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Il filosofo Nicola Spedalieri

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Nicola Spedalieri

Nicola Spedalieri - Antologia da "De' diritti dell'uomo"  - ...anche poeta - Il testamento - La statua eretta a Roma - Il bronzo controversoLa tomba a Roma


Pubblicate dopo due secoli

Le prediche quaresimali

ll primo impegno letterario e apologetico del filosofo brontese

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Nicola Spedalieri (Bronte 1740 - Roma 1795)Nell’archivio storico annesso alla biblioteca del Real Collegio Capizzi sono custoditi alcune interessanti raccolte documentarie, intere annate di quotidiani e periodici di fine ottocento/inizi novecento, finemente rilegati e in perfetto stato di conservazione, ed un settore particolare costituito da libri, testi e documenti di scrittori brontesi.

Di particolare rilievo quelli un tempo appartenuti al card. Antonino-Saverio De Luca, nunzio apostolico a Vienna durante l’epoca di Pio IX; quelli del “fondo Cimbali”, ricchissimo di carte e manoscritti, tra gli altri anche di Giuseppe Cimbali, e libri e documenti di Benedetto Radice.

Accanto ai registri che seguono l’attività amministrativa e scolastica dello storico Convitto, viene conser­vata anche una preziosa raccolta di carte della Vicaria Foranea di Bronte e di una Corte Spirituale operante in città nel corso del secolo XVIII.

Esistono poi raccolte minori di eruditi locali e una carpetta segnata con la generica intestazione “Nicola Spedalieri” contenente carte scritte dal filosofo brontese durante gli anni dell’insegnamento a Monreale, nel periodo che va dal 1765 al 1773, prima della partenza per Roma nel 1774.

Il giovane Nicola Spedalieri, in questo suo primo impegno letterario e apologetico, elaborava un ciclo di sermoni quaresimali, undici orazioni con i quali si misurava con i temi che saranno peculiari della sua riflessione matura.

I manoscritti, consegnati al sacerdote concittadino Carmelo Politi, non furono mai dati alle stampe. Quando il Politi da Monreale si trasferì a Bronte, chiamato ad insegnare nel novello istituto fondato da Ignazio Capizzi, gli scritti dello Spedalieri finirono dimenticati in una carpetta e coperti da un velo di silenzio.

Nel 1996, dopo oltre due secoli dalla loro stesura, sono stati oggetto di particolare attenzione di un studioso brontese, allora giovane professore di Filosofia e Storia nel locale Liceo, Vincenzo Pappa­lardo, che ne ha curato la pubblicazione in un volume dal titolo “Quaresimale”.

Dal libro, edito dal Comune di Bronte nel secondo centenario della morte del filosofo, abbiamo estratto alcune pagine che di seguito vi proponiamo.


Quaresimale

di Nicola Spedalieri, a cura di Vincenzo Pappalardo

Quaresimale, prediche quaresimali di N. Spedalieri«Nella carpetta segnata con la generica intestazione “Nicola Speda­lieri” - scrive Pappalardo nella parte introduttiva - sono contenuti 184 fogli in quarto, fittamente stesi da una mano che conserva la stessa calligrafia minuta, riuniti in parziali legature e sistemati in un ordine che non impedisce qualche grave confusione. […]

L’argomento dei manoscritti è di carattere omiletico e l’intera raccolta costituisce un Quaresimale composto di undici prediche da recitare in altrettante specifiche giornate del periodo penitenziale che precede la Pasqua.

L’attribuzione di queste carte è agevole: le prediche numero due e numero tre portano in calce all’ul­timo foglio l’esplicita e leggibile firma di Niccolò Spitaleri, lectio originale del nome e cognome che il futuro apologeta cattolico, trasferitosi a Roma ed entrato in contatto con ambienti arcadici, ingen­tilirà nel più classicheggiante ed eufonico Nicola Spedalieri.

Tutte le altre prediche non appaiono firmate, ma è facile fugare ogni dubbio sull’autenticità facendo appello all’uniformità calligrafica, alla coerenza complessiva della raccolta, all’esistenza di numerosi spunti che trovano spazio in altre opere dello scrittore siciliano.

Ci troviamo dunque con certezza in presenza di quel Quaresimale scritto in età giovanile dallo Speda­lieri e documentato sia nelle Memorie sul seminario di Monreale di Biagio Caruso(1), che nell’opera più celebre e approfondita di Domenico Scinà(2), quando si fa accenno, in modo fugace e incidentale alla composi­zione di una raccolta spedaleriana di prediche quaresimali, stese in un periodo imprecisato ma collocabile negli anni che vanno dal 1765, anno della probabile ordinazione, al 1773-4, epoca del definitivo trasfe­rimento a Roma del giovane docente monrealese.

Trascorsi i primi decenni dell’Ottocento sulle omelie quaresimali dello Spedalieri cala un velo di silen­zio, che neppure l’effimero rifiorire di studi spedaleriani di fine secolo riuscirà a sollevare. Così, il Quaresi­male, pur essendo con ogni probabilità il primo impegno letterario e apologetico dello Speda­lieri, finì di fatto con lo smarrirsi e nessuno degli studiosi che in seguito si occuperanno del suo autore si darà la preoc­cupazione di approfondirne il destino.

Dopo un secolo e mezzo di oscurità i manoscritti spedaleriani fanno la loro ricomparsa nella biblioteca del Collegio, lasciando una inequivocabile traccia nella numerazione a cifre romane posta sul foglio d’apertura di ciascun sermone dal professor Francesco Longhitano Ferrau, che tenne la responsabilità del patrimonio librario ed archivistico del Collegio dal secondo dopoguerra ai primi anni ‘80 […].

