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Nel bene e nel male, nel dolce e nell’amaro, assapora la vita attimo per attimo, la investiga, la interroga

Nino Russo

NINO RUSSO (Acquavitaro)Nino Russo è nato a Bronte nel 1938.

Ha studiato dalla prima ginnasiale al terzo liceo classico nel locale Real Collegio Capizzi, allora pareggiato, dove, conseguita la laurea in Lettere, nell’anno scolastico 1961-62 tornò da insegnante di lettere italiane e latine.

Ha girovagato l’Italia insegnando per lunghi anni italiano, latino e storia negli istituti tecnici e nei licei statali di varie città fino alla quiescenza.

Fornito di cultura non solo letteraria, perché pure appas­sionato lettore di opere di filosofia e di scienze, per tutta la vita ha scritto e pubblicato su varie riviste, risolvendosi solo di recente a pubblicare in piccoli volumi pochi scritti della sua ultima produzione.

Altre cose in prosa e in versi (saggi critici, racconti per ragazzi, poesie, traduzioni dai poeti latini, antologie tematiche, ecc.) circolano in antologie oppure stampate al computer da lui stesso.

L’intendimento fondamentale di Russo nella sue opere creative è di esprimere il suo sentimento della vita, nato talvolta direttamente dalle concrete esperienze del vivere quotidiano, ma più spesso filtrato attraverso la visione della realtà scaturita dalle conoscenze filosofiche e scientifiche.

Scrive Giovanni Marchese, commentando il volumetto del Nostro Racconti e dialoghi minimi (Broker Services Editore, Belpasso 2002):

«Caratteristica dell’opera è la varietà dei temi, delle forme, dell’intonazione: si va dai Racconti-Ricordi agli apologhi morali e di polemica sociale, dall’ironia amara alla riflessione malinconica (…). E’ tutta una galleria di paesaggi, situazioni, personaggi.

Per esempio c’è Il Rovittese, co-protagonista dell’omonima novella, figura quasi pirandelliana, brigante all’antica, ma anche – e forse ancor prima che brigante – uomo pieno di saggezza e dignità; personaggio veramente originale, che racchiude in sé molte caratteristiche dell’essere siciliano.


C’è, sempre nel Rovittese, il caratteristico paesaggio etneo, che fa da sfondo al solitario viaggio di don Peppino; ci sono situazioni come quella che troviamo in Il licenziamento, estremamente significative dei rapporti sociali e delle condizioni economiche vigenti nella Sicilia degli anni Quaranta e Cinquanta (…).

Nella sezione Riso agro, com’è facilmente intuibile, l’agro prevale di gran lunga sul riso nella rappresentazione dell’attuale realtà socio-politica dell’Italia, fortemente degradata sul piano morale (…).»

Infine nell’ultima parte del libro, intitolata ‘“Divagazioni inutili’“, è invece dominante l’interesse per così dire filosofico di Nino Russo, con considerazioni assai sofferte sui temi esistenziali che, più o meno fittamente intrecciati coi ricordi e coi problemi etico-politici, sono già affiorati (ad esempio in Finitudo o Finitezza, che è tra le cose più intense del volumetto) con notevole consistenza nei racconti precedenti.

Di questa ultima parte merita una lettura più attenta Il caso e l’Io, delle cui riflessioni s’è servito un altro scrittore ben più noto, che le ha riportate come proprie, ma quasi con le stesse parole in una sua opera pubblicata anni dopo’“.

Anche nell'altro volumetto, questa volta di poesie, L’inesplicabile esistere (Edizioni Montedit, Melegnano, MI, 2008), abbiamo diverse sezioni, però con ordine invertito: le poesie per così dire filosofiche, esistenziali, hanno preponderanza e precedono quelle ispirate agli affetti e ai casi della vita.

«L’autore – scrive di nuovo Giovanni Marchese – pur ritenendo indispensabile dare al suo dettato poetico un autonomo e compiuto senso letterale, mira sovente, mediante un procedimento allegorico e allusivo, ad un’aggiunta di significato, e quindi ad una più profonda dimensione simbolica, che ne universalizzi la valenza.

