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Benedetto Radice

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Florilegio delle "Memorie storiche di Bronte"

di Nicola Lupo

Florilegio delle Memorie storiche di Bronte - Indice

16. L'ETNA: ERUZIONI, MITI E LEGGENDE

E’ l’ultima monografia ed è l’inno all’amicizia: infatti è dedicata al grande amico Renato Fucini(1) con queste nobili e toccanti parole:

Alla memoria di
Renato Fucini
che nel MDCCCXCI
salì pellegrinando
la misteriosa montagna
ove l’anima rapita nell’infinito
contemplando da quella vetta formidabile
il vano affaticarsi degli uomini
e loro piccole cose
sorride oblìa e sogna
queste pagine etnee
Benedetto Radice
con memore affetto
consacra

L’incipit di questa monografia è la rappresentazione lirica della nascita del vulcano, o meglio la montagna, come preferiamo chiamare noi brontesi l’Etna, dal Caos primordiale.

L'edizione completa delle Memorie storiche di Bronte
in formato

La raccolta sistematica delle Me­mo­rie storiche di Bron­te di B. Radice  è or­mai in­trova­bile. L'Associazione Bron­te Insieme Onlus ve la offre in edizione inte­grale, corredata da nume­rose fotogra­fie.

Liberamente scari­ca­bile dal no­stro sito, rac­coglie le 10 monografie del I° volu­me e le 6 del II° così come pubbli­cate da Benedetto Radice nel 1928 e dal figlio Renato nel 1936.

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(529 pagine, formato , 9.158 Kb))

“Grandiosa, mirabile visione di questa stempiata conca ignea, di questo immenso braciere di venti chilometri in giro, fiammeggiante da numerose bocche in mezzo a flutti ardenti e gorgoglianti. Goethe avrebbe potuto intonare l’inno delle sirene nella classica notte del Fausto.(2)” Gli antichi popoli “o i primi navigatori Fenici o Elleni […] lo chiamarono Etna, dalla radice indoeuropea aidh, brucio; montagna del fuoco lo dissero pure gli arabi.”

La mitologia gli attribuì diverse origini e “poeti e scrittori di tutti i luoghi e di tutte le epoche l’hanno cantato e narrato, ma egli, più grande di tutti gli storici e di tutti i poeti, da trecentomila anni, […] ha narrato e rinarra spesso la sua storia d’ire tremende […] e con voce roboante ha cantato la sua fiammeggiante epopea, la sua Titanomachìa che Esiodo ricantò poscia in versi immortali.

“Il mistero del fuoco dell’ Etna tormentò sempre i sofi(3) delle antiche età.” E esemplifica con Empedocle d’Agrigento la sua storia di apoteosi. E continua con le diverse interpretazioni che ne hanno dato i dotti delle diverse epoche. Ma asserisce che “gli stessi antichi non prestarono fede alla credenza popolare in una causa soprannaturale dei fenomeni ignei,” elencando da Cornelio Severo, autore del poemetto “Etna, a Dante che sfatò Tifeo […].”

E continua con gli aborigeni ai quali “non riuscendo possibile la spiegazione del fenomeno igneo, si presentò naturalmente l’idea di un essere sovrumano, di un Deus absconditus.”

Passa quindi ai “Ciclopi omerici dall’occhio rotondo che stanno sulle cime dei monti, a cui gli uomini non ardiscono accostarsi, […] e che corrispondono ai molti crateri sulle spalle dell’Etna. E meglio che Omero nella Odissea, Esiodo nella Teogonia(4) rappresentò […] con figurazioni fantastiche e grandiose, un’ eruzione dell’Etna, forse quella del 693 a.C. […] con questa ultima frase: “Il fuoco dell’immenso fulminato si rinserrava negli aspri gioghi del monte Etna e l’ampia terra ivi ardeva con vapori ingenti, si liquefaceva come il ferro, lo stagno fortissimo fuso.”

