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Sguardarsi, l’opera prima di Cinzia Zerbini

Romanzo d'esordio per la Giornalista Brontese che vive a Palermo. Undici racconti ispirati dalla quotidianità e dalle cose semplici dove le parole irridenti frantumano i personaggi come un caleidoscopio che mischia frammenti di vetro colorato

Cinzia Zerbini

«Non prendiamoci troppo sul serio»

di Giorgia Lodato

Cinzia ZerbiniForte e determinata, ironica e coinvolgente. I suoi piccoli racconti, le vicende e i personaggi con cui quotidianamente si trova ad avere a che fare e che descrive sul suo profilo Facebook, fanno letteralmente impazzire il popolo del social network. Popolo che giorno dopo giorno, battuta dopo battuta, l’ha convinta a mettere una volta per tutte nero su bianco le sue storie.

Addetto stampa di Coldiretti Sicilia, originaria di Bronte, Cinzia Zerbini ha proprio fatto centro con la pubblicazione di Sguardarsi – Il caleidoscopio di Oz (Torri del Vento), un libro in cui vengono raccontati diversi episodi. Alcuni di fantasia, altri che prendono spunto dalla realtà, da persone incontrate, da vicende vissute. Altri ancora dalla propria esperienza e dalla propria vita, che non smette mai di metterci davanti ostacoli, obiettivi da raggiungere, problemi da affrontare.

«In realtà è una sorta di libro dell’amicizia – dice Cinzia Zerbini -. Grazie ad una mia amica, il volto noto di Tgs Cristiana Matano, ho conosciuto Federica Lo Verso, editor della casa editrice “Torri del Vento” che già mi seguiva su Facebook e che ha insistito moltissimo affinché scrivessi qualcosa di più corposo rispetto ai post estemporanei che pubblico sul mio profilo social.

Cinzia Zerbini, GuardarsiSguardarsi – Il caleidoscopio di Oz, Torri del Vento-Edizioni, pagg. 120. 12,00 euro

Oz è l’alter ego con il quale Cinzia Zerbini guarda la realtà attraverso una lente distorta che riesce, pro­prio per questa sua inclinazione, a cogliere di ogni situazione o perso­na aspetti forse nascosti ma essen­ziali.

Le sue parole irridenti frantumano i personaggi come un caleidoscopio mischia frammenti di vetro colorato.

I suoi personaggi siamo noi anche se non ci piacciamo. Siamo noi per strada, noi in palestra, noi nei negozi, noi ad aspettare mazzi di fiori o a mandarli. Siamo noi in uno specchio defor­mato, ironico, crudo, grottesco che ci rende drammatici, comici, ridicoli, talvolta buoni. In una parola umani.

Cinzia Zerbini è nata a Bronte, in provincia di Catania, ma non produce pistacchi. È addetto stampa della Coldiretti dal 1997. Vive a Palermo ma non è palermitana d’adozione perché Catania non vuole. Non ha molta pazienza. Non ha neanche le idee chiare ma una dose massiccia di ironia come guru personale. Inoltre ha un uomo che ogni mattina le dice “buongiorno amore” e quindi ha tutto. 

A dire la verità ho un rapporto molto controverso con la scrittura: scrivo di getto, quasi senza pensare a quello che arriva nella mia testa.
Ho iniziato ad aggiustare storie e pensieri a cui avevo lavorato in passato, altre sono arrivate grazie a degli spunti, a delle persone particolari che ho incontrato durante il periodo che ha preceduto la pubblicazione del libro o a fatti che mi hanno incuriosito. Sono una persona che ascolta molto, assorbo le parole, le rielaboro, ricamo ciò che mi si dice. Mi piace conoscere il modo di pensare degli altri e ho sicuramente un dono: l’empatia, che forse è un aiuto in più».

Cinzia ZerbiniE così Cinzia, incoraggiata dai suoi lettori on line, oltre che dagli amici, ha messo insieme personaggi e situazioni, siano essi tristi o divertenti. L’obiettivo? Far nascere una reazione in chi legge.

«Credo che la forza del racconto stia nel provocare sensazioni fisiche. Amo i libri che fanno venire il batticuore o regalano una risata. Leggo da sempre, se mi penso da piccola mi vedo con un libro in mano e per questo ero anche molto restia alla pubblicazione, perché ho un grande rispetto della narrativa e mi sentivo inadeguata. Poi invece ci ho provato gusto perché, com’è logico, chi scrive vuole essere letto. Ci ho provato e sta andando bene, forse perché ci sono io, perché è un libro sincero».

Quindi ci sono anche spunti autobiografici nel libro? E qual è, se c’è, il fil rouge che tiene insieme tutte le storie?