Così, ad esempio, il mare in tempesta, che poco nel profondo/atarassico giace; l’Etna che, al contrario, così sereno all’apparenza, nel profondo nasconde un inferno di fuoco; l’illusoria scansione del ritmo dell’eterno nello scorrere sempre uguale del fiume; l’evidenza quasi banale dell’esistere del tempo, che invece, come sanno i fisici e i filosofi, cela un mistero e/o un paradosso, ecc; diventano paradigma dell’inganne­vole apparenza delle cose, della realtà che risulta inafferrabile – nella sua essenza e finalità – dalla mente dell’uomo, condizionata dalla sua assoluta precarietà e finitezza.

Finitezza, tuttavia, che Russo accetta in maniera sostanzialmente serena, pronto a cogliere non di rado le gocce d’oro della vita, apprezzabili nelle pause delle cure, nelle gioie della conoscenza e della contemplazione del bello, nei tenerissimi e tenacissimi affetti (…).

Il ritmo serrato e lo stile musicale, efficace, sempre di rigorosa essenzialità, veicolano immagini e meditazioni di notevole forza icastica, che hanno tra gli scopi fondamentali quello di far riflettere il lettore». (Giovanni Marchese, critico letterario, noto soprat­tutto come dantista, è con Salvatore Rossi l’autore dei tre volumi di grande successo Lettura dei capolavori: Dante Alighieri – Inferno, Purgatorio, Paradiso – Palumbo editore, Palermo).

Come si diceva sopra, Nino Russo è anche autore di racconti per ragazzi, per uno dei quali, “La danza degli animali”, è stato nel maggio 2006 premiato a Palazzo Marini in un concorso letterario indetto dagli Animalisti Italiani col patrocinio della Camera dei Deputati.

Sono un amante delle buone letture, ma non un vero critico letterario, essendomi occupato professionalmente di Botanica, che ho insegnato all’Università di Catania.

Ecco perché nel presentare su Bronte insieme l’opera del nostro concittadino, rimasto affettivamente molto legato ai luoghi e alle vicende della sua terra, dove viene frequentemente, ho creduto opportuno servirmi il più possibile degli scritti del prof. Giovanni Marchese, suo maggior critico.

Nunzio Longhitano
Ottobre 2009



Per gentile concessione di Nino Russo vi presentiamo di seguito alcune sue poesie, tratte da L’inesplicabile esistere (e altri versi), ed il racconto "Il Rovittese", tratto da Racconti e dialoghi minimi, ambientato - come tutti gli altri - a Bronte e nelle sue contrade e che tanto ricorda Placido Botta e Angelo Scarpa, i due briganti dell'Etna descritti da Alexander Nelson Hood, 5° Duca di Bronte, in Sicilian Studies” .

RACCONTI E DIALOGHI MINIMI, DI NINO RUSSOCi sono uomini che attraversano la vita quasi senza averne consape­vo­lezza, veri e propri “transiti di cibo", come diceva Leonardo da Vinci.
Altri, invece, che, nel bene e nel male, nel dolce e nell’amaro, l’assaporano attimo per attimo, la investigano, la interrogano.
Uno di questi è Nino Russo, nato a Bronte, con studi universitari di Lettere compiuti a Catania, già professore, ed oggi residente a Gravina, in una graziosa casetta con terrazza e giardino popolati di gatti e tartarughe.

Le sue domande si compendiano nelle letture, soprattutto di carat­tere scientifico e cosmologico (oltre che letterario), nelle lunghe ore passate al computer e, oggi, nella scrittura, con questo libretto che ora vede la luce e a cui auguriamo ogni fortuna.
Pochi, ma intensi i temi trattati. Innanzi tutto vi è la riven­dicazione dei poveri e degli oppressi a raggiungere un grado di uguaglianza e di dignità contro l’albagia dei potenti e dei ricchi. Qui lo scrittore rag­giunge tonalità assai intense, come nelle bellissime pagine in cui pone a confronto una matura nobildonna e la fiera e dignitosa moglie di un dipen­dente, il quale era stato licenziato perché si era permesso di fare studiare i suoi figli e porli, quindi, in condizione di ugua­glianza con i “padroni’’.
Un altro momento molto vivo è la creazione della figura del “padre saggio”, protagonista dei primi racconti, un lavoratore autorevole e integerrimo, a cui lo scrittore dà le dimensioni di un personaggio quasi verghiano.
Infine, ed è l’elemento su cui più si insiste, c’è il tema della morte, che Russo vede con grandissimo pessimismo, come la fine e l’an­nientamento del tutto. Vi sono pagine assai forti, a questo propo­sito, che rivelano un grande tormento, acuito dalla mancanza di una fede religiosa. Ed è questa medita­zione della morte che dà un notevole significato al libro, sospesa com’è tra riflessione esi­stenziale e commozione cosmica. Un libro, dunque, che si legge con interesse e profitto ed al quale speriamo che venga dato un seguito. [Salvatore Rossi]

