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Alberto Giovanni Biuso

Filosofia della mente e Sociologia della cultura

Alberto Giovanni Biuso è nato a Bronte nel 1960. Ha insegnato per molti anni a Milano. Attualmente è titolare delle cattedre di Filosofia della mente e Sociologia della cultura nel Dipartimento di scienze umanistiche dell’Università di Catania.
Nel gennaio 2009 ha vinto un concorso come ricercatore di Filosofia teoretica nella Facoltà di Lettere e Filosofia della stessa Università, dove comunque continua ad insegnare Filosofia della mente.

A partire dalla prima fase della sua carriera si è occupato di filosofia tedesca moderna, specialmente di Nietzsche con pubblicazioni (L’antropologia di Nietzsche, Nomadismo e benedizione) ed articoli vari.

È collaboratore, redattore e membro del Comitato scientifico di numerose riviste, fra le quali citiamo: “Aut Aut", il Voltaire, Punti critici, Rivista di storia della Filosofia, Il Protagora, Prospettive Settanta, Archivio di storia della cultura, Nuova Secondaria, Alfabeta, Iride, MondOperaio, La Rivista dei Libri; Koiné; gli Argomenti umani, Informatica & Scuola, Diorama letterario, Libertaria, Una città, Utopie Critique, Giornale della Filosofia, Medicina & Storia, ItaliaOggi, il Mattino, Centonove, Diogene, Filosofare oggi.

Ha pubblicato i volumi:

Nomadismo e benedizione - Ciò che bisogna sapere prima di leggere Nietzsche (DG editore, Trapani 2006, pagg. 200), Cyborgsofia - Introduzione alla filosofia del computer (Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2004), Antropologia e Filosofia (Guida Editori, Napoli 2000), Contro il Sessantotto (Guida Editori, Napoli 1998) vincitore del premio Erewhon per la saggistica 1998, L'antropologia di Nietzsche (Morano editore, Napoli 1995), Inni alla luce, la sua prima raccolta poetica (Editrice Petite Plaisance, Pistoia 2006), Dispositivi semantici - Introduzione fenomenologica alla filosofia della mente” (Villaggio Maori Edizioni, Catania 2008, Collana I saggi del villaggio, Pagine 74, € 8,00).

Dal libro “Dispositivi semantici” vi proponiamo dalla quarta di copertina: «Incontro una donna a cui voglio bene, le porto dei fiori e le do un bacio. I fiori esistono, insieme ai baci e all’amore. Ma come esistono queste tre espressioni della realtà? Ecco una domanda filosofica. Una domanda che guarda e cerca di comprendere. La risposta non è difficile: i fiori esistono come enti, i baci dati e ricevuti sono degli eventi-azione, l’amore è un processo molto complesso che coinvolge i corpi, i luoghi, gli istanti, i pensieri. La mente non è una cosa ma è la struttura nella quale enti, eventi e processi acquistano significato. Per questo essa è un dispositivo semantico mobile, sia nello spazio sia nel tempo».

«La mente temporale. Corpo, mondo, artificio» è stato pubblicato nel 2009 (Carocci Editore, Biblioteca di testi e studi, Roma 2009, Pagine 272, € 27,50): "Il lettore troverà in questo libro una ontologia del computazionale che si articola come analisi fenomenologica della mente e dei suoi rapporti con il Corpo, il Mondo, l'Artificio. La mente temporale è l'espressione con cui viene concettualizzato l'esito insieme storico e teorico di questa analisi fenomenologica. [...] Nessun resoconto freddo, dunque, di un mero dibattito epistemologico [...], ma un confronto agile, e però insieme esperto, con l'orizzonte storico-esistenziale del suo tema, il nesso mente/corpo, e le attuali prospettive della filosofia della mente; un confronto che ha esiti teorici di grande ricchezza problematica e di sicuro interesse per chi oggi voglia misurarsi con questi temi, spesso consegnati a una dicotomia interpretativa analitici/continentali che da questo lavoro emerge in tutta la sua obsolescenza" (Eugenio Mazzarella).