«Molti degli undici racconti nascono da episodi della mia vita che, ovviamente, ho enfatizzato. Se proprio devo trovare un filo conduttore di certo c’è l’esasperazione dei difetti o dei modi di essere. Ma c’è anche la lettura un po’ distorta della realtà palermitana con il moto dell’antimafia. Ho creato un personaggio che vuole a tutti i costi la scorta, “si minaccia” da solo, si sente bistrattato rispetto agli altri. Oppure c’è la storia di alcuni senzatetto, che è un fenomeno che a Palermo sta crescendo a dismisura. Le ho legate partendo da una vicenda che mi ha colpito molto, quella della raffineria di Milazzo dove una volta, al posto della ciminiera, c’era una piantagione di gelsomino».

Perché il titolo Sguardarsi – Il caleidoscopio di Oz?
«Sguardarsi indica uno sguardo molteplice che riguarda me stessa, ma anche tutti gli uomini. Non siamo mai come appariamo. Penso a una specie di sguardo con gli occhi storti, che raddoppia e deforma ciò che si vede. Questo titolo è arrivato per caso, di getto ed è anche un invito a non prendersi mai sul serio, a sguardarsi, appunto».

Piero ZerbiniIl soprannome con cui il popolo del web ti conosce è Oz. Puoi spiegare cosa vuol dire e da dove viene?
«Oz è ormai il mio secondo cognome. Significa ‘forza’ in ebraico ed è il nome scelto da Amos Oz (scrittore e saggista israeliano, ndr) che ho copiato un giorno leggendo una sua intervista sull’ironia.
Mi trovavo in uno dei reparti d’ospedale più violenti: quello dell’amputazione. Lì mio padre (foto a destra, NdR) c’è stato per quasi un anno e mezzo perché amputato prima di un piede e poi sempre più su, fino alla coscia. L’ironia e la forza mi servivano “a vagonate” e ho imparato che forse la capacità di reagire davanti a qualsiasi cosa è la chiave vincente. Il coraggio è senza dubbio un dono, la forza si impara. Io l’ho imparata quando mio padre, così come scrivo nella dedica, mi chiese di grattargli il piede che non c’era più. Si chiama “sindrome dell’arto mancante” e cercai di spiegarglielo, lui sorrise e mi disse che avrebbe almeno voluto salutarlo. Ecco, io quel sorriso ho cercato di metterlo in ogni pagina, in ogni parola forse. Mio padre era un uomo qualunque, forse un perdente, e in qualche modo ho voluto rendergli omaggio».

Cinzia ama il cinema, la lettura, il giardinaggio e lo sport. Dopo aver giocato per tanti anni a pallavolo sente la necessità di correre, anche se la sua passione è la camminata.

«Ho fatto due cammini di Santiago durante i quali ho attraversato mezza Spagna e quasi tutto il Portogallo. Camminare è per me una ragione di vita, un modo di sedare gli istinti, di scoprire molti aspetti utili. Camminare è sempre la soluzione. I cammini li ho fatti per sport più che per fede, ma alla fine il miracolo l’ho avuto: è arrivato un uomo che ogni giorno mi fa pensare che sono fortunata a capire uno stato d’animo di cui non si parla mai, forse per una forma di pudore: la felicità».

Tratto da Sicilia in Rosa, n. 30, Aprile 2015 (URL to article: http://www.siciliainrosa.it/cinzia-zerbini-non-prendiamoci-troppo-serio/)




Il Personaggio: La vita straordinaria di Salvatore Di Bella, caratterizzata da un positivo approccio alle difficoltà e uno scommettersi senza arrendersi mai

Sam Di Bella

Il brontese che ha fatto fortuna in Australia per poi tornare alle pendici dell’Etna

Sam Di Bella (La Sicilia, lunedì 8.12.2014)Dalla guerra al rifiuto della Repubblica di Salò e a piazzale Loreto, dall’emigrazione che lo ha reso ricco all’impegno di oggi realizzato con l’inseparabile pc e Skype

Il filosofo americano Henry David Thoreau, esponente di spicco del Trascendentalismo, temeva fortemente di arrivare alla fine dei suoi giorni «scoprendo di non avere mai vissuto».

Non corre certamente questo rischio Salvatore Di Bella, un nonnino brontese che compie oggi 94 anni e che tutti chiamano “Sam”. La sua vita, infatti, sembra un ripetersi di storie ed emozionanti avventure che potrebbero dare spunto alla sceneggiatura di più film, oltre ad essere di grande insegnamento per le nuove generazioni, perché straordinariamente attuali..

