In epoca musulmana, sul nascere del Simeto, pressappoco nella località in cui confluiscono i fiumi Cutò, Martello e Saracena, sorgeva un villaggio ben popolato da una comunità araba e da indigeni, con imponente castello, conosciuto col nome di Ghiran-‘ad-Daquid (le grotte della farina). Il casale era situato in una posizione molto favorevole, non solo dal punto di vista della disponibilità delle risorse naturali, ma anche e soprattutto per quanto concerneva il sistema della viabilità. Era infatti in un punto di raccordo e di passaggio obbligato tra importanti itinerari che consentivano il collegamento tra la valle del Simeto, la valle dell’Alcantara, la costa tirrenica e l’interno dell’isola, verso la città di Troina ed oltre quella di Castrogiovanni verso Palermo. Sappiamo (per bocca di Idrisi, geografo arabo, viaggiatore per conto della Corte normanna di Sicilia), che nel secolo XII Maniace era un prospero villaggio, in pianura, con mercato e mercanti, terre fertili e opulenza per ogni dove: «Questo, - scrive Idrisi ne Il libro di Ruggero - che si chiama altresì Ghiran-‘Ad Daqiq è villaggio in pianura, ben popolato, ed ha un mercato e dei mercatanti; (territorio) ferace e abbondanza d’ogni maniera». La dominazione araba, infatti, aveva portato nel territorio benessere, coincise con una brillante ripresa economica della zona grazie ad innovazioni originali e decisive nel campo dell’agricoltura. Nella nostra storia, nel complesso, considerando anche il destino feudale che avrebbe avuto Bronte nei successivi secoli, può considerarsi una delle epoche più felici. Nell’arido ed ostile terreno sciaroso, gli Arabi, buoni agricoltori, trapiantarono anche il pistacchio che, ancora oggi, rappresenta la voce di maggior peso nell’economia locale. L’importante snodo viario fu teatro nel 1040 di un avvenimento bellico di grandi proporzioni che, insieme ad altri, determinò la cacciata degli arabi dalla Sicilia: lo scontro tra le truppe musulmane ed i soldati Normanno-Bizantini, comandati dal generale Giorgio Maniace, spedito da Bisanzio. Gesualdo De Luca, nella sua Storia della Città di Bronte del 1883, narra che "… scagliossi con tal impeto il cristiano esercito contro il nemico, che di Saraceni ne rimasero uccisi cinquanta mila; e rotti in fuga tutti gli altri, essi ne toccarono solenne disfatta, e felicissima vittoria ne conseguì il cristiano esercito." La leggenda racconta anche che il torrente adiacente al castello, durante la battaglia, si tinse di rosso del sangue delle migliaia di vittime saracene e che da qual giorno fu chiamato Saracena. A ricordo della sanguinosa, vittoriosa battaglia il luogo in onore del generale che comandava le truppe cristiane fu chiamato Maniace. Il comandante bizantino fece anche erigere una edicola in onore di s. Luca nei pressi della quale, poco tempo dopo, sorse anche un piccolo cenobio con una chiesetta alla quale fu dato il nome di Santa Maria di Maniace. Caduto in rovina pochi decenni dopo la sua erezione, il cenobio fu ristrutturato da Ruggero I di Sicilia, il Gran Conte, e nell'ultimo decennio dell'XI secolo, concesso al monastero di S. Filippo di Fragalà, insieme ai possedimenti di Santa Maria della Gullia e di altri monasteri tutti disposti lungo l'argine sinistro del Simeto, a servire da struttura di appoggio gratuito per pellegrini e viandanti. Ruggero perseguiva, infatti, per il Val Demone, una politica religiosa che mirava a potenziare le comunità monastiche di rito bizantino, a motivo della presenza preponderante in questa regione di popolazione di origini greche. Caduta ben presto in rovina, Santa Maria di Maniace subì ancora una volta un repentino tracollo tanto da essere abbandonata dagli stessi monaci, che si portarono nel vicino cenobio di Santa Maria della Gullia. Rimase abbandonata sino al 1170, quando Guglielmo II° il Buono, per espresso desiderio della