(...) A lettura conclusa non possiamo non ammettere che siamo di fronte ad un lavoro godibilissimo, fatto di cose semplici, scevre dei soliti orpelli e allettamenti, che però rimandano ad una elevata coscienza civile e, soprattutto, realizzano in pieno l’obiettivo di fondo che l’autore persegue: far pensare. [Giovanni Marchese]

Oltre a vari scritti ed articoli pubblicati su varie riviste ed ai due volumetti citati in questa pagina Nino Russo ha tradotto poesie da Catullo, Orazio, Ovidio (pubblicate in Humanitas perennis, a cura di Salvatore Latora, Broker Services Edi­tore, Piano Tavola, dicembre 2000), scritto racconti per ragazzi (Le avventure di Tistunella), una trascrizione di 192 quartine del poeta persiano Omar Rubayiyyat, Appunti su Giacomo Leopardi, ed un delizioso volumetto dedicato a Il sentimento del tempo nella poesia lirica.

1962: I professori Nino Russo e Mario Lupo (al centro) ed il preside nonchè allora sindaco di Bronte Nunzio Meli (sulla destra col cappello) attorniati dai loro alunni del Real Collegio Capizzi.

 

DI NINO RUSSO LEGGI

Nella bufera, annales 1938-1946, romanzo storico ambientato a Bronte nel periodo fascista, edito dalla nostra Associazione (anche in formato  PDF).
Racconta le drammatiche vicende di una fami­glia brontese durante la seconda guerra mon­diale, fa delle difficoltà e delle sofferenze del “nostro” microcosmo, un momento esemplare delle immani tragedie patite da innumerevoli famiglie del mondo intero. Rilievo centrale ha nel romanzo La battaglia di Bronte del luglio-agosto del 1943, combattuta dai due opposti schieramenti con particolare accanimento per l’importanza strategica rappresentata dalla ubica­zione delle vie, che conducevano verso il nord dell’isola.

Di Nino Russo leggi anche: Il Prof. Mario Lupo, Alcune peculiarità del dialetto brontese

IL ROVELLO

Nulla dà più tormento della Morte
Temuta - nell’alterna-eterna ruota -;
Ma al fumo della vita, acre e forte,
È vento che disperde, bolla vuota.

Nel Suo segreto ogni essere discioglie,
E lo trasmuta in primigenie essenze,
Donde tutto riprende, e si raccoglie
In nuove-antiche mutanti parvenze:

Ombre vaganti brevi dì in affanno,
Sgomente tra promesse e tra misteri,
Che nell’eterna-alterna ruota vanno
Uguali oggi - nel rovello - a ieri.

“Tra l’ipotetico Big Ben e l’ipotetica fine dell’Universo, mentre tutte le parvenze, inorganiche e organiche, nell’eterna-alterna ruota si riciclano con variazioni caratterizzate da fasi evolutive, cui ineluttabilmente seguono quelle recessive, cosa permane nel tempo di sostanzialmente immutato? Di sicuro soltanto l’ansia della ricerca, l’eterno rovello dell’uomo: l’essere ultimo giunto e unico cosciente sul nostro pianeta della sua finitezza” [Giovanni Marchese]


IL TEMPO

Vento che tutto spazza, rapinoso
Fiume è il tempo dal passo imerturbato,
O - tornando ogni cosa al suo principio,
Profondo in seno all'essere l'uguale -
Una dura finzione della mente?

(Da Flash di memoria remota)


LA NEBBIA

Già consumato il tempo degli ardori,
Come delle tempeste: ora negli occhi
Torbida, nelle ossa umida e fredda,
Scende greve la nebbia, con volute
Stanche, sempre più fitta.