E questo non solo perché Sam da giovane ha deciso di emigrare in Australia, dove, grazie alle sue grandi doti e qualità, è diventato milionario. E neanche perché ha visto con i suoi occhi le atrocità della Seconda guerra mondiale, rischiando la fucilazione e trovandosi a piazzale Loreto, quando i cadaveri di Mussolini e Claretta Petacci furono esposti. La sua vita è straordinaria perché descrive un positivo approccio alle difficoltà, un volere a tutti costi raggiungere la meta, uno scommettersi sempre senza arrendersi mai, dominando gli eventi.

Questo è Sam, da sempre pervaso da un fuoco interiore che ancora oggi, nonostante non sia più un giovanotto, riscalda ancora.

Pensate che a 94 anni, quando potrebbe riposarsi godendosi la meritata vecchiaia, insegna inglese a studenti ed adulti che gli chiedono aiuto: «Ho un mio metodo – spiega -. Metto in 3 colonne la stessa frase: in italiano, in inglese e poi la pronuncia. Diventa più facile».

Ed ha pure deciso di rispolverare l’arte dello scrittore, per racchiudere in un diario da pubblicare a scopo di beneficenza i tanti episodi della sua vita. Si, il “Diario di Sam” che lui stesso chiama «Strano».

Perché? Perché come lo stesso autore scrive, «il suo cervello è un vulcano in continua, inarrestabile eruzione con conseguenze imperscrutabili».

Noi abbiamo deciso di correre il rischio e siamo andati a trovarlo nella sua casa di Bronte per conoscerlo e scoprire l’essenza del suo diario.

Lo abbiamo trovato nel suo studio, accanto il suo inseparabile computer Mac Apple. Sam, infatti, da abile programmatore è uno dei fondatori del sito internet “Bronte Insieme”, preziosa testimonianza della storia e dell’immagine attuale di Bronte. Un sito che è uno scrigno di personaggi e vicende brontesi, formidabile collante digitale fra il passato ed il presente.

«Con il computer – ci spiega – mi collego via Skype con i miei amici sparsi nel mondo».

Nella sua stanza campeggiano le foto delle sue due figlie Sandra e Marilyn e dei nipoti che ci mostra anche in alcune foto più recenti conservate nel suo smartphone di ultimissima generazione che maneggia come un nativo digitale.

Nella stanza una grandissima tv con cui segue e commenta le cronache politiche: «Oggi non siamo più in democrazia – ci dice – vige la chiacchie­ro­crazia».

Ci sono poi degli scacchi che sanno di prezioso: rappresentano un po l’icona della sua filosofia di vita.

«Io amo – ci dice – la Sicilia, la sua cultura e le sue tradizioni. L’Etna per me è una calamita. Piansi appena la scorsi durante il primo viaggio di ritorno dall’Australia, ed ho lasciato mia moglie perché non voleva tornare qui ogni estate. Ma alla briscola – ribadisce – preferisco gli scacchi. Nella briscola sei condizionato dalla fortuna, negli scacchi sei tu a misurarti mossa dopo mossa con il tuo avversario».

Gli chiediamo come mai il suo diminutivo è Sam che con Salvatore centra pochissimo.

«Sam – risponde – me lo ha appioppato mia moglie Maria. In Australia il nome Salvatore non esiste. Esiste invece Salvatrice che chiamano Sally. Se mi avessero chiamato Sal sarebbe stato ridicolo perché femminile. E così mia moglie ha deciso di chiamarmi Sam».

Poi parliamo de “Lo strano diario di Sam”, dove paragrafo dopo paragrafo l’autore racconta se stesso nelle sue avventure di vita vera, i suoi amori, i drammi della guerra, la vita in Australia e le sue opinioni politiche.

«Quando arrivai in Australia – ci spiega – non spiccicavo una sola parola di inglese. Credevo che i miei amici fossero padroni della lingua. Poi mi resi conto di quanto pessima fosse la loro pronuncia. Io, invece, imparai andando al cinema, dove mi sforzavo di capire. La soddisfaz­ione più grande fu quando un australiano mi disse che pensava che fossi nato lì».

Il suo diario è un susseguirsi di emozioni, che diventano forti quando parla della guerra: «Sì – racconta -, ero a Modena. Cercavano di convincermi ad aderire al nuovo esercito di Mussolini che aveva costituito la Repubblica di Salò. Io rifiutai sostenendo di non volere rinnegare al mio originale giuramento.
Non mi resi conto di avere accusato di tradimento il colonnello che mi stava di fonte e lui, livido dalla rabbia, disse che mi avrebbe fatto fucilare. Mi fece portare nell’ampio cortile della caserma vicino a un muro. Ero terribilmente confuso. Un gran numero di militari si schiera­rono, ma dopo mezz’ora mi riportarono in cella ed io cominciai a ridere senza potermi fermare. Si trattava di una risata isterica e quasi dolorosa: pensavo di essere diventato pazzo».