madre, la regina Margherita di Navarra, sulle rovine del vecchio monastero fece costruire negli stessi anni in cui era costruita quella di Monreale, una Abbazia insediandovi una comunità benedettina ed assoggettandola all’abbazia di Santa Maria la Nuova di Monreale. Furono erette anche due torri, la cui funzione difensiva denotava l’intenzione della regina Margherita di rendere Santa Maria di Maniace un luogo provveduto di difese, preposto anche, insieme ai casali fortificati di Torremuzza e Bolo costruiti nell’omonina valle, al controllo del luogo, divenuto un importante snodo viario. Partendo da Palermo, infatti, eserciti, folle di pellegrini e commercianti, corrieri postali per raggiungere Catania, Taormina e Messina, erano costretti a passare da Petralia e da Gangi e, dopo altre 24 miglia, sempre a dorso di mulo, passando dalla capitale normanna, Troina, potevano raggiungere Bronte e le città dello Ionio transitando anche lungo quell'antico ponte di contrada Serravalle ancora esistente. La regina, non sappiamo precisamente per quale ragione, volle anche che i monaci di Santa Maria di Maniace e tutta la zona circostante, compresa Bronte, passassero dalla giurisdizione di Messina a quella dell'arcivescovo di Monreale. Il vescovo di Messina rinunciò alle sue prerogative giurisdizionali sul cenobio ed anche alle decime annesse. «Nicolò I, arcivescovo di Messina, - scrive Benedetto Radice - nella cui diocesi trovavasi il territorio di Maniace, avendo la regina sottoposto il monastero a quello di Monreale, nel 1 marzo del 1174, a preghiera di lei, cedeva la sua giurisdizione sul nascente cenobio e colla giurisdizione i beni appartenenti alle chiese e le decime ecclesiastiche. Questa cessione veniva confermata da papa Alessandro III nel 30 dicembre 1174, da Lucio III nel 16 novembre 1184, da Clemente III nel 28 ottobre del 1188». «Così si crearono i titoli di proprietà e Bronte fu di fatto e di dritto infeudato al monastero e i cittadini divenuti vassalli e l’abate si disse Abas Maniaci et Brontis.» Scrive padre G. De Luca che «furono allora rese soggette alla spirituale giurisdizione dell’Abate di Maniace venticinque Chiese; e concesse allo stesso Abate le decime, che il Vescovo di Messina esigeva da tali Chiese e da tutto il territorio di Militello Valdemone. A queste Chiese, aggiungendo quelle del Borgo di S. Leone, dei Casali di S. Parasceve, del Corvo e di Rotolo: computandone due per luogo innominate, sarebbero otto per lo meno: e cosi l’Abate di Maniace godeva giurisdizione spirituale sopra trentaquattro Chiese, compresavi l’Abbaziale di sua residenza; e ne ritraeva le decime ecclesiastiche.» L'abbazia di Santa Maria di Maniace divenne ben presto uno dei più importanti centri di religiosità benedettina della Sicilia e tale durò per alcuni secoli. Fino al 1491 ressero il Monastero 23 abati. Il primo Abate del monastero benedettino fu il francese Guglielmo di Blois, poeta latino e uomo al suo tempo famoso ovunque per la sua grande e raffinata cultura. Altri Abati di cui si ricorda ancora il nome furono il Beato Guglielmo, il benedettino della Congiura di Randazzo le cui spoglie riposano sotto l'altare della Chiesa di Santa Maria, Nicolò Tedesco, arcivescovo di Palermo, e lo spagnolo cardinale Roderico Lenzuoli Borgia. La decadenza dell'Abbazia inizia attorno al 1392 con l'istituzione degli Abati commendatari nominati dai vari Re del tempo: l'amministrazione veniva tolta dalle mani dei monaci ed affidata anche a persone laiche, estranee all'altare, che disponevano di tutte le proprietà dell'abbazia come cosa propria e fornivano ai monaci solo una piccola rendita annua per il loro sostentamento. I vari Abati commendatari di Maniace non ebbero altro fine se non il profitto personale: dilapidare il patrimonio del monastero, sfruttare la popolazione locale e lasciare in abbandono le fabbriche