al 2006, venti Saggi ese­getici e quattordici Scritti d’occasione.
Ne traspare una metodo­logia che ha le sue radici nell’accurata analisi linguistica del testo biblico, ma che sa anche cogliere le idee teologiche e le suggestioni etiche e religiose che la Bibbia rivolge all’uomo d’oggi.
Il libro "Bibbia e dintorni" è stato presentato a Bronte nel Maggio 2008

 

L'ultimo libro di mons. Antonino Minissale, “Bibbia e dintorni” (Documenti e testi di Synaxis 18) ed una mi­scellanea di «Saggi esegetici e scritti d'occasione» rie­diti da Dionisio Candido, docente di Antico Testamento nello Studio Teologico “S. Paolo”, sono stati presentati a dicembre 2007, nella occasione del suo 50° di ordina­zione sacerdotale, con due eventi che hanno avuto luogo rispettivamente nel salone “Sant'Agata” e nella chiesa “Regina Apostolorum” del Seminario Arcivescovile dei Chierici.

Alle manifestazioni, moderate da mons. prof. Gaetano Zito, vicario episcopale per la Cultura, sono intervenuti Roberto Osculati, ordinario di Storia del cristianesimo all'Università di Catania, ed il giornalista Piero Isgrò.

Scrive il sac. Dionisio Candido, docente di Antico Testamento presso il S. Paolo e l'I.S.S.R. “S. Metodio” di Siracusa, nella prefazione al volume di cui è curatore: «Lo spettro dei contributi scelti e delle fonti presso cui sono stati reperiti è ampio. Ma è proprio una tale disomogeneità, volutamente mantenuta, ad esprimere bene la poliedricità e la versatilità di Minissale, biblista puntuale ma capace di variare il proprio registro di scrittura in base alle necessità concrete. Anche per questa ragione, i singoli contributi sono stati mantenuti nella forma editoriale originale, come per recuperare concretamente le tappe significative dell'iter umano e intellettuale dell'autore».

[A. B., su «Prospettive» settimanale regionale di attualità , n. 44, Catania 9 dicembre 2007)


Mons. Antonino Minissale è morto all'età di 76 anni nel Seminario arcivescovile di Catania dove ha trascorso gli ultimi anni della sua vita. Così lo ricorda sul settimanale "Prospettive" un suo confratello, mons. Mauro Licciardello


In ricordo di Mons. Antonino Minissale

Mite, umile e riservato

Mons. Antonino Minissale“Un fulmine a ciel sereno”, si dice quando una notizia ti arriva all’improvviso, tra capo e collo, quando meno te l’aspetti! Ed è stato così per tutto il Presbiterio di Catania il triste annunzio della improvvisa morte del carissimo Confratello Mons. Antonino Minissale. Per la verità ci aveva già fatto trepidare, qualche annetto fa, P. Minissale, quando d’urgenza era stato trasportato in Ospedale per un improvviso disturbo cardiaco, poi felicemente superato. Perciò aveva ripreso a pieno ritmo la sua quotidiana attività di insegnamento e di studio.

Stavolta, però, si è guardato bene dal disturbare i Confratelli ed ha voluto seguire quel suo istinto naturale, quel suo carattere timido, umile, riservato che è stato sempre l’emblema della sua vita privata. E se ne andato così, senza manco mettere i piedi per terra, soletto, soletto, nell’afoso pomeriggio del 22 luglio 2011.

Perché, nella prima metà di quella giornata era stato in giro, come sempre, passeggiando lungo i larghi corridoi del Seminario e, a pranzo, assieme ai Superiori ed ai Confratelli, aveva mangiato, scherzato e discusso del più e del meno. Fece quindi meraviglia, invece, la sera, quando all’orario non si era presentato a refettorio per la cena.

Sembrò subito un campanello d’allarme. Difatti, accorsi subito, i Superiori, nella sua stanza, trovarono Don Minissale a letto, nella posizione di chi si è coricato tranquillamente, dopo pranzo, per la solita pennichella. Purtroppo, un sonno che si era fatto lungo abbastanza da farlo seguire da quell’altro sonno che, purtroppo, non ha più risveglio. Era infatti già diventato un corpo freddo e rigido.