In assenza di qualsiasi riferimento letterario, il Longhitano risulta comunque essere il primo lettore stori­camente riconoscibile delle prediche spedaleriane; la sua fu tuttavia una lettura frettolosa e disordinata. Numerando infatti […] le diverse omelie contenute nella carpetta, il vecchio archivista vi riconobbe dodici testi […].

Una lettura più attenta consente, in realtà, di riconoscere solo undici lunghe orazioni […]; dato l’indu­bitabile carattere quaresimale dei sermoni, la collezione di carte in nostro possesso è dunque con cer­tezza incompleta.

Resta da capire se a noi sono giunte solo alcune delle omelie scritte dall’apologeta brontese del Settecento, o se lo stesso autore lasciò ad un certo punto interrotta la fatica. In mancanza di una qualsiasi testimonianza storica il dilemma rischia di rimanere insoluto; vi sono tuttavia elementi a favore dell’una e dell’altra ipotesi.

L’ordine dei sermoni sembra infatti seguire un criterio giornaliero, avendo inizio con il mercoledì delle Ceneri e proseguendo quasi ininterrottamente per la prima settimana della Quaresima, fino al martedì della seconda settimana: è probabile dunque che l’autore abbia lavorato con sistematicità al suo progetto, fino a quando un calo di tensione e l’emergere di altri interessi non l’abbiano distolto e indirizzato verso altri impegni.

Alcuni elementi formali confermano questa ipotesi: la pulizia e la correttezza degli scritti subiscono un andamento visibilmente decrescente e dal rigore delle prime e più vecchie omelie si passa ad un di­sordine gradatamente più accentuato nei testi più recenti, nei quali compaiono numerose correzioni e per i quali manca una riscrittura definitiva che diremmo in bella copia.

A sostegno dell’ipotesi contraria stanno invece gli spazi che interrompono la continuità temporale del periodo quaresimale. Mancano infatti i sermoni del martedì e sabato della prima settimana, nonché quello della seconda domenica: se il nostro autore avesse seguito un piano sistematico, avrebbe dovuto sten­dere quelle omelie che oggi mancano. Del resto l’ordine sparso in cui si trovano alcune carte della colle­zione sopravvissuta confermerebbe una certa incuria, alimentando respiro al sospetto che una parte delle carte potrebbe essersi smarrita.

In definitiva, gli elementi in nostro possesso documentano un progressivo distacco dello Spedalieri dalla sua fatica omiletica, comprovato anche dall’abbandono delle carte nelle mani del chierico con­cittadino Carmelo Politi, mentre resta giustificato il dubbio che almeno una parte della raccolta sia andata col tempo smarrendosi.

Gli undici testi in nostro possesso si definiscono dunque come omelie e si collocano in modo preciso nelle singole giornate del primo periodo quaresimale. Con più esattezza, seguendo le indicazioni di giorno che nella maggior parte dei casi sono esplicita­mente poste in apice al foglio d’apertura, le prediche restitui­teci dall’archivio del Collegio seguono ininterrottamente i giorni che vanno dalle Ceneri al lunedì della “prima settimana”; poi, dopo un vuoto corrispondente al primo martedì, siamo in possesso delle orazioni del mercoledì, giovedì, venerdì della prima settimana; quindi una lacuna di due giorni, e le prediche del lunedì e del martedì della “seconda domenica”.

Non sempre i fogli iniziali di ciascuna orazione portano l’indicazione della giornata di recitazione: que­sto succede per i testi segnati con i numeri I, III, VII, IX. E’ possibile tuttavia risalire agevolmente al giorno pertinente facendo riferimento alla citazione posta nel thema inaugurale di ciascuna omelia, che risulta essere sempre tratta dal vangelo del giorno.

I testi segnati con i numeri IV e V recano la medesima indicazione: “nel mercoledì della prima Dome­nica”. Non si tratta tuttavia di due varianti di una stessa orazione, e la citazione posta nel thema dell’omelia segnata con il numero IV, tratta dal passo di Matteo che narra l’episodio della Cananea, ci conduce in realtà al giorno successivo, il giovedì della prima settimana(4). […]

Ben nove delle undici omelie muovono dal commento di passi tratti dal vangelo di Matteo, conferendo all’intera raccolta il carattere unitario di una riflessione ispirata a quel testo sacro; gli altri due ser­moni vengono invece introdotti da proposizioni giovannee.

Un forte rigore formale caratterizza l’orazione 1, che si è identificata come riflessione della giornata delle Ceneri: ordinata e schematica, priva di correzioni, in elegante calligrafia, è suddivisa in quat­tordici paragrafi ed è accompagnata da un foglio di chiusura nel quale sono riassunti in quattro punti i nodi fondamentali del sermone e vengono riportate citazioni latine di Agostino e della Lettera a Tito.

Mano a mano che la raccolta procede l’attenzione formale si allenta e solo le omelie 2 e 3 conten­gono una distribuzione in paragrafi, con una divisione rispettivamente in ventiquattro e sedici capo­versi; mentre il foglio sparso, erroneamente segnato dal vecchio archivista con l’indicazione X, appare come un abbozzo incompleto di epitome alla omelia 2, dello stesso genere riscontrato per lo scritto 1.

Tutti gli altri testi appaiono meno curati sotto il profilo formale, privi degli strumenti di lettura su eviden­ziati e, a partire dal sermone 5, gravati da correzioni, tagli e aggiunte che lasciano adesso trasparire una maggiore frettolosità, una diminuita attenzione alla leggibilità del testo e, probabil­mente, all’intera fatica; è probabile che l’aumento degli impegni didattici e le prime infuocate dispute teologiche abbiano spostato lentamente l’interesse dello Spedalieri verso altri obiettivi, facendo mancare al Quaresimale la cura prima ricevuta e condannandolo, forse, all’incompiutezza. Va rilevato come l’undicesima omelia resti nel suo interno interrotta dallo smarrimento di almeno un foglio.