divenute quasi spelonca di ladri. Arrivò a Bronte come abate "commendatario", e fu anche l’ultimo (dal 1471 al 1491), finanche il dissoluto, libertino cardinale Roderico Borgia (il futuro papa Alessandro VI, d'infausta memoria per lo storico B. Radice) che, dopo averla sfruttata per alcuni decenni, senza averne alcun titolo essendo i commendatari puri usufruttuari, donò l'abbazia a Innocenzo VIII riservandosi però vita durante l'annua pensione di 700 scudi d’oro. Il Papa, per non essere di meno, con da Bolla dell'8 Luglio 1491, unificò l’Abbazia di Santa Maria di Maniace, dell’Ordine di S. Benedetto, con quella di S. Filippo di Fragalà, dell’Ordine di S. Basilio, in una sola e, generosamente, le regalò in commenda e in dotazione all’Ospedale Grande e Nuovo di Palermo, con tutti i loro possedimenti, territori, Università di Bronti e popolazione compresi. Il Pontefice pose solo un piccolo obbligo: quello di esservi e mantenersi in ognuno dei due Monasteri almeno quattro monaci di onesta e buona vita per la conservazione ed aumento del culto Divino, con l'onere per i Rettori di provvedere onestamente di vitto, vestito ed altro loro necessario. Nuovi Abati commendatari diventarono i nobili rettori del Grande e Nuovo Ospedale palermitano. Disinteressati alla povera popolazione locale pensavano solo a ricavare quanto più possibile dal territorio brontese e dai feudi delle due Abbazie e ad assottigliare le spese di mantenimento degli otto monaci che erano rimasti a servizio del culto. Per circa un secolo ridussero il monastero quasi ad un albergo, una casa a pigione mantenendo i monaci in modo precario con riserva di mandarli via ad nutum. Chiesero ai papi di potervi tenere preti o frati regolari di qualunque Ordine (Basiliani, Benedettini, Mendicanti, clero brontese, Ordini di S. Francesco di Paola, di Assisi e simili) e allora sfrattavano ora questi ora quelli secondo la loro convenienza e la maggiore o minore spesa per il loro mantenimento. Papa Alessandro VI (l'ex Commendatario, il libertino Roderigo Borgia) con Bolla del 3 Febbraio 1497 concesse ai Rettori anche la facoltà di eligendi et amorendi Priorem e Paolo IV con Bolla del 6 Luglio 1559, constatato di non potersi trovar monaci di onesta vita, autorizzò l'Ospedale a prendere frati ovunque etiam mendicantus ordinis. Così vediamo rapidamente passare nel piccolo monastero preti e frati d’ogni religione, ora di rito greco, ora di rito latino: i primi monaci furono i padri dell'Ordine di San Benedetto, poi, nel 1535 arrivarono i preti secolari, poco dopo vi ritornarono i Benedettini (nel 1583 erano 5 frati, tre diaconi e tre chierici) ma nel 1585 cacciati via i Benedettini, il monastero fu affidato dai Rettori dell'Ospedale nuovamente ai Basiliani, quindi ai Padri minori osservanti di S. Francesco di Paola, e, espulsi questi, nel 1586 vi entrarono i frati Eremiti di S. Agostino, che nel 1589 furono surrogati dai frati conventuali di San Francesco. Nel 1592 la chiesa di Santa Maria fu officiata da sacerdoti secolari ma, non compiuto l’anno, fu concessa ai frati Paolini. Nel 1593 ritornarono di nuovo i Padri Basiliani per essere sostituiti, nel 1600, dai Religiosi di S. Francesco d'Assisi. Fatti sgomberare questi, nel 1603 il monastero fu affidato ad altri sacerdoti; dato lo sfratto a quest'ultimi, nel 1604 venne affidato a sacerdoti secolari di Cesarò; tre anni dopo e fino al 1615 arrivò il turno di sette sacerdoti della Terra di Bronti (Arch. Nelson, vol. 125, p. 118). Dimenticate la vita mistica, i cori, i silenziosi refettori ed i melodiosi canti, gli oblati o i novizi dei monasteri storici. In quello di Maniace ci stavano monaci solo perchè l'Ospedale, Abate commendatario, era obbligato dal Papa e dal Re a tenerveli e a mantenerli; erano tenuti e chiamati per le funzioni religiose stipulando con loro quasi con un contratto di locazione d'opera. |