Mons. Antonino Minissale era nato a Bronte, in quel grosso centro della zona circumetnea il 7 maggio 1935 e, dopo le elementari, come tanti altri suoi compagni dello stesso Comune, era passato al vaglio della formazione adolescenziale del grande educatore Can. Salanitri nel Piccolo Seminario del suo paese. Da lì era passato al Seminario Maggiore di Catania per continuare il suo iter di preparazione verso la vetta ideale del Sacerdozio.

Sempre, ma soprattutto negli anni di teologia, aveva mostrato un appassionato interesse per gli studi biblici e, per questo, prima di diventar prete e non avendo ancora l’età canonica per ricevere la sacra ordinazione, fu inviato a Roma per approfondirsi ancor più in quelle sacre discipline. Fu quindi, per qualche anno, alunno esemplare dell’Almo Pontificio Collegio Capranica, dove, finalmente, raggiunta l’età canonica, nella Cappella dell’Istituto, il 15 dicembre 1957 venne ordinato presbitero per le mani di S.E. Mons. L. Traglia, Vice Regente e poi Cardinal Vicario.

Continuò i suoi studi, specializzandosi in esegesi biblica dell’Antico Testamento presso la Pontificia Università Gregoriana e il Pontificio Istituto Biblico; poi, uscendo fuori da Roma frequentò, prima a Gerusalemme l’Università Ebraica e, poi, in Germania la Facoltà Luterana di Teologia di Gottinga e di Heidelberg e di Teologia cattolica di Munster. Tornò in Diocesi con, in tasca, un bagaglio di Diplomi, la Licenza in S. Teologia, la Licenza in Sacra Scrittura e il Dottorato in Scienze Bibliche.
Con gli anni frequentò Corsi di aggiornamento a Oxford e, a Washington, un Seminario nazionale metodista. In Diocesi, per quel suo carattere mite, umile e riservato e, soprattutto, per quell’immenso tesoro di cultura teologica e biblica che possedeva dentro, si capì subito che il campo di aposto­lato di Don Minissale non poteva svolgersi in un piccolo ambiente parrocchiale, ma il suo campo era ben più vasto; era chiaro che il Signore l’aveva scelto per essere luce sul candeliere e che la sua missione si sarebbe svolta tra l’altare e la cattedra, la preghiera e l’insegnamento, tra l’offerta del sacrificio e la diffusione della autentica interpretazione della Parola di Dio alle anime sia degli ecclesiastici sia dei laici che avrebbero avuto la fortuna di ascoltarlo.

Ogni altro apostolato, probabilmente, gli avrebbe tarpato le ali. Ed è stata proprio questa la gioia e la beatitudine interiore di Padre Antonino Minissale.

Il suo “pulpito” principale fu, dunque, la cattedra e la prima fra tutte, la più importante, fu quella dell’Istituto teologico S. Paolo, da giovanissimo insegnante prima, da Professore ordinario poi, Docente di lingua ebraica e Antico Testamento; con lo stesso entusiasmo, spezzò il pane della sua cultura biblica all’Istituto Superiore di Scienze Religiose “S.Luca”. A lui, riconoscenti, devono la minuziosa preparazione culturale della Sacra Scrittura quei laici, uomini e donne che divennero i primi insegnanti di Religione Cattolica nelle Scuole pubbliche dello Stato, e che, ricordandolo con grande venerazione furono, in gran numero, presenti al suo funerale.

È da dire, tuttavia, che Don Minissale non si fossilizzò dentro le quattro mura della sua stanzetta, ospite del Seminario Arcivescovile o seduto sulla cattedra come professore, ma assolse con molto impegno e serietà, con molto equilibrio, con spirito ameno e spesso anche con grande sacrificio gli altri impegni che gli Arcivescovi di Catania gli andarono, man mano affidando. Così dagli anni 1970 in poi fece parte della Commissione Diocesana Ecumenismo e Dialogo, fu Vice Delegato per la Pastorale della Cultura, Assistente Diocesano del Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale (MEIC), Assistente della Associazione Italiana Maestri Cattolici (AIMC) e, a carattere internazionale, fu Membro del Gruppo di lavoro per la traduzione della Terza Edizione della Bibbia C.E.I. (Commissione Libri Sapienziali).

Dal 1973 ai nostri giorni, quando dimorava a Catania, fece da sapiente Cappellano ai Fratelli delle Scuole cristiane presso l’Istituto Leonardo da Vinci, ove, non solo celebrava la S. Messa ogni mattina, ma confessava e dirigeva spiritualmente i giovani studenti, teneva le sue dotte conferenze agli insegnanti, ai genitori, agli ex alunni e a quanti, per un motivo o l’altro, frequentavano quella Scuola.