Tutti i testi in nostro possesso recano, nello spazio bianco lasciato a margine di ciascun foglio, numerose annotazioni di carattere bibliografico.

Si tratta in genere di indicazioni dei luoghi scritturali o patristici delle citazioni poste nel testo, oppure di estese riprese dei passi accennati nel discorso. Le citazioni di autori cristiani riguardano soprattutto l’epoca patristica, con brani di Tertulliano, Gerolamo e soprattutto Agostino; rare le apparizioni dei Dottori e dello stesso Tommaso.

I manoscritti in nostro possesso presentano caratteristiche di grafia e punteggiatura proprie del­l’epoca in cui furono scritti, con un’anarchia linguistica inevitabile nella Monreale del Settecento, lontana dai centri del volgare italiano dell’epoca e immersa nella stagione di reviviscenza classica voluta da monsignor Testa nell’ordinamento del suo seminario.(5)

Dal punto di vista grafico risaltano le maiuscole che compaiono numerose nel testo; avverbi come perché, poiché, conciossiaché ed altri appaiono privi dell’accento acuto; manca in generale un’uniformità orto­grafica e per molti termini sono documentate lezioni diverse.

La punteggiatura risulta disordinata, mentre l’uso dei due punti e del punto e virgola sembra spesso confondersi, senza evidenziare un ruolo ortografico delineato.


Un secolo e mezzo di oscurità

Dagli sporadici accenni dei primi decenni dell’Ottocento alle tracce che informano sulla presenza delle carte spedaleriane nel collegio di Bronte trascorrono cento trenta anni.

Una lunga ombra di silenzio avvolge il destino del Quaresimale, ancora più sconcertante quando si considera lo strano disinteresse di quegli studiosi che con metodicità si interessarono al suo autore.

Sul percorso compiuto dalla raccolta di sermoni dopo la partenza per Roma dello Spedalieri abbiamo qualche informazione certa(6): essa entrò in possesso del sacerdote brontese Carmelo Politi, il quale da Monreale si trasferì presto a Bronte come insegnante del novello istituto là fondato da un intra­prendente ecclesiastico del luogo, Ignazio Capizzi(7); l’ipotesi più plausibile è che, morendo, il Politi abbia lasciato le sue carte in Collegio, e che tra di esse vi fosse quel Quaresimale che noi, appunto in quella biblioteca, ritroviamo.

Naturalmente non è possibile scartare l’ipotesi di un giro più lungo, che vedrebbe le prediche passare di mano e seguire strade misteriose, sinché esse sarebbero giunte in Collegio, magari attraverso qualcuna delle cospicue donazioni librarie e documentarie che in questo secolo hanno visto benefi­ciaria la biblio­teca dell’istituto.(8)

Comunque sia andata, è indubitabile che le nostre carte fecero presto il loro ingresso a Bronte, rimanendo circoscritte nell’ambito ristretto dei luoghi e dei personaggi della cultura locale. Stupiscono perciò le omissioni degli studiosi brontesi che si sono in vario modo interessati di storia locale.(9)

Particolarmente sospetto appare poi il silenzio di Giuseppe Cimbali, il confuso e velleitario erudito brontese che, nello scorcio del secolo scorso, si fece banditore di un chiassoso progetto di riscoperta dell’illustre concittadino.(10)

Nella sua attività di ricerca, il Cimbali, appartenente ad una famiglia di fresco notabilato locale, ebbe agio di visitare la biblioteca del Collegio e di scoprirvi un fondo archivistico all’interno del quale erano custodite lettere dello Spedalieri a familiari e conoscenti(11); nessun cenno viene fatto delle carte quaresimali, che noi oggi ritroviamo nello stesso archivio, l’esistenza delle quali non poteva essere ignota allo stesso Cimbali, che in una occasione si trova a citare il brano di Biagio Caruso nel quale si accenna alla raccolta omiletica(12).

Né del resto è altrove documentato l’interesse a rintracciare e recuperare questa interessante e inedita collezione di carte; circostanza tanto più strana se si pensa alla ostinazione di un perso­naggio altre volte colto a visitare biblioteche pubbliche e private di tutta Italia(13).

Si potrebbe allora pensare ad una volontaria omissione da parte di uno studioso come il Cimbali, il quale, impegnato ad accreditare uno Spedalieri campione del pensiero liberale, modernamente laico, per questo addirittura in odio presso gli ambienti filoclericali della sua epoca, avrebbe letto con imba­razzo scritti di carattere pastorale nei quali prende corpo l’immagine di un pensatore senza margini di ambiguità, impe­gnato nella difesa dommatica e tradizionale della religione con l’utilizzo di argomenti non di rado retrivi; un pensatore volto, soprattutto, al radicamento della centralità dell’istituto ec­clesiastico, la cui mediazione si ritiene necessaria ai fini della salvezza ma anche del corretto vivere civile e del mantenimento dell’ordine nello Stato.

Del resto, già la lettura de I Diritti dell’Uomo compiuta dal Cimbali, enfatizzando quegli aspetti del pen­siero spedaleriano che riportano gli ideali della modernità rivoluzionaria nel tronco essenziale della dottrina evangelica, è costretta a porre una parentesi su quegli aspetti complementari che confe­riscono alla Chiesa cattolica il ruolo portante nell’asse dei nuovi equilibri politici affacciatisi all’indomani degli scon­volgimenti francesi.


I caratteri

La diffusione di collezioni di omelie risale sino ai tempi di Carlo Magno, epoca nella quale è già possi­bile imbattersi in raccolte di prediche quali quella di Rabano Mauro “ad legendum vel ad praedican­dum” concepita(14).

