Il quotidiano «La Patria-Corriere d'Italia» di Roma, così scriveva il 24 Maggio 1901:
«Nell'arte e nella vita - Nicola Spedalieri Nel 1895 fu bandito un concorso per un monumento, a Roma, a Nicola Spedalieri - l'ardito filosofo siciliano che, secondo un critico, tempera e compie Rousseau. Facevano parte della commissione artisti come il Gallori, lo Sciuti, il Monteverde - e tutti si fermarono davanti al bozzetto dello scultore Mario Rutelli. Il monumento è oggi completo ed è bellissimo. [...].»
Il 13 Ottobre 1878 i brontesi hanno voluto rendere omaggio al loro filosofo ("... che rivendicando da Roma con eroismo senza esempio il diritto umano e la sovranità del popolo abbatteva la radice delle vecchie tirannidi") apponendo una targa nella sua casa natale, posta al numero 26 della via Annunziata. La lapide è stata inaugurata da Giuseppe Cimbali. Nel 210° anniversario della morte, Bronte ha ancora una volta ricordato l'illustre filosofo con un convegno ed un incontro con le Scuole organizzati dalla nostra Associazione. A Catania al filosofo brontese sono stati dedicati una via e, nel 1865, il prestigioso liceo "N. Spedalieri" I Romani che passano frettolosamente per piazza sant’Andrea della Valle forse, levando distrattamente gli occhi verso il severo simulacro dell’autore de “I diritti dell’uomo”, si saran chiesti: “Spedalieri, chi è costui?” All’incirca come Don Abbondio con Carneade. La storia di quel bronzo ha conosciuto travagli singolari, che meritano un tentativo di ricostruzione, al di là di quanto il Radice e pochi altri ne han detto con intento celebrativo, non soltanto perché aprono un significativo spaccato politico-culturale della Roma tra ’800 e ’900, ma soprattutto perché essi sembrano riassumere paradigmaticamente le traversie critiche in cui è incappato l’ormai ignorato filosofo brontese, il cui pensiero ha avuto in sorte d’essere travisato sia da parte “liberale”, sia dal versante “clericale”.
Il bronzo controverso Storia della statua di Nicola Spedalieri di Vincenzo Sciacca La dottrina politica spedalieriana aveva ben poco di rivoluzionario, essa riprendeva motivi ormai tradizionali nel pensiero cattolico, da S. Tommaso alla scolastica spagnola (Suarez), che però, “riesposti” in quel frangente storico, dovevano sembrare assai pericolosi (I “Diritti dell’uomo” escono nel 1791, con la falsa indicazione di Assisi). Il libro di Spedalieri suscitò quindi un vespaio e a diecine furono i clericali che cercarono di confutarlo, fra i quali spicca il leader dei gesuiti italiani Pietro Tamburini.
Dopo la sua morte (e si vociferò di un avvelenamento), assai velocemente su di lui precipitò tanta polvere d’oblio, né bastavano a rimuoverla le appassionate prolusioni del Bovio, o Terenzio Mamiani che “Spedalieri” intitolava uno dei suoi dialoghi, per altro completamente fraintendendo la sua psicologia. La rivendicazione della sua figura fu opera personalissima di un altro brontese: Giuseppe Cimbali, che per un trentennio sfornò sullo Spedalieri opuscoli e cospicue monografie, imponendolo all’attenzione nazionale e, entro certi limiti, internazionale. Il Carle, dopo il “rumore” fatto dal Cimbali, non potè più ignorare, come aveva fatto nella prima edizione della sua “Vita del diritto” (Torino 1880), il nome e il pensiero di Spedalieri, e nella seconda edizione (ivi 1890) ne dava ampia notizia, accogliendo, alquanto acriticamente, le tesi cimbaliane circa la presunta matrice “rivoluzionaria” del suo pensiero. Sull’onda dei lavori entusiasti di G. Cimbali, Spedalieri iniziò, sempre salutato come padre del “liberalismo”, a far capolino anche su importanti riviste straniere, quali l’inglese Mind e la francese “Cooperation des idees”. Per questo grande affaccendarsi attorno alla figura e all’opera del suo concittadino, Giuseppe maturò una sorta di identificazione incoscia con Spedalieri, ai limiti della psicosi. Significative infatti sono alcune sue lettere spedite al padre, conservate nell’archivio storico del Real collegio Capizzi, nelle quali senz’altro si firmava “Nicola Spedalieri”, una celia che dice tante cose sugli studi di quest’uomo che avrebbe vissuto come un attacco personale ogni critica fatta all’autore de’ “I diritti dell’uomo”, senza contare il tono “eccessivo” di certe sue affermazioni che denotano, più che discernimento critico, l’ardore dell’innamorato ebbro della sua passione: “Spedalieri: io ho una mente, io ho una anima. Ebbene, d’indi innanzi metà della mia mente sia destinata a glorificare la tua mente, metà della mia anima sia destinata a glorificare la tua anima". (G. Cimbali. Inaugurandosi un busto... Roma 1886 p.9).