Fortunatamente Mons. Minissale non ha ritenuto solo per se e per i suoi alunni la sua vasta cultura ma l’ha eternata donando agli studiosi di scienze bibliche la pubblicazione di opere importanti, soprattutto sul Siracide, in cui era “specializzato”e sulla Genesi; ha poi tradotto e pubblicato opere esegetiche dal tedesco e dall’ebraico, lingue che lui parlava senza alcuna difficoltà. Proprio alcuni giorni fa aveva dato alle stampe la sua ultima opera: “Bibbia e dintorni”.
L’Arcivescovo Bommarito per questi suoi particolari meriti lo aveva proposto al Santo Padre Giovanni Paolo Il per una particolare onorificenza. Era stato quindi annoverato fra i Prelati d’onore di Sua Santità.

Il carattere amabile, affettuoso, attraente, il sorriso perennemente presente sulle labbra di Mons. Minissale, la sua apertura al dialogo con tutti, dotti o meno, fu descritto magistralmente nell’omelia della Messa da S. E. il Nunzio Apostolico Mons. Alfio Rapisarda, suo compagno di corso che, per l’occasione del funerale, era stato delegato a presiedere la concelebrazione eucaristica dall’Arcivescovo Mons. Salvatore Gristina, quel giorno assente perché forzatamente impedito in ospedale in seguito ad un intervento chirurgico. Gli stessi sentimenti di paterno affetto furono espressi per lettera dallo stesso Arcivescovo.

E ricordando S. Agostino: “Non piangiamo, Signore - disse con le lagrime agli occhi Mons. Rapisarda - non piangiamo perché ce l’hai tolto, ti ringraziamo per avercelo dato”.

E noi, ritornando in Seminario non incontreremo più il sorriso schietto e fraterno del “Professore Minissale”, ricorderemo, però, la sua saggezza e ci sarà più facile camminare alla luce della sua sapienza. Difatti, così è stato scritto: “I saggi splenderanno come il firmamento; i maestri di sapienza saranno come stelle nel cielo” (Antifona alle lodi per i Dottori della Chiesa).
(Mons. Mauro Licciardello, Prospettive, Anno XVII - N. 30 del 31 Luglio 2011)




Il personaggio: Salvatore Lazzaro

di Cinzia Zerbini

Non ha dubbi l'attore brontese che nella fiction di Canale 5 “Il capo dei capi” interpreta il ruolo dell'ex boss corleonese:
«Per fortuna i giovani cominciano a ribellarsi»

«Io, Provenzano, contro la mafia»

«È grazie all'infanzia trascorsa a Bronte e a quello che mi ha dato il vivere in provincia che oggi apprezzo ancora di più quello che ho»

Salvatore LazzaroDi Bronte, dov'è nato, conserva soprattutto un ricordo, nitido: la telefonata che fece al Teatro Stabile di Catania.
Aveva la determinazione dei vent'anni e voleva fare l'attore: «Chiamai perché volevo recitare a tutti costi - racconta -. Lo feci da un bar, non avevo neanche il telefono in casa. Il bar si chiamava “Portaro”, aveva delle cabine grigie e si pagavano gli scatti consumati.

Io ero convinto che fosse facile come le recite che si facevano in paese.
Poi, ovviamente, ho capito che dovevo studiare, che mi dovevo dotare degli strumenti adatti»..

Salvatore Lazzaro ha 36 anni, compiuti lo scorso 3 novembre. Ha gli occhi cerulei e i capelli neri. Un viso che chi lo conosce da quando era piccolo dice che non ha mai cambiato.
Dopo aver recitato in molti film oggi è famoso soprattutto per aver interpretato Bernardo Provenzano nella fiction di Canale 5 “Il capo dei capi”. Un lavoro televisivo, tratto dal libro di Attilio Bolzoni e Giuseppe D'Avanzo.