Sarà però la fatica francescana e domenicana a consolidare la predicazione in genere letterario dallo schema e dalle regole definite; fioriscono così le Artes praedicandi, autentici manuali per la composi­zione di prediche nei quali vengono codificati i canoni fondamentali del Sermo Modemus, la cui ela­borazione gira attorno al thema, il versetto biblico posto all’inizio del testo, e i cui riferimenti scrit­turali vengono riuniti nelle concordantiae, strumenti fondamentali per la prima volta raccolti a Parigi dal domenicano Hugues de Saint-Cher tra il 1230 e il 1235(15).

Il periodo controriformista incide anche sul carattere della predicazione, che ora perde il suo carat­tere di eccezionalità, spesso di esercizio retorico tra appartenenti ad ordini diversi, entrando tra i compiti ordinari del parroco che in tal modo spiega il vangelo; accanto ad esso però sorgono delle figure ecclesiastiche specializzate, che iniziano a sciamare per le varie chiese europee curando quelle “missioni” che costituiscono una delle componenti più specifiche della religiosità cattolica moderna.

Il gesuita Paolo Segneri rappresenta uno dei modelli più celebri e riconosciuti di tale temperie spiri­tuale e culturale.

I temi dell’attività predicatoria di questa epoca variano seguendo la dislocazione geografica delle turbo­lenze religiose, culturali e morali del Seicento e del Settecento.

Le zone poste ai confini con le aree di diffusione protestante conoscono così una predicazione cate­che­tica, volta a rafforzare la coscienza cattolica di popolazioni esposte al contatto con ambienti riformati; le omelie gesuite della “Provincia neapolitana” preferivano invece “ ... argomenti morali e cercavano di indurre gli ascoltatori a confessarsi, con argomenti come la mostruosità del peccato, la morte imminente, le pene dell’inferno”(16).

Il Quaresimale composto dal giovane Spedalieri negli anni dell’insegnamento monrealese, in un am­bien­te fortemente intriso di cultura gesuitica(17), riprende il carattere penitenziale della tradizione ignaziana meridionale, immettendosi scolasticamente all’interno di un filone nel quale, se emergono i temi fonda­mentali della coscienza del tempo - le ingiustizie della società e della economia, lo scet­ticismo religioso, il razionalismo illuminista - mai tuttavia si riscontra la capacità di penetrare il senso dei profondi muta­menti che interessano il Settecento.

Il Quaresimale di Nicola Spedalieri non rivela così l’acutezza dell’interprete consapevole del suo tem­po; esso mantiene piuttosto un carattere retorico, esercitazione scolastica in un genere abitual­mente frequentato dalla letteratura gesuitica ed ultimamente nobilitato, proprio nel meridione d’Italia, dall’at­tività intensa ed affascinante di Alfonso de’ Liguori.

Ad accentuare l’ispirazione retorica dello scritto vi sono poi le peculiarità della formazione ricevuta dallo Spedalieri nel seminario di Monreale, in un ambiente riscaldato da dispute infuocate, nel quale la ricerca intellettuale si esalta in occasione di agoni dialettici puntualmente organizzati, e nel quale lo stesso Spedalieri ebbe modo di mettersi in mostra in una accesa controversia che oppose lui, mon­rea­lese e filogesuita, al benedettino palermitano Evangelista di Blasi; qui lo scrittore brontese matu­rò quel carat­tere polemico, controversistico, confutatorio che impresse in molte opere della sua attività romana.

Scorrendo le pagine del Quaresimale è allora possibile riscontrare numerose evidenziazioni del carat­tere retorico che informa lo scritto; proprio qui anzi è possibile individuare le più chiare irruzioni dello Spedalieri nel testo quando, abbandonando la forma apologetica e parenetica del discorrere, l’autore si ferma a compiacersi della sua abilità dialettica, comunicativa: “ ... se io non vi proverò ad evi­denza la necessità di questo distacco dalla terra e da tutto ciò che più ci alletta, abbiatemi per un ciarlone, per un igno­rante; privatemi dell’onore di poter parlarvi di nuovo in questo luogo; se poi giungerò a convin­cervene, non tocca a voi pigliare le più giuste risoluzioni?”(18).

E non di rado l’accenno alla propria persona diviene enfatico: “Voi Uditori ... non vi mettete in altra pena, che d’ascoltarmi: parlerò io per voi ... e se non bastano ancora gli argomenti son pronto an­cora a difenderla col sangue”(19).

O ancora: “ ... pensando al Giudizio palpito, fremo, sudo freddo ... ah quale sarà la mia sentenza ... e non debbo spaventarmi, e non mi si debbono arricciare i capelli ...”(20).

Il tono retorico dello scritto si rivela nel compiacimento letterario delle immagini, delle descrizioni, nel costante scivolamento verso l’icastico, l’iconico.

Il gusto è multiforme, e il futuro Melanzio Alcioneo dei circoli romani dell’Arcadia sceglie ora sfumature tenui, leggere, rappresentando i poveri angariati dai ricchi: “ ... non ci molestate, non c’insidiate quel poco, che ci guadagnamo co’ nostri sudori”; sempre i poveri: “ ... implorano la vostra pietà, aspet­tano il vostro soccorso; e forse nol meritano? Con quanta reverenza vi stanno davanti, con quanta sottomis­sione vi parlano ... E quando la morte rapisce loro un di questi Benefattori, infelici come alzan le grida, come si strappano i capegli, come si graffiano il volto, come lo seguono sin al sepolcro!”(21).

Le metafore paesaggistiche rendono ancora di più il gusto melenso del Settecento letterario: l’osti­nato lontano da Dio è, per esempio, “ ... come un ruscello che distaccato dal materno fonte, si va a perder tra’ sassi; è come un ramo che svelto dal tronco s’inaridisce; è come un figliuolo diseredato e cacciato via dal Padre, che va incontro alla miseria”(22).