La mente è un dispositivo semantico mobile nello spazio e nel tempo, consapevole di sé e in grado di apprendere, elaborare, ricordare ed esprimere dei contenuti intenzionali i quali si rivolgono a un mondo che ha una propria realtà autonoma dalla coscienza ma al quale essa da significato. L'indagine sulla mente diventa quindi una cronosemantica.

Alberto G. Biuso collabora anche al sito web Giro di vite - Segnali dalle città invisibili.


Pubblicazioni recenti di AGB

Temporalità e differenza

(Leo S. Olschki, Firenze 2013, Pagine VIII-120, € 18,00)

INNI ALLA LUCE, di A. G. BIUSO

Il tempo non è un dato soltanto mentale né soltanto fisico. È la differenza della materia nel suo divenire ed è l'identità di questo divenire in una coscienza che lo coglie. Il chiarimento del tempo permette una comprensione unitaria e insieme molteplice dell’essere. La posizione che in esso occupa l’umano è quella di un complesso dispositivo semantico mediante il quale la materia conosce se stessa e la temporalità di cui è fatta.

Un barlume di fasto

(Scrimm Edizioni, Catania 2013, Pagine 60, € 4,99)

«Il mondo - scrive l'Autore - è un tessuto di parole dette, taciute, gridate, pensate.
Il loro accadere, permanere e divenire dà vita a ciò che chiamiamo scienza, cultura, conoscenza.
Dentro questo oceano di suoni e di significati, la poesia è lo “scarto”, è l’imprevisto, la porta che si apre verso uno spazio inatteso, un’inattesa luce.
È la luce che cerco di disegnare nei miei versi. “Luce” è il loro contenuto. La forma che lo esprime vorrebbe essere “musica”.
Lo sbalzo del suono rispetto all’intrico comune del parlare non può rimanere una parodia del dire, una semplice messa in riga del linguaggio quotidiano. Il salto spaziale che dà vita al verso deve inoltrarsi nel territorio, rischioso ma esaltante, della musica, della nota e dell’accento che suonano dentro la fatica dei sentimenti, il rigore del capire, l’incontro con la morte.

Solo così, diventando musica, la parola dolorosa della vita potrà aprire l’intervallo di una qualche gioia.

So bene che in questo modo i versi che tento si pongono lontano dalla poetica prosastica del mio tempo, dal dogma estetico che fa di molta poesia contemporanea un’estrema e paradossale propaggine del futurismo rumorista. Ma ho la sensazione che le parole che si scrivono debbano possedere l’arrogante ambizione di parlare ai millenni. Sennò, è meglio tacere. È da tale tracotanza, infatti, che nasce la più oggettiva delle misure: quella che segue il perimetro irraggiungibile del mondo. E ai suoi confini trova luce.»

«Il caso, vale a dire la necessità degli eventi, - scrive l'Autore - ha voluto che a distanza di meno di una settimana uscissero due miei nuovi libri. Li presento quindi insieme.

«Temporalità e Differenza è un testo non molto lungo ma denso, nel quale ho cercato di comunicare ciò che sinora ho appreso del tempomondo. Sono contento che sia stato pubblicato da una casa editrice che da più di 125 anni è un punto di riferimento per gli studi umanistici, in Italia e non solo.

È diviso in 21 paragrafi, ciascuno con un proprio titolo. Una struttura che nelle mie intenzioni lo rende simile a un vino da meditazione, da gustare senza fretta.

«Un barlume di fasto è uno dei quattro volumi che inaugurano una nuova casa editrice che si chiama ScritturImmagine. ebook e multipli d’autore. Si tratta quindi di ebook, pensati però non come trasposi­zione del cartaceo ma come una diversa forma della comunicazione.

Lo si vede anche dal modo in cui sono impaginati i testi.

Per la pagina a me dedicata gli editori hanno scelto una poesia che si intitola Desiderio (vedi riquadro a destra, NdR) e quei versi mi sembrano già diventati oggettivi, diversi da me pur se da me nati.»