“Pindaro, Eschilo e gli altri poeti venuti dopo ricantarono il mostro Tifeo mezzo uomo e mezzo serpente, fulminato da Giove con le folgori fabbricate nella fucina dell’ Etna dai Ciclopi: Bronte, Sterope, Arge e l’immaginarono disteso sotto la Trinacria […] con sul volto sovrapposto l’Etna, sotto cui giace supino e scaglia arene ed erutta fiamme dalla bocca orrenda. I Titani quindi, i Ciclopi, al pari dei Giganti e di Tifone delle leggende posteriori, tutte queste divinità ignee non rappresentano che forze telluriche, vulcaniche, sismiche. […]

“[…] Il mito della Gigantomachìa non è solamente greco, è concezione universale. Ogni nazione ebbe i suoi giganti, come ogni nazione ebbe i suoi Iddii indigeni, dei quali gli antichi scrissero ed eternarono il nome nella volta celeste. Allegoria, favola e storia è il mito di Proserpina […] e tutte le altre leggende non sono che ricordi simbolici di antichissime eruzioni. [..]

“Ma quante volte ha egli, il gigante, manifestato la collera sua tremenda? Chi lo sa? La storia non era ancora nata. Vulcanisti e Nettunisti discutono di tre eruzioni nelle grandi epoche della natura; di cinque nell’età mitologica, di sedici di probabilità storica fino al 340 a. C..

Sotto l’impero di Roma se ne contano undici prima dell’era volgare e 27 dal 140 al 500, dodici dal sesto al XII secolo, 14 dalla fine del secolo XII alla metà del sec. XV, 12 dalla metà del secolo XV a tutto il sec. XVI. Nel secolo XVII l’Etna eruttò 16 volte, nel sec. XVIII tredici e nove volte nel sec. XIX.”

Bronte, eruzione dell'Ottobre 2002E continua elencando e descrivendo eruzioni fino ad arrivare alla “bellissima leggenda, umana dei fratelli Pii: Anfinomio e Anapia da Catania, […] riferita […] forse a quella del 693 in cui mentre tutti i cittadini pieni di spavento erano intesi a portare in salvo le loro cose più preziose, i due fratelli […] caricaronsi sulle spalle i loro vecchi genitori […] quando improvvisamente, quasi a rispetto filiale, le fiamme si bipartirono, lasciando incolumi i due fratelli […] e divorando gli ingordi e le loro masserizie.”

“Non c’è vulcano in Europa che uguagli in celebrità l’Etna, Mongibello come con voce arabo sicula lo chiamano gl’indigeni. […] Questa celebrità però, oltre alla natura sua vulcanica, è dovuta alla consacrazione che ne fecero i primi uomini, i quali, spauriti immaginarono e credettero l’ Etna un Dio. […]
Si voleva e si credeva con la contemplazione e devozione di tanti popoli, con l’adorazione di tante divinità appagare con sacrifici la sua collera.

Esso stesso era già Dio ed altare di fuoco magnifico, tremendo che i popoli Etnei […] tremando adoravano. A Giove Etneo, reggitore del monte, cantò inni Pindaro.(5) […]
Segue una lunga e dotta digressione sui templi di Vulcano, "presso la cittaduzza Etna Inessa, oggi S. Maria di Licodia […] e quello di Adrano, dal quale prese il nome la città omonima.(6) E’ naturale che le prime manifestazioni del sentimento religioso degli antichi abitatori dell’Isola, si riferissero più o meno direttamente alle vicende della vegetazione e ai fenomeni tellurici che quindi con essi si ricollegassero nomi di divinità e di eroi. […]

“Ma Adrano e Vulcano erano la stessa divinità? Erano due i tempii dedicati a loro? Io penso che la dotta argomentazione dell’Holm e del Freeman non toglie nulla all’ affermazione di Eliano che vi fossero stati due tempii dedicati allo stesso dio del fuoco, in due città diverse: Adrano ed Etna Inessa o, come altri vogliono, a Catania.

Dopo questo sono vane tutte le altre congetture. La nostra mente irretita in tanti forse, non potendo approdare a nulla, lascia ad altri il farneticare.

