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Era noto a Bronte come "Peppino di Capri"

Roberto Spedalieri

Cinquanta anni di vita lontano da Bronte

Roberto Spedalieri, figlio di Gioacchino Francesco Spedalieri e di Iolanda Venera Dominedó, nato nel 1937, era noto a Bronte come Peppino di Capri di cui era fisicamente un sosia perfetto.

Non era cantante, ma, pieno di brio, di inventiva e di spirito artistico, nella sua gioventú, era diventato l’animatore di tante feste cittadine.

Nel 1959 Roberto ottenne il Brevetto di Agente delle Imposte di Consumo, e nel 1960 ottenne il Diploma di Stenodattilografo. Seguito un corso in lingue straniere divenne fluente nella lingua francese e nel 1971 decise di emigrare temporaneamente nell’Arcipelago francofono delle Nuove Ebridi.

Alle Nuove Ebridi, Roberto trovó subito impiego come agente di importazione nella capitale Port Vila.

Lì incontra la giovane insegnante Danielle Laurent e nel settembre 1972 convolarono a nozze.

Presto giunsero i figli Federico e Daniele che contribuirono a far allontanare in Roberto l’idea di un ritorno permanente a Bronte.

Alle Nuove Ebridi Roberto e la sua famigliola furono partecipi dell’evolversi politico del paese e del suo accesso all’indipendenza che ottenne nel 1980, prendendo il nome di Repubblica di Vanuatu.

Purtroppo quell’evento che doveva essere gioioso fu oscurato dalla triste manovra del governo francese volta a sostenere il ribelle e secessionista Jimmy Stevens.
La secessione fu schiacciata dal nuovo governo capeggiato da Walter Lini, con l’aiuto di truppe della Nuova Guinea, e la rappresaglia di Walter Lini e del suo governo fu severa contro i secessionisti e i loro sostenitori. Tutti i cittadini forniti di passaporto francese furono costretti in breve tempo a lasciare il paese. Roberto, Danielle e i loro figlioli non furono risparmiati dal provvedimento, malgrado che Danielle e i figli fossero nati in quella terra.

Roberto valutò in quel periodo la possibilità di ritornare in Italia, ma nel 1982 moriva a Bronte il papá Francesco Gioacchino Spedalieri, e Roberto mutó parere.

Roberto e la sua famigliola lasciarono, nel 1983, dunque Vanuatu per recarsi nel vicino Dominio Francese di Nuova Caledonia e presero residenza nella capitale Noumea.

Danielle riprese subito l’insegnamento nelle scuole comunali, mentre Roberto si dedicó alla fotografia.

Ebbe cosí modo di esercitare il suo spirito artistico, che fu presto apprezzato dai clienti e fu chiamato senza sosta come fotografo nelle feste matrimoniali, di battesimo, di prima Comunione e di Cresima.

Nel 1990 la famigliola fu in grado di acquistare la propria casetta sullo sfondo del Mont Dore che visto dalla loro finestra richiama tanto la sagoma dell’Etna.

La loro casetta fu chiamata “Bronte”.

Purtroppo nel 2004 Roberto fu colto da emiplegia che, malgrado i lunghi esercizi di riabilitazione, lo lasciarono zoppicante. Col tempo fu notato pure un affievolimento della memoria.

Nel 2006 a Danielle fu riscontrato il cancro e fu inviata in Australia per cura. La ripresa fu soddisfacente e la guarigione sembrava certa. Tuttavia nel 2012 fu inviata in Australia per accertamenti. Vi giunse a fine luglio con il marito. Contavano di rimanervi una decina di giorni.

In ospedale peró l’oncologo scoprí che in Danielle il cancro aveva attaccato la vescica e il colon. Quello che era stato pianificato come un viaggio breve, si trasformó in una lunga Via Crucis ospedaliera con complicazioni d’ogni sorta.

Nello stesso anno 2012, infatti, a maggio, i medici avevano diagnosticato che Roberto era sofferente della sindrome di Alzheimer.

Roberto affrontó quell’imprevisto con coraggio e con fede. Volle ugualmente seguire la moglie a Sydney e fu ospitato amorevolmente nella casa del fratello Bruno e della cognata Zina. Alle parole tecniche dei medici rispondeva: «E loro cosa ne sanno? Sono forse Dio? La vita viene da Lui!»