Ascolti alle stelle e una coda di polemiche che gli chiediamo subito di commentare:

«Ma per carità. Chi dice questo non l'ha seguita bene. È un lavoro coraggioso che racconta anni e anni di connivenze. Sul set non c’era nessun nome famosissimo. Né Raul Bova, né Giancarlo Giannini: eravamo un gruppo di attori giovani. Anzi, devo dire che siamo stati attenti a evitare proprio che emergessero aspetti eclatanti. Abbiamo allontanato la tentazione, sempre in agguato per un attore, di dare enfasi ai personaggi per non far venire fuori eroi. Questa è una fiction coraggiosa, ed è un’operazione meritoria.
Ma un conto è la mafia raccontata che in qualche modo genera attrazione perché racconta del potere che affascina sempre, un altro è quella reale con cui ci si scontra. La mafia va combattuta sempre e con determinazione. Bisogna raccontarne la storia che è costellata di morti atroci.
E poi c'è un aspetto che non va mai dimenticato: la mafia è contrastata da siciliani, molti dei quali sono morti. Magistrati, poliziotti, imprenditori che vanno sempre ricordati».

Secondo lei, si percepisce anche fuori dalla Sicilia il moto di ribellione sociale contro Cosa nostra?
«Sì. Per fortuna c’è la nuova generazione che sta alzando la testa e che si ribella anche grazie al confronto sempre più ampio, che prima era limitato ai confini di un paese o di una regione. Oggi ci sono realtà fatte dai giovani che lasciano ben sperare, che, anche con difficoltà, avviano nuove iniziative. C’è chi, com’è accaduto alle ultime elezioni regionali, ha preso il treno per tornare e votare per la signora Borsellino.
Certo, resta ancora molto da fare. Contro il pizzo, per esempio. Trovo allucinante che uno debba lavorare oltre che per mantenere la famiglia e pagare le tasse anche per chi ti chiede denaro. Ma ritengo, ed è ciò che si percepisce anche fuori dalla Sicilia, che qualcosa sta cambiando. Che si stia rialzando la testa».

Come mai ha scelto proprio di fare l'attore in un paese dove di artistico (e di bello) c'è soprattutto il paesaggio offerto dall'Etna e dai pistacchi?
«Il mio sogno era quello di svolgere un lavoro importante e non volevo finire dietro a una scrivania nel classico posto fisso. Anche i lutti dolorosi che ho subito in famiglia mi hanno portato a fare delle scelte determinanti.
Sapevo che dovevo procedere a tappe e così ho fatto quella telefonata al Teatro Stabile e successivamente, quando iniziai la scuola, venni scelto dopo un provino. Ma è grazie all'infanzia trascorsa a Bronte, a quello che mi ha dato vivere in provincia, che oggi apprezzo ancora di più quello che ho e quello che riesco a conquistare».

Torniamo al teatro Stabile. Cosa recitò in occasione del provino?
«Una poesia di Prevert. E fu un’esperienza molto divertente e importante».

Qual è stata la sua prima parte?
«Ho recitato in “Storia di una capinera” di Franco Zeffirelli».

E poi?
«Poi il trasferimento a Roma che non è per niente un posto facile, come a volte si crede, per chi vuole fare l’attore e arriva da un’altra città. È un sistema già rodato, piuttosto chiuso, fatto di conoscenze, ovvie, e di molti attori. Molte volte ho pensato di mollare, ma poi sono andato avanti».

Lei ha partecipato anche alla soap “Un posto al sole”.
«Sì, è stata una bella esperienza ma sinceramente non amo molto i ruoli di soap opera. Diventa una sorta di catena di montaggio dove si girano 12, 13 scene al giorno. Ho molta ammirazione per gli attori che la fanno e per la loro generosità».

A cosa sta lavorando?
«Parteciperò a un lavoro a Milano per la riapertura di un importante e storico teatro: il Franco Parenti. Interpreto un cavaliere».

E’ sposato?

«Ho una compagna, milanese, che fa la coreografa e una bambina di sei anni».

CHI E'

Salvatore Lazzaro nato a Bronte il 3 marzo 1971, si è diplomato all'Istituto nazionale del dramma antico di Siracusa. Nella sua carriera ha recitato al cinema nei film Nerolio-Sputerò su mio padre (1996) e Iris (2002), entrambi diretti da Aurelio Grimaldi, Maestrale (2000) di Sandro Cecca, Alexan­dria-Quando nevicava cotone (2002) di Maria Ilioù, Il vestito da sposa (2004), regia di Fiorella Infascelli, e Tre giorni di anarchia (2004), regia di Vito Zagarrio.