Nell'opera di Nino Russo, secondo il suo intendimento, poesia è “sentimento” della realtà e della vita: però solo in parte “immediato”, perché quasi sempre nato dalla meditazione sull'inesplicabile esistere. Riflessione tenace, rigorosa, sofferta, che poggia sia sulle numerose esperienze vissute, sia - forse ancor di più - su quelle culturali, con particolare riferimento alla filosofia e soprattutto alle scienze, le uniche - secondo lui - in grado di far filtrare, sia pure incerta e frammentaria, qualche rara notizia sulla verità effettivamente conoscibile.
Nei suoi meditati versi, pur perseguendo un compiuto senso letterale nella chia­rez­za, Russo mira sovente, mediante un procedimento allegorico e allusivo, ad un'ag­giunta di significato, e quindi ad una più profonda dimensione simbolica, che ne universalizzi la valenza. Il ritmo serrato e lo stile di rigorosa essenzialità, personale, efficace, veicolano immagini e contenuti che tendono a far riflettere il lettore.

(Dalla quarta di copertina di L’inesplicabile esistere (e altri versi), Montedit, Melegnano 2008).

L'ETNA

L'INESPLICABILE ESISTERE, DI NINO RUSSOAmpia distesa d'oro nel meriggio
Il mietuto declivio fino al bosco
Bruno di roverelle.
                      Nell'azzurro
Posa candido l'Etna,
Così quieto che pare
Ad un suo sogno - languido - sospeso:
Ma nel profondo ha il cuore
Selvaggio del gigante
Bellissimo e tremendo

IL CUORE DELLA VITA

Somma è la vita d’esili momenti,
Orditi in un rosario ad uno ad uno,
L’un dietro l’altro, a dargli un verso, un senso.
Ma il filo di memoria che li tiene,
Torce qua e là, si sfalda per la via,
E il residuo disperso dei frammenti
Trascoloranti è il cuore della vita.

“Quanti episodi, quanti momenti viviamo lungo il corso della nostra vita, ai quali cerchiamo di dare una sistemazione nella memoria, un verso direzionale continuo e coerente, perché abbia un senso la nostra storia personale?
Ma quanto pochi, in effetti, la memoria ne salva? E come, per la distanza temporale dei molteplici fatti, essa via via li intreccia e confonde nella cronologia?
E con quali diversi stati d’animo, in quanti modi, a mano a mano che il nostro divenire ci trasforma, ciascuno di noi ricorda e di volta in volta ri-giudica i medesimi trascorsi accadimenti?
Infine ascoltiamo i vecchi, la cui stanca memoria comincia ad annebbiarsi: della loro vita coltivano e ripetono sempre gli stessi (pochi) ricordi, che, mitizzati in positivo o in negativo, diventano sintesi e cuore della loro vita, il segno - finché durano - dell’esser passati - più o meno felicemente - su questa terra”. [Giovanni Marchese]




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Patria straniera (di N. Russo)

Le poesie di Stefano Curcuruto
Giuseppe Melardi, la poetica del ricordo
La poesia di Valeria Biuso