Mente e anima - quindi; senonché il Cimbali
(foto a destra) si lasciò prendere troppo dall’”anima”, dalla passione e, nonostante la mole dei suoi scritti egli si mantenne sempre all’epidermide del pensiero spedalieriano, senza penetrare il significato storico dì certe sue intime contraddizioni. Il Cimbali però non fu pago di aver eretto un siffatto monumento cartaceo e si fece anche promotore di un autentico monumento in bronzo, da erigersi in Roma, quale consacrazione definitiva non soltanto di Nicola Spedalieri, ma anche di se stesso come studioso. A questo punto ci serve una premessa, ché altrimenti le vicende successive non sarebbero del tutto perspicue. Giuseppe Cimbali era il secondo di quattro fratelli, chi più chi meno famoso e influente, stretti in un sodalizio “politico-familiare” - se mi si passa l’espressione. Essi potevano contare su amicizie “potenti” e usufruire dei vantaggi di una trama di relazioni estesa fino alla Spagna e alla Germania, meno alla Francia, dove l’Alcan, editore Parigino, sistematicamente rifiutò di pubblicare opere della famiglia Cimbali, fossero di Enrico o di Giuseppe. Presto nella Roma di fine ’800, da questa situazione nacque una sorta di “lobbie” politico-culturale Cimbaliana, assai temibile, che affossava gli avversari ora con i decisivi “agganci” di cui disponeva, ora divulgando pepatissimi pamphlet, nei quali non si lesinavano gli aggettivi. In Giuseppe specialmente è talvolta rinvenibile quella burbanza che poteva permettersi un polemista gagliardo, sicuro che alla fine, per un verso o per l’altro, avrebbe piegato la disputa a suo vantaggio. L’archivio storico del Real Collegio Capizzi testimonia, con le migliaia di carte cimbaliane delle firme illustri che conserva (Ardigò, Giolitti, Nitti, Crispi ecc.), la centralità e la forza della famiglia Cimbali nella Roma dell’epoca. Ecco perché quando Giuseppe proponeva un monumento a Spedalieri, creando un comitato ad hoc, nessuno restava indifferente, e tutti - politici o intellettuali che fossero - si sbracciavano per sostenere l’iniziativa o cercavano di affossarla con il preciso intento di colpire, stanchi di tanta pervasiva presenza, il prestigio familiare dei Cimbali. Al comitato promotore arrivarono illustri adesioni, il Crispi inviò un biglietto in cui si augurava che quegli sforzi organizzativi fossero “coronati dal più splendido successo”; Salandra si dichiarò orgoglioso di aderire all’iniziativa, Re Umberto inviò L. 500 quale personale contributo, ed era un modo a buon mercato di riscattare la casa Sabauda che nel 1792 aveva proibito “I diritti dell’uomo”. Adesioni entusiastiche continuarono ad arrivare dall’ambiente politico ed intellettuale - persino Mario Rapisardi, il blasfemo poeta catanese “socialista”, non ebbe remore a sposare la causa del Cimbali, e così anch’egli, che aveva verseggiato colossali bestemmie (il diavolo che stupra la Madonna ma subito l’abbandona perché i baci della nazarena gli paiono “insipidi”), si fece sostenitore di un monumento per un prete! Ma sotto i lustrini del consenso, sotto gli “sta bene”, covava la protesta: avversari politici ed accademici fecero scoppiare il “caso” Spedalieri, e, sull’onda di quello, il “caso” Cimbali. - Spedalieri era stato un prete, un reazionario che aveva considerato la religione come “sola e vera” salvezza degli stati, e G. Cimbali non era che un mistificatore, il monumento pertanto non si doveva fare - questi i loro ragionamenti. I nomi “Cimbali-Spedalieri” vennero associati in una quantità di articoli e trafiletti anonimi, apparsi nei quotidiani romani e nelle riviste specialistiche, nei quali assai spesso la disputa ideologica scadeva nell’insulto da trivio. Cimbali capì che non era in ballo soltanto la statua Spedalieri, ma il suo stesso prestigio di studioso e – probabilmente - anche la sua cattedra di filosofia del diritto nell’università romana, egli perciò si buttò nella