Ma le tragedie della guerra facevano emergere umanità e generosità come quella del grande Beppe Milazzotto.

«Io ero fuggito da un campo di raccolta di ex militari in Toscana e neanche mia zia mi aveva accolto, temendo la fucilazione Ero disperato. Ed a Milano Beppe, ovvero il centro d’acco­glienza di tutti i brontesi, mi disse: “Tu rimani qui con me, ci divideremo il pane che ho”».

Si trovò poi a piazzale Loreto in occasione di uno dei momenti più famosi della storia: «Vivevo ancora con Milazzotto. Appresi la notizia che Mussolini era stato catturato, ucciso e appeso per i piedi in una stazione di servizio di piazzale Loreto. Andai a vedere.

La scena era infernale. Il corpo del Duce era appeso ai resti di una tettoia di una demolita stazione di servizio con ancora addosso un pastrano tedesco. Accanto al suo c’era pure il corpo della sua amante Clara Petacci, appesa anche lei per i piedi e con la veste fermata da un gancio un po’ al disopra delle ginocchia.

La folla intorno sembrava impazzita. Ricordo un’anziana donna che, presa la pistola ad un partigiano, ha sparato tre colpi al corpo di Mussolini gridando i nomi dei suoi tre figli morti in guerra.

Ricordo la camionetta sulla quale è arrivato Achille Starace. Indossava una tuta da ginnastica, aveva gli occhi fuori dalle orbite. Era spaventatissimo. L’hanno buttato giù dalla macchina e, mentre a terra lui cercava di attaccarsi alle gambe di un enorme partigiano, questi l’ha spinto con un calcio e gli ha scaricato addosso la sua mitraglietta. Per parecchi giorni avevo queste visioni di fronte ai miei occhi e trovavo difficile anche mangiare».

I ricordi di Sam sono lucidi e le sue espressioni straordinariamente serene.

Solo i ricordi più brutti lo intristiscono un po’, senza mai fargli perdere quella dolcezza che ci ha accolto fin dall’inizio. Un po’ sorridendo ci spiega perché, dopo la guerra, con tanto di laurea sulle spalle, decise di partire per l’Australia.

«Neanche allora la laurea in Scienze politiche serviva granché – sottolinea -. Ma io andai in Australia per accontentare mia madre. Pensava, infatti, che se avessi imparato bene l’inglese, lo avrei potuto insegnare al Collegio Capizzi. Ma il posto fisso non mi ha mai allettato, ed io sono partito alla ricerca di avventura.

Mi imbarcai con il mio amico Nunzio a Messina sulla nave Surriento. Avevamo prenotato i nostri posti in una cabina per 6 persone, ma non abbiamo mai potuto dormirci dentro perché gli altri quattro occupanti, forse calabresi, avevano nelle valigie chissà che cosa e la puzza di piedi e di formaggi in fermentazione, in quella cabina, era insopportabile.

Festa grande oggi in casa Di Bella

Sam Di Bella con la nipote Zina e le sue figlie Sandra e Marilyn Salvatore Di Bella, che tutti chiamano Sam, il nostro nonnino che ha fatto for­tuna in Au­stra­lia e che a 94 anni ha scrit­to il libro auto­bio­grafico “Lo strano diario di Sam”, ha avuto la gioia di ricevere la visita delle sue figlie San­dra e Marilyn che vivono in Australia.

Ogni anno vengono a Bronte per riabbrac­cia­re il padre.

“Nostro padre – dicono – fin da bam­bine ci ha fatto sempre diver­tire. Ricor­diamo ancora i suoi giochi. Quando siamo in Australia ci manca, ma rispettiamo e capia­mo i motivi della scelta di tornare nella sua terra.
Anche per noi il suo libro è stata una sorpresa interes­sante. Ades­so che siamo qui riaffio­rano i ricordi di tante avventure co­me quan­do per un anno intero abbiamo girato l’Italia e l’Europa”.
Poi un pensiero alla cugina Zina che fa compagnia a Sam: “E’ fan­tastica – dicono le sorelle – la consideriamo una sorella”.
E oggi Sam in un ristorante della zona festeg­gia: “Non credevo di rivederle – conclude Sam – Ho 94 anni ma la loro presenza per me è rigenerante”.

Da La Sicilia del 17 Maggio 2015

 

Questa poesia di Sam Di Bella ha partecipato come finalista alla IV edizione del Premio In­ter­nazionale di Poesia “Otto milioni” (pub­bli­cato nell’antologia “Da Ischia l’Arte”), che si è svolto, nel­l'am­bi­to degli eventi Expo, dal 20 al 25 Ottobre a nell’area urba­na del Comune di Milano. Un moderno ”Carro di Tespi” ha sosta­to in alcune piazze offrendo gratuiti spettacoli di letture delle poesie in gara intervallate da musiche inedite.
Vi hanno partecipato autori ed artisti prove­nienti da varie regioni d’Italia e da alcune Na­zioni estere.