Il ROVITTESE

di Nino Russo

È il primissimo albore di un mattino limpido ma freddo del novembre del ‘43, le stelle in cielo sono ancora quasi tutte scintillanti, quando don Peppino, che ha in mano una grossa valigia, uscito dalla porta di casa si affaccia sulla piazzetta di Casale Etneo, e poi scende, silenzioso e quasi furtivo, giù per un vicolo tortuoso e ripido, già per sua costituzione accidentato, e ora reso impossibile dalle macerie dei bombardamenti recenti che in gran parte lo ostruiscono.
Giunto sul breve slargo che apre la vista sull’ampia vallata che a mano a mano digrada fino al Simeto, tira fuori della stalla e sella la sua vecchia e fedele giumenta, ponendo sulla parte posteriore del dorso, in aggiunta, le bisacce col contenuto della valigia. Quindi si avvia. Ha baciato nel sonno la moglie e i figli, e ora, di poca fede com’è, non sa a chi o a cosa affidarsi.
Il suo cammino non è verso ovest, dov’è il verde ameno e riposante della valle, ma in direzione sud- est, lungo l’aspro fianco del vulcano, dove il passo della giumenta, per i sentieri irti di lave smozzicate, non può essere spedito. Inoltre don Peppino deve essere sempre pronto a cogliere gli ordini perentori che gli darà qualcuno parandoglisi davanti all’improvviso, e che ora lo vede e lo segue, e forse lo punta, mentre lui si sente gli occhi addosso ma non vede nessuno. Comunque, non è pentito di quello che sta facendo, perché sa che è l’unica cosa che può e deve fare, per sé e per la sua famiglia.
Era successo, infatti, che poche settimane prima, mentre era nell’ufficio del palmento, gli si era presentato un tale che conosceva alla lontana, e che avrebbe voluto non vedere, perché aveva nome d’essere l’emissario di una banda di briganti. Anziano, vestito di scuro, col viso asciutto e duro ma dall’espressione non cattiva, aveva bussato: “È permesso, don Peppino?”.
“Prego, accomodatevi”.
Quell’uomo era rimasto in piedi, col berretto tra le mani e un po’ chino in avanti, come se attendesse una domanda che don Peppino si guardava bene dal fargli, mostrandosi invece occupatissimo coi libri paga aperti sul tavolo. Allora s’era deciso a parlare per primo: “Don Peppino, ci porto i saluti e una preghiera del Rovittese”.
“Una preghiera a me? E che posso fare io?”.
“Il Rovittese dice che vossia può fare moltissimo, se vuole”.
“Il Rovittese mi scambia per la padrona”.
“Ma vossia qui maneggia tutto, mentre la padrona è lontana”.
“E a quanto ammonterebbe... questa preghiera?”.
“A ...cinquecentomila”.
Don Peppino aveva fatto un salto, come se una molla l’avesse scaraventato per aria: “Nemmeno se mi vendo la casa, la giumenta, i vestiti che ho addosso e quanto altro vi pare posso lontanamente arrivare alla metà di quanto mi chiedete!”.
“Il Rovittese da vossia non vuole niente: c’è la proprietà, che è grande e ricca”.
“Ma con un particolare: non è mia!”.
“Ma vossia ha la chiave di tutto, ci ha pure la firma sui conti in banca della baronessa”.
“Che sono tutti scoperti, come tutti sanno e come dovrebbe sapere pure il Rovittese, che ha fama d’essere informato su tutto. La banca, ora come ora, non mi dà nemmeno un soldo. Anzi - e potete chiederlo a tutti i braccianti e ai soprastanti che lavorano qui – la banca in persona a luglio, col permesso della signora, s’è incaricata di vendere tutto il frumento già sull’aia, incassando fino all’ultima lira, e concedendomi soltanto in un secondo momento lo stretto necessario per la paga degli operai e le altre spese correnti. E così ora farà col vino, altrimenti alla padrona chiude tutti i rubinetti”.
“Lo sappiamo, don Peppino, lo sappiamo che già da un pezzo la baronessa se la spassa in Svizzera casinò casinò, mentre noi qui prima siamo stati sotto le bombe e ora rischiamo di morire di fame. Ma vossia al Rovittese una negativa completa non la può fare, perché se no lui si offende e ...vossia tiene famiglia”.
“Dite a nome mio al Rovittese che se vuole cinquecentomila lire, o anche solo la metà, o anche solo la metà della metà, io questa cifra non posso averla né ora né mai, manco se mi vendo, come vi ho detto, vestito a festa con tutto quello che ho; perciò, se la vuole per forza, fa prima ad ammazzarmi direttamente, così quanto meno ci leviamo subito il pensiero tutti e due, io e lui. Se invece mi chiede qualcosa che io posso imbrogliare tra le spese di tutti i giorni, farò del mio meglio”.
Era stato così che di lì a qualche giorno s’era vista arrivare la stramba richiesta di sette tagli di vestiti di lana pura in grigio scuro gessato: sette quanti erano i componenti della banda. Che volessero fare gli elegantoni tra grotte e dirupi mentre erano braccati da un’intera legione dei carabinieri? E chi glieli avrebbe cuciti? Comunque, s’era affrettato a scendere a Catania e ad eseguire gli ordini. Ed ora era in marcia. Quello che più di ogni altra cosa non lo convinceva, e lo teneva particolarmente in ansia, era il fatto che il Rovittese aveva preteso che a consegnarli dovesse essere lui e nessun altro. Perché?
Mentre la giumenta procedeva stentatamente, ma con passo sicuro, don Peppino faceva scorrere nella sua mente i gesti, le parole e le espressioni con cui l’emissario le aveva pronunciate, per cercare d’indovinare, sia pure indirettamente, le presumibili intenzioni del Rovittese, e misurare di conseguenza, a sua volta, gesti e parole. Lo confortava il fatto che quel bandito non aveva fama di sanguinario, ma d’irascibile purtroppo sì. E bisognava stare attenti.
Ma anche un altro pensiero angustia don Peppino, che in gioventù è stato vicebrigadiere e comandante di una piccola stazione dei carabinieri: sta commettendo un reato, particolarmente grave in tempo di guerra, anche se costretto. Ma alle ragioni degli stracci chi porge orecchio? A lui, se lo pescavano, il conto di sicuro lo presentavano salato!
Mentre - trascorse già delle ore - è immerso nei suoi pensieri, un fischio lungo e modulato gli fa volgere il capo verso la montagna, e dopo qualche secondo da un groviglio di nere pietre laviche vede affacciarsi alto in lontananza un uomo vestito di scuro, con la coppola calata sugli occhi e una sciarpa attorno alla bocca, che con ampi gesti gli indica la trazzera, impossibile anche per le capre, che sale verso monte Minardo, un cratere spento lontanissimo da ogni sentiero praticabile. Percorre, quindi, a passo sempre più stentato, dopo essere sceso dalla giumenta, un’altra mezz’ora di strada - e il sole già alto ha intiepidito l’aria - quando con lo stesso fischio modulato e con gli stessi ampi gesti l’uomo scuro di prima, che l’ha preceduto rimanendo sempre invisibile, gli indica una direzione quasi opposta, verso il Passo degli Zingari, anche questo dirupato e anfrattuoso, ma molto vicino alla provinciale, che tutto il giorno è battuta dalle jeep delle forze dell’ordine. “Come mai?” - si chiede in un primo momento, meravigliato, don Peppino. Ma poi pensa: “Forse il Rovittese non ha tutti i torti, perché di cercarlo lì ai carabinieri non passerà tanto presto per la testa”.