“Un sentimento di fede dominava la vita pubblica e privata degli antichi. Tutto aveva principio da Giove. […] Tutta era religiosa la vita. La religione pagana, scrive il Tommaseo, era seria e severa cosa. Niente senza gli Dei giunge di perfetto bene agli uomini. […]

“La fede nel Dio, la cui volontà, il cui giudizio si manifestava dando mente divinatrice e giudicatrice agli animali, era attribuita dagli antichi anche alle cose materiali, nelle quali essi scorgevano il cenno, la volontà del Nume. […]

“Roma repubblicana mandava ambasciatori a sacrificare sull’ altare di Giove […] per appagare l’ira del Dio Vulcano […]. Furono altresì le eruzioni ritenute segni d’infausti avvenimenti, come tuttora il popolino li crede castighi di Dio. […] Secondo Virgilio, l’ eruzione avvenuta ai tempi di Cesare fu presagio della sua morte. […] Quando gli uomini sentirono in cuore la pietà, non sacrificarono più vittime per placare la cieca ira del Dio nascosto nelle viscere della montagna e i credenti della nuova religione opposero nuovi esseri divini per arrestare e deviare le fiamme.

“Nell’ alto medioevo non mancarono impostori come Il mago Eliodoro ritenuto e venerato come Dio, eresse a Catania, dirimpetto all’ Etna, una statua per salvare la città. […] L’arte magica però di Eliodoro, che, a volo, era andato a Costantinopoli e ritornato a Catania, non lo salvò dalla santa ira del taumaturgo vescovo S. Leo che lo fece gettar vivo nelle fiamme dell’ Etna. […]”

Si passa ora alle leggende, iniziando da “quella antichissima dell’Egitto che narra che i giganti venivano tormentati in oscurissimi luoghi sotto le acque e che i crateri dei vulcani fossero le porte dell’inferno. Questa leggenda passò in Grecia e poscia presso gli Etruschi e i Romani. […] All’avvento del Cristianesimo disparvero i tempii a Giove, a Vulcano, ad Adrano. La concezione pagana del fuoco eterno tormentatore degli empi, si fece cristiana.

L’Etna fu battezzato, santificato dalla nuova religione […] Sulla costa del monte si rizzarono altari e croci, sorsero conventi e monasteri. Preghiere e inni, fra rombi sotterranei, fiamme sulfuree e rossi bagliori del Titano adirato, s’ innalzarono al novello Crocifisso. […]

“La filosofica leggenda si confuse con i demoni del Vangelo; la novella religione confermò, consacrò il mito […] tutte le religioni hanno qualcosa di comune che le rende venerabili e temute: il mistero dell’oltre tomba.” E seguono parecchi riferimenti storici da Tertulliano a Gregorio Magno.

“Fra le leggende di origine schietta siciliana è nota questa di Lucifero, narrata dal mago Pitrè, andato da poco nel regno delle fate. Quando Lucifero fece guerra a Gesù Cristo, l’Arcangelo Michele l’inseguiva per l’aria e Lucifero […] si lasciò andare verso la Sicilia e andò a nascondersi in Mongibello. […] ma la testaccia gli usciva fuori […]. San Michele […] con un colpo di spada, gli fa saltare un corno, il quale andò a cadere a Mazzara, […].

Lucifero, vista la mala parata, spicca un salto e con un morso gli porta via una penna dell’ala […] che è tutta di perle finissime […] e che cadde a Caltanissetta, ma non vi è più […].
“Un’altra leggenda che è dell’VIII secolo: Le nozze di Satana la racconta il Calì Fragalà. […]

“La leggenda della pantofola della regina Elisabetta d’Inghilterra è nota tra i pastori brontesi. Detta pantofola, caduta dal cadavere della regina sulla rocca Calanna, tra Bronte e Maletto, pervenne miracolosamente all’Ammiraglio Nelson, creato duca di Bronte, e gli servì come talismano in tutte le battaglie; ma dimenticatala quando combattè a Trafalgar, vinse la battaglia, ma vi perdette la vita.