«In Alberto Giovanni Biuso,- si legge nel sito di ScrImm l'editore di Un barlume di fasto - la misura della poesia è altamente congeniale alla vita stessa dei versi e ne fa corpo unico. L’ Autore decritta con lucidità gli impulsi erotici forti, rendendoli carezzevoli all’immaginario.
I suoi versi sono pronti da fagocitare con l’atto di lettura. Non poesie come dono, né poesie come culto dell’individuo, ma poesie atipiche, che del poeta narrano i momenti meno riconoscibili. La poesia di Biuso è poesia aperta a uno spazio di lettura generale e collettivo, soggettivo e intimistico.»

Desiderio

Ricordo in ogni istante le tue membra,
di luce roteanti, incise nello spazio
sollevano di strazio la memoria,
in desiderio trasformano l’andare
dei giorni, dei minuti, delle ore.
Dico a me stesso “pazienza, questo
è il tempo della rinuncia che conquista,
dell’ora che si fa pura memoria, sangue.
Ma quando entrerai nelle sue carni
ancora e ancora sarai in paradiso,
disegnerai col corpo tuo nel suo
l’intima forma che la rende luce,
sarai di pura terra intriso e d’aria
avrai tra le tue braccia il suo sorriso,
bellezza pura, il canto che la fa
segno, immagine ed enigma.
E nella sua salvezza ti redime”.




Un illustre concittadino dimenticato

Giuseppe Longhitano

Giornalista con la missione di far conoscere a tutti la verità

(a cura di Antonio Palermo)

Da giornalista Giuseppe Longhitano ha ricoperto la carica di Direttore del «Corriere di Sicilia» e del «Corriere di Catania » ed è stato insignito dell'onorificenza di «Grande Ufficiale» e di «Console Provinciale dei Maestri del lavoro».

Giuseppe Longhitano, giornalista bronteseLa nostra cittadina, in questi ultimi decenni, ha voluto onorare i suoi figli dedicando loro molte vie e piazze. Purtroppo, è stato dimenticato l'illustre concittadino Dott. Giuseppe Longhitano, che spese la sua vita per il giornalismo.

Era nato a Bronte il 13 settembre 1900 e si era laureato giovanissimo, a 23 anni, in Medicina e Chirurgia ma pur potendo vivere una vita brillante con l'esercizio di questa nobile professione, preferì spendere tutte le energie alla missione giornalistica che, per lui, significava far conoscere a tutti la verità.

Egli ha voluto seguire, per vocazione, la carriera giornalistica impegnandolo in tante battaglie tutte volte ad un unico fine: la ricerca della verità. Non sempre le sue battaglie hanno raggiunto lo scopo che si prefiggeva, ma ha avuto sempre la soddisfazione di agire da uomo onesto nella piena libertà, senza subire condizionamenti di nessuno.

Uomo politico e di grande levatura morale, con l'avvento del Fascismo in Italia, preferì l'esercizio della professione medica con la quale si rese benemerito verso tanta gente che in lui trovò conforto e guarigione.

Sin dal primo dopo guerra e con la caduta del Fascismo, il Dott. Giuseppe Longhitano riprese la sua attività giornalistica contribuendo vivacemente e con dinamismo alla lenta e graduale opera di ricostruzione nazionale.

Ritornò alla ribalta del giornalismo nel 1943 ricoprendo la carica di direttore del risorto «Corriere di Sicilia» e, successivamente, fu direttore del «Corriere» di Catania. Nel 1954 fu nuovamente «direttore politico» del «Corriere di Sicilia».

Nel 1956 gli è stata conferita, da parte del Presidente della Repubblica, l'onorificenza di «Grande Ufficiale» e, successivamente, nel 1965, gli è stata conferita l'onorificenza di «Console Provinciale dei Maestri del lavoro».