Accanto a queste atmosfere delicate, arcadiche, convivono però toni forti, addirittura macabri, nei quali l’artificio del predicatore cerca la facile suggestione.

A volte l’ombrosità delle tinte cerca di muovere compassione verso i deboli e i poveri: “Mirate que’ cenci ... quelle ruvide e nere carni, quell’ossa spolpate ... quelle mani incallite al travaglio, que’ volti squallidi e minuti ... Voi avvolti tra l’ostro e il bisso, e quest’ignudi!”(23); altre volte la durezza del richiamo carica la forza della scena, come quando si descrive la vita del soldato: “ ... i gemiti, le grida de’ moribondi sono pe’ soldati incentivi di nuove straggi”(24).

E’ però nel dipingere le pene dell’inferno, e nella rappresentazione non meno fosca del giorno del Giudizio, che nello Spedalieri alita lo spirito più macabro.

Ecco come, nel corso della settima omelia, viene immaginata la resurrezione dei corpi: “ ... tutte le ossa correre ciascuna al suo capo, eccole coverte a poco a poco di pelle, rammmarginate le piaghe, scossa la muffa ...”(25).
Qui emerge però l’aspetto complementare e assolutamente fondamentale della fisionomia letteraria dello scritto spedaleriano: l’uso degli strumenti retorici ha in sé la determinazione di catturare il timore e perciò la fede dell’ascoltatore.

Spulciando qua e là nelle pagine del Quaresimale ci si imbatte più volte nella consapevolezza del­l’autore circa l’efficacia penitenziale delle immagini più crude: “Basta agli Uomini che si parlasse loro d’Inferno per ascoltarvi colla più bella pace del Mondo ...”(26).

Il carattere letterario dello scritto non contraddice insomma la volontà parenetica, religiosa, morali­stica della predicazione. Sarebbe dunque sbagliato liquidare queste inedite orazioni sacre spedale­riane come fossero un esercizio puramente retorico, dimenticando le peculiarità di formazione e di professione dell’in­se­gnante in uno dei più prestigiosi luoghi della cultura siciliana del Settecento, e le stesse caratteri­stiche del seminario monrealese, che la riforma voluta dal nicosiano Francesco Testa aveva indirizzato verso un neoumanesimo retorico e classicheggiante.

I due piani, letterario e religioso-parenetico, compongono così un difficile equilibrio che viene alla super­ficie nelle non rare apparizioni della passione e della partecipazione dell’autore(27).

In definitiva, questa esercitazione retorica del giovane Spedalieri, pur rimanendo tale, rappresenta nella cultura umanistica della Monreale dell’epoca l’approccio privilegiato con la sensibilità e con la religiosità, anche popolare, del tempo. […]


Conclusioni

Tra le ambiguità che si sono sottolineate nella logica della discussione dei temi quaresimali si è finora, volutamente, sottaciuta quella che nascerebbe dal primato del cuore sull’intelletto: “ ... non già che la corruzione del cuore proceda dalla cecità dell’Intelletto; ma la cecità dell’Intelletto procede dalla corruzione del cuore”(109).
Qui Spedalieri riprende il tema della impossibilità di una conversione puramente intellettuale; perciò con­danna la pretesa degli scettici del tempo: “Povera religione che per essere esaminata si dee prostrare al Tribunale ... di certi Uominicciuoli ridicoli per l’ignoranza, dispregevoli per corruzione de’ costumi ... ; costoro per aver letto qualche Romanzo o Comedia, passandosela la notte in seno alle meretrici, il giorno co’ bricconi osano passare per Uomini dotti”(110).

Lo stesso clero ha smarrito l’irreprensibilità dei costumi, il predicatore non lo nasconde, tuttavia “ ... le labra de’ sacerdoti sono le depositarie della scienza divina”(111).

La Rivelazione, che Dio media al popolo attraverso la Chiesa, sottrae il clero dal rischio di una visione an­nebbiata della verità. Il popolo però, corrotto nel cuore e perciò cieco nella ragione, come può accostarsi al cammino penitenziale di un ciclo quaresimale quando le verità del credo cristiano vengono sostenute con gli argomenti dell’intelletto? Bisogna insomma comprendere come conciliare l’istanza apologetica con lo strumento predicatorio, la di­fesa del credo cristiano con l’intento penitenziale, la ragione con la pare­nesi.

Nella soluzione di questa apparente ambiguità la concezione spedaleriana recupererà una sua unità e una dignità insieme intellettuale e religiosa. Abbiamo già evidenziato come la stesura del Quaresimale presup­ponga la consapevolezza di alcuni concetti suareziani: l’intelletto ha la capacità di conoscere l’oggetto della Rivelazione; solo la grazia può trasformare questa conoscenza in conversione di fede.

Spedalieri sviluppa un ragionamento di questo tipo: con la colpa originale l’uomo ha perso la possibilità di vedere la verità, per ciò Dio ha supplito con la Rivelazione; questo però non pregiudica la razionalità dell’universo e dunque la possibilità che un corretto uso della ragione possa giustificare, con un cammino per così dire a ritroso, la verità rivelata.

Così facendo l’abate brontese distingue due usi della ragione: quello illuministico, che ha la pretesa di spingere la ragione verso la ricerca pura, dimenticando come il peccato abbia offuscato la corretta visio­ne dell’intelletto umano; quello religioso, che ammette la conformità della ragione a Dio, ma conside­rando gli effetti del peccato, delimita lo spazio dell’intelletto incaricandolo della deduzione di argomenti che giu­stifichino la razionalità delle verità della rivelazione.