Andó alla tomba della prima Santa Australiana, Mary McKillop, e prese a fare una Novena di preghiere alla Santa e d’allora portó sempre nel taschino della giacca l’immagine di Santa Mary McKillop, e la mostrava a tutti coloro che incontrava.

Ogni domenica andava a messa e prese a visitare, con il fratello, i luoghi piú belli di Sydney.

In quel tempo di attesa e di speranza, Roberto e Bruno riandavano ai ricordi della famiglia e del paese, parlavano di Bronte e dei loro amici comuni, navigavano per il sito Bronte Insieme e godevano di leggerne gli articoli e commentarne le foto.

Nel 2010 il figlio maggiore di Roberto e Danielle, Federico, insieme con la moglie Irene e i tre figli Carla, Lisa e Lenzo intrapresero un viaggio in Europa. Colsero allora l’occasione per andare alla ricerca delle loro origini.

Andarono a Bronte, visitarono la Cittadina, il Castello Nelson, la Masseria Lombardo ed il Cimitero dove deposero dei fiori sulla tomba dei loro nonni e bisnonni Spedalieri, Dominedó e Schiliró.

Il 24 ottobre 2012 Federico dovette andare in Australia per riprendere il padre e ricondurlo in Nuova Caledonia. Danielle rimaneva a Sydney nell’Ospedale “Mater Misericordiae” per una lunga convalescenza.

La salute di Roberto purtroppo deperiva ed era prudente che tornasse nel suo ambiente e fra i suoi medici. Il 25 ottobre fu ammesso nell’ospedale di Nouville. La moglie poté rientrare a Noumea solo il 12 dicembre 2012.

Ai vecchi amici e conoscenti di Roberto “il Peppino di Capri Brontese” e a tutti i navigatori del sito Bronte Insieme inviamo un pensiero e la richiesta di una preghiera per lui e la sua amata moglie Danielle.

Bruno Spedalieri

6 Gennaio 2013

1964, Bronte: Roberto Spedalieri, presentatore della manifestazione, in mezzo alle candidate per l'elezione di Miss Tricolore.

1970, Sydney (foto a destra): Il vero Peppino di Capri firma autografi ai suoi fans. La somiglianza con Roberto Spedalieri è notevole.

2011: Roberto Spedalieri e la moglie Danielle Laurent. Vivono nella capitale Noumea (Nuova Caledonia) e la propria casa, posta sullo sfondo del Mont Dore che visto dalla loro finestra richiama tanto la sagoma dell’Etna, è stata chiamata “Bronte”. Roberto Spedalieri e tutti i suoi familiari seguono e visitano il nostro sito dal lontano 2003.

2010
Lisa e Lenzo Spedalieri, nipoti di Roberto e Danielle, vengono per la prima volta a Bronte, nella Città di nonno Roberto, e si recano al Cimitero in visita alla tomba dei bisnonni.




Vincenzo Longhitano e Nino Marino

Gli artigiani del pistacchio

I love Sicilia, mensile palermitano di stili, tendenze e costumi nel numero di Marzo 2008 (Anno 5, numero 30) ha dedicato un servizio, a firma di Alfio Sciacca e foto di Tullio Puglia, ad una delle tante ditte di trasformazione del pistacchio brontese, la Pistì. Guidata da Vincenzo Longhitano e Nino Marino «sul territorio nazionale fa concorrenza alle più blasonate case dolciarie».

«A Bronte, da dove parte l’80 per cento della produzione italiana di pistacchi, ha sede la ditta creata da due giovanissimi: Vincenzo Longhitano e Nino Marino. In pochi anni il loro marchio è arrivato a fare concorrenza a giganti nazionali

Pistì un laboratorio di dolcezza

Paste di mandorla, croccanti e torroncini seguono le stesse ricette di una volta. E si vendono in Irlanda, Germania, America e Svizzera

Vincenzo Longhitano (a sinistra) e Nino Marino“Il nostro è solo un grande laboratorio di pasticceria”. Nonostante si estenda su una superficie di oltre 4 mila metri quadrati continuano a definirlo così. E non certo per falsa modestia.
Piuttosto è un’abile strategia di mercato per “un prodotto che resta sostanzialmente artigianale e di qualità”.