Risalito sulla giumenta, dopo un’altra ora, o forse due, di cammino, entrato in una valletta anch’essa nera, si vede affiancare da due uomini che, dopo un breve cenno di saluto, lo precedono fino alla grotta. Hanno il volto scoperto, e don Peppino ne è turbato. La caverna è profonda e oscura, e lui, che viene dalla luce intensa del quasi meriggio, subito non vede niente, poi, mentre gli accompagnatori tornano all’aperto lasciandolo solo, comincia a intravedere, semisdraiato su un pagliericcio con le spalle appoggiate alla parete, quello che ha tutta l’aria d’essere il capo: anche lui a volto scoperto. E a questo punto don Peppino diventa pallido.
La leggenda, infatti, voleva che nessuno mai avesse visto in faccia il Rovittese restando vivo. Ma d’altra parte, pensa invece don Peppino per farsi coraggio, era pure vero che al Rovittese di sicuro era attribuito un solo omicidio, quello di un carabiniere, che in un posto di blocco voleva sequestrargli due mondelli di frumento che si stava portando a casa. Di sequestri di persona, invece, ne aveva operati diversi, ma, almeno questi, tutti, per i malcapitati, con esito alla fine felice. Ma ora, se sequestrava lui, chi sarebbe rimasto per pagare il riscatto?
La sua meraviglia più grande è quando s’accorge che è una persona che conosce, sì, un suo dipendente di qualche anno addietro, che credeva - almeno così gli era parso allora - un uomo dabbene. E altro che rovittese! È di un paese qua vicino: e ora cosa pensa, si chiede don Peppino, d’imbrogliare sulla sua vera identità anche l’Arma, come aveva fatto con lui e con qualche altro minchione come lui?
Ma il Rovittese - continuiamo a chiamarlo così - non era uno che s’illudeva, perché non era un fesso. Alzatosi, si era avvicinato porgendo uno sgabello fatto con tronchetti di ferla: “Don Peppino, vossia s’accomodi”. Don Peppino, prima di sedersi, poggiò a terra le bisacce: “Ho portato i vestiti”, Il bandito allora scoppiò in una risata sgangherata, che voleva apparire allegra e invece suonava triste: “Se lo sarà chiesto…ma certo che vossia se l’è chiesto cosa ci facciamo con vestiti così fini! Ma per entrare in società, se no, benedetto Iddio, perché? O quando ci presenteremo davanti a San Pietro in carrozza da morto, o quando staremo nelle gabbie davanti ai giudici intogati, e tutti vorranno venire per vedere se facciamo i salti delle scimmie o se ancora mordiamo. E noi, allora, al circo non ci vorremo stare stracciati”. E continuava a ridere rumorosamente.
Quando si calmò, don Peppino chiese: “Perché avete voluto ...”
“Vossia”, l’interruppe il Rovittese, ora tornato molto serio, “è più anziano di me e mi deve chiamare col tu come una volta”.
“Perché hai voluto che questi vestiti te li portassi proprio io? Non sarebbe stato meno pericoloso, per me e per te, se li consegnavo al tuo portavoce?”.
“Perché vossia è istruito, ed è un uomo, ed io avevo bisogno di parlare finalmente con un uomo. Li vede quelli là fuori? Tutti beati e tranquilli, fumano e parlano di fìmmini. Non pensano. Come i più: ubbidiscono e non pensano; e quelli che ubbidiscono, qualunque sia l’autorità, senza pensare, sono bestie. Poco fa, siccome mi fa comodo, e anche perché chi comanda è immancabilmente portato ad approfittare, gli ho detto che qui possiamo continuare a spadroneggiare tranquilli anche per altri cent’anni. Ed eccoli: cercavano l’illusione e l’hanno avuta, e come tutti sono contenti e timorati verso chi gliela dà. E invece siamo braccati, finiti. Noi non siamo mafiosi, che nessuno li trova perché sono mafiosi quelli che li devono cercare. Noi siamo briganti allo sbando; con noi, gli sbirri, fanno sul serio: e con che puntiglio!”.
E poi, indurendo la voce e lo sguardo: “E anche vossia, ora che mi ricordo, è stato uno sbirro: ora che fa, pensa di tradirci? Io, anche se sono perso, la mia pelle la voglio vendere cara!”.
“Denunciarti, rivelare il posto in cui sei, sarebbe l’uguale che confessare il reato che ho commesso venendo qua, un reato grave: favoritismo, anzi, collaborazionismo col nemico in tempo di guerra. E le conseguenze le puoi immaginare da solo. Io, invece, comunque ti vada a finire, vorrei che su tutta questa vicenda calasse il silenzio. E poi guarda qui: questo mitra dimenticato accosto alla parete, che io osservo da un pezzo, e che è molto più vicino a me che a te, è carico. Da sbirro quale dici che sono stato, quest’arma qui la so maneggiare, e anche bene, con sveltezza. Se avessi voluto, avrei già potuto uccidervi di sorpresa tutti quanti. Ma io non mi sento padrone della vita di nessuno. Come vedi, non tutti gli sbirri sono malvagi. Spesso, invece, sono soltanto dei poveracci costretti a fare, rischiando, quello che gli è comandato”.
“Io, quella volta, disperato, non ci vidi più dagli occhi. Poi, non ebbi più scelta”.
Segue un lungo silenzio imbarazzato, quindi don Peppino si alza e, a passi lenti e incerti, s’incammina per andare. Anche il Rovittese, che stava seduto su un uguale sgabello, si alza, lo segue un paio di passi, poi, vincendo l’esitazione, fa: “Don Peppino, io non ci dissi tutto”.
“Sono ancora qua, siamo in tempo”.
“lo sono padre di famiglia, come vossia ... due masculeddi, di quattordici e tredici anni, e una femminella di otto. Ora non ci faccio mancare niente, e nemmeno il rispetto ci manca: sarà per amore, sarà per timore. Ma quando questa farsa tragica finirà, e io sarò, morto o vivo, con la faccia nel fango, tutti li scanseranno come se portassero addosso peste e colera. I maschi sono svegli, sa, lavoratori; la mia povera moglie li ha cresciuti bene, li tiene a freno ...”. E torna a tacere. Ma don Peppino l’incoraggia: “Continua, continua a dirmi quello che ti angustia, anche se qualcosa penso già d’indovinarla”.
“Vossia è padre di famiglia, è umano, senza superbia, e non è falso come un parrino ... Per i miei due masculeddi, che sono innocenti, poi, quando sarà, lavoro ce n’è? … Per mangiare e anche per stare, con l’autorità di vossia, in mezzo agli uomini”.
E don Peppino, guardandolo con comprensione: “La masseria è grande assai, qualche cosa da fare la troveremo sempre”. E torna a incamminarsi lentamente.
Quindi, rigirandosi e allargando le braccia: “Finché comando io, poi ...”. E il Rovittese: “Certo, finché comanda vossia: che Dio la benedica!”.
Uscito all’aperto, don Peppino si ferma abbagliato dalla luce piena del meriggio, e resta un momento ad ascoltare la bufera che si abbatte sui gregari del Rovittese, richiamati precipitosamente dentro la grotta a furia di bestemmie, e cazziati per aver lasciato lì a portata di mano il mitra carico: stronzi e fottuti briganti da barzelletta che, se potevano continuare a godere ancora della vista del sole, dovevano dire grazie e baciare le mani, pensate un po’, ad uno che ai suoi tempi aveva fatto lo sbirro! “Anche se”, aggiunge, “degno di tutto il rispetto”.