La filosofia è insomma apologetica, non teoretica. La difesa delle verità cristiane, che la tradizione sette­centesca interpreta come riflessione sui fondamenti della teologia, viene assunta dal giovane Spedalieri come l’unica via aperta alla riflessione filosofica del­l’uomo.

Questo non spiega ancora il ruolo della ragione apologetica nella specificità di ispirazione e di intenti di un ciclo di sermoni quaresimali, che hanno la ragion d’essere nell’obiettivo di aprire alla penitenza e alla conversione.

Come Suarez, anche Spedalieri è convinto che l’intelletto umano resti impotente di fronte a quel salto che è l’abbraccio della fede(112); pur nelle incertezze di una debole teoretica, lo scrittore siciliano evidenzia il ruolo preponderante della grazia, la cui azione appare al nostro meno invisibile che al teologo gesuita, identificandosi in gran parte (eccezionale si rivela il dovere di riprensione dell’amico) con le mediazioni sacramentali e pastorali della Chiesa. Tra queste, lo Spedalieri del Quaresimale e del Fréret sottolinea la radice addirittura evangelica del ministero della predicazione, ai cui effetti Cristo esplicita­mente sottomise il raggiungimento della salvezza(113).

L’esercizio quaresimale del giovane docente monrealese acquisisce allora una nuova dimensione: oltre alla innegabile fisionomia retorica e scolastica, oltre alla fondamentale ispirazione apologetica, l’attività orato­ria del predicatore diventa strumento privilegiato di grazia, canale appositamente scavato da Dio nella sua preoccupazione di raggiungere l’intimità del singolo.

La predicazione trasfigura con la forza di un contatto, che però Spedalieri non vede mai come irresistibile, restando sottomesso, pur con qualche ambiguità, ad un atto di volizione, di accettazione individuale della fede.

Così la predica che parla all’intelletto non può non diventare apologia, fondazione della verità della fede nella razionalità dell’ordine voluto da Dio; ma questo non contraddice l’obiettivo parenetico e neppure quello retorico della pratica oratoria, laddove lo strumento letterario serve ad uno scopo educativo e questo apre la via di accesso all’inserzione del divino nell’uomo.

In questa prospettiva, il Quaresimale spedaleriano, con tutti i limiti di un argomentare giovanile incerto ed eclettico, assume una unitarietà complessiva nella quale trovano sistemazione, secondo una adesione a temi scolastici abbastanza personale, ispirazioni diverse di carattere retorico, parenetico, apologetico, religioso.

L’organizzazione progressiva di questi spunti disparati costituirà, a nostro parere, il senso della fatica intellettuale del periodo romano, quando lo scrittore siciliano irrobustirà il nerbo di una vocazione apologetica, conferendo vigore morale e politico ad un’opera che conoscerà nell’Italia di fine Settecento un rilievo effimero, ma indiscutibile.

[...]

 
Nicola Spedalieri

«Nicola Spedalieri Siciliano»: l'immagine del filosofo riportata nelle prime pagine del suo libro più noto, "De' Diritti dell'Uomo". Il di­se­gno, del 1791, è del siciliano Giuseppe Er­rante, l'incisione di Pietro Bombelli, roma­no.
L'immagine a sinistra è stata invece presa da un edizione Dei diritti dell'Uomo del 1848 (Palermo, dalla Società dei Tipografi).
Nicola Spedalieri morì a Roma il 26 novem­bre 1795.

 

QUARESIMALE
L'Indice del libro

INTRODUZIONE

I Manoscritti
- Un secolo e mezzo di oscurità
- I caratteri
- Il metodo

I Temi
- Cittadini del Cielo
- Il povero dipenda dal ricco
- La necessaria soggezione
- Predestinati e presciti?

Conclusioni

IL QUARESIMALE
- Omelia 1 ,  2, ... 11

BIBLIOGRAFIA

Il volume con le prediche quaresimali di Ni­co­la Spedalieri, a cura di Vincenzo Pappa­lar­do, si compone di 252 pagine. E' stato stam­pato dal Comune di Bronte in un'edi­zio­ne fuo­ri com­mercio, nel 1996 in occa­sione del  secon­do cente­nario della mor­te del filo­sofo.


(1) Cfr. Notizie riguardanti la storia letteraria del seminario di Monreale raccolte da Biagio Caru­so e per la prima volta pubblicate da Vin­cenzo Di Giovanni, in “Nuove effemeridi Sici­liane”, Palermo VII (1878).

(2) Cfr. D. Scinà, Prospetto della storia lettera­ria di Sicilia nel secolo decimottavo, Palermo 1824-28, ed. 1969, voI. II, pagg. 166 e segg.

(3) Sono gli anni della disputa teologica che op­pose lo Spedalieri allo storico benedettino Evangelista di Blasi, e che culminarono nella pubblicazione, a Roma, di alcune tesi dello scrittore brontese, accusate in ambienti acca­demici palermitani di eccessiva acquiescenza alle idee spinoziane del Miceli: N. Spedalieri, Propositionum theologicarum specimen quas extractatu de vera religione, Roma 1772. Sulla questione, tra gli altri, si veda V. Di Giovanni, Storia della filosofia in Sicilia, Palermo 1873, libro IV, pagg. 36-39; e ancora D. Scinà, op. cit., voI. II, pagg. 167-8. Recentemente sulla que­stio­ne sono intervenuti: L. Gatto, Note per uno studio di Nicola Spedalieri, in Nicola Spedalieri, Atti del convegno di studi, 4-6 dicembre 1990, Acireale 1991, pagg. 33-46; G. Ruggieri, Teolo­gia e società. Momenti di un confronto sul finire del ‘700 in riferimento all’opera di Nicola Speda­lieri, in “Cristianesimo nella storia”, 2 (1981) pagg. 437-86. Traducendo alcuni brani delle te­si spedaleriane “ ... né dopo il peccato d’Adamo (ragione e volontà) divennero insufficienti ... ; sebbene volentieri ammettiamo che esse siano in qualche modo malate e ferite nello sta­to di corruzione”, il Ruggieri nota come “ ... la tesi principalmente incriminata denota con chia­rez­za la tendenza dello Spedalieri a valo­riz­zare la capacità naturale dell’uomo come suf­ficiente a realizzarne il destino”, ivi, pag. 460.
 