Salvatore Lazzaro

In televisione ha partecipato alle soap opere della Rai, Sottocasa (2006), dove è stato protagonista nel ruolo di Mirko Zoia, Un posto al sole dove Salvatore interpreta il ruolo di Corrado Morgante, l'uomo-ombra di Marina, colui che tra l'altro la sta aiutando a diventare brava negli affari e alle miniserie tv La moglie cinese (2006), diretta da Antonio Luigi Grimaldi, Il segreto di Arianna, regia di Gianni lepre, e Il capo dei capi, regia di Enzo Monteleone e Alexis Sweet.
Novembre 2007

 

L’INTERVISTA

Salvatore Lazzaro
da Provenzano a una spy story con Raul Bova

«Racconterei la Sicilia della gente comune, l’eroismo di chi fatica»
Chi lo ha conosciuto nei panni di Bernardo Provenzano ne "Il Capo dei capi", fiction in onda lo scorso anno su Canale 5, avrà difficoltà ad immaginarlo in ruoli differenti. Ma Salvatore Lazzaro, attore siciliano nativo di Bronte, versatile e duttile, di personaggi in cantiere ne ha parecchi, e nel prossimo autunno 2009 sarà un agente segreto all’interno della fiction "Intelligence", kolossal in sei puntate da sedici milioni di euro.
«Si tratta di un lavoro sui servizi segreti - spiega Lazzaro - in cui io sono un agente segreto. Protagonista è Raul Bova, al quale è stata uccisa la moglie; cercando l’assassino di lei scopre un sottobosco di servizi segreti. È una fiction d’azione, con molte scene di scontri, e ci alleniamo da maggio per essere fisicamente preparati. Solo nelle situazioni più estreme abbiamo delle controfigure. Prima di questo lavoro ho girato in estate “I segreti dell’isola Korè” tra Lampedusa, Trapani e Siracusa: una fiction in 4 puntate, con Romina Mondello, in cui interpreto un marinaio. Si tratta di un giallo con una successioni di tragici omicidi».
Hai smesso di fare il cattivo, insomma.
«Mi piace interpretare ruoli diversi. Il mafioso, il lupo di mare, l’agente segreto buono. Per fortuna mi danno la possibilità di farlo, certo un po’ di merito è anche mio».
Tra fiction, soap opera, cinema e teatro ti sei cimentato in quasi tutte le forme di spettacolo. Quale senti più nelle tue corde?
«Mi è tornata recentemente la voglia di teatro. Quello della soap invece posso dire che è ormai un capitolo chiuso. Per fortuna. È un lavoro massacrante, quotidiano, e per questo ho grande stima dei colleghi che lo fanno. Invece a me piace la scena, anche su un palco piccolino».
Da siciliano non ti irrita che la Sicilia continui a essere raccontata come la terra di mafiosi e corrotti?
«Il filone mafioso tira sempre, non ci sono dubbi. Il “Capo dei capi” stesso, che si diceva fosse il solito prodotto, ha invece avuto un grande successo perché ha raccontato bene una certa realtà. È stato un lavoro impegnativo, sugli ultimi cinquant’anni di antimafia: e l’antimafia, ricordiamolo, è siciliana tanto quanto la mafia. I martiri che sono morti in nome dell’antimafia sono tutti siciliani. La cosa che più conta è la qualità. Anche “Il commissario Montalbano”, ad esempio, affronta lo stesso tema, e lo fa con sfaccettature meravigliose, dando lustro ad una città come Ragusa che ha avuto un notevole incremento turistico negli ultimi anni».
Tu come racconteresti la Sicilia?
«Io racconterei una storia comune, ordinaria: la fatica delle persone normali che gestiscono un’attività commerciale. Di come la stessa attività, in un altro luogo, che sia Padova o Milano, possa essere vissuta con minori difficoltà. Dell’eroismo quotidiano delle famiglie siciliane che devono fare i conti con il pizzo, le tasse. Ne ho parlato anche una sera ospite al “Maurizio Costanzo Show”. In Sicilia viviamo una forma di vita medievale, non c’è democrazia. Meritiamo un rinascimento ed un risveglio delle coscienze».
Torni mai a Bronte?
«Vado di rado. Vivo ormai da anni tra Roma e Milano dove abita la mia bambina; sono stato in estate in occasione del matrimonio di mio fratello. Forza Bronte!».
Cosa ti manca della tua terra?
«Mi manca la mia casa. La luce, i paesaggi, i sapori, gli odori. Resto fuori per realizzare un sogno, ma mi manca la mia casa». [Simona Pulvirenti, La Sicilia, 22 Ottobre 2008]

Parliamo di Bronte. Ci torna?
«Certo. Ho due fratelli che abitano lì e ogni volta sento molto affetto da parte dei miei concittadini».