Queste onorificenze testimoniano ufficialmente la laboriosità e l'esemplare condotta morale del Dott. Giuseppe Longhitano. Egli non raggiunse mai successo finanziario perché disprezzava il compromesso e l'adulazione per amore della verità. La sua attività giornalistica non poteva rimanere inosservata per la sua rettitudine, passione per il trionfo della verità, ai suoi ammiratori i quali, ad Erice, nel 400 anno della sua iscrizione all'albo professionale, l'hanno voluto premiare con una medaglia d'oro.

«Nel leggere l'articolo di Antonio Palermo sul dott. Giuseppe Longhitano mi è quasi venuto un nodo alla gola. Il nome di quest'ultimo, infatti, mi ha fatto ricordare il Maestro, oltre che il Giornalista e Direttore del Corriere di Sicilia il quale, circa 25 anni fa, mi ha dato preziosi suggeri-menti per poter apprendere la professione giornalistica. Corrispondente da Taormina dell'autorevole quotidiano da Lui diretto, ha fra l'altro plasmato, da saggio, il mio entusiasmo e la mia passione verso il giornalismo, riuscendo a placare le mie giustificate rimostranze verso qualche "collega" il quale, da "inviato speciale", voleva calpestare - con la sua arroganza - la mia stessa passione giornalistica. Insieme, con pazienza, siamo riusciti - mi ricordo - ad informare l'opinione pubblica, con notizie in esclusiva pubblicate sul Corriere di Sicilia, su fatti di cronaca nera di carattere internazionale accaduti nella "Perla dello Jonio". Così, insieme a lui, ho iniziato la mia carriera giornalistica. Pertanto, doverosamente, lo ricordo.» (Rosario Talìo)

(tratto da Bronte Notizie, N. 8, gennaio 1984)




Un futurista brontese

Stefano Curcuruto

(1914 – 2009)

INTELLETTUALE, AUTODIDATTA SIA COME POETA CHE COME APPASSIONATO DI PROBLEMI FILOSOFICI

Stefano Curcuruto, poeta futuristaA Bronte abbiamo avuto un poeta futurista che era Stefano Curcuruto (Bronte 1914 - Roma 2009) che fu Segretario al Comune negli anni trenta e pubblicò un libretto di poesie intitolato “Strassi gioielli e affini” che dovrei avere, ma non so come trovare, ma che poi ho avuto da mia cognata Ninetta.

L’autore che abitava in Via Cavour nella casa dove sono nato io e che era stata, dopo, di Gennarino Maruzzella, sposato con Nina Caponnetto, era il primo di tre figli con Ninetta che poi è diventata mia cognata sposando mio fratello Ugo, e Pippo che sposò Maria Longhitano (bizzuni).
Il padre Saro era di Piedimonte Etneo e la madre Sara era di Giarre e si erano trasferiti a Bronte dopo un periodo trascorso da don Saro in America, dove non aveva portato la moglie perché, diceva, “i cosi ‘i rùmpiri non si pòttanu in giru”, e qui divenne “fattore” di un grande feudo di un Barone della Placa.

Stefano studiò presso i Salesiani di Randazzo e conseguì il diploma di Ragioniere che gli permise prima di fare il segretario comunale a Bronte e dopo di entrare nell’Amministrazione dello Stato raggiungendo i più alti vertici della Ragioneria Generale a Roma; fu ufficiale di Fanteria in Albania; è morto a Roma nel dicembre del 2009.

Egli non fu solo un burocrate tecnico, ma un intellettuale autodidatta sia come poeta che come appassionato di problemi filosofici.
E a questo proposito devo riferire un episodio alquanto increscioso ma, tutto sommato, ridicolo: molto tempo fa avevo instaurato un rapporto epistolare con lui il quale era persona seria che aveva dimostrato fin da giovane una certa propensione per la letteratura e la poesia; un giorno mi scrisse una lunga lettera in cui mi parlava di filosofia con ragionamento serrato e con terminologia appropriata; non ricordo l’argomento, ma vidi subito che non avrei potuto rispondergli adeguatamente e, quindi, data la familiarità, senza pudore, gli risposi che non ero all’altezza di seguirlo in quel suo discorso.