IMMANENZA

Le mie parole semplici
rubate via dal vento
volano come nuvole
nel cielo di cobalto.
Quello che io sento
è uno strano sentimento
sublime come un salto
nel vuoto della mia malinconia.

Nella mia fantasia
io vedo un mondo buono,
un mondo ormai sparito
e infatti già inserito
nel libro dei ricordi
di un fulgido passato
ormai dimenticato.

Dov’è la correttezza,
l’amicizia,
il buon costume,
il senso di bontà
l’antica reverenza
per la sacra onestà?

Solo onestà fittizia
adesso va di moda
la chiamano furbizia
artefice di frode.
Per chi ha imparato bene la lezione
sa generare solo corruzione.

La poesia, cantata da Enzo Salvia od accompagnata dalla musica dello stesso Sam Di Bella orchestrata da Diana Santamaria, può leggersi anche su You Tube.

Altre poesie di Sam, sempre accompagnate dalla sua musica pre­senti nello stesso sito web: Furbizia e Dolce favola (cantate da Ed­dy Bella), Farneticando, Ricordi, Alcàntara, Il Mio vulcanoDe­men­za senile.

Il viaggio durò circa un mese e fu tremendo. Il cibo era immangiabile, ti faceva venire la voglia di digiunare per sempre».

Diversi i modi, ma anche oggi i nostri cervelli, come quello di Sam, sono nuovamente costretti a fuggire dall’Italia. E visto l’attuale dibattito italiano sull’immigrazione, ci domandiamo che tipo di accoglienza allora ricevettero i nostri siciliani in cerca di fortuna:

«Io in verità – ci risponde – dagli australiani sono stato accolto benissimo. Certo qualcuno ci guardava come degli invasori: temevano che ci saremmo presi tutto.
Io in Australia feci tutti i mestieri possibili: l’imbianchino, il commesso in un negozio di frutta e verdura, l’operaio in fabbrica, costruii scatole di latta per il tabacco, modellai l’argilla, realizzai insegne luminose e vendetti pure lampade fluorescenti. Con i soldi guadagnati comprai una casa disastrata. La ristrutturai con l’aiuto di due italiani bravissimi che, visti gli ottimi risultati, mi proposero una società.

Accettai e fu l’inizio. Ristrutturavamo le case degli italiani fino ad incontrare Fred Fitzpatrick, alto, ricco e distinto signore australiano che mi chiese consigli sull’acquisto di una sontuosa villa. Io non sapevo cosa dirgli, ma senza una vera cognizione gli consigliai di tirare sul prezzo richiesto.

L’affare andò in porto ed io restaurai la sua villa. Fu per me la migliore propaganda, lui stesso mi procurò altri lavori. Fu un successo dopo l’altro, fino a quando un altro australiano cambiò nuovamente la mia vita. Era il direttore della banca “Anz” di Bondi beach. Mi aprì gli occhi: “Ti accontenti delle briciole”, mi disse.

Io credevo di guadagnare tantissimo, ma lui replico: “Non è ristrutturando case che si guadagna, ma costruendole. I soldi per i terreni? E noi bancari a cosa serviamo?”.

Mi lanciai. Era una nuova scommessa. Anche questa funzionò. Costruii ville e palazzi ovunque, anche nel quartiere di Sydney che si chiama Bronte. Quante sorprese ti riserva la vita».

Con il suo lavoro, Sam ha guadagnato tantissimo. Nel frattempo si era sposato ed aveva avuto due figlie.

Ma c’era una voce segreta dentro di lui che lo chiamava. Era il richiamo della sua terra. L’Australia era la sua seconda patria. La prima era rimasta la Sicilia: «Decisi di smettere di lavorare. Avevo guadagnato abbastanza. Volevo tornare a Bronte – racconta -, magari fare 6 mesi qui e gli altri in Australia. Avrei preso in giro le stagioni, evitando l’inverno. A mia moglie questa idea non piacque e non mi seguì. Oggi vivo a Bronte, nella mia terra con mia nipote Zina. I miei figli vengono ogni anno a trovarmi e spesso anche i miei nipoti australiani. So che stanno tutti bene. L’Etna mi ha stregato. Ha deciso che dovevo tornare».

E guarda caso anche a Bronte tutti lo conoscono e lo apprezzano.

Il suo diario si legge in un fiato. Le sue storie sono come le ciliege: l’una attira l’altra.