mischia con gli artigli sfoderati. I “registi” del movimento “anti-monumento”, furono oltre a qualche socialista animato da sinceri risentimenti ideologici, soprattutto il Cav. Bellisio e il prof. Schupfer, entrambi direttori di riviste tecnico-giuridiche e il secondo anche collega di Giuseppe nell’università romana, essi probabilmente non avevano sopportato che sul mercato editoriale cittadino “colto”, fosse apparsa una terza rivista, intitolata “Lo Spedalieri”, diretta - manco a dirlo - da G. Cimbali. La rivista sembrò tanto più pericolosa per il loro personale prestigio, quanto più si configurava come una rivista “di famiglia”. I numeri dello “Spedalieri” infatti erano riempiti da articoli di Giuseppe e di Eduardo, interventi della “direzione” (cioè di Giuseppe), commenti a libri, in genere non firmati, senz’altro attribuibili o ad Eduardo o a Giuseppe. In queste condizioni un certo timore per la tendenziosità della rivista era del tutto comprensibile. Il prof. Schupfer aveva per la verità, quale collega anziano, all’inizio incoraggiato e sostenuto le pubblicazioni del Cimbali, ma quando Questi era divenuto una piccola celebrità, non tollerò di essere scavalcato in prestigio da uno sbarbatello, suo allievo per giunta e la disputa attorno al monumento era una occasione ghiotta per assestare qualche colpo mortale a Giuseppe. Ai reiterati attacchi dello Schupfer contro il monumento, Giuseppe Cimbali (foto a destra) rispose con una piccante lettera aperta, dal titolo goldoniano: Le Baruffe chiozote (Roma 1893), nella quale difende se stesso, la sua famiglia, il monumento venturo; la lettera (reperita nell’archivio personale del sig. F. Cimbali) è un significativo documento di cosa possa diventare la vita accademica quando sono in ballo il prestigio e la cattedra, ed è per noi fin troppo facile scorgere in questa canea (e da ambo le parti!), non tanto “sante “ battaglie in difesa di propri ideali, quanto il disperato tentativo di mantenersi un posto al sole nell’infido e turbolento panorama culturale dell’urbe. Comunque, anche se notevolmente rallentato da questo polverone che s’era levato, il comitato promotore, barcamenandosi alla meglio, era riuscito ad andare avanti. Si era bandito un primo concorso, al quale furono presentati ben ventiquattro bozzetti, tutti impietosamente scartati; un secondo concorso si tenne nel 1885, i bozzetti furono esposti al palazzo delle Belle arti e infine si scelse quello dello scultore palermitano Mario Rutelli. Nel marzo del 1893 - e nel frattempo fra G. Cimbali e lo scultore c’era stato un fitto carteggio, (Rutelli dovette vedersela con l’incontentabilità del committente) - il monumento era già pronto e issato sul piedistallo, a piazza Sant’Andrea della Valle; ma si tardava ad inaugurarlo, anche perché le polemiche, anziché affievolirsi sembravano montare di tono, e farsi aspre ed acide. Passarono aprile, maggio, giugno, luglio, ma il monumento non sembrava potere essere inaugurato senza suscitare un grande clamore e un’ondata di generale esecrazione. Ci fu chi propose di abbattere la statua, chi, passandole davanti faceva gesti denigratori, e Giuseppe fu addirittura trascinato in un teatro di Trastevere, in un pubblico contraddittorio, che non stentiamo ad immaginare accesissimo ma anche un po’ ridicolo. Nel frattempo le fila dei sostenitori del monumento si andavano assottigliando: i massoni sul principio erano sembrati entusiasti dell’iniziativa, e avevano aderito al comitato, ora, dopo quel bailamme non vollero più saperne. In effetti essi di Nicola Spedalieri avevano conosciuto soltanto quello che Giuseppe Cimbali (foto a destra) aveva - furbescamente - loro propagandato, e cioè il primo libro de “I diritti dell’uomo”, dove non c’era quasi nulla che un massone del tempo potesse non condividere. Allo scoppiare delle polemiche essi dovettero procurarsi qualche edizione integrale de “I diritti dell’uomo”, ed