Siamo a Bronte, il regno del pistacchio. Da questo centro sul versante ovest dell'Etna parte quasi l’80% di tutta la produzione italiana di “oro verde”. E proprio qui ha sede la “Pistì”.

A guidarla due giovanissimi che sette anni fa si sono messi in testa di poter coniugare la vocazione di un territorio con la creazione di un marchio di qualità.
Due giovani provenienti da esperienze completamente diverse.

L’uno Vincenzo Longhitano, 30 anni, è nato e cresciuto in una famiglia di produttori di pistacchio di Bronte. L'altro, Nino Marino, 31 anni, viene da Brolo e si è fatto le ossa nella commercializzazione delle carni.
Insieme hanno dato vita ad un marchio che oggi sul territorio nazionale fa concorrenza alle più blasonate case dolciarie, dalla sicilianissima Condorelli alla Caffarel.
“Tutto è nato quasi per scherzo - racconta Nino Marino - sette anni fa io e il mio socio decidiamo di chiedere ad alcuni pasticceri di Bronte e Messina di produrci alcuni dolci tipici. Gli mettiamo su un marchio inventato in un attimo e ci presentiamo alla fiera Cibus di Parma.
Strano a dirsi ma dopo quattro giorni di fiera siamo tornati in Sicilia con una tale quantità di contatti e di richieste da capire subito che quella era la strada giusta. Abbiamo così cominciato a lavorare e a vendere alla grande: il primo anno ci siamo concentrati solo sulla grande distribuzione ma per farlo abbiamo dovuto comprare una pasticceria.
E anche così non eravamo in grado di soddisfare la richiesta. Allora ci siamo messi alla ricerca di un capannone. E non trovando niente di meglio abbiamo acquistato un’autocarrozzeria con tutte le attrezzature ancora dentro. In poco tempo l'abbiamo trasformata in laboratorio di pasticceria e siamo riusciti a proseguire l'attività per tre anni”.
Intanto quell'idea nata per caso era diventata un'azienda e il gioco di due amici si era già trasformato in un grande business. Ora la “Pistì” cerca di fare il grande salto.
“Infatti. A fine 2007, finalmente, siamo riusciti a traslocare in un nuova sede. Un capannone di 4 mila metri quadri, semi automatizzato, dove comunque continuiamo a lavorare come in un laboratorio di pasticceria”.
E con l'azienda è cresciuta anche la forza lavoro. “Oggi impieghiamo stabilmente 18 persone che nei periodi di picco della produzione, tra luglio a dicembre, arrivano fino a 75”.
Ma cosa produce “Pistì”?
“Fondamentalmente cerchiamo di produrre qualità. Coni nostri prodotti vogliamo anche vendere un pezzo di Sicilia. Ecco perché i sapori debbono essere autentici: il pistacchio di Bronte, le mandorle di Avola, il miele di Zafferana. Tutta materia prima di qualità lavorata secondo la tradizione della migliore pasticceria siciliana.
Le nostre paste di mandorla, i croccanti, torroncini, torrone, diventano dolci seguendo le stesse ricette di una volta. Ma anche nei prodotti meno conosciuti, come il torrone di pistacchio o ricoperto di cioccolato, i chiccosi (frutta secca ricoperta di cioccolato) facciamo prevalere i caratteri forti della nostra frutta secca. In più cerchiamo di rivestirli in un modo accattivante ed appetitoso”.
Sicuramente un'azienda di nicchia che vuole restare tale anche se ormai è conosciuta in tutta Italia e anche all'estero.
“Oggi vendiamo anche in Irlanda, Germania, America, Svizzera - spiega Marino - ma questo sarà l'anno della svolta anche perché differenzieremo le linee di produzione: avremo una linea per la grande distribuzione e un'altra per le pasticcerie. Inoltre entrerà a regime l'ufficio export con una vera e propria rete vendite tutta nostra”.
Insomma proiettati nel mondo ma fedeli alla tradizione. “La nostra non sarà mai un’attività industriale. Da piccoli artigiani vogliamo solo diventare artigiani un po’ più grossi che producono sempre con le manine”.