Apriti cielo! Stefano, permaloso, diede alla mia lettera una interpretazione tutta sua e mi scrisse una letteraccia dicendo che io, laureato in lettere, non volevo abbassarmi a discutere con lui, semplice diplomato. Io cercai di ribadire la mia scarsa competenza in filosofia che, invece, riconoscevo a lui, ma fu tutto inutile e, quindi, visto che non sembrava convinto della mia buona fede, interruppi quella consuetudine che si ridusse a qualche formale telefonata alle feste comandate.

A proposito di Futurismo e Futuristi devo dire che io non ho mai apprezzato e quindi seguito detto movimento né prima con il famoso proclama di Filippo Tommaso Marinetti (1876 – 1944) del 1909, né ora che ne è stata rivalutata l’importanza a cura dei partiti di destra ora al governo.
Infatti nel 1940 (io frequentavo il secondo anno di Lettere a Catania) non andai a Acitrezza (luogo in cui è ambientato il romanzo dei Malavoglia ) dove proprio Marinetti tenne il discorso per ricordare Giovanni Verga nel centenario della nascita, perché ero un fan del nostro romanziere verista e non sopportavo che a commemorarlo fosse il fondatore del Futurismo.

Questo movimento si è affermato di più nell’arte pittorica con Giacomo Balla, Umberto Boccioni, Carlo Carrà, Rosai ed altri. Degli scrittori futuristi io ho letto in quell’anno, quelli che hanno scritto sulla guerra 1915/18 come Luciano Folgore, Corrado Govoni, Ardengo Soffici, Carlo e Giani Stuparich e tanti altri. E, a questo proposito, devo ricordare un episodio increscioso: dovevo preparare una relazione sull’argomento, ma, poiché soffrivo di una fastidiosa foruncolosi, dovevo stare in piedi sia alle lezioni che in biblioteca e la sera tornavo a casa sfinito.“Strassi giojelli e affini”, di Stefano Curcuruto

Ho ottenuto da mia cognata e dal figlio Claudio il libretto che ricordavo e cerco di descriverlo con la speranza di poterlo pubblicare per intero: esso consta di 100 pagine contenenti 22 liriche più o meno lunghe.

La copertina originariamente celeste è ormai sbiadita dal tempo e dai numerosi trasferimenti di mio fratello Ugo, prima finanziere, congedatosi da maresciallo maggiore e col grado di sottotenente da pensionato, e poi collaboratore di mio fratello Nino nella sua ditta di rappresentanze prima a Reggio Calabria e poi a Cosenza.

Detta copertina si presenta squadrata con il nome dell’autore in alto e il titolo a forma di Z al contrario “Strassi giojelli e affini” Liriche (Catania – 1934 XIII - Tip. Sorace & Siracusa – pagg. 99 - £. 7). All’interno la firma a stampiglia dell’autore per legittimare la copia. A pag. 3 dedica: “Alla vitalità dinamitarda di F.T. Martinetti”.

A pag. 5 la breve lettera di ringraziamento del fondatore del Futurismo all’autore.
A pag. 99 l’Indice in ordine decrescente cioè dal 98 al 7. Due liriche inneggianti al Fascismo e al Duce: “Vita Italiana” e “Idea” e in quest’ultima si nota la parola Gioja (pag. 65) con la “j” come in giojelli di copertina e in nojosa pag. 50; noja pag 67; sdrajata pag. 77 e bujo pag. 85: ho cercato di capirne il perché ed ho trovato solo un provenzale nojoso, per tutti gli altri devo concludere che sia una delle tante “trovate” futuriste.

Ho saputo che copia di “Strassi gioielli e affini” trovasi alla Biblioteca Nazionale di Firenze insieme a: Col sole e con la pioggia – liriche – (pagg. 31 £. 200 - Ed. Alfa e Omega – Catania 1950) e Desunzioni (1) filosofiche (pagg. 63 - La Nuovagrafica – Catania – 1976).