Sono un giacimento di ricordi e di esperienze che sarebbe bello potesse essere letto dalle giovani generazioni, che potrebbero così conoscere importanti eventi del passato e trarne preziosi insegnamenti di vita.
Le parole del libro trasmettono saggezza e pace interiore. La stessa che si percepisce ascoltando la voce di Sam, ricordo vivente di una storia antica, ma a tratti incredibilmente attuale e di grande insegnamento per tutti.

Gaetano Guidotto

(articolo pubblicato su La Sicilia” dell'8 Dicembre 2014)




Un maestro al servizio del bene comune

Ignazio Zingali

Fu per moltissimi anni operatore scolastico e sociale e pubblico amministratore

di Giuseppe Zingali

Ignazio Zingali (nella foto a destra a 96 anni anni di età) nacque a Bronte il 18 marzo del 1916 da Minis­sale Antonina, casalinga, e Zingali Antonino, agricoltore ed allevatore.

Dopo aver frequentato le Scuole di Bronte sino all’età di quat­tor­dici anni, successivamente si trasferì a Catania, grazie alla presenza del fratello Nunzio, avvocato.

Durante questo lungo periodo vissuto nel capoluogo di provincia ebbe l’opportunità di studiare presso l’Istituto Magistrale “Turrisi Colonna”, conseguendo nel 1936 il Diploma in Scienze Magistrali e Corporative e la successiva Abilitazione Magistrale nell’ottobre del 1941; inoltre, grazie alla presenza e all’attività forense del fratello, incontrò e conobbe molti illustri personaggi catanesi di allora, tra i quali il celebre giurista Prof. Orazio Condorelli.

Il 3 aprile 1939 venne chiamato alle armi nel XIX Corpo d’Ar­mata, 189° Reggimento Costiero presso il 232° Reggimento Fanteria “Avellino” di stanza a Bolzano, dapprima come soldato semplice, poi col grado di sergente e successivamente con quello di Sottote­nente.

Partecipò alle azioni di guerra sul Fronte Alpino-Occiden­tale, sul Moncenisio, dal giugno del 1940 al quello del 1941, e questo gli valse l’autorizzazione a fregiarsi del distintivo della guerra in corso, attraverso l’applicazione di tre stellette sul nastrino.

In quello stesso periodo, il Suo Reggimento ricevette la visita da parte del Principe di Piemonte, Umberto II di Savoia, e mio padre lo scortò per l’occasione.

Gent.mo Staff di Bronteinsieme

Qualche giorno fa mi è stato riferito che all’interno del sito, nella rubrica “Brontesi nel Mondo-Le vostre let­tere”, era stata pubbli­cata una riflessione inviata da un ex alunno di mio padre.

Mi sono premurato a leggerla, restando veramente colpito da parole così tanto cariche di affetto, ap­prez­zamento e simpatia nei riguardi di Ignazio Zin­gali, mio padre, che pur­trop­po è venuto a man­care il 17 novem­bre scorso, alla veneranda età di quasi 98 anni, lascian­do in noi un vuoto incolmabile.

Tutto ciò mi spinge a tracciare un Suo profilo, invian­dolo a voi per la pubblicazione sulla rubrica “Si parla di…”, anche perché quanto da Lui fatto o non è risa­pu­to o ben presto è caduto nel dimenticatoio, oppu­re sem­plicemente perché farà piacere a molti legge­re una storia straordinaria, d’altri tempi…

Nel rendere merito alla memoria di mio padre, che dovrà essere ricordato non solo come persona garba­ta e di infinita bontà con tutti, ma in particolar modo per­ché nella Scuola di Bronte fu per moltissimi anni Ope­ra­tore Scolastico e Sociale, potenzian­do­ne, con pro­fondo senso di Onestà e lungimiranza opera­tiva, le Istitu­zioni Assistenziali; mentre come pub­blico Ammi­ni­stratore per la Sua “cristallinità” di ope­rare.

Giuseppe Zingali

Febbraio 2014

Rientrato a Bolzano vi rimase in servizio sino al novembre del 1943, cioè fino a
quando a causa di una pleurite venne ricoverato prima presso l’ospedale militare di Bolzano e poi presso quello di Merano dove venne dichiarato temporaneamente inabile al servizio militare e mandato in convale­scenza a Sommacampagna (VR), presso un amico.

Conosciuto il Parroco di San Giovanni Ilarione (VR), Don Antonio Antognol, col quale strinse una fraterna amicizia, unitamente al Segretario Comunale Dott. Giuseppe Fallica, originario di Adrano, decise di trasferirsi presso tale Comune e qui rimase sino al giugno del 1945, svolgendo la profes­sione di insegnante elementare con incarico del Provveditore agli Studi di Verona sia nella frazione di Cattignano che a in quella di Lore, oltre all’incarico di addetto per l’Ufficio Comunale Accertamenti Agricoli dal febbraio del 1944.