Anche "Economy",  settimanale economico della Mondadori, nel numero del 2 aprile 2008, all'interno di un dossier sulla industria alimentare siciliana, dedica un articolo alla Pistì

ESPORTATORI DI DOLCEZZE

Due ragazzi di Bronte, la capitale del pistacchio, si mettono insieme e creano Pistì, una piccola azienda specializzata in dolci tipici siciliani. Un grande successo

Pistì, azienda specializzata nelle produzione di dolci, deve il suo nome al pistacchio. Dal diminutivo dell'«oro verde», come viene chiamato questo frutto in Sicilia, è nata una delle aziende alimentari più conosciute dell'Isola.
Qui, a Bronte, in provincia di Catania, la patria del pistacchio appunto, ha sede l'azienda creata sette anni fa da due giovanissimi imprenditori: Vincenzo Longhitano, 30 anni, nato in una famiglia di produttori di pistacchi, e Nino Marino, con un passato nella commercializzazione delle carni. Tutto è nato quasi per gioco, grazie alla collaborazione di alcuni pasticceri di Bronte e di Messina, che hanno realizzato per Longhitano e Marino i primi prodotti, i dolci tipici della regione.
Inventato il marchio, i due soci hanno poi partecipato al Cibus di Parma, il salone internazionale dell'alimentazione. È stato un successo: tornati in Sicilia, Longhitano e Marino hanno acquistato una pasticceria e si sono concentrati sulla grande distribuzione.
La forza della tradizione. «Rappresentiamo la tradizione dolciaria siciliana» spiega a Economy Marino, responsabile commerciale, «produciamo torroni, croccanti, frutta di martorana (cioè di pasta di mandorla), panettoni, torte, cioccolato. E da qualche tempo anche il pesto a base di pistacchio. Perché i nostri prodotti più famosi sono a base di pistacchio, come il torrone al pistacchio o i cioccolatini al pistacchio».
L'azienda è cresciuta e a fine 2007 è stata inaugurata la nuova sede, un capannone di 4 mila metri quadrati alla periferia di Bronte. Anche i dipendenti sono aumentati. Oggi alla Pistì lavorano 18 persone che nei periodi di picco, tra luglio e dicembre, arrivano a 75. Senza dimenticare l'export: «Vendiamo in Irlanda, Germania, America e Svizzera, ma siamo molto legati alla tradizione» continua Marino «produciamo prodotti esclusivi, il più possibile artigianali, e sposiamo il marketing qualitativo».
Progetti per il futuro? «Ogni anno registriamo percentuali di incremento a due cifre» conclude Marino «ma il nostro vero obiettivo strategico è espanderci all'estero e crescere in termini innovativi e qualitativi». In ogni caso il bacino dei siciliani all'estero è quasi infinito.

Le quattro pagine dedicate alla Pistì dal mensile palermitano
I love Sicilia (Marzo 2008, numero 30).

Il servizio a firma di Alfio Sciacca è corredato da foto di Tullio Puglia

 

 




«I primi giorni papà era meravigliato di quanto "Sale" si vendeva in tutta quanta New York »

Brontesi a New York

di Nunzio J Camuto Lupo

Nei primi anni della mia dimora negli Usa ebbi il piacere di far venire mio Padre a New York, la prima volta nel 1970, la seconda nel 1973. Dovunque così a New York City il suo ricordo mi è rimasto vivo, e in certi posti mi pare anzi di risentire ancora la sua voce!

A distanza di tempo incontrò parenti e amici di gioventù, tra gli altri zio Louis e zia Frances, gli ultimi fratello e sorella di suo padre e tanti, cugini: Frank e Marie, Dino ed Emma e tanti altri cugini americani di seconda e terza generazione.

E vecchi amici: Frank Casella, Peppe Lupo, Emmanuele Barbaria, Gaetano Isola e i fratelli Nino e Giovanni Fazio, Fred Aidala, e John Sciacca e i suoi fratelli Ignazio, Sal e Joe, e Fred Margaglio, oriundi tutti della bella Bronte e Mr. Gaetano De Luca di Maletto.

In quel periodo estivo Mr. De Luca da Catania aveva ospiti due nipoti, da parte della sua gentile Signora Josephine Grasso, il giovane neolaureato Dr. Piero Grasso e suo padre.

Con Piero un giorno ci recammo in Cypress Avenue a vedere certe auto che mi interes­savano molto.