Ma perché a Firenze? Perché, mi ha spiegato mio nipote Giulio, la Biblioteca Nazionale raccoglie tutte le opere che si pubblicano in Italia, come facevano prima anche quelle di Roma e Venezia.

Ma le copie di queste due ultime opere mi sono state fornite, tramite sempre mio nipote Giulio (vedi in Google Giulio Lupo architetto), dalla Biblioteca Universitaria di Catania e, quindi, posso passare a una sommaria loro descrizione:
“Col sole e con la pioggia” contiene 31 liriche che mi sembrano molto diverse da quelle del 1934, che rappresenterebbero per l’autore, il periodo eroico del suo Futurismo.
Notevole a pag. 15 “Ritrovi d’ amore in un bosco di pini” che vuole essere una sua imitazione de “La pioggia nel pineto” di Gabriele D’ Annunzio.

Leggi

le opere di Stefano Curcuruto

in PDF

 - STRASSI GIOJELLI E AFFINI - LIRICHE

 - COL SOLE E CON LA PIOGGIA - LIRICHE

 - DESUNZIONI FILOSOFICHE

“Desunzioni filosofiche” del ’76, definita “Edizione culturale”, senza prezzo, contiene la seguente “Nota introduttiva”:
Desunzioni filosofiche, di Stefano Curcuruto Presento questa breve raccolta di desunzioni tratte da un manoscritto personale inedito per fissare e mettere in rilievo i punti più salienti di un’ impostazione filosofica nuova invitando a tener conto del fatto che i termini lessicali qui in uso hanno un significato proprio che va compreso in modo esatto per cogliere attraverso di esso le linee di una tematica filosofica che vuole essere di apertura alle esigenze del pensiero di oggi e di uscita dal chiuso di una cultura ristretta. L’Autore, Catania 1976”.

Queste “desunzioni” (1) sono 393, ma io mi chiedo perché non ha pubblicato il suo manoscritto che sarà stato più esplicativo e meno riassuntivo?
Ad ogni modo dalla nota riportata sopra appren­diamo che il Curcuruto aveva dato una nuova impo­stazione filosofica e ciò era in linea con gli orientamenti filosofici innovativi del Futurismo; quindi possiamo dire che egli era non solo poeta ma anche filosofo futurista.

Ho cercato di rintracciare l’unico suo figlio Rino, impiegato all’INPS di Roma, ora già in pensione, per avere notizie di questo manoscritto, ma non sono riuscito a trovarlo.

Le “Desunzioni” non sono altro che un ossessivo parlare di “problematico” e “aproblematico” con tutti i loro derivati e i 393 paragrafi numerati sono costituiti da una o più proposizioni:

1) “E’ aproblematico ciò che per la sua evidenza non ha bisogno di prove e non è problematizzabile. E’ il carattere di ciò che è chiaro e libero da stati proble­ma­tici insoluti. Incontrovertibile, in questionabile, incon­testabile, di ciò che è universalmente valido, indub­bio, vero, certo, assiomatico e apodittico.
Si parla prevalentemente di “logica “ (91 - 206), e sono citate l’etica (211), la “verità” (314), l’“arte” (344) il “linguaggio” (345) e “l’esperienza” (368 ); c’è anche (al paragrafo 138) questa definizione di Filosofia: “La filosofia è la ricerca di un fondamento aproblematico delle cose e della conoscenza.”; e non si citano filosofi tranne (paragrafo 227)

 - “Tutti i filosofi, esclusi gli scettici, ricercano ciò che è aproblematico: per i presocratici è aproble­matico l’arché, per Platone le Idee, per Loche le idee empiri­che, per Cartesio il “cogito”, per gli idealisti l’io trascen­dentale, per i neopositivisti ciò che è verifi­cabile, per Wittgenstein i fatti atomici. (Vedi 136)”.

 - Heisenberg – Karl 1901-1976 - Premio Nobel per la micro fisica (paragrafo 204);

 - Cartesio (325) e Husserl Edmund 1859-1938 – Fenomenologia - (332).