I pastori brontesi narrano un’altra leggenda che parla di una cagnolina nera dagli occhi di brace che guaisce per i sentieri del bosco. Alcuni dicono essere l’anima del “maestro Ignazio Cereprino, magnano; altri dicono essere l’anima di un prete […]” che i diavoli buttarono nel cratere dell’Etna.(7)

La fantasia dei popoli nordici convertì l’antro dell’Etna in un regno fatato, dimora consueta di re Arturo, di sua sorella Morgana e del suo numeroso seguito. Anche nella mitologia settentrionale sono parecchi eroi che abitano nel cavo di un monte, destinati a futuro ritorno: e ne fa l’elenco dal Dio Wotann a Federico II. E si dilunga in questi racconti citando Miti e leggende del Graf. […]

In Sicilia, come nota il Graf, le memorie, le fantasie, ritornano ostinatamente alle storie e ai miti dell’antichità classica, perché il mito è la storia idealizzata dell’umanità, formato dal popolo e dal popolo tramandato e del quale esso si compiace come di cosa propria. E ricorda ancora i Ciclopi […]

“Ora tutta la fantastica visione è spenta. Gli Dei sono tramontati. Giove non governa più la formidabile montagna, né Bronte fabbrica più i fulmini e i tripodi fatidici. Gli Etnei hanno posto in oblìo la sacra religione del monte. Nello sfondo confuso di memorie rievocate dalla storia non si raccolgono che pochi ruderi di antiche leggende. […] E degli antichi eroi sono rimasti però i nomi ai luoghi della loro dimora: la valle del leone, il piano dei daini, la spelonca dell’orso, il bosco delle scimmie, la caverna dei lupi, l’antro dei cinghiali.

Della Titanomachìa che rappresenta la lotta della forza brutale contro la religione e contro la civiltà, non restano che i versi di Esiodo, qualche ricordo d’arte, il nome del ciclope Bronte, da cui si chiamava la terra che temeraria sorge sulle spalle del gigante, dannata da Giove al supplizio di Tantalo, e l’immenso sconsolato deserto di lava, immane cappa di piombo che, come la camicia di Nesso, comprime il molle seno di Demetra, la divina madre di tutti i mortali, della quale strazia e soffoca la vita, mentre sotto l’inerte e dura scorza, ferve eterna la febbre di nuovi incendi e ruine. […] E’ una ruina vivente, una desolazione magnifica e tremenda, sulla quale sembra passeggiare la vendetta di Giove. […] Quella terra non ha più palpiti: è spento ogni segno di vita. Solo la morte! la morte! la morte!

“Eppure vi fervette tanta vita attorno. […] E’ ancora a Taormina, alto sulla marina, lo scheletro tondo del teatro che fu degli Elleni dove gli spettatori assisi sui gradini in cospetto dello splendido azzurro del mare e del cielo e dell’ Etna fumante erano dominati da Eschilo, da Sofocle, da Euripide, da Aristofane, che in quel teatro, per secoli, ebbero tributi di lacrime e di risa; […] L’arte dei Greci sapeva unire svariando l’ effetto scenico degli spettatori(8) con la splendida visione della natura. […]

Ora tutto involge una ruina. Una solenne calma elegiaca ed eroica tiene il paesaggio circostante all’Etna dalla sua candida cappa di neve […].
All’orlo del nero deserto, […] biancheggiano villaggi […] alcuni siedono a specchio del glauco sonante Ionio, altri corcati nel verde, coronati dalle irte siepi del chionzo(9) fico, dono dell’India, si arrampicano sulle spalle del gigante: quivi lavorano, vivono, soffrono, cantano, pregano, finchè il vecchio Titano non si adira o si scrolla.

Bronte e «'a Muntagna» (l'Etna)“La mente, ricordando con orrore le millenarie sterminatrici eruzioni che nei secoli han flagellato questa plaga, pensa all’eterno conflitto della selvaggia montagna colle città, coi paeselli che umili si stanno accoccolati sulle sue falde, oppressi e risorti sempre a vita novella, a questa plaga nel suo orrido variopinto panorama; pensa a questo temerario colonizzatore del fuoco, al suo ardore accanito su quegli adusti macigni sgretolati, sbriciolati, sui quali sono impressi i segni del suo lavoro, la vittoria sua e quella del vulcano indomabile. […]