Chiaramente Piero di buone macchine se ne intendeva e parecchio. E di strada ne ha percorso già tanta. Da Palermo, dove aveva già raggiunto i più alti incarichi nella Magistra­tura, è stato trasferito da pochi anni a Roma dove, come al solito, occupa i primi posti davvero molto importanti. Auguri Piero!

Invitati da John Sciacca un giorno da Borough Park, dove risiedevamo, con mio padre ci recammo a piedi a Bensonhurst. Da Caton Avenue, su la pedonale destra della bella Ocean Parkway di buon passo raggiungemmo Ave U dove gli Sciacca risiedevano.

Ogni volta che mi capita di rifare in auto quella bellissima arteria, ricordo ancora chiara­mente quel che mio padre mi andava dicendo in quella bella passeggiata sotto gli alberi, tra l’altro la frase che un suo cugino Peppino era solito ripetere spesso: “Cusgì, nun è tantu ppi l’interessi”,“ma è ppi soddi” aggiungeva mio padre.

Perchè i Saldi a New York debbano chiamarsi “Sale”, non è così chiaro, qui è quasi sempre stagione di Saldi.

I primi giorni a New York papà era meravigliato di quanto Sale si vendeva in tutta quanta la città. Molti negozi infatti esibivano la scritta: Sale, e Sale fu uno dei pochi vocaboli inglesi che lui apprese durante il suo soggiorno.

Da Brooklyn oltre che con la Metropolitana tante volte ci recammo in auto a Manhattan attraversando il Brooklyn Bridge, un gioiello architettonico e uno dei ponti sospesi più lunghi del mondo.

Nella Little Italy una breve visita alla Chiesa di San Giuseppe, all’altare che la Società dei Brontesi di New York aveva dedicato alla Patrona di Bronte, e poi… in Mulberry Street, tra le variopinte bancarelle e la folla dei devoti alla festa di San Gennaro.

Evidentemente ci siamo recati un paio di volte anche al centro: in Fifth Ave, alla Cattedrale di San Patrizio, al Rockefeller Center e al Central Park.

Qui allo zoo papà rimase colpito dalla condizione disumana di animali, quali il cammello e il leone, costretti in gabbie troppo strette.

Nei bei viali del Parco ammirò i numerosi scoiattoli e dovunque nell’adiacente Fifth Avenue quegli uccelli che fiduciosi a schiere posano davanti agli ingressi dei palazzi.

Un giorno volli sbalordire papà, lo invitai a Radio City Music Hall, il più grande teatro del mondo con i suoi 6.200 posti a sedere. Avremmo assistito a un film in prima visione e al celebre spettacolo di varietà delle Rockettes.

A dir la verità papà non sembrò gran che interessato.

Per lui non valeva la pena esser venuto a New York per poi andare a vedere un film.

A Catania, al San Giorgio, se ne potevano vedere, se non di prima visione, lo stesso interessanti. Comunque alla fine riuscii a convincerlo.

Rimase semplicemente entusiasta del grandioso spettacolo di varietà delle Rocketts. E naturalmente ci volle tornare ancora altre volte.

A New York non si poteva rinunziare a salire sull’Empire State Building, il più alto gratta­cielo del mondo. Le Gemelle, crollate September eleven del 2001, erano in costruzione ancora.

Dalla Terrazza al 102 piano potemmo ammirare a 360 gradi nella limpida giornata un’incre­dibile panorama.

A ricordare la nostra ascensione sull’Empire State, sulla terrazza l’inatteso incontro con un nostro conoscente di Palermo. Delle foto ci ricordano la visita alle Nazioni Unite, una nel parco, dinanzi al gruppo marmoreo dono dell’allora Unione Sovietica.

A trovare i d’Aquino, nostri cugini di Staten Island, la prima volta andammo con il traghetto, poi in auto, attraverso il Verrazzano-Narrows Bridge, che e’ il ponte sospeso più lungo del mondo, da pilone a pilone 1.297,45. Una meraviglia dell’ingegneria americana. [Foto]

Una giornata a New York di Peppino Camuto

Peppino Camuto davanti all’ONU Building Peppino Camuto  nel parco Onu dinnanzi al monumento donato dall'Unione sovietica
Peppino Camuto con il figlio Nunzio allo Student Center, del Brooklyn College
Peppino Camuto davanti a San Patrizio in Fifty Ave Peppino Camuto sul Ferry Boat con Lady Liberty sullo sfondo

Una giornata a New York
Peppino Camuto, davanti al­l’ONU Building, nel parco Onu dinnanzi al monumento donato dall'Unione sovietica, con il figlio Nunzio allo Student Cen­ter del Brooklyn College, da­van­ti a San Patrizio in Fifty Ave e sul Ferry Boat con Lady Liberty sullo sfondo.