Arrivato all’imbocco della valletta, dove aveva lasciato la giumenta, don Peppino alza gli occhi sull’unico bandito rimasto fuori di guardia: un imberbe, fresca e dolce faccia d’adolescente, il quale, con un mozzicone di sigaretta serrato tra i denti, le gambe divaricate ben piantate sulla roccia, i pollici dentro la cintura dei pantaloni e i gomiti larghi, vorrebbe far credere d’essere spacchioso. Don Peppino, sorpreso e sbigottito, non riesce a guardarlo con indifferenza. E il ragazzo, con un tono a modo suo brusco, gli fa: “Vossia perché mi talìa accussì?”.
“Perché per me sei una creatura”. E poi, dopo essere salito sulla giumenta: “Sentimi, tu ancora non puoi aver fatto niente di molto grosso, e forse nessuno sa che sei qui. Sparisci! Se ti consigli col Rovittese, che non è malvagio, e gli prometti che te ne vai lontano senza parlare con nessuno, forse ti lascerà andare. Se invece resti qui, bene che ti vada perché non ti ammazzano prima, finisci dentro le gabbie. E sei perso!”. E dopo aver fatto qualche metro, tornando a rigirarsi con tutta la giumenta: “Pensaci, figlio mio, dammi retta, pensaci !”.