«Le inquietudini della società settecente­sca, l’irrompere del mondano nella civica cri­stiana, lo sgretolarsi di fondamenta mil­lena­rie, l’indebolimento dell’istituzione sta­tale ed ecclesiastica costituiscono le solle­citazio­ni della modernità che più impres­sionano la sensibilità del giovane chierico.
Accanto a questi convivono motivi consueti dell’apolo­gia e della teologia romane: il Pa­radiso e l’Inferno, la dimensione oltremon­dana del­l’uomo, il libero arbitrio e la prede­stinazio­ne.
Le risposte dello Spedalieri dipingono una coscienza cattolica ansiosa e preoccu­pa­ta, impegnata a contrastare il dinamismo dei nuovi tempi illuminati con le armi di una apo­lo­getica sempre più indirizzata verso la for­me della ragione.
Più nascosto ma in nessuna maniera mar­gi­nale, prende luce un altro Cristianesimo, con­creto, pragmatico, attento a salvaguar­dare un vivere cristiano nel quale trovino com­posizione gli interessi del secolo e quelli dello spirito, il diritto alla proprietà e la tutela dell’emarginato, l’anelito al pro­gres­so e il rischio di un’estraneazione del­l’uomo da se stesso.
Le pagine del Quaresimale aprono una pro­spettiva illuminante sulla Chiesa siciliana del Settecento, sorpresa a percepire un mo­ndo non lontano in pericoloso muta­men­to e in­tanto protesa a difendere un ca­none di so­cietà cristiana nel quale solamente mise­rie e debolezze umane trovano requie e conso­lazione.» (V. Pappalardo)


(4) Le indicazioni di giorno che creano qualche confusione pur essendo state riportate antica­mente, presentano anche problemi di uniformi­tà calligrafica con il resto dei nostri mano­scrit­ti. Soprattutto le lettere v e d sembrano estranee al registro segnico adoperato dallo Spedalieri nei quasi duecento fogli oggi con­ser­vati. Ci troviamo dunque in presenza di an­notazioni poste successivamente da un distrat­to lettore dei sermoni, forse quello stesso Car­melo Politi che sarebbe entrato in possesso delle carte e le avrebbe portate a Bronte.

(5) Cfr. D. Scinà, op. cit., passim.

(6) Riguardo alle vicende biografiche dello Spe­dalieri resta fondamentale G. Cimbali, Nicola Spedalieri pubblicista del secolo XVIII, Città di Ca­stello 1888, scritto deformato da una ir­ruente vocazione celebrativa ma ricco di pre­zio­se infor­mazioni; tra gli altri scritti dedicati dal Cimbali allo studioso settecentesco vale la pena ricor­dare: L’Antispedalieri, Torino 1909; sotto lo pseudonimo di Topo di Biblioteca, At­torno a Spedalieri, i vituperi di un secolo, in “Rivi­sta popolare di lettere e scienze”, Anno IV, n. II (1899) Roma; Idem, Nicola Spedalieri e le ri­forme ecclesiastico-civili del secolo XVIII, in Archi­vio storico Sicilia orientale, anno II (1905), pagg. 299-322. Interessante risulta la lettura della formazione delle idee spedaleriane com­piuta da G. Ruggieri, Teologia e società, Mo­men­ti di un confronto sul finire del ‘700 in riferi­mento all’opera di Nicola Spedalieri, in “Cristia­nesimo nella storia”, 2 (1981), pagg. 437-486, attenta alle circostanze e ai luoghi della matu­razione intellettuale dello scrittore siciliano.

(7) Cfr. D. Scinà, op. cit., vol. III, pag. 226.

(8) Di particolare rilievo il lascito del cosid­detto ‘Fondo De Luca’, con le carte e i libri ap­parte­nenti al colto e facoltoso cardinale An­tonino, nunzio a Vienna durante l’epoca di Pio IX. Pure di grande interesse è il “fondo Cimba­li”, ricchis­simo di carte manoscritte apparte­nute, tra gli altri, allo stesso Giuseppe. Non è peregrino il sospetto che il Quaresimale, en­trato in pos­sesso dello studioso brontese, sia stato voluta­mente tenuto in sordina e sia per­venuto in collegio solo dopo la sua morte.

(9) Il più significativo di essi è senz’altro Bene­detto Radice (1854-1931), autore di numerose operette dedicate alla cittadina etnea; molte di esse furono poi raccolte e pubblicate in due volumi, nel 1926-28, col titolo di Memorie sto­riche di Bronte. Egli non ebbe mai comunque interessi specifici sullo Spedalieri; ebbe peral­tro difficoltà di accesso alla biblioteca del Col­legio, essendogli rimaste sconosciute altre in­teres­santi carte là conservate, riguardanti al­cu­ne di esse la documentazione della Vicaria Foranea di Bronte e dell’annessa Corte Spiri­tuale.