La domanda è d'obbligo: le piacciono i pistacchi?
Ride. «Ne sono ghiotto e per fortuna ho sempre la possibilità di mangiarli».

Il prossimo 3 dicembre Salvatore Lazzaro sarà ospite di Maurizio Costanzo. È contento e per un attimo ecco quell'accento siciliano sepolto da anni di dizione: «Certo... è una soddisfazione" (in siciliano si legge con tre “d”).

L’Articolo di Cinzia Zerbini è stato pubblicato su Viveresette (allegato al quotidiano La Sicilia) in data 29 Novembre 2007. Le due foto sono di Gaetano Guidotto.




Salvatore Mavica, Gino Gorgone e Santino Bua

Le lumie di Sicilia

Tre brontesi che «ristorano» ...Roma

di Mario Carastro

Per il pranzo di Pasqua 2004 decido di portare Olga, mia moglie, e Giorgia, mia figlia, al ristorante siciliano “Le Lumie di Sicilia” di Roma consigliatomi da un mio ex professore d’università.
Su suo consiglio, ritengo opportuno prenotare con anticipo un tavolo e quindi la vigilia di Pasqua compongo il numero al telefono del ristorante.

 - “Buongiorno! Le Lumie di Sicilia”, mi rispondono molto cortesemente e con accento per nulla siciliano.
- “Buongiorno a lei! Desidero prenotare un tavolo per quattro persone per domani alle 13”
 - “A che nome?”
 - “Castro!”
rispondo storpiando da solo il mio cognome da bisdrucciolo a piano, angosciato dal sentirlo storpiare sempre dagli altri.
 - rastro vorrà dire…”, mi risponde il tizio del ristorante, consapevole che il mio cognome è trisillabo bisdrucciolo.
 - “ Come fa a saperlo...?”, gli chiesi, rosso di vergogna …famigliare.
 - “Domani capirà. A domani allora!”.

Fu così che rividi dopo molti anni Salvatore Mavica e conobbi Gino Gorgone e Santino Bua. Tre brontesi autentici di vecchia data, proprietari e gestori dell’unico ristorante …brontese …di Roma e senza ombra di dubbio uno fra i migliori e più noti ristoranti siciliani di Roma.

Salvatore Mavica è uno dei fratelli Mavica che negli anni settanta ed inizio anni ottanta erano un punto di riferimento per i giovani brontesi di passaggio o stabiliti a Roma e che soprattutto amavano la vita notturna della capitale.
Ragazzi in gamba che si sono affermati facendo onore al proprio paese e ed al proprio nome.

Di Salvatore ricordo l’affettuosità che mi dimostrò una sera (18 febbraio 1982) per lenire le mie preoccupazioni di futuro padre in attesa, visto che mia moglie era in ospedale per dare alla luce mia figlia Giorgia.
Mi accudì e confuse con le sue continue e scherzose battute servendomi personalmente la cena nel ristorante, La Cucaracha, che aveva aperto vicino a Fontana di Trevi. Ricordo anche, a conclusione della serata, una spettacolare e forse pericolosa “banana aux flambeaux”.

Gino Gorgone e Santino Bua sono molto più giovani di me e non li ricordavo ma vi assicuro sono brontesi brontesi. Meravigliano di tutti e tre l’intraprendenza, la disinvoltura, l’essere veramente cittadini del mondo e la facilità con la quale parlano le lingue.

E’ incredibile come abbiano potuto accumulare esperienze negli Stati Uniti, in Russia, in Giappone, in Irlanda… acquisendo, lo si vede e lo si sente, una disinvolta praticità di vita e lavoro.

Ma perché si doveva andare via da Bronte?
Loro il proprio paese lo hanno lasciato ma non lo hanno di certo dimenticato e sono tra noi molto spesso.
Gino Gorgone, inteso come "ingiuria" “spezij”, torna a Bronte quasi ogni mese a trovare i propri genitori ed a fare provviste di materie prime genuine per i piatti del ristorante.