Inoltre, animato da sentimenti di pura fede per la Patria, subito dopo l’emanazione del Bando di Graziani nel dicembre 1943, collaborò, in qualità di volontario della Libertà, con la Brigata “Stella” Battaglione Gian dalla Bona, dal gennaio del 1944 al maggio del 1945, col grado di garibaldino, fornendo informazioni e supporto.

Il 27 aprile del 1944, in Cattignano (VR), mio padre venne preso come ostaggio, quale collaboratore dei partigiani, dalla SS Tedesca, che era venuta sul posto per arrestare il Ten. Col. Catazzo, rite­nuto il comandante dei partigiani della zona.

Perquisita la casa del Catazzo, le SS trovarono della carte topografiche del Piemonte e ritenendoli documenti dell’attività partigiana, procedevano all’arresto del fratello del Colonnello, Catazzo Anto­nio, che avrebbero sicuramente fucilato sul posto se non fosse intervenuto mio padre, sebbene ripetutamente invitato da un ufficiale tedesco a far silenzio sotto la minaccia di un mitra, per chia­rire che le carte topografiche non si riferivano alla zona di Verona e che del Colonnello Catazzo non si avevano più notizie dall’8 settembre del 1943.

Venne così evitata non solo la fucilazione di un onesto e laborioso cittadino, ma anche, sempre grazie all’intervento di mio padre, quella di un ragazzo, tale Valentini Corrado, su cui le SS avevano spianato il fucile per far fuoco mentre lo stesso, impaurito per quanto stava accadendo, attraver­sava di corsa la strada che dalla Chiesa lo portava a casa sua e che aveva fatto pensare ai tedeschi si trattasse di un partigiano.

Altresì, mio padre, con chiarimenti e quant’altro a sua disposizione, evitò che un gruppo di ragazze sfornite di documenti personali venissero portate via e, quello che più conta, fece sì che tutta quanta la Frazione di Cattignano non venisse data alle fiamme dai tedeschi, come loro abituale e brutale sistema di repressione.

Tutto questo mi è stato raccontato direttamente da mio padre e si trova confermato nella relazione del Comandante della “Brigata Stella Gian della Bona” - Divisione Caremi, tale Zelito Giuseppe Cor­saro, oltre alla dichiarazione dell’allora Comandante della Tenenza di P. S. di Verona, Dott. Luigi Benvegna, brontese, e del Sindaco di San Giovanni Ilarione, Sihio Treviscu, documenti da me tutti gelosamente custoditi.

L’altruismo e l’alto senso di responsabilità, accompagnate dall’onestà e dall’integrità morale, hanno sempre caratterizzato la vita di mio padre, che, tornato a Bronte nell’estate del 1945, operò fattivamente per porre in essere una incisiva azione sociale e didattico-educativa a favore degli strati più deboli: dal 1946 al 1949 insegnò nel ruolo straordinario sia nelle Scuole Elementari di Bronte che di Maletto; passato al ruolo ordinario nel 1952, insegnò, oltre che a Bronte, anche nelle Frazioni di Maniace, Taiti e Mirto.

In questi anni di grande impegno e di ricostruzione, dove alcune sedi scolastiche si raggiungevano solo con i muli, si legò a fraterna amicizia con moltissimi colleghi ed in particolare con Vittorio Cutrona, Biagio Biuso, Giuseppe Sarta, Gregorio Di Caudo, Vincenzo Battiato, Vincenzo Lombardo, Nino Cannata, Francesco Longhitano Ferraù, Mimmo De Luca, Vittorio Leanza, Maria Lupo, Turillo Longhitano e tanti altri ancora.

Aderì, sin dal 1946, all’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci, all’Associazione Italiana Maestri Cattolici e alla Democrazia Cristiana; dal 1950 alla CISL. Intanto, il 1° luglio 1947, veniva promosso al Grado di Tenente in Congedo dal Ministero della Difesa, con relativa registrazione alla Corte dei Conti.

Dal 1968 al 1979, in qualità di Presidente prima e Segretario poi del Patronato Scolastico, coadiu­vato dal Direttore Dott. Salvatore Longo, attuò e si adoperò per l’istituzione di ben otto Scuole Materne Regionali e Comunali nelle aree più depresse del territorio, realizzando la Refezione Scola­stica aperta a tutti gli alunni non abbienti, creando, al contempo, anche tanti posti di lavoro in diversi ruoli.

Inoltre, fu più volte Componente sia delle Commissioni nei Concorsi Magistrali per Titoli ed Esami, che delle Giurie Popolari presso le Corti d’Appello di Catania e di Caltagirone.