(10) Giuseppe Cimbali (1858-1923) fu scrittore poligrafo di diritto, amministrazione, disci­plina ferroviaria, filosofia, letteratura. Dedicò gran parte delle sue preoccupazioni allo Spe­da­lieri, con studi e pubblicazioni dal carattere accen­tuatamente celebrativo. Al culmine dello sforzo di recupero della rilevanza culturale dello Spe­dalieri sta l’erezione di un monumen­to all’ec­clesiastico brontese in piazza Cesarini Sforza a Roma, fortemente voluta dal Cimbali. Su questa travagliata vicenda, si veda G. Cim­bali, Il monu­mento a Nicola Spedalieri, Roma 1903; circa il carattere estrinseco di questa iniziativa vale la pena ricordare la testimo­nianza diretta di Bene­detto Croce, con la cau­stica stimmatiz­za­zione della “... ostinata esal­tazione che di lui venne facendo ... il prof. Cim­bali, tra l’indiffe­renza generale e l’indifferente adesione di uomini politici e professori, che non avevano mai letto il libro di Spedalieri, e credevano sulla parola quanto asseriva il pro­motore del docu­mento”, in Uomini e cose della vecchia Italia, Bari 1943, vol. II, pagg. 149-50. Molto severo pure il recen­te giudizio di A. Pran­di, il quale, dopo avere ri­cor­dato le meticolose ricerche che fanno delle opere del Cimbali il più compiuto tentativo di ricostru­zione biografica dello Spedalieri, prende le distanze perché: “ ... l’in­tento che lo guidava nel volere resuscitare la memoria del suo con­cit­tadino era scoperta­mente municipali­stico e tale da portarlo a zeppe elogiative che non si sa definire se candide o deliranti”, in Cristia­nesimo offeso e difeso, Bologna 1975, pag. 349, nota I.

(11) Cfr. G. Cimbali, Nicola Spedalieri pubbli­cista…, cit., pagg. 161-64.

(12) Ivi, pag. 84.

(13) Si veda ad esempio l’edizione de I Diritti dell’Uomo rintracciata a Recanati, in casa Leo­pardi, con le interessanti chiose del giova­ne Giacomo; e ancora le visite in casa degli eredi romani di mons. Nicolai, amico e confi­dente dello Spedalieri, con la scoperta dei “... mano­scritti e delle corrispondenze di tanti uo­mini celebri”, cfr. G. Cimbali, Nicola Spedalieri pub­blicista ... , cit., pagg. 174-5, nota.

(14) Cfr. R. Rusconi, Predicatori e predicazione, in Intellettuali e potere, Storia d’Italia, Einaudi, Annali 4, Torino 1981, pagg. 951-1035.

(15) Cfr. E. Gilson, Michel Menot e la téchnique du sermon médiéval, in Idem, Les idées et les lettres, Paris 1955, pagg. 93-154.

(16) R. Rusconi, op. cit., pagg. 1007-8.

(17) Cfr. D. Scinà, op. cit., passim. La riforma del seminario di Monreale, voluta da monsignor Testa, riprendeva in epoca di reazione antige­suitica i caratteri classicheggianti e formali della tradizione ignaziana.
 

Alcune delle 184 pagine manoscritte con le prediche quaresimali di Nicola Spedalieri, la cui stesura si fa risalire durante gli anni del­l’insegnamento a Monreale, nel periodo che va dal 1765 al 1773-74, prima della partenza per Roma.
Sotto, «l’esplicita e leggibile firma di Niccolò Spitaleri, lectio originale del nome e cogno­me che il futuro apologeta cattolico, tra­sferi­tosi a Roma ed entrato in contatto con am­bien­ti ar­ca­dici, ingen­tilirà nel più clas­si­cheggiante ed eufonico Nicola Spedalieri».


(18) Quaresimale, Om. I.
(19) Ivi, Om. 2.
(20)
Ivi, Om. 6.
(21) Ivi, Om. 3.
(22) Ivi, Om. 7.
(23) Ivi, Om. 3.
(24) Ivi, Om. 2.
(25) Ivi, Om. 6.
(26) Ivi, Om. 10.
(27) Si vedano affermazioni quali: “Io non temo di farvi arrossire per guadagnarvi”, in Quaresi­male, Om. 10; oppure; “Ma che? Credete che io voglia preferire il vostro piacere che la vo­stra salute?”, ivi, Om. I.

(...) 

Spedalieri Nicola, lettera autografa

Una lettera autografa del filosofo scrit­ta il 13 Luglio 1793, due anni prima di morire, al fratello Erasmo.


(109) Cfr. Quaresimale, 1) Ibidem.
 

Spedalieri Nicola, libri

Le Reliquie Spedalieriane
Oltre a tutte le opere di Nicola Spedalieri e le edizioni che si son fatte di esse e a gran parte dei libri pubblicati contro e a favore, nei lo­ca­li del Collegio Capizzi sono con­ser­va­ti anche manoscritti ed oggetti vari ap­par­te­nuti al filosofo (le cosiddette Reli­quie Speda­lieriane): un suo clavi­cem­ba­lo del 1679, mano­scritti e lettere, un suo auto­ri­tratto (eseguito all’età di trenta­tré anni, nel 1773) mentre un altro piccolo di­pinto a lui attribuito è custo­dito a Bronte nella chiesa della SS. Trinità.

A Roma, gli archivi della Cappella Giulia con­servano gli originali di 31 composizioni musi­cali.


(112) Cfr. A. Prandi, op. cit., pag. 468. La certez­za della fede, la grazia, spiega lo storico, si giustificano per Spedalieri solo attraverso la grazia stessa; solo l’abito può allora consen­tire di penetrare il senso dell’intervento della grazia. Interessante il richiamo a suggestioni pascaliane nell’opera dello Spedalieri eviden­ziato dallo stesso studioso: “ ... (l’opera del­l’abate) lascia trasparire ... una tempra medi­tativa applicata alla miseria dell’uomo che lo apparenta all’agostinismo del francese”, ivi, pag. 480.

(113) Cfr. Marco, XVI, 15-16: “Poi disse loro: Andate per tutto il mondo, predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo; chi non crederà sarà condannato”.

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