Nota (1) - Desunzioni: questo sostantivo non esiste nel Palazzi Folena, quindi penso che sia un termine futuri­sta derivato dal verbo desumere che vuol dire ricava­re, arguire, congetturare o intuire. Pertanto credo che sia stato coniato con il significato originale di ricavati; in altri termini riassunti, ma in periodi numerati.

L'Associazione Bronte Insieme ed io abbiamo deciso di pubblicare integralmente le tre operette del Curcuruto in PDF per dare la possibilità ai nostri affezionati lettori di poterli scaricare liberamente e poterli commentare con comodità. Infatti abbiamo deciso pure di lasciare questa pagina aperta in modo da inserire le eventuali critiche con la firma degli autori, ai quali auguriamo buona lettura.

Nicola Lupo
Bari, 12 Giugno 2010

Poesie di Stefano Curcuruto

RITROVI D'AMORE IN UN BOSCO DI PINI
Sento sul viso
la dolce carezza leggera
d’un’arietta leggera leggera
ch’io vengo sempre a trovare
il mattino o la sera
a tutte l’ore fantastiche e belle
del nostro placido amore.
E mentre io guardo intorno
a meglio respirar la frescura,
io vedo le danze armoniose
de l’erbe del prato
e dei rami degli alberi
che cullan le foglie giulive
d'amor bisbiglianti
dolci tenui sospiri…
Oh! mi par d’essere solo
e mi par
che di tra gli alberi occhieggino
pur visi di donne sognanti,
di lieve pudor talora dipinti
ch’è desiderio spesso mezzo celato
e pur mezzo scoperto,
ch’è invito e ripulsa
ch’è fuga e ricerca…
Dove sono le belle bambine
che qui sognando stupende illusioni
han volteggiato già tanto,
scherzando,
sempre attorno alle luci giulive
finché qualche penna d’aletta
si son bruciacchiate?,,,
dove le luci
che hanno dato la vita del cuore
a le farfalline
sempre crédule e illuse
come tante bambine?...
L’aria qui
(mi par)
non è fatta d’ossigeno
d’azoto e d’altri elementi
ma di chiari sorrisi  

e di dolci parole d’amore
m d’occhi parlanti
e di cuor trepidanti…
Non vedi?
Non senti?
tutto l’incanto è nasosto
nella lieve frescura dell’aria
tra il verde de le tenere erbette,
su le guance di tutte le foglie,
nel volo e nel canto
di tutti gli uccelli
in tutta la musica arcana
di questo venticello leggero leggero
carezzevole e dolce
come un amore maturo,
come un amor veritiero.
(Da Col sole e con la pioggia, pag. 15)


IL PELLEGRINO
Bella
per me la sera
come piccola meta raggiunta,
e brutto invece il mattino
come cammino
ancora da rifare,
povero viandante che sono
col sacco di stracci sulle spalle
stanche e malate.
(Da Col sole e con la pioggia, pag. 23)


LA LUNA
La luna è caduta
nel mare
e si agita e muove
e par che si affoghi
tra le tremule acque
stasera,
la solita luna d'argento.
(Da Col sole e con la pioggia, pag. 23)

LA SPERANZA
Oggi
ho alzato lo sguardo
e le braccia al cielo
pronto all’amore
Di beltà terrene.
(Da Col sole e con la pioggia, pag. 4)


DESIDERIO FOLLE
Tu, stai
con le spalle sode
a fare un bel puntello
a un muro sciocco
rigato rosa e bleu
e pensi
ciò che vorrei sapere.
Io, con la schiena al tavolo
che stringo
con le dita elettrizzate
di passione nervosissima,
ti guardo:
I miei occhi
già presto trasformati
in morbidi pennelli
dal viso misterioso
a le caviglie snelle
tutta tutta
ti dipingono
di voluttà feroce
inzuppati interamente
della mia sensualità.
(Da Strassi giojelli e affini, pag. 93)

Firma di Stefano curcuruto


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