Forse questo titanico gigante, testimone di varie civiltà e del fato di tanti popoli, questo genera­tore di monti […] su cui sin da tempi antichissimi, attratti dal fascino delle cime, dal mistero della divina montagna, salirono poeti e filosofi […] e sul quale ancora, tutti gli anni salgono pellegrinando genti d’ ogni nazione, per salutare da quella vetta aerea, ove la mente oblìa e sogna, il sorgere dell’ astro benefico e contemplare circonfusa dalla gloria della bianca luce mattutina, la terra sacra ai miti di Tifeo, di Ade, di Persefone, dove vissero Sicani e Siculi, dove i commerci fenici prepararono la fiorita ellenica, che diede il profumo eterno dell’ arte alla ferrea maestà di Roma; forse questo gigante, come ogni cosa mortale, sprofonderà nell’ abisso,e, dove è ora nera lava, appena rallegrata dal solitario cespo della ginestra, fiore di fuoco, sarà un giorno piano verdeggiante o cerulo mare solcato da navi italiche.

Questa mutabilità delle cose richiama alla mente il pensiero di Empedocle: “Non v’è nascita per alcuno dei mortali, né fine di morte funesta, ma è solo una composizione e mutazione delle cose composte, il che dagli uomini si chiama vita e morte.”

“Intanto mentre i sofi si arrovellano pensando al fato estremo della titanica montagna, […] tutt’in­torno è una resurrezione, un rifiorimento di vita nuova.
L’anima pagana sembra aleggiare ancora su questa plaga, la più bella fra le belle; Ninfe e Sirene ancora sorridono alla nostra anima.

Il mito si è rinnovellato, trasformato, anzi è diventato realtà. Plutone, prorompendo dall’Erebo, è già uscito di nuovo dal Tartaro sul suo carro di fuoco, fasciato di ferro e lieto corre, gira attorno al monte, fumando, sbuffando, fischiando, portando seco le fatiche, le speranze, le gioie e i dolori degli uomini.”(10)

F I N E
 

A pag. 635 c’è l’“Avvertenza” datata “Bronte, dicembre 1936 - XV” e firmata “renato radice”, nella quale fra l’altro si dice: “Doveva far parte di questo secondo volume la memoria “Uomini e cose del mio tempo” […] che, però, inspiegabilmente, non pubblica nemmeno in questa edizione unificata del 1984. Seguono l’Indice e Le opere principali di B. Radice.




Note
:

(1) Fucini, Renato (1843 - 1921) di Monterotondo (Grosseto), con lo pseudonimo di Neri Tanfucio pubblicò novelle di ambiente paesano: “Veglie di Neri, All’ aria aperta”.

(2) Ibidem cit. pag. 611 - La nota (1) ricorda: “Questa monografia fu pubblicata la prima volta dalla Nuova Antologia nel febbraio 1925, e tradotta poi in Olandese.”

(3) Ibidem cit. pag. 612 - Si noti com’è ricercato il Radice nella scelta dei vocaboli: “sofi” per saggi.

(4) Ibidem cit. pag. 614 - Teogonia = origine e genealogia degli dei.

(5) Ibidem cit. pag. 618 - Pindaro, (circa 518/438 a. C.) di Cinocefale in Beozia, poeta greco, massimo esponente della lirica corale. Famoso soprattutto per gli epinici, che celebravano le vittorie nelle gare olimpiche, pitiche, nemee e istmiche (si conservano i 4 libri). Ebbe uno stile immaginoso e figurato, con audaci passaggi concettuali e sintattici (i cosiddetti voli ) e una lingua ricca di neologismi.

(6) Ibidem cit. pag. 619 - Abbiamo incontrato questa città col nome di Adernò poi cambiato in Adrano proprio in onore dell’antico dio.

(7) Ibidem cit. pagg. 626/28 - Magnano è il fabbro che forgia piccoli oggetti come chiavi.

(8) Altro grave refuso tipografico: spettatori dovrebbe essere spettacoli.

(9) Ibidem cit. pagg. 631/33 - chionzo è aggettivo toscano che significa tozzo, tarchiato.

(10) Ibidem cit. pagg. 633/34 - Quest’ultimo periodo si riferisce al treno Circumetnea.

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