Dopo un paio d’anni, quando tutti e sette sono stati arrestati già da parecchi mesi, alla Corte d’Assise di Catania si celebra il processo, e don Peppino è convocato come testimone. Del suo viaggio nel covo dei briganti non sa nessuno niente, e lui deve soltanto dire se fra gli imputati riconosce l’emissario che ha contattato tutti i possidenti della zona e, presumibilmente, anche lui che è l’amministratore della baronessa. Perciò la testimonianza è pacifica, senza nemmeno il bisogno di dover mentire, dato che quel vecchio che era andato a trovarlo nel palmento era stato trovato ammazzato alcuni mesi prima, non si sa da chi, sul greto del Simeto, una trentina di chilometri a sud della proprietà, quasi vicino al mare.
Entrato nell’aula, che era affollatissima più di curiosi che di parenti, don Peppino con un colpo d’occhio, senza mai guardare nessuno dritto e fisso negli occhi, nota subito come tutti e sette, calati dentro quei plumbei vestiti assai più larghi di loro, e bardati con improbabili cravatte dai colori squillanti, paiano nuotare come scarafaggi smarriti nella paparina.
Ma non ha voglia di sorridere, pensa con qualche tristezza che finalmente avevano fatto, preparato con saggio anticipo, il loro ingresso trionfale nella società! Poi, dopo aver giurato quanto doveva giurare, quando sta per uscire e passa vicino alle gabbie, si sente flebilmente chiamare: “Don Peppino!”. Si gira: l’adolescente si sorregge alle sbarre con tutte e due le mani, il volto dilavato dalle lacrime. Si ferma per ascoltarlo: “Ci penso sempre, don Peppino, sempre, sempre, ci penso.

(Nino Russo, Racconti e dialoghi minimi, Broker Services Editore, Belpasso 2002)

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