Il ristorante si trova a Monteverde Vecchio, in Via Fratelli Bonnet, ed accoglie i clienti con la sua allegra luminosità.
Superata la sala di attesa si entra subito nella grande sala da pranzo molto ordinata e arredata con eleganti tavoli ed altrettanto belle e comode poltroncine. Predomina il celeste del nostro cielo ed il giallo delle lumie ma sempre nella giusta misura.
Ovunque le solari ceramiche di Caltagirone. Il sorriso e la cortesia di Salvatore, Gino a Santino fanno il resto.
Questa l’atmosfera.
Ma in genere non si frequentano i ristoranti per l’atmosfera. Mi è difficile, però, elencare le prelibatezze gustate nelle oramai mie numerosissime visite: capirete tutto se semplicemente vi affermo che sono gli antichi sapori di casa nostra, della cucina delle nostre madri, nobilitati dall’eleganza di un ristorante.

Alcuni piatti li avevo dimenticati. Ma come ho potuto?
Sarde a beccafico da meditazione, broccoli “riminàti”, cipollata di tonno, “mpanàta” palermitana, pasta con le sarde in rosso, pasta alla norma, “cu nìvuru ri sicci”, pasta con mascolini, baccalà alla messinese, carciofi ripieni di formaggio e mollica di pane, una incredibile caponata, la “povera” insalata di arance finocchi e cipolla, le grigliate di pesce e di carne, le olive, i formaggi…, ed i più moderni piatti al pistacchio forse non proprio tradizionali visto che nelle nostre famiglie il pistacchio una volta lo si vendeva tutto riservandone un po’ solo per i dolci.

A proposito di dolci, credo di avere assaggiato alle Lumie di Sicilia il più buono ed equilibrato gelato al pistacchio, ma non mancano i cannoli tradizionali, la cassata e le torte al pistacchio o con la ricotta e le più sofisticate mousse o sorbetti al limone, il parfait alle mandorle o la mousse al pistacchio con gelatina di fragole.

Il tutto lo si può gustare scegliendo fra circa 130 etichette fra i più prestigiosi vini siciliani; non sfigurano alcuni vini rossi di Passopisciaro e zibibbi e moscati.

Alcune piccole curiosità: lo chef fino a poco tempo fa era Sandro Rinaldo Chiù di Bronte che recentemente ha aperto insieme ad un amico l’Hosteria della Stazione alla Difesa.
Attualmente i cuochi sono due, Nunzio Bianchi e Salvatore Amato. Il primo ci ricorda con il suo nome Bronte ma non è brontese, l’altro è palermitano.
Le Lumie di Sicilia è citato dalle più importanti guide: Gambero Rosso, Le Osterie d’Italia, Roma nel Piatto, La Gola in Tasca, Ristoranti di Roma, Guida dell’Accademia, Tutto Pesce, etc.

Unico neo: l’affresco fatto disegnare su una parete del ristorante. Mostra la Sicilia dove Bronte però, anche se contornato dal caratteristico ramo di pistacchio, sembra stare sul versante orientale dell’Etna.
Ma Gino, Salvatore e Santino mi hanno spiegato l’errore: è il risultato di una mancata sorveglianza del pittore e… della presunzione di chi, come noi brontesi, pensa che Bronte sia l’ombelico del mondo, la cui posizione geografica deve necessariamente essere nota a tutti.

Brontesi, scherzi a parte, se siete a Roma non sprecherete il vostro tempo facendo una visita …molto interessata …alle Lumie di Sicilia in Via Bonnet 41.
Telefonate per prenotare al numero 06-5813287 perché soprattutto la sera il ristorante è molto frequentato. Ma sono sicuro che se dite che venite da Bronte sarete accolti anche senza prenotazione e chissà…, potrete fare anche quattro chiacchiere come una volta si facevano dal barbiere.

A proposito il nome Lumie di Sicilia si rifà ad una nota commedia di Pirandello.

Mario Carastro
Maggio 2007

I tre brontesi che "ristorano" Roma: Gino Gorgone (alle prese con una bottiglia di vino), Santino Bua e Salvatore Mavica.

Salvatore Mavica e, a destra, il no­stro Mario Carastro con la signora Olga ai tavoli de Le lumie di Sicilia.

La sala d'aspetto

La sala da pranzo: luminosità, colore, sicilianità e, sopratutto, antichi sapori di casa nostra.

Unico neo, scrive Mario Carastro, Bronte disegnato sul versante orientale dell'Etna.

Si parla di brontesi nel mondo
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