è facile, ed anche un po’ comico, immaginare il loro sconcerto di fronte a quei cinque libri (ben cinque!) che il Cimbali aveva cercato di lasciare in ombra: essi vi trovavano non soltanto una difesa del cattolicesimo, ma anche (e questo era troppo!) una lunga arringa contro le massonerie. Se pronta era stata la loro adesione prontissima adesso fu la defezione e “l’amico” Cimbali (massone anch’egli?) diventò un raggiratore di allocchi. Soltanto nel novembre del ‘93 in qualche maniera il controverso bronzo rutelliano fu inaugurato; i massoni che nel frattempo, come abbiamo visto, si erano ravveduti non c’erano, i liberali non c’erano, non c’erano ovviamente i socialisti, e soprattutto non c’era nessuno di quei nomi così illustri che avevano spedito complimentose adesioni, evidentemente di circostanza. La cerimonia non ebbe fanfare né discorsi ufficiali. Qualcuno tirò un telo e finì là. Giuseppe vide la tanto sospirata cerimonia, per la quale aveva forse sognato il concorso popolare, svolgersi alla chetichella, in una atmosfera nervosa e di semiclandestinità. Quella sera deve aver inghiottito amaro. Nei mesi avvenire il trambusto non si sedò, e ancora c’era chi voleva abbattere la statua del filosofo ed altre circostanziate accuse furono formulate: il Cimbali aveva scovato una mezza nullità filosofica (Spedalieri), l’aveva esaltata in maniera tale da poterne approfittare sotto il profilo accademico; si era insomma “sistemato”, sfruttando un prete sconosciuto e reazionario. Giuseppe reagiva ruggendo: non egli era il primo a riconoscere la grandezza di Spedalieri, ma il Bovio e Terenzio Mamiani, e Giacomo Leopardi e il Crispi e il Carle ecc. ecc.. La disputa sembrò infinita come certe questioni “aristoteliche” che possono durar secoli perché i veri contendenti non si schiodano di un millimetro dalle loro posizioni; nel 1924 a trent’anni di distanza da quando la sfortunata statua era stata posta sul piedistallo, ancora se ne discuteva con una certa lena. I fascisti riproposero di abbattere lo “spostato” (lo “spostato” era ovviamente Nicola Spedalieri), e ci fu un altro brontese (Giuseppe era morto) che cercò di difendere quel benedettissimo pezzo di ferro: Vincenzo Schilirò. Lo Schilirò riprende per intero le argomentazioni del Cimbali, l’esigenza di doversi barcamenare nella difesa di un monumento, contro i fascisti (che erano già saldamente al potere), gli fa uscire dalla penna cose di questo genere: “Benito Mussolini non è di quei ministri che per conoscere un pensatore profondo come lo Spedalieri, hanno bisogno dell’imboccata giornalistica, (...) Lui che ha tanto lavorato e sofferto per salvare la patria da quella forma perniciosa di tirannide che è la demagogia rossa e piazzaiola, è in grado d’apprezzare senza preconcetti la grandezza d’uno dei più forti e geniali difensori del popolo”. Altrove avrebbe scritto che il Duce sembrava realizzare a puntino la filosofia politica di Spedalieri. Questo tipo di difesa, in quei tristi anni, non ammetteva contraddittorio, a lungo non ci fu più nessuno che scrisse contro il monumento, essendo stato ormai il nome di Spedalieri associato a quello augusto del dittatore. Lo “Spostato” è ancora là, opera infelice d’un infelice scultore, e forse si chiede perché mai tanto accanimento; forse teme che qualche altro levi la sua voce per buttarlo giù dal piedistallo e probabilmente si corruccia pensando che, forse, nessuno dei brontesi vorrà più prenderne le difese. (L'articolo a firma di Vincenzo Sciacca è uscito su «Lo specchio e il piacere» (Anno I, n. 7, Dicembre-Gennaio 1994, pag. 16), quaderni di cultura e politica ambientale del Circolo Etna-Simeto di Bronte. La redazione dei quaderni (sedici i numeri usciti tra maggio 1994 e dicembre 1995) era composta da Gaetano Bonina, Alessandra Ciraldo, Sebastiano Ciraldo, Silio Greco e Vincenzo Sciacca].
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