A destra, Nunzio J Camuto Lupo sul Brooklyn Bridge.

Nunzio Camuto Lupo sul Brooklyn Bridge

«Mio padre Peppino Camuto Abramo (09 febbraio 1896 – 13 dicembre 1987) passò la sua vita a Bronte, con mia madre Nunziata Lupo Samperi fino a quando lei, il 05 maggio 1969, morì.

Sempre circondato dall’affetto dei suoi figli e rispettato dai suoi tanti amici, si dedicò al commercio.»

(Nunzio Camuto, 19.2.08)

Peppino Camuto Abramo

Vedi Genealogia della Famiglia Camuto

A North Plainfield, NJ, andammo a trovare un nostro cugino, Nino Catania. Imboccando
da Staten Island il bruttissimo Goethals Bridge.

Comunque quelli erano altri tempi e acqua ne è passata tanta sotto i ponti di Brooklyn, e il Verrazzano-Narrows Bridge.

Nunzio J Camuto

New York, febbraio 2008

Il prof. Nunzio J Camuto Lupo («J» sta per Joseph, il nome del padre, che Nunzio ha voluto aggiungere come "middle name" al suo quando è diventato cittadino americano), nato a Bronte nel luglio del 1925, si è laureato nel 1953 in Lettere classiche nell’Università di Messina. Ha insegnato nella Scuola Media e nel Ginnasio della stessa città e successivamente al Liceo del Collegio Agostino Pennisi di Acireale. Nel 1973 si è trasferito a New York ed anche qui ha continuato l'attività di docente nella Senior High School di Great Neck, Long Island e a Staten Island. Da Assistant Professor ha insegnato anche al Kingsborough e al Brooklyn College della N.Y.C. University.
Nel 1987 si ritirato dall'insegnamento per motivi di salute e da allora si dedica, da pensionato a New York, occupando il tempo "in maniera davvero piacevole", a ricerche storiche.


  

  Ottobre 2003

Intervista a Nunzio Rossi

A Bronte abbiamo incontrato dopo 56 anni, Nunzio Rossi, 75 anni, brontese, emigrato in Argentina all'età di 19 anni.

A Nunzio abbiamo chiesto:

Raccontaci un po' la tua vita in Argentina. Ti sei sposato? Che mestiere hai fatto?
Sì, mi sono sposato in Argentina con una ragazza che si chiama Margherita. Ho quattro figli, grazie a Dio quasi tutti sistemati, uno ancora studia. Ricordo ancora oggi quando arrivai in Argentina. Era il luglio del 1947. Mio padre era partito già da tempo a cercare un po' di fortuna ed io crescendo mi domandai perché ci avesse abbandonati.
Un giorno gli scrissi una lettera manifestandogli i miei sentimenti. Mio padre mi rispose. E fu così che decisi di raggiungerlo per farlo tornare.
Ma arrivato lì, lo trovai vecchietto e ammalato, quindi decisi di rimanere, completai gli studi e mi misi a lavorare.
Ho insegnato meccanica generale nel collegio più grande dell'America Latina, ''l'Ottocratus''. Lì studiano molti giovani provenienti da tutto il Sud America. Bene sono stato 25 anni, ho avuto onori, attestati e poi nell'81 sono andato in pensione.
Quell'anno incontrai un siciliano che mi chiese se potevo aiutarlo per il suo centro di commercianti che era in grave crisi. Il centro era formato da 129 associati; accettai e così lavorando sui libri sono arrivato ad essere un buon amministratore.
La situazione cominciò a migliorare, e così gli associati sono arrivati ad essere 450. Adesso ho lasciato una commissione formata tutta da avvocati, dottori, commercianti. Per questo motivo nel 2002 mi hanno premiato come uomo dell'anno.