Con grande dedizione verso il Bene Comune, partecipò a tutte le vicende politiche di Bronte sin dalla fine degli anni trenta, a fianco del cugino Sac. Antonino Zingale, Presidente della locale Sezione del Partito Popolare Italiano; ma soprattutto nel dopoguerra, insieme ad illustri personaggi quali il Cav. Giuseppe Interdonato, il Notaio Nunzio Azzia, gli Avvocati Luigi e Vincenzo Casti­glione, l’Avv. Renato Radice, il Sen. Biagio Pecorino, il Dott. Giuseppe Minissale, il Preside Nunzio Meli, l’Avv. Antonino Venia, l’Avv. Fortunato Attinà, il Prof. Carmelo Zerbo, l’Avv. Nunzio Ciraldo e i più recenti Dott. Nunzio Lombardo, il Prof. Vincenzo Paparo, l’Ins. Pino Franchina, il Sen. Pino Firrarello e Francesco Spitaleri.

Difatti per oltre un trentennio, e precisamente dal 1956 al 1989, ricoprì la carica di Consigliere Comunale e più volte quella di Assessore; fu, altresì, Vice Sindaco nella Giunta presieduta dal Sindaco Venia.

Presidente dell’Assemblea Generale dell’USL N. 39 di Bronte dal 1982, si spese con grande con­vinzione, tra le altre cose, per sostenere l'avviamento dell’Ambulatorio di Ortopedia e special­mente dell’Assistenza Neonatale, soprattutto per la dotazione di una termoculla residenziale e di altre attrezzature medicali nel Reparto di Pediatria.

Il Suo ultimo (ma non per questo meno prestigioso) incarico fu quello di Commissario Straordinario presso la Scuola Media di Maniace nel 1988… ma soprattutto quello di Uomo, Marito, Padre, Nonno ed Amico esemplare.

Per questi ed altri pregi, il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, nel giugno del 1984, gli ha conferito l’onorificenza di Cavaliere Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

In conclusione desidero elencare, oltre i già sopra menzionati colleghi insegnanti e amministratori, coloro che mio padre definì “gli amici di sempre”, e che citava sempre nei Suoi ricordi e nelle Sue discussioni: Vincenzo Lupo, il Dott. Nino Neri, il Prof. Peppino Guastella, il Prof. Giuseppe Bonina, Gennaro Talamo, Nitto Santangelo, Giuseppe Carastro, Nino Travagliante detto “Nino canetto”, Ignazio Prestianni, Pietro Burrello (di cui è stato anche il cognato), i Marescialli dei CC Sturiale, Carbone, Cipolla e Casella, il Comandante dei VV. UU. Faia, Michele Mauro, il Prof. Lillo Meli, Giovanni Piazza, il Prof. Ciccio Messina, l’On. Pippo Russo, il Prof. Pasqualino Spanò, il Preside Mimmo Barletta, il Dott. Turillo Di Bella, il Dott. Peppino Camuto, “Rigo” Cannata, Ciccio Longhitano, Nunzio Calì ed i Sacerdoti Antonino Rubino, Giuseppe Modica, Biagino Calanna e il cugino Giuseppe Zingale, Rettore del Real Collegio Capizzi.

Giuseppe Zingali

Febbraio 2014

MOMENTI DI VITA DI IGNAZIO ZINGALI

1940: Il sergente Ignazio Zingale (con l'elmetto, a destra) dietro il Principe di Pie­monte, Umberto II di Sa­voia, insieme al gene­rale del XIX Corpo d'Arma­ta, sul Monce­nisio nel 1940 dopo la valorosa batta­glia vinta dal 232° Reggi­mento.

A destra in divisa da Uffi­ciale nell'autunno del 1942.

1947: Il maestro Zingale con una sua classe (una se­conda) nel maggio 1947. La foto è stata scat­tata nel cortile della Scuola Elementare "N. Spedalieri".
Il cognome Zingali (e non Zingale), gli fu ricono­sciuto negli anni '50, con sentenza del Tribunale di Catania.

1948, Maniace: Ignazio Zingali (penultimo a de­stra) con il cognato Pietro Burrello, il Comandante dei Cara­binieri e Michele Mauro e , a destra, il Co­mandante dei VV. UU. Faia.

Nella foto a destra, Zin­gali è con il Sac. Antonino Rubino in occasione di un Pellegrinaggio a Lourdes nel 1958.

1983: Il cav. Ignazio Zingali e la moglie (secondo e ter­za da sinistra), in occasione della festa per il suo pen­siona­mento: si riconoscono  l'allora sindaco Pino Franchi­na, la maestra Messineo, il Direttore Salvato­re Longo, l'allora Provveditore agli studi di Catania Dott. Nicita e un ex Provveditore agli Studi.

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