La grave situazione economica-finanziaria dell'Argentina ti ha colpito?
Il disastro economico non ha colpito solamente me ma tutti gli operai e anche quelli che tenevano una posizione più agevolata. Economicamente sto con una pensione bassa. I soldi che avevo da parte li ho persi. A me che tenevo poco non mi sarà rimborsato niente o quasi niente, quelli che avevano tanti soldi sono rimasti che dovranno aspettare 5-10 anni per prendere quel poco che gli daranno.
Il governo attuale dice che le cose in futuro si potranno aggiustare, ma dopo quello che è accaduto in Argentina c'è poca fiducia.

Sei tornato dopo tanto tempo. Come ti è sembrata Bronte?
Rivedo Bronte come un sogno. Mi piace ritornarci perché sono nato e cresciuto qui dove avevo tanti amici; qui ho lottato per la democrazia, sono stato attivista della Democrazia Cristiana.
Ho lasciato tantissimi amici che rivedo oggi con piacere. Tra questi ricordo Mimmo Azzia, Romolo Cannata, Ciccio Longhitano e tanti altri. C'è molto progresso, ci sono tante auto, cosa che nel '47, quando sono partito, non esisteva. Ho trovato il paese molto cambiato positivamente, la gente sta bene.

Ti sei pentito di essere andato in Argentina?
Posso dire di essere felice perché lì mi sono fatto una famiglia e, a parte certi momenti di disavventure, sono stato bene. Però sono brontese e mi sento tanto orgoglioso di esserlo, e quanto sono in Argentina è come se mi mancasse qualcosa.

Quindi ti senti ancora siciliano?
Sì. Sono orgoglioso di essere siciliano, italiano e soprattutto di essere brontese.

Nunzio Rossi
con la moglie,
signora Margherita

Agosto 2003

Emigrato in Argentina, un 75 enne torna nel suo paese dopo oltre 20 anni

Bisogna guardare gli occhi lucidi di un anziano signore che torna nel paese che lo ha visto nascere e trascorrere la gioventù dopo essere stato assente per oltre 20 anni.
Perché Nunzio Rossi all'età di 75 anni, dopo essere emigrato in Argentina nel ‘47 italiano si sente ancora e per questo si è recato in Comune per ringraziare il sindaco, dott. Salvatore Leanza, che, come a tutti gli emigrati gli ha spedito un calendario con tante belle foto di Bronte.

Il dott. Salvatore Leanza lo ha ricevuto nella sua stanza con tutti gli onori possibili come meritano tutti i brontesi che purtroppo per trovare lavoro hanno dovuto lasciare il proprio paese natio. Il signor Rossi racconta il suo passato fatto anche dalla consapevolezza che forse Bronte non la avrebbe mai più rivista. Ma la vita riserva grandi sorprese e le sorelle, Nunzia e Nunziatina decidono di pagare al fratello il viaggio per riabbracciarlo.

«Devo ringraziare loro - dice emozionato - senza le mie due sorelle non sarei mai potuto essere qui».
- Quando è andato via da Bronte?
«Lo ricordo ancora come oggi, - ci dice a - Era il 19 luglio del 47 e avevo appena 19 anni. Mo padre era già da tempo andato in Argentina a cercar fortuna ed io crescendo mi domandai perché mi aveva abbandonato. Almeno allora pensavo che mio padre avesse lasciato la famiglia. Per questo gli scrissi una lettera manifestando i miei sentimenti. Mio padre scoppiò in lacrime. Decisi allora di raggiungerlo per farlo tornare. Ero allora convinto che anche in Sicilia si sarebbe potuto trovare lavoro, ma il suo precario stato di salute mi costrinse a rimanere in Argentina, dove alla fine completai gli studi e mi sposai. Certo ho avuto anche lì delle disavventure: la crisi economica argentina ci ha tolto tutti i risparmi dopo che per anni ho insegnato Meccanica generale al collegio "Ottocratus". Per lavorare durante il periodo "peronista" son dovuto diventare cittadino argentino, ma io nel cuore sono sempre rimasto italiano».

Nunzio Rossi ha in Sicilia 45 nipoti e dal 47 a Bronte è venuto solo una volta, nell'82 durante la guerra delle Falkland, quando si è sposato un parente. Ora potrà stare di più «a casa sua». [L.S.]

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